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Scuola e Lavoro

Professionali 14-19 anni

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Fabio Regis

 

𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐈 𝐓𝐈𝐓𝐎𝐋𝐈 𝐃𝐈 𝐒𝐓𝐔𝐃𝐈𝐎 𝐒𝐔𝐋 𝐂𝐔𝐑𝐑𝐈𝐂𝐔𝐋𝐔𝐌 𝐕𝐈𝐓𝐀𝐄: 
𝐕𝐀 𝐏𝐑𝐎𝐏𝐑𝐈𝐎 𝐒𝐂𝐑𝐈𝐓𝐓𝐎 𝐓𝐔𝐓𝐓𝐎? 


𝘝𝘦𝘯𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘦̀ 𝘮𝘦𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘨𝘢𝘮𝘣𝘢. 𝘌𝘩 𝘴𝘪̀, 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘴𝘪 𝘵𝘳𝘢𝘵𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘪𝘴𝘵𝘳𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘦 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘩𝘰 𝘯𝘰𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘮𝘰𝘭𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘷𝘰𝘪 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘪𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢̀. 𝘚𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘪 𝘥𝘶𝘣𝘣𝘪 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘧𝘳𝘦𝘲𝘶𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰: 1) 𝘋𝘦𝘷𝘰 𝘴𝘤𝘳𝘪𝘷𝘦𝘳𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘰 𝘴𝘵𝘶𝘥𝘪𝘢𝘵𝘰? 2) 𝘋𝘦𝘷𝘰 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘪 𝘵𝘪𝘵𝘰𝘭𝘪 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘶𝘥𝘪𝘰 𝘷𝘢𝘭𝘪𝘥𝘪? 3) 𝘓𝘢 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘰𝘣𝘣𝘭𝘪𝘨𝘰 𝘭𝘢 𝘥𝘦𝘷𝘰 𝘪𝘯𝘴𝘦𝘳𝘪𝘳𝘦? 4) 𝘚𝘦 𝘩𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘭𝘦 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘦 𝘴𝘶𝘱𝘦𝘳𝘪𝘰𝘳𝘪 𝘮𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘦 𝘩𝘰 𝘧𝘪𝘯𝘪𝘵𝘦, 𝘥𝘦𝘷𝘰 𝘴𝘤𝘳𝘪𝘷𝘦𝘳𝘭𝘰? 5) 𝘚𝘦 𝘩𝘰 𝘪𝘯𝘪𝘻𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘯 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘱𝘦𝘳𝘪𝘰𝘳𝘦 𝘮𝘢 𝘱𝘰𝘪 𝘩𝘰 𝘤𝘢𝘮𝘣𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘳𝘪𝘻𝘻𝘰 𝘳𝘢𝘨𝘨𝘪𝘶𝘯𝘨𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘪𝘭 𝘥𝘪𝘱𝘭𝘰𝘮𝘢, 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘴𝘤𝘳𝘪𝘷𝘰? 𝘖𝘬𝘢𝘺, 𝘢𝘯𝘥𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘰𝘳𝘥𝘪𝘯𝘦.

Notiamo che la sezione che ci interessa è chiamata “Istruzione e Formazione”, quindi possiamo mettere non solo quei percorsi “classici”, come la scuola secondaria di secondo grado e l’università ma anche quei corsi di formazione non necessariamente riconosciuti ma validi per voi, per la vostra identità professionale. 
In questo modo ho già risposto alle prime due domande: mettete tutto quello che è utile a definirvi professionalmente, in base alla identità professionale che volete comunicare e inserite qualunque percorso di formazione che vi definisce come professionisti. 

Se volete aggiungerne degli altri, siete liberi di farlo, ma attenzione a non creare confusione. Chiedetevi sempre: è indispensabile far sapere che ho fatto quel corso? 

Per quello che riguarda la scuola dell’obbligo, il consiglio è uno solo: scrivetelo solo se non avete altri titoli riconosciuti dallo Stato, altrimenti è superfluo. 
Questo vale anche per chi ha fatto ma non ha terminato le scuole superiori e ha quindi come unico titolo valido la Licenza media. 

Se avete un titolo di maturità ma avete iniziato le scuole superiori in un’altra scuola, tenete buono il titolo finale, non serve a nessuno sapere che il primo o i primi anni li avete fatti altrove. La stessa cosa vale ovviamente per l’università. Scrivete il vostro titolo di laurea senza specificare, eventualmente, altri percorsi in precedenza non completati. 

Quando compilate questa sezione fate attenzione a scrivere precisamente il vostro titolo. Se non ve lo ricordate, potete cercare su internet il nome esatto della vostra qualifica. Non basta dire “Sono perito elettrotecnico” o “ho fatto finanza e marketing”. Se non avete a casa il vostro diploma o non avete modo di reperirlo, il trucco è andare sul sito della vostra scuola e cercare esattamente il nome del vostro titolo. Lo stesso vale chiaramente per la laurea. 
E visto che vogliamo essere precisi, scrivete esattamente il nome della vostra scuola, sempre andando sul suo sito.

Per quanto riguarda il periodo “da - a” il principio che vale è lo stesso delle esperienze lavorative, vi ricordate? Utilizzate sempre l’ordine cronologico inverso, partite cioè dal più recente per andare indietro nel tempo. 
Può andare bene anche solo inserire il mese e l’anno. Vi consiglio però di recuperare le date esatte, soprattutto le date in cui termina il vostro percorso, quelle in cui cioè avete conseguito il titolo. Potrebbero esservi utili non per il curriculum ma per eventuali concorsi che farete in futuro. Quindi è meglio averli scritti tutti, non si sa mai.

Ci sono poi delle sezioni aggiuntive che io di solito non consiglio di compilare. Il nostro curriculum deve essere agile, di facile lettura e troppe informazioni possono mettere in confusione o, peggio ancora, farvi apparire dispersivi o al contrario troppo concentrati sui dettagli. 

Esiste poi una sezione che consiglio di compilare solo in particolari casi: quella delle “principali materie”. 
Io consiglio di compilarla solo per quei corsi di formazione o master, anche non legalmente riconosciuti, altamente professionalizzanti, che vi hanno dato cioè delle competenze molto specifiche e direttamente spendibili per il lavoro che avete intenzione di fare, il lavoro per cui state creando il vostro curriculum. 
Sconsiglio quindi di compilarlo per la scuola superiore o per il corso di laurea ma di metterlo, se volete, per altri tipi di formazione che come vi ho detto sono molto specifici e professionalizzanti. Due esempi possono essere: i corsi ITS o altri corsi molto specifici. 

Buon curriculum a tutti!  . 

Articolo e immagine di 2021 © Fabio Regis 22 aprile 2021
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐂𝐎𝐌𝐏𝐄𝐓𝐄𝐍𝐙𝐄: 𝐋𝐄 𝐒𝐂𝐎𝐍𝐎𝐒𝐂𝐈𝐔𝐓𝐄 𝐃𝐄𝐋 𝐌𝐎𝐍𝐃𝐎 𝐃𝐄𝐋 𝐋𝐀𝐕𝐎𝐑𝐎 


Competenze competenze competenze. Una parola che ho sentito utilizzare in tanti modi, con diversi significati, e non c’è da stupirsi se poi la gente va in confusione quando deve scrivere un CV. 
Provate a fare una ricerca su google, non c’è una definizione chiara di competenza. 
C’è però un elemento che accomuna tutte le definizioni, ed è questo:

“𝒍𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒆𝒕𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒔𝒊 𝒓𝒊𝒇𝒆𝒓𝒊𝒔𝒄𝒆 𝒂 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒐𝒔𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒊 𝒔𝒂 𝒂𝒑𝒑𝒍𝒊𝒄𝒂𝒓𝒆 𝒊𝒏 𝒎𝒐𝒅𝒐 𝒇𝒍𝒆𝒔𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒆 𝒊𝒏 𝒃𝒂𝒔𝒆 𝒂𝒊 𝒔𝒊𝒏𝒈𝒐𝒍𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒆𝒔𝒕𝒊”. 

Non è quindi una semplice conoscenza. È qualcosa di più.  

La parte delle competenze nel curriculum è importantissima perché fa capire a chi legge il vostro CV quanto vuoi siete in grado di saper raccontare il vostro livello di preparazione. 

Scrivere bene le proprie competenze richiede precisione. Non si può essere vaghi.
Ad esempio, parlare di competenze in termini di buono e ottimo è un errore da evitare, perché buono e ottimo non quantificano nulla, sono solo un vostro personalissimo giudizio tutto da verificare. 
In più tante volte viene confusa la competenza con le attività e le mansioni che avete svolto in un singolo lavoro. Questo è un grosso errore, perché rende il CV ripetitivo e in più fa capire che non avete capito cosa sono le competenze. 

Come toglierci da questo pasticcio? Una soluzione l’ho trovata, seguitemi. 

Iniziamo col dire che esistono almeno tre tipi di competenze che potete scrivere sul vostro CV: 

1) Competenze tecniche 
2) Competenze organizzative 
3) Competenze relazionali

Il grande dilemma di tanti è: cosa scrivo in ognuna di queste? In effetti mette in confusione questa divisione, ma vi come sempre vi do un sistema semplice per capirci qualcosa di più. È un sistema che utilizzo da anni con le persone che affianco nella ricerca del lavoro e ho visto che funziona. 

𝐏𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐨: 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚. 
Le competenze tecniche rispondono alla domanda: 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞? 
Le competenze organizzative rispondono alla domanda: 𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐬𝐜𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐚 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚? 
Le competenze relazionali rispondono alla domanda: 𝐂𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐬𝐜𝐨 𝐢𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢? 

Avendo questo schema in testa ci sarà più semplice capire come compilare le tre sezioni. 

𝐒𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐨: 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐮 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞. 
Un errore frequente è pensare che più cose scrivo e meglio è, soprattutto per le competenze. Invece no.
La domanda che dovete farvi prima di scrivere è: 
La mia esperienza richiede principalmente competenze tecniche, organizzative o relazionali? E se sono presenti tutte e tre, ce n’è una che prevale sulle altre? 
Vi faccio un esempio pratico: lavorare come magazziniere non è lavorare come receptionist. In un caso vengono richieste quasi esclusivamente competenze tecniche e nell’altro, oltre a possedere un certo numero di competenze tecniche, c’è una buona fetta di competenze relazionali. 
Se invece coprite il ruolo di responsabile di un settore, dovremmo fare attenzione anche alle competenze organizzative, perché di sicuro sono importanti per definire la vostra identità professionale. 

Questi sono esempi banali ma credo utili. Come oramai sapete, non c’è un modo unico per scrivere un CV. Tenete sempre a mente che quando vi sentite persi, dovete chiedervi: una certa competenza è rilevante oppure no? 

Esercitarsi a individuare le proprie competenze non è facile, ma vi assicuro che una volta riusciti, potrete davvero dirvi capaci di saper comunicare non solo la propria esperienza ma anche quello che sapete fare. . 

Articolo e immagine di 2021 © Fabio Regis 30 marzo 2021
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐏𝐎𝐒𝐒𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐈𝐌𝐏𝐀𝐑𝐀𝐑𝐄 𝐃𝐀𝐋 𝐂𝐔𝐑𝐑𝐈𝐂𝐔𝐋𝐔𝐌 𝐏𝐈𝐔’ 𝐀𝐍𝐓𝐈𝐂𝐎 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐒𝐓𝐎𝐑𝐈𝐀?


𝐀𝐧𝐧𝐨 𝟏𝟒𝟖𝟐: un giovane uomo ambizioso e pieno di idee decide di puntare in alto. Non vuole certo accontentarsi di lavorare per chissà chi. 
Così, un giorno, inizia a scrivere una lettera indirizzata niente meno che a 𝐋𝐮𝐝𝐨𝐯𝐢𝐜𝐨 𝐢𝐥 𝐌𝐨𝐫𝐨, Duca di Milano. 
La lettera di quel giovane aveva un intento ben chiaro: era scritta per ottenere un posto prestigioso in una delle corti più importanti d’Europa. E a quanto pare fu una storia a lieto fine: quei cancelli si aprirono e 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐝𝐚 𝐕𝐢𝐧𝐜𝐢 fece conoscere agli Sforza il suo genio.

Quella lettera, che tra le altre cose elencava alcune sue invenzioni, era essa stessa un’invenzione: secondo molti, quella fonte è da considerarsi infatti il primo curriculum vitae della storia. 
E fidatevi: leggendola si può dire senza ombra di dubbio che è molto meglio di alcune delle centinaia di CV che ogni recruiter si trova nella casella di posta ogni mattina. 
In questo articolo vi mostrerò che cosa possiamo imparare da un CV scritto più di cinquecento anni fa.  

Prima di tutto, per essere esatti, quello che spedì Leonardo al Duca di Milano non è da considerarsi tecnicamente un vero e proprio CV (non vi sono elencate esperienze) ma è più simile a una lunga 𝐜𝐨𝐯𝐞𝐫 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫 (una lettera di presentazione) dove possiamo leggere in modo piuttosto chiaro le sue 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐞 𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐡𝐞. 

La decisione di Leonardo fu dunque quella di puntare tutto sulla richiesta: “𝐂𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐚𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞?”. Una domanda che spesso le aziende fanno e a cui troppo spesso non si è capaci di dare una risposta efficace. 

Questa lettera ha poi una caratteristica importantissima che molti, dopo ben cinquecento anni, ancora ignorano: 𝐜𝐫𝐞𝐚 𝐟𝐢𝐧 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞 𝐫𝐢𝐠𝐡𝐞 𝐮𝐧 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐦𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨. 
Leonardo sapeva chi era Ludovico il Moro e aveva studiato bene le esigenze del suo Ducato. Tutta la missiva è quindi centrata sul potenziale datore di lavoro. Non un elenco generico di esperienze o competenze ma un messaggio indirizzato a una realtà sola, che il “candidato” conosce perché ben informato. 

Quante volte si scrivono e-mail generiche, di quelle che potrebbero essere indirizzate a chiunque? A quante aziende che non conosciamo affatto spediamo CV? Non basta un buon curriculum, bisogna provare a fare quello che ha fatto il toscano più milanese della storia. 
Infatti, non senza presunzione (ma forse quella di Leonardo era semplice consapevolezza di doti straordinarie) riesce subito a catturare l’attenzione con un 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥 𝐛𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢𝐧𝐠 tutto suo. 
Lasciando da parte la modestia, esordendo con un bel 𝐴𝑣𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑓𝑓𝑒𝑟𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑟𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑏𝑒𝑙𝑙𝑖𝑐𝑖 𝑖𝑛𝑛𝑜𝑣𝑎𝑡𝑖𝑣𝑖 𝑖𝑛 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑐𝑟𝑒𝑎𝑡𝑜 𝑛𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑜...” continua poi con il dirsi disponibile a rivelare “𝑎 𝑉𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝐸𝑐𝑐𝑒𝑙𝑙𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑖 𝑚𝑖𝑒𝑖 𝑠𝑒𝑔𝑟𝑒𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑐𝑎𝑚𝑝𝑜, 𝑒 𝑙𝑖 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑜̀ 𝑖𝑛 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑎𝑟𝑖𝑜”. 

Niente male come prime righe. Però vi avviso: non è un incoraggiamento a usare un tono maleducato, arrogante o intimidatorio. Quello che dobbiamo portarci a casa dal CV di Leonardo è la sicurezza nelle proprie capacità e competenze, che sfocia sì in un tono molto diretto ma è frutto di lavoro e di consapevolezza. La domanda ora passa a voi: cosa siete in grado di fare che potete comunicare con grande sicurezza, quasi rischiando di passare per dei presuntuosi? Pensateci, è un bell’esercizio. 

Leonardo decide poi di concentrarsi su di un solo aspetto principale: le sue competenze tecniche in àmbito bellico. Non dà informazioni generiche su quello che sa fare ma punta invece su quello che più sta a cuore al Duca: difendere la sua città dai pericoli. 

Crea quindi in modo artificioso una domanda: “In che modo posso esserti utile per tenere il tuo ducato lontano dai guai?”. E da quella domanda va avanti con una risposta che è un elenco non solo di quello che sa fare, ma di soluzioni a un problema. 
Ecco un esempio: “𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑔𝑟𝑎𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑟𝑒𝑎𝑟𝑒 𝑝𝑜𝑛𝑡𝑖, 𝑟𝑜𝑏𝑢𝑠𝑡𝑖 𝑚𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑒𝑔𝑔𝑒𝑣𝑜𝑙𝑖, 𝑠𝑖𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑡𝑡𝑎𝑐𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑛𝑒𝑚𝑖𝑐𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑓𝑢𝑔𝑔𝑖𝑟𝑔𝑙𝑖; 𝑒 𝑝𝑜𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑎 𝑢𝑠𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑛 𝑏𝑎𝑡𝑡𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎, 𝑖𝑛 𝑔𝑟𝑎𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑓𝑢𝑜𝑐𝑜, 𝑓𝑎𝑐𝑖𝑙𝑖 𝑑𝑎 𝑚𝑜𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑒 𝑠𝑚𝑜𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒; 𝑒 𝑠𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑏𝑟𝑢𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑛𝑒𝑚𝑖𝑐𝑖”. 
Chi non vorrebbe uno che in una frase dimostra di avere bene in mente sia il problema sia la soluzione? 

Leonardo poi rafforza il legame emozionale con un “𝐻𝑜 𝑖𝑑𝑒𝑎𝑡𝑜 𝑏𝑜𝑚𝑏𝑎𝑟𝑑𝑒 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑚𝑎𝑛𝑒𝑔𝑔𝑒𝑣𝑜𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎𝑛𝑐𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑖𝑒𝑡𝑡𝑖𝑙𝑖 𝑎 𝑠𝑜𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑒𝑠𝑡𝑎, 𝑖𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑎 𝑐𝑟𝑒𝑎𝑟𝑒 𝑠𝑝𝑎𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑢𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑛𝑒𝑚𝑖𝑐𝑜”. Spavento, tempesta, confusione... Sono parole ben familiari a chi manovra eserciti. 

Domanda: quanto noi siamo in grado di creare un vero e proprio 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐦𝐞 𝐞𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐨 con chi legge le nostre competenze? L’inventore toscano non solo è stato in grado di dire cosa sapeva fare, ma è riuscito a usare un linguaggio adeguato e centrato sui bisogni di sua Signoria Ludovico il Moro, il suo potenziale “datore di lavoro”. 

Per sintetizzare, lo schema seguito da Leonardo è molto semplice: 
𝐏𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚 - 𝐄𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚 – 𝐒𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐯𝐬 𝐌𝐚𝐧𝐜𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 – 𝐀𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞. Il 𝐏𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚 è il punto di partenza: per centrare il problema dovete obbligatoriamente conoscere la persona o la realtà a cui vi state rivolgendo. Lo stesso dicasi per l’𝐄𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚: quali sono i risvolti emotivi? In che modo uno si sente “scomodo” nel momento in cui non vede un bisogno realizzato? E che cosa cambia quando si trova una 𝐒𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞? Sapete poi passare concretamente al come (l’𝐀𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞)? 

Esercitatevi. Quali problemi sapete risolvere? Con che cosa? Come? 

Al di là di tutto, sono queste le tre domande fondamentali che vi guideranno verso una vita lavorativa veramente appagante. Magari non vi dedicheranno una statua di fronte a Piazza della Scala, ma potrete dire di essere stati in grado, come Leonardo, di risolvere i problemi di qualcuno. Se poi entrerete anche a far parte dei maggiori artisti di tutte le epoche, questa è un’altra storia... 


Fonti: 
PER LEGGERE IL TESTO COMPLETO DI LEONARDO CONSERVATO ALLA BIBLIOTECA AMBROSIANA DI MILANO (ORIGINALE CON TRADUZIONE A FRONTE) VISITARE IL SITO
 https://www.leonardodavinci-italy.it/.../lettera-a... .


Articolo e immagine di 2021 © Fabio Regis 25 febbraio 2021
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐒𝐂𝐑𝐈𝐕𝐈 𝐈𝐋 𝐓𝐔𝐎 𝐂𝐔𝐑𝐑𝐈𝐂𝐔𝐋𝐔𝐌 𝐕𝐈𝐓𝐀𝐄 𝐂𝐎𝐍 𝐔𝐍𝐀 𝐏𝐑𝐄𝐒𝐄𝐍𝐓𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐄𝐅𝐅𝐈𝐂𝐀𝐂𝐄


Oggi parliamo di come descrivere in poche righe profilo professionale sul curriculum vitae europeo. Argomento assolutamente da non sottovalutare. E scopriremo perché.

Il sito Ladder, Inc, una interessante startup di cacciatori di teste (quelli che selezionano manager di alto livello e figure altamente qualificate) ha pubblicato nel 2018 uno studio interessantissimo in cui volevano capire quanto tempo ci mettesse mediamente un selezionatore per decidere se il CV che aveva sotto mano dovesse essere cestinato oppure letto con maggiore attenzione.

E sapete i risultati? Provate a indovinare…

Sei secondi. Sei secondi è il tempo in cui mediamente un recruiter riesce a capire che un determinato CV vale la pena di essere letto tutto oppure no.

Ci ho pensato un attimo e ho detto: è vero, ci sono degli elementi che ti fanno decidere fin da subito se un CV è efficace oppure no. E nel curriculum europeo ce n’è uno in particolare: le informazioni personali.

Per chiarirci le idee andiamo sulla sezione dati personali del formato Europass (che, vi ricordiamo, potete raggiungere a questo indirizzo: https://europa.eu/europass/en).

Leggiamo i due suggerimenti che vediamo cliccando sull’icona blu:

𝐼𝑙𝑙𝑢𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑒 𝑡𝑢𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒. 𝐷𝑒𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑖𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖 𝑒/𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖.
𝐸𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 1: 𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑢𝑛 𝑓𝑜𝑡𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑐𝑖𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑖𝑛 𝑓𝑜𝑡𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑎, 𝑟𝑖𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑒 𝑓𝑜𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎. 𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑖 𝑒 𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑙𝑎𝑛𝑡𝑖.
𝐸𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 2: 𝑀𝑖 𝑠𝑡𝑜 𝑙𝑎𝑢𝑟𝑒𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑛 𝑠𝑐𝑖𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑔𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑐𝑞𝑢𝑖𝑠𝑖𝑟𝑒 𝑒𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒..

Ma visto che non siamo soddisfatti e ci piace capire meglio come scrivere una presentazione efficace ecco in pratica alcuni suggerimenti.
1) La presentazione è la descrizione dell’identità professionale che volete comunicare. Voi avete tante identità e quella professionale è una di queste. Se non vi piace l’espressione identità professionale potete semplicemente chiamarla profilo professionale, non cambia nulla.
2) Per scrivere la vostra identità professionale bastano poche righe. Ve ne consiglio non più di tre o quattro.

La presentazione deve far capire subito chi siete in termini professionali.
Il problema che hanno moltissimi ragazzi è che, avendo poca esperienza e non del tutto le idee chiare su quello che vogliono fare “da grandi”, risulta difficile definirsi in una presentazione.
Ma non preoccupatevi, c’è una soluzione per tutto.

Qui c’è uno schema molto semplice che ho preparato per voi. Rispondete a queste domande.
1) Cercate un lavoro in linea con la vostra esperienza precedente? (Questo è il caso più semplice perché vi interessa andare in continuità con quello che già fate o avete fatto).
2) Cercate un impiego o una strada coerente con il vostro corso di studi ma avete poca o nulla esperienza? (Se la risposta è sì procedete mettendo in luce il vostro titolo, l’alternanza scuola lavoro ed eventuali altri lavori, attività di volontariato o hobby coerenti con il vostro campo di interesse).
3) Avete poca o nulla esperienza e non avete una idea ben chiara del vostro futuro? (Questo è un caso molto frequente ed è quello che, dal punto di vista di un career coach, rappresenta una delle sfide più interessanti).

Per cavarvela create una presentazione che metta in luce il vostro titolo di studio (se lo avete) e le esperienze svolte anche in contesto informale (scout, attività sportiva, gestione di pagine social o web in generale). In più sottolineate qualche competenza che avete maturato.
Per questo caso servirà un esempio in modo che vi chiariate meglio le idee.

Tempo fa ho seguito un ragazzo che aveva appena conseguito il diploma di maturità e durante i suoi studi aveva lavorato saltuariamente come PR per alcune discoteche. Il suo lavoro era promuovere l’attività del locale, creare liste di clienti e organizzare alcuni eventi, il tutto con una buona capacità di cavarsela in ogni situazione.
A un certo punto ha iniziato anche a lavorare alcune sere come aiuto cuoco.
Dopo un colloquio abbiamo deciso di sintetizzare la sua esperienza mettendo insieme un po’ tutto e poter creare se non una identità professionale vera e propria almeno una descrizione sintetica, a punti, delle sue esperienze.
Ed è venuta così.

“𝐍𝐞𝐨 𝐝𝐢𝐩𝐥𝐨𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐦𝐚𝐭𝐮𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐏𝐞𝐫𝐢𝐭𝐨 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐨𝐧𝐢𝐜𝐨-𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐨𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐞𝐝 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐧 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚-𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨.
𝐄𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐭𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞
𝐂𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢”

Prima di concludere vi lascio un compito.
Chiedetevi che cosa volete dalla vostra identità professionale.
Che cosa volete essere?
La vostra esperienza passata è coerente con i vostri progetti futuri oppure no?
Quali esperienze o titoli di studio possono secondo voi definire al meglio la vostra identità professionale?

Buon lavoro.


Articolo e immagine di 2021 © Fabio Regis 21 gennaio 2021
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐋’𝐀𝐁𝐂 𝐏𝐄𝐑 𝐂𝐑𝐄𝐀𝐑𝐄 𝐔𝐍 𝐂𝐔𝐑𝐑𝐈𝐂𝐔𝐋𝐔𝐌 𝐄𝐔𝐑𝐎𝐏𝐄𝐎 𝐄𝐅𝐅𝐈𝐂𝐀𝐂𝐄


Sappiamo tutti quanto può mettere in difficoltà scrivere un cv. I dubbi sono sempre tanti. Come scriverlo? Quanto scrivere? Quali informazioni includere? E quali invece scartare?

Sono queste le domande che prima o poi ci si trova ad affrontare.

Se c’è una cosa che ho imparato negli anni è che non esiste una regola vera e propria per scrivere un curriculum e tutti i consigli che vi possono dare andranno bene solo e sempre per determinate situazioni, non per tutte.

Ma ci sono due cose che ho scoperto rendere un curriculum veramente valido:.
1) Deve essere di facile lettura
2) Deve comunicare la vostra figura professionale

Per raggiungere questo obiettivo possiamo utilizzare un curriculum europeo. Questo formato, tra i più usati in Europa ed è stato creato dall’Unione Europea in modo che possa andare bene un po’ per tutti:

- Per i neolaureati che devono creare un curriculum senza esperienza lavorativa pregressa
- Per chi è già impiegato ma vuole cambiare lavoro e necessita di un template più articolato
- E ovviamente per tutti quelli che cercano un lavoro, con o senza laurea o diploma, indipendentemente dal fatto che siano o meno attualmente occupati

In più, lo scopo dell’Unione Europea è quello di avere un modello comune di curriculum per i cittadini europei e facilitare gli scambi internazionali.

Attualmente è anche il curriculum più richiesto in Italia, quindi è essenziale averlo. Non si sa mai.

Il grosso pregio di questo CV è non dovrete fare nulla per impaginarlo: tutto quello che occorre è andare sul sito Europass.
In realtà ci sono molti siti internet che offrono la compilazione del formato europeo, ma quello ufficiale è questo: europass.cedefop.europa.eu. Basta comunque digitare su Google parole come Europass o CV Europass che verrete indirizzati a questo sito.
Cliccando su Crea il tuo Europass gratuito vi si aprirà subito una pagina di registrazione. La registrazione non è obbligatoria ma è fortemente raccomandata, perché nel caso si spegnesse il PC accidentalmente o chiudeste il browser perderete tutti i dati.
Inoltre registrarsi è gratuito e veloce, avendo il vantaggio che il vostro CV verrà salvato nella vostra area personale. Se avete una SPID, il servizio dell’identità digitale, il tutto sarà ancora più rapido e vi verrà creato automaticamente un profilo senza dover digitare password o username. Dovrete solamente selezionare il vostro paese di provenienza e il gestore della vostra SPID.
Bene, una volta entrati nel vostro profilo Europass potrete iniziare a creare il nostro curriculum europeo!


Articolo e immagine di 2020 © Fabio Regis 17 dicembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐈𝐋 𝐓𝐔𝐎 𝐂𝐔𝐑𝐑𝐈𝐂𝐔𝐋𝐔𝐌 𝐒𝐔𝐏𝐄𝐑𝐀 𝐈𝐋 𝐓𝐄𝐒𝐓 𝐃𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐂𝐎𝐍𝐃𝐈?

Come già abbiamo detto in un altro articolo, chi seleziona candidati per un’azienda è una persona molto impegnata e possiamo stare certi che facendole risparmiare del tempo avremo tutta la sua gratitudine.

Diversi studi (https://www.topresume.com/.../how-to-pass-the-6-second...) hanno dimostrato che il recruiter medio utilizza un tempo vicino ai sei secondi per decidere se il candidato ha il giusto profilo ricercato dall’azienda. In altre parole, il vostro curriculum ha circa sei secondi di tempo per fare una buona impressione, superare un primo screening e aumentare le possibilità di essere chiamato per un colloquio.

Il risultato di questi studi ci suggerisce che il modo in cui si scrive un CV deve seguire delle regole “percettive” che gli permettano di essere efficace.


𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐑𝐄𝐍𝐃𝐄𝐑𝐄 “𝐕𝐄𝐋𝐎𝐂𝐄𝐌𝐄𝐍𝐓𝐄 𝐄𝐅𝐅𝐈𝐂𝐀𝐂𝐄” 𝐈𝐋 𝐕𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎 𝐂𝐕

Leggete cosa avete scritto. La domanda che dovete farvi è la seguente: “Chi legge il mio CV riesce a intuire chiaramente il vostro profilo professionale?”

Per farlo emergere dovete farvi un’altra domanda: “Vengono messe in evidenza esperienze significative interessanti per l’azienda?”

Non sempre le esperienze scritte in ordine cronologico sono utili per chi seleziona. A meno che la vostra storia professionale e formativa non sia perfettamente omogenea (quindi con il corso di studi e successive esperienze tutte nello stesso campo) è bene che vi concentriate su esperienze che ritenete rilevanti per quel lavoro a cui vi state candidando. In questo modo farete risultare chiaro il vostro profilo, creando un curriculum che in gergo viene chiamato “funzionale”.


𝐀𝐋𝐂𝐔𝐍𝐄 𝐑𝐄𝐆𝐎𝐋𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐒𝐔𝐏𝐄𝐑𝐀𝐑𝐄 𝐈𝐋 𝐓𝐄𝐒𝐓 𝐃𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐂𝐎𝐍𝐃𝐈

1) 𝐃𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐭𝐞𝐯𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞: Sapete descrivervi in termini professionali senza creare ambiguità? Provate a usare non più di trenta parole per far capire chi siete voi, quali mansioni siete in grado di ricoprire e qual è il vostro background di studi (solo se rilevante). Mettete questa descrizione in testa al CV, dopo i vostri dati personali, sotto il titolo: “Profilo professionale”.

2) 𝐄𝐯𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐭𝐞 𝐥𝐞 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐞 “𝐂𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐒𝐩𝐞𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞”: un elenco (non più di cinque o sei punti) in cui chiarite le competenze che vi caratterizzano, senza le quali non sareste dei professionisti.

3) 𝐒𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞𝐭𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐞̀ 𝐫𝐢𝐥𝐞𝐯𝐚𝐧𝐭𝐞: se state rispondendo a un annuncio, selezionate le vostre esperienze in modo da mettere in evidenza quelle che sono più vicine al lavoro che desiderate.

Un ultimo consiglio: se non state rispondendo a nessun annuncio in particolare ma volete candidarvi spontaneamente (tramite il cosiddetto “cold contact”), queste regole valgono ancora di più. Dovete aver studiato bene l’azienda e proporvi in modo ancora più chiaro e con un linguaggio in linea con la cultura dell’organizzazione a cui vi state proponendo.
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Articolo e immagine di 2020 © Fabio Regis  19 novembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐀 𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐒𝐄𝐑𝐕𝐄
𝐔𝐍 𝐂𝐔𝐑𝐑𝐈𝐂𝐔𝐋𝐔𝐌 𝐕𝐈𝐓𝐀𝐄?

Il processo di recruiting può essere molto lungo: parte nel momento in cui una persona risponde a un annuncio di lavoro fino a un periodo di prova più o meno lungo. Il curriculum vitae è solo una parte di questo processo e anche se non ha il pieno potere di decretare la vostra assunzione, ha però due funzioni molto importanti.

𝐏𝐫𝐢𝐦𝐨: 𝐎𝐭𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐨𝐪𝐮𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨.
I responsabili del personale (HR manager o altri recruiter) sono persone molto impegnate. Ogni mattina, quando aprono il loro PC, sanno di dover affrontare una grande mole di e-mail. E soprattutto sanno che non c’è tempo per chiunque. Il vostro CV deve quindi essere scritto per 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐢𝐦𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚𝐭𝐢i per un primo colloquio e deve catturare l’attenzione nel più breve tempo possibile (per capire questo meccanismo, vi rimandiamo all’articolo “Conosci la regola dei sei secondi”?).

𝐒𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨: 𝐑𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐛𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞.
Ciò che lamentano maggiormente i selezionatori di personale è la scarsa capacità nel sapere raccontare quello che i candidati stessi hanno scritto nei loro CV. Strano ma vero. Eppure i CV suggeriscono una storia della quale proprio voi siete i protagonisti. In altre parole 𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐕 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐝𝐢 “𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐨” 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐯𝐨𝐢 che dovrete raccontare all’ “interrogazione” con il recruiter. Arrivate preparati. E soprattutto: studiate il vostro curriculum nei minimi dettagli. Immaginate ogni domanda che vi potrebbero fare leggendolo e rispondete al meglio delle vostre capacità.

Adesso che sapete queste cose fate questo esercizio: chiedetevi cosa, della vostra vita professionale o da studente, si può raccontare incuriosendo il vostro interlocutore. Quali sono quelle informazioni che fanno desiderare di saperne di più su di voi? Buon esercizio.


Articolo di © Fabio Regis  2020 22 ottobre 2020
Immagine: un frame del film "Ombra e il Poeta"

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐂𝐇𝐈 𝐒𝐎𝐍𝐎 𝐈 𝐍𝐄𝐄𝐓?


𝐐𝐔𝐄𝐋𝐋𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐒𝐀𝐏𝐏𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐃𝐄𝐈 𝐍𝐄𝐄𝐓
Qualcuno li chiama “disimpegnati”, altri “scoraggiati”. C’è chi impropriamente li definisce Hikikomori, pensando che l’Italia abbia importato dal Giappone una particolare forma di disagio giovanile. In realtà, quando parliamo dei NEET ci troviamo dentro un mondo molto ampio e frammentato, una categoria statistica che indica chi, anche momentaneamente, non ha un’occupazione, non frequenta la scuola e non svolge alcun tirocinio (è infatti l’acronimo inglese di 𝐍𝐞𝐢𝐭𝐡𝐞𝐫 𝐢𝐧 𝐄𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧, 𝐄𝐦𝐩𝐥𝐨𝐲𝐦𝐞𝐧𝐭 𝐨𝐫 𝐓𝐫𝐚𝐢𝐧𝐢𝐧𝐠).

𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐈 𝐆𝐈𝐎𝐕𝐀𝐍𝐈 𝐇𝐀𝐍𝐍𝐎 𝐈𝐍𝐈𝐙𝐈𝐀𝐓𝐎 𝐀 𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐍𝐄𝐄𝐓
Il termine compare alla fine degli anni Novanta in Gran Bretagna con uno scopo preciso: quello di indicare tutti quei giovani tra i 16 e 24 anni a rischio di esclusione sociale poiché non studiano né lavorano. In Italia la fascia dei NEET si colloca tra i 15 e 29 anni, così come oggi in tutta l’Unione Europea.

𝐓𝐑𝐀𝐍𝐐𝐔𝐈𝐋𝐋𝐈, 𝐍𝐎𝐍 𝐄̀ 𝐔𝐍𝐀 𝐌𝐀𝐋𝐀𝐓𝐓𝐈𝐀
No, essere NEET non è una malattia, nonostante i media si sforzino di mostrare un quadro drammatico e patologico di questa popolazione. È anche vero, però, che in Italia è un’emergenza e si stima che riguardi quasi un giovane su tre. Ma dobbiamo avere qualche cautela prima di trarre conclusioni.

Prima di tutto stiamo parlando di una fascia estremamente ampia. Non possiamo pensare, ad esempio, che un quindicenne possa avere molte cose da condividere con uno alla soglia dei trent’anni: diverse sono le esigenze, le esperienze trascorse, lo stile di vita e il modo di relazionarsi con il mondo del lavoro.

Si può poi essere NEET anche per brevi periodi della vita e quello che ci dicono le statistiche sono fotogrammi di una pellicola in cui si vedono andare e venire migliaia di giovani.

E infine, non tutti i NEET sono uguali.

𝐔𝐍 𝐍𝐄𝐄𝐓, 𝐓𝐀𝐍𝐓𝐈 𝐍𝐄𝐄𝐓
E allora vediamoli più da vicino, scoprendo così ben quattro popolazioni distinte

𝟏) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐢𝐧 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨: tra loro e un disoccupato qualunque c’è solo l’età a fare la differenza. Sono persone che autonomamente si iscrivono ai centri per l’impiego, hanno il loro curriculum bello pronto e sono disposti ad accettare anche lavori non del tutto in linea con le proprie aspirazioni o titolo di studio. Rappresenta il primo gruppo in termini di numerosità.

𝟐) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 “𝐯𝐨𝐫𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞𝐫𝐨 𝐦𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨”: sono gli “indisponibili”, impegnati a doversi occupare di questioni familiari o limitati per ragioni di salute. È il secondo gruppo più ampio ed è a maggioranza femminile.

𝟑) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀: sì, ci sono anche loro. In Italia non siamo abituati agli “anni sabbatici” dei neo diplomati, cosa perfettamente normale in paesi anglosassoni o scandinavi. Sono NEET per scelta momentanea perché alla ricerca delle proprie passioni attraverso contesti non formali (come gruppi musicali, compagnie teatrali, FabLab). Decidono quindi di investire nel far crescere le proprie competenze per trasformare, un giorno, la passione in lavoro. Ci sono anche quelli, poi, che semplicemente si prendono del tempo per capire quale strada percorrere.

𝟒) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐨: eccoli i NEET per eccellenza, oggetto di indagine da parte di esperti e giornalisti. Ma è il gruppo meno ampio e sicuramente il più fragile di tutti, del quale le stime non riescono a dare mai un quadro completo. Per loro il problema non è l’opportunità ma l’incapacità di uscire da un guscio di paure: per quante possibilità il mercato offra, il grosso della questione è superare il senso di inadeguatezza e il ritiro sociale.

𝐐𝐔𝐈𝐍𝐃𝐈, 𝐂𝐇𝐄 𝐅𝐀𝐑𝐄?
Data la grande diversificazione del fenomeno, è difficile impostare provvedimenti efficaci che vadano bene per tutti. Nel momento in cui la situazione di svantaggio è riconosciuta dalle persone stesse, come nel caso di disoccupati in cerca di lavoro, è più semplice individuare strategie. Per questo esiste la 𝐆𝐚𝐫𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢, la quale offre un’ampia gamma di opportunità, dai corsi gratuiti ai tirocini extracurricolari retribuiti (con importanti sgravi per le aziende che assumono).

Nei casi in cui la situazione di NEET è determinata da fattori non puramente occupazionali ma da scelte individuali, fragilità individuali o impossibilità a lavorare, la risposta risulta invece ancora inefficace. Ed è proprio lì che gli interventi delle 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐢 devono concentrarsi maggiormente, coinvolgendo i giovani nella scoperta delle loro propensioni, ascoltando i loro desideri e le loro paure. Solo in questo modo si può lavorare a tutto tondo su una situazione che deve essere monitorata giorno dopo giorno da professionisti del settore.


Articolo e foto di 2020 © Fabio Regis  - 29 settembre 2020

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