SmaniaPerspectives by Marco

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Pensieri e Aforismi del viaggio dentro l'uomo
a cura di Marco Facoetti

 

𝐈𝐌𝐏𝐀𝐑𝐀𝐑𝐄


𝐺𝑙𝑖 𝑖𝑛𝑔𝑟𝑒𝑑𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑟𝑎𝑟𝑒?
𝑆𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀, 𝑢𝑛 𝑏𝑢𝑜𝑛 𝑚𝑎𝑒𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑒 𝑢𝑛 𝑝𝑖𝑧𝑧𝑖𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝑒𝑟𝑟𝑜𝑟𝑒.

93, 3, 110.
93 anni
Laurea numero 3
110 e lode.

Sono questi i numeri che si sono allineati per la prima volta con Benito Rimini un pensionato di Biella che ha raggiunto questo risultato pochi giorni fa laureandosi in Filosofia.
Non è la prima volta che capita di sentire la notizia di qualcuno che nonostante possa ritenersi sazio di giorni ha deciso di non ritenersi sazio di conoscenza. In questo modo ha reso una volta di più attuale il celebro motto di Socrate “so di non sapere”. Una piccola grande storia come questa riporta alla luce che tra le tante cose che accomuna uomini e donne di ogni età è proprio il bisogno di scoprire ciò che non si sa, di imparare cose nuove e apprendere abilità che prima sembravano sconosciute.
Per imparare insomma non c’è età: sia che tu sia un bambino ai primi mesi in assoluto di scuola, sia che tu sia un anziano che dedica il suo tempo ad approfondire le sue conoscenze.

Anche senza età però non è da tutti imparare. Servono alcuni ingredienti essenziali per porsi sui banchi della vita e apprendere ciò che più ci serve.

Quali sono questi ingredienti?

Sembra assurdo ma il primo ingrediente è 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐭𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀. Spesso pensando a noi stessi, tendiamo ad idealizzarci, a vedere ciò che non c’è e pensare che siamo persone che poi nella realtà non siamo. Diverse favole raccontano in maniera di esempio di pulcini che vorrebbero diventare dei grandi volatili. Con il tempo però capiscono che non possono farlo, semplicemente perché non è nella loro natura. Accettano così la realtà e riescono ad essere felici perché capiscono che per essere felici basta essere sé stessi.
Un po' così anche per imparare. Più cresciamo più crediamo di sapere tutto del mondo: economia, salute, politica… dimentichiamo però che per quanto possiamo essere esperti non potremo mai sapere tutto.
Per imparare serve allora che 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐭𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐨𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐚𝐫𝐚𝐫𝐞.

Il secondo ingrediente è 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐛𝐮𝐨𝐧 𝐦𝐚𝐞𝐬𝐭𝐫𝐨. Può essere una persona o un’esperienza ma serve prima di tutto sviluppare la capacità di capire chi ci può aiutare a crescere e chi invece no.
Pensiamo alla storia di Pinocchio: anche il Gatto e la Volpe si spacciano per dei maestri di vita e convincono Pinocchio a sotterrare i suoi soldi in attesa che cresca un albero di monete. L’esito ce lo ricordiamo bene.
Anche se queste storie le leggiamo da Bambini però non impariamo mai abbastanza e ovunque ci sono persone che, pur essendo poco esperte, si vantano di essere maestri per gli altri perché solo così trovano un senso a ciò che fanno. Ma il vero maestro è chi accetta la possibilità che il suo alunno possa arrivare un giorno ad essere più avanti di lui. Cercare un maestro così è una vera sfida.

La lista sarebbe infinita ma provo a tratteggiare un ultimo ingrediente: 𝐥’𝐞𝐫𝐫𝐨𝐫𝐞. Sembra paradossale: a prima vista potremmo pensare che in realtà se imparo non sbaglio più. In pratica, basta ricordare quello che diceva 𝐎𝐬𝐜𝐚𝐫 𝐖𝐢𝐥𝐝𝐞: 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑢𝑟𝑎, 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑡𝑖 𝑓𝑎 𝑙’𝑒𝑠𝑎𝑚𝑒 𝑒 𝑝𝑜𝑖 𝑡𝑖 𝑠𝑝𝑖𝑒𝑔𝑎 𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒.
Solo quando sbagliamo in prima persona impariamo davvero perché viviamo le cose prima di tutto sulla nostra pelle. E ciò che impariamo così non lo dimentichiamo tanto facilmente. Possiamo pensare a quando abbiamo sbagliato qualcosa: quando abbiamo sbagliato le dosi di un piatto o abbiamo detto una parola di troppo con un nostro amico in difficoltà. In quelle occasioni abbiamo fatto nostro il proverbio: “sbagliando si impara”.

Concludendo, per imparare dunque serve un senso della realtà, un buon maestro e un pizzico di errore.
Oltre ovviamente a tanto altro che in questa sede non possiamo esporre in maniera più ampia. Insomma, di imparare non si smette mai. Sicuramente una cosa però con queste poche righe possiamo averla imparata: da tutto e tutti possiamo imparare qualcosa, basta volerlo.



Articolo di ©Marco Facoetti - 8 ottobre 2020
foto di ©Gianni Caminiti

un fotogramma
 

ISTANTANEE


Diversi social network da qualche tempo offrono all’utente una funzione particolare: quando pubblichi una foto, un pensiero o qualsiasi cosa, dopo un periodo significativo di tempo il sistema ti dice: “Ehi ti ricordi che 1 anno/2 anni etc. avevi pubblicato questo aggiornamento?”; questa funzione viene citata con varie denominazioni che potrebbero essere riassunte sotto la dicitura generale “ricordi”. Mi stavo infatti interrogando su cosa volesse dire ricordare, quando un po' ingenuamente ho pensato a questo sistema. Chi ha inventato i social network non era un sempliciotto e sapeva che una funzionalità del genere avrebbe fatto successo. Parte di questo successo è dovuta, secondo il mio confutabilissimo pensiero, al fatto che la nostra memoria funziona proprio così, per istantanee.

L’istantanea è un particolare tipo di macchine fotografiche che permette di ottenere la stampa delle foto in un tempo veramente breve. Questa immagine mi è sembrata un bel modo per descrivere la memoria. Se penso agli anni che ho vissuto ovviamente non posso ricordare se non in maniera molto vaga ogni singolo giorno speso nella mia vita ordinaria. Eppure nella nostra mente si fissano delle instantanee, delle immagini che al momento non hanno per noi un grande valore. Eppure a distanza di anni sono ciò che resta ancorato nella nostra memoria. Se penso infatti ad una persona a me cara, ciò che mi ricorderò sono alcuni momenti vissuti insieme, non tutti. Queste particolari istantanee formate dai ricordi hanno però dentro di sè un’enorme potenza: funzionano come dei simboli. Quando penso infatti ad una di questa istantanee non rivivo solo quel momento singolo ma sperimento in una misura concentrata tutto ciò che avevo vissuto insieme a quella persona.

Se penso a me, funziona proprio in questo modo: ricordo bene infatti l’ultima volta che vidi mio nonno. Era ormai estenuato dalla malattia che lo stava logorando e sono passato a trovarlo per passare un po' di tempo con lui. Non parlammo molto ma fu un momento molto intenso. Quando ripenso a questo momento ho bene in mente il suo volto e i suoi gesti e se in un primo momento l’immagine mi rimanda quel momento difficile, nella mia mente ricordo anche tutti gli altri momenti lieti che ho passato con lui (le passeggiate, le partite a carte…) e spesso mi scappa un sorriso.

Io ho una grande memoria fotografica e come me tanti altri. Ma ognuno ha un suo tipo di memoria e di conseguenza delle istantanee tutte sue: c’è chi ricorda quando passa nei luoghi cari, chi quando sente dei profumi che gli ricordano qualcuno di caro, chi invece conserva degli oggetti con un significato particolare. Ognuno quindi ricorda a modo suo. A me però affascina molto questa dinamica: per ricordare non servono libri lunghissimi o una memoria di elefante ma basta saper trovare queste istantanee che sono la chiave per aprire il cassetto dei nostri ricordi più preziosi.

Mi piace poi immaginare che chi sviluppa ai social network abbia pensato come me a quanto poco basti per ricordare ciò che abbiamo vissuto e abbia fatto il mio stesso ragionamento. Probabilmente non è così ma sognare non costa nulla.

Articolo e foto di ©Marco Facoetti - 24 settembre 2020

un fotogramma
 

RIDERE


“Giuro che un po' mi fa ridere!” Capita a tutti di sentire alla radio uno dei tanti tormentoni pop che risiedono stabili nelle radio italiane. Anche a me è successo e l’ultimo che mi è rimasto in testa è una canzone dal titolo intrigante: Ridere, dei Pinguini Tattici Nucleari. Non entro in merito al valore della canzone ma dopo essermi rimasta in testa diverso tempo ho fatto alcune riflessioni su cosa voglia dire ridere. O meglio: mi sono limitato ad osservare.

Ho così osservato che ridere è una cosa estremamente personale: ognuno ha il suo modo di ridere. C’è infatti chi ride in maniera sguaiata, chi lo fa ridendo “sotto i baffi”, chi fa lunghe e grasse risate e chi esterna poco gustando l’ironia dentro di sé. Tra tutti i sentimenti umani mi è parso uno di quelli che ha più varietà di espressione: potenzialmente tante quante sono le persone presenti al mondo. Inoltre spesso anche la fonte del riso suscita effetti diversi a seconda della persona: quello che non fa ridere me magari fa ridere te.

Ho però anche notato che è uno dei sentimenti più “universalizzanti” esistenti. Già, perché anche se ognuno si esprime a suo modo la risata è potentissima. Numerosi studi lo hanno anche dimostrato. Pensiamo a un gruppo di persone sconosciute che si incontrano per la prima volta: vivranno sicuramente l’imbarazzo e il distacco provocato dal non conoscersi. Eppure basta una sola occasione che faccia ridere insieme e tutti si sentono più a loro agio e predisposti ad aprirsi all’altro. O anche pensiamo a quando vediamo ridere una persona: magari non ci mettiamo subito a ridere anche noi ma sicuramente un sorriso ci scappa.

Ho poi pensato a me e ho notato che nei momenti difficili una sana risata è stata in grado di farmi dimenticare anche solo per un secondo i miei problemi. Ridere aiuta a stemperare le difficoltà e a fare vedere le cose meno scure di quello che sono in realtà; non cancella le difficoltà ma almeno aiuta a prendere per il verso giusto.

Eppure ho anche notato che ridere non è scontato. Ridere infatti implica la disponibilità a lasciarsi andare e a scoprire qualcosa di sé a chi ho di fronte a me. Quando ci troviamo in un contesto che non ci mette a nostro agio, non sempre siamo disposti a lasciarci andare alle risate. O anche quando siamo concentrati su un lavoro: non possiamo perdere di vista nulla e allora la risata è difficile. Lo possiamo pensare anche all’opposto: quando siamo più disposti a ridere e a scherzare? Quando stiamo con persone che ci fanno stare bene. Penso che tutti ricorderemo sicuramente che le situazioni in cui abbiamo riso di più sono stati momenti condivisi con amici, parenti o persone di cui ci fidavamo.

In conclusione ridere fa bene ma non è facile.
Citando un detto famoso: “ridere è una cosa seria, non lo si può fare con chiunque”. Credo però che lasciarsi andare ad una sana risata insieme ad altre persone spesso sia una delle cure migliori per le giornate storte, molto di più di qualsiasi altra cosa. E visto il periodo che stiamo vivendo, ogni tanto riderci sopra nella misura giusta (senza sottovalutare nulla), ci può fare solo che bene.

Articolo di ©Marco Facoetti - 27 agosto 2020
Immagine: un fotogramma del film OMBRA E IL POETA

un fotogramma
 

IDEALE

Ad Urbino, nella galleria nazionale delle Marche è conservato questo dipinto che raffigura una città. La città è bella, pulita, geometrica ed ordinata. I palazzi sono costruiti nello stesso stile della strada; il palazzo circolare di fronte a noi domina la scena perfetto nella sua staticità.
Troppo bello per essere vero; infatti una città così non esiste né mai esisterà. Ma se è stato disegnato un motivo c’è; questo artefatto risale all’epoca rinascimentali in cui intellettuali e artisti coltivavano il sogno di un mondo a misura delle loro idee: perfetto e senza macchia. Con gli anni si resero poi conto che un progetto del genere era solo un’illusione.

Anche la stessa parola “ideale” ha in sé il senso di qualcosa di troppo bello per essere vero. La parola “idea” da cui deriva è stata usata in maniera esplicita per la prima volta da Platone. Nel suo ragionamento filosofico egli aveva ipotizzato che le cose che vediamo intorno a noi non fossero altro che delle riproduzioni imperfette. Queste riproduzioni si basavano su dei modelli perfetti che erano la norma su cui costruire il mondo: questi modelli erano appunto le idee. Le idee secondo Platone sono entità che stanno fuori dal mondo e su cui il mondo è stato progettato (o almeno così mi pare di ricordare). Belle dunque le idee: precise, pulite, senza difetti. Ma anche loro troppo per essere vere.

La grande insidia delle idee è già chiara ai nostri occhi: le idee non sono la realtà. Ma la tentazione di usare le idee come norma della nostra vita è anche troppo forte. Pensiamo ad un’adolescente che si guarda allo specchio e non si piace: nella sua testa si è costruita un ideale a cui assomigliare e visto che non ci assomiglia neanche un po', non si piace.
Oppure pensiamo ad un giovane che si affaccia sul mondo del lavoro: nella sua testa ha ben chiaro quale sarà il suo lavoro ideale; ma nel suo percorso dovrà accettare che il lavoro ideale (per come lo pensa lui) non esiste. In sintesi l’ideale non esiste.
Eppure…

Eppure non per forza è un male. Se l’ideale si potesse raggiungere probabilmente passeremmo gran parte della nostra vita a cercare di raggiungerlo per poi goderne solo un attimo. Invece capire che questo ideale è irraggiungibile è liberante: ci fa capire che la felicità è a portata di mano perché c’è anche nelle nostre vite imperfette. In queste vite ci sono lavori imperfetti, relazioni imperfette e scelte imperfette ma è proprio in queste imperfezioni che passa la bellezza e la gioia vera. Oserei allora dire: chissenefrega dell’ideale perché la vita è altro e a noi è della vita che importa non di chimere irraggiungibili.

Quindi quadri come questo servono proprio a questo: ci ricordano che la vita non è quello che vediamo rappresentato ma è qualcosa più a portata di mano. Basta solo ricordarselo.

Articolo e foto di ©Marco Facoetti - 23 luglio 2020

linda
 

L'ARTE DEI DETTAGLI

Un’arte che mi ha sempre affascinato è l’arte del riconoscimento. Forse esagero a definirla arte ma questa capacità particolare di distinguere le cose mi affascina molto. Iniziai a restare affascinato diversi anni fa durante una visita guidata ad una mostra.
La guida ci spiegava come gli studiosi facevano per attribuire un quadro ad un pittore piuttosto che ad un altro: il loro metodo era riconoscere i dettagli. I grandi artisti nei loro capolavori inseriscono sempre un loro marchio di fabbrica che rende le loro opere uniche: può essere l’uso della luce o la costruzione dell’opera.
Ma spesso sono i piccoli particolari che ci aiutano in questa operazione: una mano disegnata in un certo modo o dei piccoli oggetti ricorrenti nelle rappresentazioni.

Col tempo poi non ho dato troppa importanza a questa informazione; ma ultimamente ne sto riscoprendo la preziosità.
Lo diceva anche l’architetto tedesco Mies van der Rohe:
"𝐷𝑖𝑜 𝑠𝑡𝑎 𝑛𝑒𝑖 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎𝑔𝑙𝑖".
Indipendentemente dalla fede che una persona può nutrire per qualcosa o qualcuno di più grande questa frase, mi ricorda che è davvero attraverso piccoli particolari che si possono fare grandi differenze.

Anche in questi giorni ci stiamo reinventando e ci stiamo riabituando a fare cose che per qualche tempo ci sono state impedite per salvaguardare la salute di tutti: incontrare le persone care, uscire a fare passi e concedersi qualche svago. Ma sappiamo bene che non tutto è come prima perché le condizioni in cui viviamo parlano da sole e soprattutto entrare in contatto con altre persone (nei limiti del consentito) non è come prima.

Eppure guardandomi intorno sento che se tanto è cambiato, molte cose non sono cambiate: non è cambiato il sorriso con cui un commerciante di paese ti accoglie nel suo negozio che dopo tanto tempo ha potuto riaprire, anche se questo sorriso lo puoi solo intuire da dietro una mascherina. Non è cambiato il modo con cui due fidanzati si guardano di persona, dopo mesi in cui non hanno potuto vedersi se non dietro uno schermo. Non è cambiata la cura con cui una mamma prepara il pranzo per la sua famiglia dopo mesi difficili a livello emotivo.

Sono le piccole cose a non essere cambiate; eppure sono proprio queste piccole cose che nella nostra vita quotidiana fanno la differenza.
E paradossalmente sono proprio questi piccoli particolari (anche quando sono impercettibili) che ci caratterizzano e ci rendono unici.

Lo sappiamo guardando le nostre dita, che i piccoli segni che sono impressi nella pelle dei nostri polpastrelli sono unici e inimitabili e nessuno potrà averli esattamente uguali a noi.
Questi piccoli dettagli però non sono facili da riconoscere: serve ascolto e attenzione. Perché spesso passano inosservati e rischiamo di perdere di vista grandi opportunità di conoscere chi ci sta attorno.
Non è facile ma è una bella sfida: si tratta infatti di imparare ad avere nuovi occhi per guardare il mondo.
Io però ci voglio provare: e voi?

Articolo e foto di © Marco Facoetti - 1 luglio 2020

linda
 

RINASCITA

Nella vita di una persona alcuni momenti restano nella memoria in maniera indelebile. Tanti momenti rituali scandiscono la nostra vita e segnano il nostro cammino.
Ma i momenti più importanti sono quelli che meno ci aspettiamo e più difficili da definire: sono quando le persone rinascono.
Non è semplice stabilire quando avvengano: per qualcuno prima, per qualcun altro dopo. Ogni storia ha le sue particolarità che la rendono unica e ogni storia dunque ha la sua rinascita in una maniera unica, diversa dalle altre.

Ma quali sono gli ingredienti per poter rinascere?

Il primo ingrediente è la vita.
Possiamo rinascere solo quando viviamo a pieno la nostra vita, impegnando, progettando e dando il nostro meglio. Ogni persona ha in sé sogni, aspettative e progetti che nascono da ciò che vive ordinariamente. Si dice spesso che la vita vale solo se vissuta a pieno. Così per sperimentare veramente cosa sia la rinascita serve vivere appieno la propria vita, gustandola fino in fondo e sognando qualcosa di grande.

Il secondo è la sconfitta.
Quando proviamo a vivere la vita in maniera piena facciamo progetti e sogniamo un futuro in grande. Ma non sempre le cose vanno come avevamo previsto e quello che sembrava un bel sogno si rivela un’illusione. Quando meno ce lo aspettiamo i nostri piani vengono gettati in aria. Ogni tanto è colpa nostra, ogni tanto no. Succede allora un po' come succede ad una pianta: noi piantiamo il seme e sogniamo che col tempo possa diventare un grande albero in grado di dare frutto e ripararci dal sole nelle calde giornate d’estate. Ma capitano anche stagioni secche o troppo piovose che mettono in difficoltà il seme: può superare queste difficoltà ma non sempre ce la fa.

Solo quando la sconfitta mette a dura prova la vita vissuta a pieno entra in campo il terzo ingrediente della rinascita: la scelta. Le sconfitte capitano, ma la rinascita non capita. Quando subiamo una battuta di arresto possiamo ripartire o fermarci: la differenza sta solo in quello che scegliamo di fare. Quando le sfortune o le difficoltà sembrano avere la meglio su di noi c’è un solo modo per ripartire: prendere in mano la nostra vita e scegliere con decisione di ripartire. Non è mai facile: rischiamo spesso di fermarci di fronte alla sconfitta e ci sembra di non avere la forza di ripartire. Ma è se vogliamo ricominciare a vivere una vita piena come quella che stavamo vivendo prima di essere sconfitti e di cadere, è necessario scegliere di ripartire.

La realtà che stiamo vivendo ci parla di una rinascita che deve avvenire e che vogliamo che succeda in tempi brevi. E ci sembra di doverlo fare come se fosse la prima volta. Forse sarà davvero la prima volta che avverrà in questo modo; ma basta guardare dentro di noi per scoprire che non è così. Nella nostra vita abbiamo già vissuto delle piccole e grandi sconfitte. Ma queste non ci hanno impedito di fermarci e di bloccarci: siamo andati avanti inventando nuovi modi di essere e scoprendo che dentro di noi c’erano risorse che nemmeno pensavamo di avere. 

Articolo e foto di ©Marco Facoetti - 28 maggio 2020

linda
 

IMMAGINARE

Una delle cose che preferisco in assoluto è avere a disposizione un grande spazio su cui poter liberamente scrivere, cancellare, disegnare, fare e anche sbagliare. In questo scopo le lavagne sono le mie preferite perché puoi fare e rifare tante volte quante ne vuoi.
Ma immaginare e rappresentare di conseguenza non è sempre semplice; perché non sempre le cose vanno bene e non sempre abbiamo chiaro in noi quello che vogliamo. Anche i bambini lo sanno bene: spesso se dici a un bambino "fai un disegno" potrebbe risponderti "non so cosa disegnare".
Anche oggi per noi immaginare non è semplice: le incertezze e i dubbi sono tanti. Ma dobbiamo provarci: solo così potremo regalarci ila possibilità di sentirci liberi nel nostro domani.

Articolo di ©Marco Facoetti - 22 aprile 2020
foto: un disegno di Elia Caminiti

linda
 

RITMO

Quando le nostre abitudini cambiano la prima cosa che perdiamo e dobbiamo ritrovare è il ritmo.
Ognuno ha la sua routine che va avanti senza sosta alternando i vari momenti e situazioni che compongono la nostra vita. Un po' ci pesa e un po' ci piace ma sappiamo che è così e non ci possiamo fare granché.
Quando poi succede qualcosa di imprevisto che ci obbliga a modificarlo, capita di andare il tilt.

Pensiamo alla musica: ogni composizione musicale ha un ritmo che ne consente lo svolgersi.
Può cambiare? Sì, ed in tal caso il brano non è facile da eseguire ma si arricchisce.
Così anche noi: possiamo cambiare ritmo alle nostre abitudini?
Sì e nemmeno per noi è facile. Ma nessuno ha detto che dietro non ci sia una ricchezza inaspettata.

Articolo di ©Marco Facoetti - 25 marzo 2020
Foto: un fotogramma del film "Ombra e il Poeta"

linda
 

ORIZZONTE

Quando sei in viaggio una delle cose più belle (almeno per me) è scrutare l'orizzonte.
Guardi davanti a te e cerchi di capire cosa ti aspetta nel tuo viaggio: monti, case, paesi. A volte però l'orizzonte ti inganna perchè non è l'esatte descrizione di quello che troverai. Puoi sempre trovare sul tuo cammino un paese che da lontano non si vedeva o fare esperienze inaspettate.
L'orizzonte offre quindi un assaggio che non esaurisce l'esperienza.
Sta a te scegliere se fidarti o meno di quello che ti trovi davanti per continuare nel cammino.

Articolo di ©Marco Facoetti - 23 marzo 2020
Foto: un fotogramma del film "Ombra e il Poeta"

linda
 

IL LATO ARGENTEO
DELLE NUVOLE

Qualche anno fa guardando un film imparai un modo di dire tipico della lingua anglosassone: ogni nuvola ha un orlo argentato.
L'espressione mi colpì molto per la sua originalità. il proverbio indica una grande verità, semplice da esprimere ma non così semplice da applicare. Ogni nuvola infatti copre il sole e porta ombra; nonostante questo però ha un lato argenteo che riluce e lascia trasparire un po' di luce.
Il gioco è scoprire dove sia questo lato argenteo.

I proverbi esprimono la saggezza popolare, sedimentata nel corso degli anni e sono la nostra storia. La nostra storia allora ci ricorda che ogni volta che sembra di vedere più scuro, c'è sempre un piccolo lato argenteo.
Forse ora non lo vediamo ed è difficile trovarlo, ma provare a cercarlo non costa nulla.

Artiolo e foto di © Marco Facoetti - 20 marzo 2020

linda
 

MEMORIA

La natura senza chiederlo sa darci risposte sorprendenti.
Gli alberi ci insegnano per esempio come funziona la memoria.
Quando eravamo bambini, a scuola o nei boschi con mamma e papà, abbiamo scoperto che ogni albero, aumenta in grandezza anno dopo anno. Piano piano da un piccolo fusto diventa un albero maestoso su cui gli uccelli possono fare i loro nidi.
Abbiamo poi scoperto, guardando le sezioni dei tronchi, che man mano cresce l'albero conserva memoria di ciò che ha passato. Ogni anello è diverso dagli altri: alcuni ricordano anni prosperi, altri anni in cui le condizioni climatiche non sono state così favorevoli.
Ma l'albero conserva tutto: non importa che sia stato bello o brutto, tutto è servito per diventare quello che è.
Siamo anche noi così anche se non ce ne accorgiamo: di tutto quello che viviamo resta una traccia in noi.
Qualcosa lo vorremmo dimenticare se potessimo.
Ma l'albero ci insegna che anche quello è servito per diventare chi oggi siamo.

Articolo e foto di ©Marco Facoetti - 18 marzo 2020

linda
 

TEMPO

Una grande sfida per l'uomo lungo i secoli è stata quella di rendere visibile l'invisibile.
Tutto ciò che sotto molti aspetti non può essere visto, l'uomo ha cercato di raffigurarlo o raccontarlo: Dio, le emozioni, l'anima.
Anche il tempo ha subito la stesa sorte: nessuno lo può vedere ma tutti lo vogliono rappresentare.
Pensiamo alla nostra vita quotidiana: agende, orologi, calendari, tabelle orarie: tanti modi (necessari) per dare un volto a ciò che non si vede. In alcune occasioni però il tempo lo percepiamo di più del solito e lo sentiamo sulla nostra pelle.
Il tempo allora diventa una sfida e un'opportunità.
Un'opportunità perché diventa lo spazio in cui far accadere eventi che altrove non potrebbero accadere. Ma diventa anche una sfida: il tempo ci spinge infatti a ripensarci e a chiederci cosa è degno della nostra attenzione e per cui valga la pena investire parte della nostra vita.
Così anche in questo momento per chi è chiamato a fare la sua parte fermandosi il tempo diventa questo: opportunità e sfida.
E tu come lo percepisci? Più come sfida o come opportunità?

Articolo di ©Marco Facoetti - 17 marzo 2020
Foto: un fotogramma del film "Ombra e il Poeta"

linda
 

VENTO

In questi giorni di mobilità ridotta, anche un dettaglio è capace di provocare una riflessione.
In una giornata di bel tempo come oggi è stato spontaneo affacciarsi alla finestra.
Ho così potuto scorgere da alcuni dettagli (le foglie degli alberi, alcune girandole sui balconi) che il vento, leggero e morbido, si stava alzando.
Questa piacevole brezza mi ha riportato alla mente che la leggerezza in giorni come questi è importante.

La leggerezza spesso è scambiata per banalità. Mi piace pensare però che non sia così. Anche un aquilone è leggero e solo così può librarsi in alto e prendere il volo. La leggerezza permette infatti di percepire anche ciò che è più flebile perché non viene detto con forza. La leggerezza può servire allora a cogliere ciò che di nuovo c'è, anche se non viene sbandierato a voce alta.
Perché in giornate che sembrano in apparenza scorrere le une uguali alle altre la leggerezza ci può aiutare a vedere qualcosa di nuovo.
E questo può farci solo che del bene.

Articolo di ©Marco Facoetti - 16 marzo 2020
Ffoto: un fotogramma del film "Ombra e il Poeta"

linda
 

CASUALMENTE

Quando hai tanto tempo a disposizione ti capita di trovare cose che hai da tempo in casa e di cui ne hai completamente scordato l'esistenza. Come questi dadi per raccontare le storie per esempio.

Per farla breve, casualmente trovi oggetti che casualmente erano finiti in tuo possesso (e che in caso come questo rappresentano il caso per eccellenza).
Troppe casualità.
Ma quando di tempo ne hai, anche una piccola casualità può regalarti qualcosa di nuovo: fa riaffiorare un ricordo di un tempo lontano, riaccende in te una passione che avevi dimenticato o addirittura può far nascere in te un nuovo interesse.
Allora ciò che era avvenuto casualmente può essere il principio di qualcosa di nuovo in te che non è più casuale ma lo hai voluto e cercato.
Ciò che allora era cominciato casualmente diventa una scelta. Dal caso all'opportunità di qualcosa di nuovo non passa molto.
Basta lasciarsi provocare.

Articol e foto di ©Marco Facoetti - 15 marzo 2020

linda
 

CERTEZZE

Sulla tastiera abbiamo a disposizione diversi segni grafici.
Sopra i tasti delle lettere, abbiamo i numeri e ad ogni numero è anche associato un segno.
Il primo numero è associato al primo segno: il punto esclamativo.
Sulla tastiera è all'opposto rispetto al punto interrogativo.
Come il punto di domanda anche questo non viene pronunciato.

Il punto esclamativo mi ricorda molto i fumetti: tante espressioni grafiche o versi dei protagonisti terminano con un punto esclamativo. Eppure non ricordo un tema in cui ne abbia usato uno.
Il punto esclamativo dice infatti la sorpresa. Esprime la reazione di fronte a qualcosa di inaspettato e imprevisto. Un po' come quando restiamo a bocca aperta e non sappiamo cosa dire. Il punto esclamativo esprime tutto questo.

Allora possiamo immaginare che se sula tastiera i segni ! e ? sono ai due punti opposti è perché chi ha immaginato i nostri computer è stato lì a pensare se aveva senso fare una cosa del genere.

Secondo me è perché il nostro ingegnere ha capito che le grandi domande della vita nascono da una sorpresa.
Se ci lasciamo sorprendere da tutto ciò che è inaspettato e ci lasciamo provocare possiamo fare in modo che dentro di noi nascano nuove domande e nuove provocazioni. Non c'è una domanda infatti se all'inizio non c'è una sorpresa. Non c'è ? se prima non c'è anche !

Articolo e Foto di ©Marco Facoetti - 13 marzo 2020

linda
 

DOMANDE

Non ho idea di quante volte nelle vostre giornate vedete il segno grafico del punto di domanda.
Dipende da tanti fattori (quanto leggi? Cosa guardi? Scrivi?). Sicuramente però lo stiamo sentendo in bocca a tante persone con cui abbiamo modo di parlare.
Il punto interrogativo infatti non lo si pronuncia ma dà alle nostre frasi un'enfasi e una sospensione che chiede a chi ci sta di fronte di aiutarci a scoprire qualcosa che non sappiamo.
E diciamocelo, siamo in un periodo in cui vorremmo sapere tante cose, ma dare risposte chiare non è sempre facile.
C'è però una domanda che risuona anche più forte in ognuno di noi: io cosa posso fare?
Perché anche chi non è direttamente coinvolto può e deve dare il suo contributo. Rispettando le regole, in primo luogo.
Ma ognuno può trovare il suo modo di fare la sua parte. Con molta semplicità e senza pretese io proverò a fare la mia, come ho già fatto in passato.
Qualche parola e qualche immagine per provare a pensare e a riflettere

Articolo e foto di ©Marco Facoetti - 12 marzo 2020

linda
 

TASSELLI

Non capita di farci caso solitamente. Ma se mi fermo a guardare il terreno su cui cammino, specie se non è naturale ma costruito dall’uomo mi renderò ben presto conto che ciò che ho di fronte non è un pezzo unico ma un insieme di tasselli.
A volte poi abbiamo anche deciso di sfruttare questa possibilità per farne dei piccoli capolavori artistici attraverso la tecnica del mosaico.
Ogni pezzo, per quanto piccolo è essenziale al tutto.
Ogni pezzo.
Quindi anche io, per quanto possa essere piccolo, posso fare qualcosa per chi mi sta vicino e chiedere a mia volta aiuto quando ne sento la necessità.
Solo così, se ognuno ci mette del suo e fa la sua parte ne può uscire un capolavoro. Su cui magari altri cammineranno senza pensarci troppo, ma io so che ho fatto la mia parte.
E ogni momento è buono per fare la propria parte.

Articolo di ©Marco Facoetti - 11 marzo 2020
Foto di © Gianni Caminiti

linda
 

LIMITI

Non piace a nessuno avere dei limiti. Specie se qualcuno ce li impone e non siamo noi a sceglierli.
In ogni fase della vita è così, ma in alcune lo sperimentiamo un po' di più.
Non ci piace perché preferiamo sognare di poter fare qualunque cosa.
Ma il limite è una dimensione umana e dobbiamo prenderne atto.
Così le cose che facciamo assumeranno una dimensione totalmente diversa.

Di esempi ne abbiamo tanti sotto gli occhi.
Per chi ha difficoltà di movimento anche fare una passeggiata può essere un grande risultato. Per chi è abituato a muoversi e a fare una vita dinamica anche stare tanti giorni in casa è un po' come superare il proprio limite.

Ma il limite ci definisce e, se anche con il tempo può essere superato, ci aiuta a capire chi siamo.
La fisica ce lo dimostra: un qualsiasi liquido ha bisogno di un contenitore che lo trattenga per avere una sua forma e consistenza e per permettere che possa essere utilizzato.
Una tazza ha una sua capacità massima e dunque è limitata. Ma se così non fosse sarebbe inutile: nessuno potrebbe berci.

Quindi no, nono sono i limiti a scrivere la nostra carta d'identità ma sicuramente ci aiutano a capire un po' più a fondo chi siamo.
Solo così, al momento opportuno e non prima, potremo superarli

Articolo e foto di ©Marco Facoetti - 10 marzo 2020

linda
 

IL SEGRETO DELLA PIZZA

Ogni capolavoro è tale perché ha il suo segreto. La cupola del duomo di Firenze costruita da Brunelleschi regge da secoli, quando allora nessuno ci credeva. Brunelleschi aveva il suo segreto. Così i quadri di Caravaggio: la società dell’epoca lì definì scandalosi e alcuni di essi andarono dunque distrutti; ma oggi i turisti fanno la fila per poterli vedere per qualche minuto. Caravaggio aveva il suo segreto. Così Michelangelo che estraeva dalla pietra figure di uomini per farne statue. Nessuno sapeva come, ma lui ci riusciva. Anche lui aveva il suo segreto.

Ogni opera d’arte che si rispetti ha il suo piccolo segreto che solo l’artista conosce. Questo segreto è quello che la rende stupenda davanti agli occhi delle persone. Tutti infatti sanno che c’è qualcosa che rende speciali queste opere, tanto da essere irripetibili. Tra le opere d’arte che la storia ci ha regalato ci sono anche le ricette, frutto dell’arte culinaria di ogni epoca e regione. Come gli artisti anche i cuochi hanno i loro piccoli segreti. Se ogni opera d’arte e ogni piatto ha un segreto, quale è il segreto della pizza?

Me lo sono chiesto a lungo e trovarlo non è stato facile. A prima vista infatti la pizza mi è sembrata un piatto semplice da fare: stendi la pasta, aggiungi il pomodoro, metti un po' di mozzarella e qualche condimento a scelta. Scaldi il forno, aspetti un po' e tutti in tavola! In fondo, mi dicevo, potrei farcela anche io con poco sforzo. Eppure sentivo che c’era qualcosa di più che mi sfuggiva. Sembrava impossibile: la ricetta era quella, cosa poteva mai mancare? Ripeti i passaggi e trova cosa non va: stendi la pasta, aggiungi il pomodoro… ma ancora le cose sembravano non tornare. Mi sono detto: va be’ lasciamo perdere che è meglio. Dopo qualche tempo è riaffiorato alla mente questo dilemma durante una serata in pizzeria con alcuni amici. Il cameriere parlava ed esponeva le qualità del nuovo impasto ad alta digeribilità: “il nostro impasto è lasciato lievitare per più tempo dei normali impasti…” e mentre parlava capii: il segreto era il tempo.

La pizza si fa con il lievito e il lievito ha bisogno di calma e di tempo per attivare il processo chimico che lo fa aumentare di consistenza. Il segreto della pizza è dunque questo: il tempo. Quando c’è un’attesa c’è sempre infatti dietro una cura. Così anche per la pizza, se serve tempo per produrre una buona pizza vuol dire che tanta più cura viene posta nella preparazione, tanto più buono sarà per il palato assaggiarla.

Quando mangeremo la nostra prossima pizza sarà allora più buona se ci ricorderemo che per farla ci è voluto del tempo e che in cucina tempo fa rima con cura.

Articolo e foto di ©Marco Facoetti - 4 marzo 2020

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I NOMI DELLA PAURA

Quando sono a casa la sera mi capita di guardare ogni tanto spezzoni di quiz televisivi. Tra le domande capita anche la domanda sui nomi delle paure. Per esempio: come si chiama la paura dei ragni? Se il concorrente è preparato dovrebbe rispondere “aracnofobia”. Oppure “cosa è la claustrofobia?” e in quel caso si risponderebbe correttamente dicendo: “la paura dei luoghi chiusi”. Tecnicamente parlando la fobia e la paura non sono la stessa cosa. Mi ha però colpito questo: l’uomo nel corso della storia ha speso tempo a coniare un nome specifico per ognuna delle paure più ricorrenti. Quasi a dire: abbiamo paura solo di quello che non conosciamo. Se diamo un nome alle cose ci illudiamo di conoscerle di più e la paura viene meno.

Ciò non toglie che le paure e le fobie che sono state scoperte sono tantissime e di tantissimi tipi. C’è chi ha paura di una cosa e chi di un’altra. C’è chi ha paura per ragioni che trovano radice nel suo passato. Come c’è anche chi ha paure che non hanno spiegazioni: come tutte le emozioni anche queste si sperimentano in determinate condizioni. Potremmo addirittura dire che ognuno ha paura nei confronti di qualcosa di diverso. Ciò che non fa paura a te, lo fa a me.

Così ognuno vive la propria paura in modo diverso dagli altri. Arriva infatti per tutti quel momento della vita in cui dobbiamo affrontare le nostre paure e fare un passo avanti. Farlo non è facile. Tutti però hanno la capacità di trovare un modo unico e singolare per affrontare le paure. Ognuno infatti vive le sue paure da solo e da solo trova un modo adatto per superarle. Da una parte c’è chi decide di farlo singolarmente. Non lo fa con cattiveria o superbia ma in quel momento della vita sente che è una cosa che deve fare da solo. Egli cerca in sé stesso le forze e le risorse migliori per affrontare quel nemico che da tempo lo aspetta nell’oscurità e fargli capire chi è che comanda. E come sempre accade, ogni tanto si vince e ogni tanto si perde.

Dall’altra parte c’è anche chi affronta le paure cercando una mano amica che possa accompagnarlo. In quei momenti capiamo che da soli non ce la facciamo e abbiamo bisogno di sentire accanto a noi qualcuno che ci vuol bene e ci dice nell’orecchio: “coraggio, ci sono io con te”. Questo amico tenendoci per mano non fa il lavoro al posto nostro. Sa che solo chi vive la paura può affrontarla. Ma sa anche che quando abbiamo qualcuno che cammina accanto a noi le cose sono più semplici. E se non siamo da soli, anche il mostro più brutto e spaventoso che ci possa essere fa un po' meno paura. Chissà che grazie alla paura non scopriamo di avere vicino a noi un amico che nemmeno sapevamo di avere.

La paura ci aiuta a riscoprire chi davvero ci vuol bene. Perché nel momento più buio non se ne va. Perché capisce quando da soli non ce la facciamo. Perché sa che ogni peso, per quanto ingombrante possa essere, se lo si porta in due è un po' più leggero. Il vero coraggio non sta dunque nel compiere imprese straordinarie ma nello stare accanto a chi ha paura e tenergli la mano.

Quando allora ci capiterà di avere paura basterà tendere la nostra mano e chi meno ce l’aspettiamo sarà lì pronto a stringerla.

Articolo e foto di ©Marco Facoetti - 21 febbraio 2020
Editing della foto Chiara Resenterra

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LA RELAZIONE E’ UNA
CATEGORIA ACCIDENTALE?

Cercare di definire cosa sia una relazione è un vero esercizio di prospettiva. Nel corso dei miei studi filosofici mi sono imbattuto in Aristotele. Il grande filosofo greco quando prova a spiegare quali siano le caratteristiche tipiche di ogni ente, definisce la relazione come una categoria “accidentale”. In altre parole secondo lui ogni essere (anche l’uomo) è sempre in relazione con gli altri esseri; tuttavia questa caratteristica è “accidentale”: anche quando si entra in relazione la propria identità non cambia (non me ne vogliano i professori di filosofia se c’è qualche imprecisione).

Ovviamente la filosofia ha fatto dei passaggi significativi nei secoli successivi, ma sono rimasto comunque colpito da questa affermazione. Mi sono lasciato infatti suggestionare da questo pensiero e mi sono chiesto: è mai possibile che le relazioni che viviamo non cambino un po' di noi stessi e della nostra identità? E in fondo cosa può essere davvero una relazione?

Ho pensato allora ad un’immagine simbolica: due fiammiferi che ardono l’uno accanto all’altro. I fiammiferi sono differenti, ognuno è autonomo e indipendente e da solo ha tutto quello che gli serve per poter dare origine ad una fiamma autonoma. Eppure se li metto accanto, non vedo due fiamme distinte ma in maniera naturale vedo un’unica fiamma che nasce dalle singole fiamme dei due fiammiferi. Da due fiammiferi quindi nasce una sola fiamma.

Allo stesso modo anche le relazioni che viviamo, dalle più intense alle più marginali. Ogni persona è come un fiammifero che vive e porta in sé desideri, sogni, emozioni, progetti come anche paure, ansie e preoccupazioni che si manifestano nella vita di tutti i giorni. Queste emozioni e sentimenti sono quelli che bruciano più intensamente in noi e ci danno vita. Ma come noi anche chi ci sta accanto vive emozioni e sentimenti propri. Senza che nessuno lo decida però ci capita di trovarci a fianco l’uno all’altro. E in quel momento, (in misure differenti a seconda dei contesti e delle persone coinvolte) ciò che ci brucia dentro incontra ciò che brucia dentro a chi mi sta accanto. E se da fuori può sembrare qualcosa di normale (ogni fiamma di un fiammifero in fondo sembra uguale a quella di tante altre) per chi vive quell’incontro succede un evento unico e irripetibile. In fondo per quanto ogni tanto sfuggano dalla comprensione più superficiale le relazioni non sono altro che questo: un bruciare insieme e condividere quello che si agita dentro di noi. Infine, come tutte le fiamme che quando bruciano consumano irrevocabilmente ciò che le alimenta, così le relazioni quando nascono e vengono vissute in maniera vera ed autentica, cambiano per sempre chi le vive.

Questo succede con tutte le persone che incontriamo davvero e con cui condividiamo qualcosa di autentico (anche se piccolo) della nostra vita. Per ognuna di queste persone infatti potremmo interrogarci e trovare qualcosa di noi che è cambiato dopo averle conosciute.

Penso che il bello sia proprio questo: vivere le relazioni e lasciarsi cambiare da loro, dando qualcosa di noi stessi e ricevendo in cambio molto altro, per uscirne cambiati. A volte, poi, in questi incontri capita anche di incontrare qualche persone con cui riusciamo a bruciare in maniera più intensa e decidiamo di restarvi accanto molto più a lungo. Quando questo succede la fiamma che ne nasce è di un’intensità e di un calore particolare: in quel caso allora lo chiamiamo amore.

Quindi caro il mio Aristotele: avrai avuto anche le tue buone ragioni, ma forse le relazioni sono qualcosa di molto più profondo e radicale di quello che pensi. Ma in fondo anche tu nella tua vita lo avrai sperimentato.

Articolo e foto di ©Marco Facoetti - 5 febbraio 2020
editing della foto Chiara Resenterra

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APPARTENENZA

Dopo anni come animatore nei centri estivi impari migliaia di varianti dei medesimi semplici giochi.
Uno di questi è il classico percorso a staffetta: la squadra disposta in fila indiana si appresta a fare un percorso seguendo le varianti che di volta in volta gli animatori ti propongono. Una possibilità spesso usata è quella di far percorrere ai bambini il tragitto in coppie, legando con un nastro o un piede o un braccio della coppia.
Come si può immaginare in questo caso la difficoltà sarà camminare insieme e fare gesti semplici (se fatti da soli) che ora saranno un pochino più difficili: rispetto al solito non si è da soli a camminare.
Questo nastro che lega le coppie di bambini nel loro percorso mi sembra una bella immagine e suscita alcune riflessioni. In un mondo che propone come valore l’indipendenza da tutto e da tutti, a tutti i costi, riconoscere che apparteniamo a qualcun altro non è sempre così semplice. La nostra società si caratterizza sempre di più per una grande volatilità nelle relazioni di tutti i tipi: tu sei qualcuno per me (un amico, un collega…) solo se decido che tu lo sei. Altrimenti sconosciuti come prima. Tutto ciò nasconde l’illusione che, volendo, potremmo fare davvero a meno di tutti.

Eppure no. Le esperienze autentiche della vita ci dimostrano che spesso e volentieri le cose non stanno così. Già da piccoli scopriamo che non bastiamo a noi stessi e che qualcuno ci deve insegnare le piccole grandi cose della vita come mangiare, camminare, divertirsi. Crescendo scopriamo anche che se giochiamo da soli è bello, se lo facciamo con qualcun altro è più bello. Non solo: se lo facciamo con quell’amico o quell’amica che conosciamo da tanto tempo, con cui giochiamo sempre, anche nei giorni in cui il cielo è più grigio, riusciamo con lui a trovare un sorriso. Con gli anni poi, capita a qualcuno di capire che da soli si sta bene, ma che per stare davvero bene con noi stessi abbiamo anche bisogno di quella persona che con noi ha condiviso i momenti belli e brutti della vita, che ci conosce fino in fondo e che sa stare accanto a noi, senza dire niente ma trovando i gesti giusti per aiutarci.

Quindi si, da soli forse è più facile ma è quando stiamo con le persone a cui teniamo di più che riscopriamo noi stessi. In quel momento non abbiamo paura di riconoscere che apparteniamo davvero a loro perché loro sono una delle parti più belle della nostra vita. E se qualcuno ce lo chiedesse non avremmo a paura a dire: io gli/le appartengo.

Così anche i bambini “legati” che fanno il percorso a coppie: magari ancora non lo sanno e trovano fastidioso dover camminare ostacolati da un altro che gli sta attaccato. Ma sono fortunati: senza saperlo fanno esperienza che solo riconoscendo di appartenere a qualcuno riusciranno ad andare lontano.

Ma chi è davvero indipendente?
Tu vuoi essere indipendente
È poi felice chi è indipendente da tutto?
Indipendente
Dall'ossigeno
Dal denaro
Indipendente
Dal consiglio di un amico
Indipendente
Da un passaggio verso casa
Dalla donna che si sposa
Indipendente – N. Fabi

Articolo di ©Marco Facoetti - 28 gennaio 2020
Editing della foto Chiara Resenterra

Linda's Stories
 

INVERNO

La stagione invernale secondo me è una stagione “negativa”.

Provando a descrivere l’inverno sarebbe più facile infatti dire cosa non c’è, rispetto a quello che c’è. Il paragone con le altre stagioni rende bene l’idea: la primavera con il primo caldo porta nuova vita alla natura, l’estate è il manifestarsi pieno della natura, l’autunno raccoglie i frutti del caldo estivo. D’inverno niente di tutto questo. I bambini, con il loro modo di pensare semplice ma efficace ci possono essere molto d’aiuto; quando imparano la ciclicità delle stagioni, la rappresentano con i disegni degli alberi: un albero in fiore per la primavera, un albero pieno di foglie verdi per l’estate, un albero con meno foglie ma gialle e rosse per l’autunno. L’inverno, invece, è rappresentato da un albero senza foglie.

Un altro ambito significativo in questo senso è quello dell’agricoltura. Tralasciando le coltivazioni su grandi quantità, chi tra noi ha la passione dell’orto sa che questa stagione è forse la stagione in cui si può fare di meno: non nasceranno nuovi germogli né ci saranno frutti da raccogliere. Bisogna solo proteggere dal freddo e attendere.

Come spesso capita, la natura è un riflesso di quello che tutti possiamo vivere interiormente. In inverno le basse temperature e le condizioni climatiche più avverse scoraggiano dall'uscire e trascorrere tempo fuori.
La poca luce a disposizione durante il giorno fa emergere di più la nostra stanchezza.
Gli animali infatti vanno in letargo, noi, presi dalle nostre quotidiane attività, non ce lo possiamo permettere ma ci capita di sentire il bisogno di ritagliarci del tempo per noi stessi.
Queste condizioni obbiettive sembrerebbero la premessa per un periodo triste e negativo. Ma il limite può diventare una possibilità.

Quando la natura ci priva del superfluo, delle cose in più che solitamente abbiamo, ci ricordiamo di cosa è davvero importante per noi. Troviamo il tempo per mangiare qualcosa insieme alle persone che più ci sono care; condividiamo le cose belle che ci capitano con chi davvero ci sta a cuore, gustiamo di più i momenti che condividiamo. Quando fuori fa freddo, è naturale andare dalle persone a cui più teniamo per condividere con loro un po' di calore umano, che solo le relazioni vissute a pieno possono dare. L’inverno dunque ci toglie alcune cose.
Ma chi l’ha detto che sia una cosa negativa? Quando infatti perdiamo o scegliamo di fare a meno delle cose superficiali della nostra vita allora abbiamo l’occasione di chiederci: chi e che cosa conta davvero per me? Se sappiamo accogliere questa provocazione come un dono, allora potremo gustare un po' più a fondo la bellezza dell’inverno. Perché ogni limite ha sempre in sé una grande possibilità.

Articolo di ©Marco Facoetti - 10 gennaio 2020
Editing della foto Chiara Resenterra

Smania Perspective By marco

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