SmaniaPerspectives by Marco

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Pensieri e Aforismi del viaggio dentro l'uomo
a cura di Marco Facoetti

RINASCITA

di ©Marco Facoetti - 28 maggio 2020

Nella vita di una persona alcuni momenti restano nella memoria in maniera indelebile. Tanti momenti rituali scandiscono la nostra vita e segnano il nostro cammino.
Ma i momenti più importanti sono quelli che meno ci aspettiamo e più difficili da definire: sono quando le persone rinascono.
Non è semplice stabilire quando avvengano: per qualcuno prima, per qualcun altro dopo. Ogni storia ha le sue particolarità che la rendono unica e ogni storia dunque ha la sua rinascita in una maniera unica, diversa dalle altre.

Ma quali sono gli ingredienti per poter rinascere?

Il primo ingrediente è la vita.
Possiamo rinascere solo quando viviamo a pieno la nostra vita, impegnando, progettando e dando il nostro meglio. Ogni persona ha in sé sogni, aspettative e progetti che nascono da ciò che vive ordinariamente. Si dice spesso che la vita vale solo se vissuta a pieno. Così per sperimentare veramente cosa sia la rinascita serve vivere appieno la propria vita, gustandola fino in fondo e sognando qualcosa di grande.

Il secondo è la sconfitta.
Quando proviamo a vivere la vita in maniera piena facciamo progetti e sogniamo un futuro in grande. Ma non sempre le cose vanno come avevamo previsto e quello che sembrava un bel sogno si rivela un’illusione. Quando meno ce lo aspettiamo i nostri piani vengono gettati in aria. Ogni tanto è colpa nostra, ogni tanto no. Succede allora un po' come succede ad una pianta: noi piantiamo il seme e sogniamo che col tempo possa diventare un grande albero in grado di dare frutto e ripararci dal sole nelle calde giornate d’estate. Ma capitano anche stagioni secche o troppo piovose che mettono in difficoltà il seme: può superare queste difficoltà ma non sempre ce la fa.

Solo quando la sconfitta mette a dura prova la vita vissuta a pieno entra in campo il terzo ingrediente della rinascita: la scelta. Le sconfitte capitano, ma la rinascita non capita. Quando subiamo una battuta di arresto possiamo ripartire o fermarci: la differenza sta solo in quello che scegliamo di fare. Quando le sfortune o le difficoltà sembrano avere la meglio su di noi c’è un solo modo per ripartire: prendere in mano la nostra vita e scegliere con decisione di ripartire. Non è mai facile: rischiamo spesso di fermarci di fronte alla sconfitta e ci sembra di non avere la forza di ripartire. Ma è se vogliamo ricominciare a vivere una vita piena come quella che stavamo vivendo prima di essere sconfitti e di cadere, è necessario scegliere di ripartire.

La realtà che stiamo vivendo ci parla di una rinascita che deve avvenire e che vogliamo che succeda in tempi brevi. E ci sembra di doverlo fare come se fosse la prima volta. Forse sarà davvero la prima volta che avverrà in questo modo; ma basta guardare dentro di noi per scoprire che non è così. Nella nostra vita abbiamo già vissuto delle piccole e grandi sconfitte. Ma queste non ci hanno impedito di fermarci e di bloccarci: siamo andati avanti inventando nuovi modi di essere e scoprendo che dentro di noi c’erano risorse che nemmeno pensavamo di avere.

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IMMAGINARE

di ©Marco Facoetti - 22 aprile 2020

Una delle cose che preferisco in assoluto è avere a disposizione un grande spazio su cui poter liberamente scrivere, cancellare, disegnare, fare e anche sbagliare. In questo scopo le lavagne sono le mie preferite perché puoi fare e rifare tante volte quante ne vuoi.
Ma immaginare e rappresentare di conseguenza non è sempre semplice; perché non sempre le cose vanno bene e non sempre abbiamo chiaro in noi quello che vogliamo. Anche i bambini lo sanno bene: spesso se dici a un bambino "fai un disegno" potrebbe risponderti "non so cosa disegnare".
Anche oggi per noi immaginare non è semplice: le incertezze e i dubbi sono tanti. Ma dobbiamo provarci: solo così potremo regalarci ila possibilità di sentirci liberi nel nostro domani.

foto: un disegno di Elia Caminiti

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RITMO

di ©Marco Facoetti - 25 marzo 2020

Quando le nostre abitudini cambiano la prima cosa che perdiamo e dobbiamo ritrovare è il ritmo.
Ognuno ha la sua routine che va avanti senza sosta alternando i vari momenti e situazioni che compongono la nostra vita. Un po' ci pesa e un po' ci piace ma sappiamo che è così e non ci possiamo fare granché.
Quando poi succede qualcosa di imprevisto che ci obbliga a modificarlo, capita di andare il tilt.

Pensiamo alla musica: ogni composizione musicale ha un ritmo che ne consente lo svolgersi.
Può cambiare? Sì, ed in tal caso il brano non è facile da eseguire ma si arricchisce.
Così anche noi: possiamo cambiare ritmo alle nostre abitudini?
Sì e nemmeno per noi è facile. Ma nessuno ha detto che dietro non ci sia una ricchezza inaspettata.

foto: un fotogramma del film "Ombra e il Poeta"

linda

ORIZZONTE

di ©Marco Facoetti - 23 marzo 2020

Quando sei in viaggio una delle cose più belle (almeno per me) è scrutare l'orizzonte.
Guardi davanti a te e cerchi di capire cosa ti aspetta nel tuo viaggio: monti, case, paesi. A volte però l'orizzonte ti inganna perchè non è l'esatte descrizione di quello che troverai. Puoi sempre trovare sul tuo cammino un paese che da lontano non si vedeva o fare esperienze inaspettate.
L'orizzonte offre quindi un assaggio che non esaurisce l'esperienza.
Sta a te scegliere se fidarti o meno di quello che ti trovi davanti per continuare nel cammino.

foto: un fotogramma del film "Ombra e il Poeta"

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IL LATO ARGENTEO DELLE NUVOLE

di ©Marco Facoetti - 20 marzo 2020

Qualche anno fa guardando un film imparai un modo di dire tipico della lingua anglosassone: ogni nuvola ha un orlo argentato.
L'espressione mi colpì molto per la sua originalità. il proverbio indica una grande verità, semplice da esprimere ma non così semplice da applicare. Ogni nuvola infatti copre il sole e porta ombra; nonostante questo però ha un lato argenteo che riluce e lascia trasparire un po' di luce.
Il gioco è scoprire dove sia questo lato argenteo.

I proverbi esprimono la saggezza popolare, sedimentata nel corso degli anni e sono la nostra storia. La nostra storia allora ci ricorda che ogni volta che sembra di vedere più scuro, c'è sempre un piccolo lato argenteo.
Forse ora non lo vediamo ed è difficile trovarlo, ma provare a cercarlo non costa nulla.

foto di Marco Facoetti

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MEMORIA

di ©Marco Facoetti - 18 marzo 2020

La natura senza chiederlo sa darci risposte sorprendenti.
Gli alberi ci insegnano per esempio come funziona la memoria.
Quando eravamo bambini, a scuola o nei boschi con mamma e papà, abbiamo scoperto che ogni albero, aumenta in grandezza anno dopo anno. Piano piano da un piccolo fusto diventa un albero maestoso su cui gli uccelli possono fare i loro nidi.
Abbiamo poi scoperto, guardando le sezioni dei tronchi, che man mano cresce l'albero conserva memoria di ciò che ha passato. Ogni anello è diverso dagli altri: alcuni ricordano anni prosperi, altri anni in cui le condizioni climatiche non sono state così favorevoli.
Ma l'albero conserva tutto: non importa che sia stato bello o brutto, tutto è servito per diventare quello che è.
Siamo anche noi così anche se non ce ne accorgiamo: di tutto quello che viviamo resta una traccia in noi.
Qualcosa lo vorremmo dimenticare se potessimo.
Ma l'albero ci insegna che anche quello è servito per diventare chi oggi siamo.

foto di Marco Facoetti

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TEMPO

di ©Marco Facoetti - 17 marzo 2020

Una grande sfida per l'uomo lungo i secoli è stata quella di rendere visibile l'invisibile.
Tutto ciò che sotto molti aspetti non può essere visto, l'uomo ha cercato di raffigurarlo o raccontarlo: Dio, le emozioni, l'anima.
Anche il tempo ha subito la stesa sorte: nessuno lo può vedere ma tutti lo vogliono rappresentare.
Pensiamo alla nostra vita quotidiana: agende, orologi, calendari, tabelle orarie: tanti modi (necessari) per dare un volto a ciò che non si vede. In alcune occasioni però il tempo lo percepiamo di più del solito e lo sentiamo sulla nostra pelle.
Il tempo allora diventa una sfida e un'opportunità.
Un'opportunità perché diventa lo spazio in cui far accadere eventi che altrove non potrebbero accadere. Ma diventa anche una sfida: il tempo ci spinge infatti a ripensarci e a chiederci cosa è degno della nostra attenzione e per cui valga la pena investire parte della nostra vita.
Così anche in questo momento per chi è chiamato a fare la sua parte fermandosi il tempo diventa questo: opportunità e sfida.
E tu come lo percepisci? Più come sfida o come opportunità?

foto: un fotogramma del film "Ombra e il Poeta"

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VENTO

di ©Marco Facoetti - 16 marzo 2020

In questi giorni di mobilità ridotta, anche un dettaglio è capace di provocare una riflessione.
In una giornata di bel tempo come oggi è stato spontaneo affacciarsi alla finestra.
Ho così potuto scorgere da alcuni dettagli (le foglie degli alberi, alcune girandole sui balconi) che il vento, leggero e morbido, si stava alzando.
Questa piacevole brezza mi ha riportato alla mente che la leggerezza in giorni come questi è importante.

La leggerezza spesso è scambiata per banalità. Mi piace pensare però che non sia così. Anche un aquilone è leggero e solo così può librarsi in alto e prendere il volo. La leggerezza permette infatti di percepire anche ciò che è più flebile perché non viene detto con forza. La leggerezza può servire allora a cogliere ciò che di nuovo c'è, anche se non viene sbandierato a voce alta.
Perché in giornate che sembrano in apparenza scorrere le une uguali alle altre la leggerezza ci può aiutare a vedere qualcosa di nuovo.
E questo può farci solo che del bene.

foto: un fotogramma del film "Ombra e il Poeta"

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CASUALMENTE

di ©Marco Facoetti - 15 marzo 2020

Quando hai tanto tempo a disposizione ti capita di trovare cose che hai da tempo in casa e di cui ne hai completamente scordato l'esistenza. Come questi dadi per raccontare le storie per esempio.

Per farla breve, casualmente trovi oggetti che casualmente erano finiti in tuo possesso (e che in caso come questo rappresentano il caso per eccellenza).
Troppe casualità.
Ma quando di tempo ne hai, anche una piccola casualità può regalarti qualcosa di nuovo: fa riaffiorare un ricordo di un tempo lontano, riaccende in te una passione che avevi dimenticato o addirittura può far nascere in te un nuovo interesse.
Allora ciò che era avvenuto casualmente può essere il principio di qualcosa di nuovo in te che non è più casuale ma lo hai voluto e cercato.
Ciò che allora era cominciato casualmente diventa una scelta. Dal caso all'opportunità di qualcosa di nuovo non passa molto.
Basta lasciarsi provocare.

foto di Marco Facoetti

linda

CERTEZZE

di ©Marco Facoetti - 13 marzo 2020

Sulla tastiera abbiamo a disposizione diversi segni grafici.
Sopra i tasti delle lettere, abbiamo i numeri e ad ogni numero è anche associato un segno.
Il primo numero è associato al primo segno: il punto esclamativo.
Sulla tastiera è all'opposto rispetto al punto interrogativo.
Come il punto di domanda anche questo non viene pronunciato.

Il punto esclamativo mi ricorda molto i fumetti: tante espressioni grafiche o versi dei protagonisti terminano con un punto esclamativo. Eppure non ricordo un tema in cui ne abbia usato uno.
Il punto esclamativo dice infatti la sorpresa. Esprime la reazione di fronte a qualcosa di inaspettato e imprevisto. Un po' come quando restiamo a bocca aperta e non sappiamo cosa dire. Il punto esclamativo esprime tutto questo.

Allora possiamo immaginare che se sula tastiera i segni ! e ? sono ai due punti opposti è perché chi ha immaginato i nostri computer è stato lì a pensare se aveva senso fare una cosa del genere.

Secondo me è perché il nostro ingegnere ha capito che le grandi domande della vita nascono da una sorpresa.
Se ci lasciamo sorprendere da tutto ciò che è inaspettato e ci lasciamo provocare possiamo fare in modo che dentro di noi nascano nuove domande e nuove provocazioni. Non c'è una domanda infatti se all'inizio non c'è una sorpresa. Non c'è ? se prima non c'è anche !

Foto di Marco Facoetti

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DOMANDE

di ©Marco Facoetti - 12 marzo 2020

Non ho idea di quante volte nelle vostre giornate vedete il segno grafico del punto di domanda.
Dipende da tanti fattori (quanto leggi? Cosa guardi? Scrivi?). Sicuramente però lo stiamo sentendo in bocca a tante persone con cui abbiamo modo di parlare.
Il punto interrogativo infatti non lo si pronuncia ma dà alle nostre frasi un'enfasi e una sospensione che chiede a chi ci sta di fronte di aiutarci a scoprire qualcosa che non sappiamo.
E diciamocelo, siamo in un periodo in cui vorremmo sapere tante cose, ma dare risposte chiare non è sempre facile.
C'è però una domanda che risuona anche più forte in ognuno di noi: io cosa posso fare?
Perché anche chi non è direttamente coinvolto può e deve dare il suo contributo. Rispettando le regole, in primo luogo.
Ma ognuno può trovare il suo modo di fare la sua parte. Con molta semplicità e senza pretese io proverò a fare la mia, come ho già fatto in passato.
Qualche parola e qualche immagine per provare a pensare e a riflettere

Foto di Marco Facoetti

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TASSELLI

di ©Marco Facoetti - 11 marzo 2020

Non capita di farci caso solitamente. Ma se mi fermo a guardare il terreno su cui cammino, specie se non è naturale ma costruito dall’uomo mi renderò ben presto conto che ciò che ho di fronte non è un pezzo unico ma un insieme di tasselli.
A volte poi abbiamo anche deciso di sfruttare questa possibilità per farne dei piccoli capolavori artistici attraverso la tecnica del mosaico.
Ogni pezzo, per quanto piccolo è essenziale al tutto.
Ogni pezzo.
Quindi anche io, per quanto possa essere piccolo, posso fare qualcosa per chi mi sta vicino e chiedere a mia volta aiuto quando ne sento la necessità.
Solo così, se ognuno ci mette del suo e fa la sua parte ne può uscire un capolavoro. Su cui magari altri cammineranno senza pensarci troppo, ma io so che ho fatto la mia parte.
E ogni momento è buono per fare la propria parte.

Foto di Gianni Caminiti

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LIMITI

di ©Marco Facoetti - 10 marzo 2020

Non piace a nessuno avere dei limiti. Specie se qualcuno ce li impone e non siamo noi a sceglierli.
In ogni fase della vita è così, ma in alcune lo sperimentiamo un po' di più.
Non ci piace perché preferiamo sognare di poter fare qualunque cosa.
Ma il limite è una dimensione umana e dobbiamo prenderne atto.
Così le cose che facciamo assumeranno una dimensione totalmente diversa.

Di esempi ne abbiamo tanti sotto gli occhi.
Per chi ha difficoltà di movimento anche fare una passeggiata può essere un grande risultato. Per chi è abituato a muoversi e a fare una vita dinamica anche stare tanti giorni in casa è un po' come superare il proprio limite.

Ma il limite ci definisce e, se anche con il tempo può essere superato, ci aiuta a capire chi siamo.
La fisica ce lo dimostra: un qualsiasi liquido ha bisogno di un contenitore che lo trattenga per avere una sua forma e consistenza e per permettere che possa essere utilizzato.
Una tazza ha una sua capacità massima e dunque è limitata. Ma se così non fosse sarebbe inutile: nessuno potrebbe berci.

Quindi no, nono sono i limiti a scrivere la nostra carta d'identità ma sicuramente ci aiutano a capire un po' più a fondo chi siamo.
Solo così, al momento opportuno e non prima, potremo superarli

Foto di Marco Facoetti

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IL SEGRETO DELLA PIZZA

di ©Marco Facoetti - 4 marzo 2020

Ogni capolavoro è tale perché ha il suo segreto. La cupola del duomo di Firenze costruita da Brunelleschi regge da secoli, quando allora nessuno ci credeva. Brunelleschi aveva il suo segreto. Così i quadri di Caravaggio: la società dell’epoca lì definì scandalosi e alcuni di essi andarono dunque distrutti; ma oggi i turisti fanno la fila per poterli vedere per qualche minuto. Caravaggio aveva il suo segreto. Così Michelangelo che estraeva dalla pietra figure di uomini per farne statue. Nessuno sapeva come, ma lui ci riusciva. Anche lui aveva il suo segreto.

Ogni opera d’arte che si rispetti ha il suo piccolo segreto che solo l’artista conosce. Questo segreto è quello che la rende stupenda davanti agli occhi delle persone. Tutti infatti sanno che c’è qualcosa che rende speciali queste opere, tanto da essere irripetibili. Tra le opere d’arte che la storia ci ha regalato ci sono anche le ricette, frutto dell’arte culinaria di ogni epoca e regione. Come gli artisti anche i cuochi hanno i loro piccoli segreti. Se ogni opera d’arte e ogni piatto ha un segreto, quale è il segreto della pizza?

Me lo sono chiesto a lungo e trovarlo non è stato facile. A prima vista infatti la pizza mi è sembrata un piatto semplice da fare: stendi la pasta, aggiungi il pomodoro, metti un po' di mozzarella e qualche condimento a scelta. Scaldi il forno, aspetti un po' e tutti in tavola! In fondo, mi dicevo, potrei farcela anche io con poco sforzo. Eppure sentivo che c’era qualcosa di più che mi sfuggiva. Sembrava impossibile: la ricetta era quella, cosa poteva mai mancare? Ripeti i passaggi e trova cosa non va: stendi la pasta, aggiungi il pomodoro… ma ancora le cose sembravano non tornare. Mi sono detto: va be’ lasciamo perdere che è meglio. Dopo qualche tempo è riaffiorato alla mente questo dilemma durante una serata in pizzeria con alcuni amici. Il cameriere parlava ed esponeva le qualità del nuovo impasto ad alta digeribilità: “il nostro impasto è lasciato lievitare per più tempo dei normali impasti…” e mentre parlava capii: il segreto era il tempo.

La pizza si fa con il lievito e il lievito ha bisogno di calma e di tempo per attivare il processo chimico che lo fa aumentare di consistenza. Il segreto della pizza è dunque questo: il tempo. Quando c’è un’attesa c’è sempre infatti dietro una cura. Così anche per la pizza, se serve tempo per produrre una buona pizza vuol dire che tanta più cura viene posta nella preparazione, tanto più buono sarà per il palato assaggiarla.

Quando mangeremo la nostra prossima pizza sarà allora più buona se ci ricorderemo che per farla ci è voluto del tempo e che in cucina tempo fa rima con cura.

Foto di Marco Facoetti

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I NOMI DELLA PAURA

di ©Marco Facoetti - 21 febbraio 2020

Quando sono a casa la sera mi capita di guardare ogni tanto spezzoni di quiz televisivi. Tra le domande capita anche la domanda sui nomi delle paure. Per esempio: come si chiama la paura dei ragni? Se il concorrente è preparato dovrebbe rispondere “aracnofobia”. Oppure “cosa è la claustrofobia?” e in quel caso si risponderebbe correttamente dicendo: “la paura dei luoghi chiusi”. Tecnicamente parlando la fobia e la paura non sono la stessa cosa. Mi ha però colpito questo: l’uomo nel corso della storia ha speso tempo a coniare un nome specifico per ognuna delle paure più ricorrenti. Quasi a dire: abbiamo paura solo di quello che non conosciamo. Se diamo un nome alle cose ci illudiamo di conoscerle di più e la paura viene meno.

Ciò non toglie che le paure e le fobie che sono state scoperte sono tantissime e di tantissimi tipi. C’è chi ha paura di una cosa e chi di un’altra. C’è chi ha paura per ragioni che trovano radice nel suo passato. Come c’è anche chi ha paure che non hanno spiegazioni: come tutte le emozioni anche queste si sperimentano in determinate condizioni. Potremmo addirittura dire che ognuno ha paura nei confronti di qualcosa di diverso. Ciò che non fa paura a te, lo fa a me.

Così ognuno vive la propria paura in modo diverso dagli altri. Arriva infatti per tutti quel momento della vita in cui dobbiamo affrontare le nostre paure e fare un passo avanti. Farlo non è facile. Tutti però hanno la capacità di trovare un modo unico e singolare per affrontare le paure. Ognuno infatti vive le sue paure da solo e da solo trova un modo adatto per superarle. Da una parte c’è chi decide di farlo singolarmente. Non lo fa con cattiveria o superbia ma in quel momento della vita sente che è una cosa che deve fare da solo. Egli cerca in sé stesso le forze e le risorse migliori per affrontare quel nemico che da tempo lo aspetta nell’oscurità e fargli capire chi è che comanda. E come sempre accade, ogni tanto si vince e ogni tanto si perde.

Dall’altra parte c’è anche chi affronta le paure cercando una mano amica che possa accompagnarlo. In quei momenti capiamo che da soli non ce la facciamo e abbiamo bisogno di sentire accanto a noi qualcuno che ci vuol bene e ci dice nell’orecchio: “coraggio, ci sono io con te”. Questo amico tenendoci per mano non fa il lavoro al posto nostro. Sa che solo chi vive la paura può affrontarla. Ma sa anche che quando abbiamo qualcuno che cammina accanto a noi le cose sono più semplici. E se non siamo da soli, anche il mostro più brutto e spaventoso che ci possa essere fa un po' meno paura. Chissà che grazie alla paura non scopriamo di avere vicino a noi un amico che nemmeno sapevamo di avere.

La paura ci aiuta a riscoprire chi davvero ci vuol bene. Perché nel momento più buio non se ne va. Perché capisce quando da soli non ce la facciamo. Perché sa che ogni peso, per quanto ingombrante possa essere, se lo si porta in due è un po' più leggero. Il vero coraggio non sta dunque nel compiere imprese straordinarie ma nello stare accanto a chi ha paura e tenergli la mano.

Quando allora ci capiterà di avere paura basterà tendere la nostra mano e chi meno ce l’aspettiamo sarà lì pronto a stringerla.

foto di © Marco Facoetti
editing della foto Chiara Resenterra

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LA RELAZIONE E’ UNA CATEGORIA ACCIDENTALE?

di ©Marco Facoetti - 5 febbraio 2020

Cercare di definire cosa sia una relazione è un vero esercizio di prospettiva. Nel corso dei miei studi filosofici mi sono imbattuto in Aristotele. Il grande filosofo greco quando prova a spiegare quali siano le caratteristiche tipiche di ogni ente, definisce la relazione come una categoria “accidentale”. In altre parole secondo lui ogni essere (anche l’uomo) è sempre in relazione con gli altri esseri; tuttavia questa caratteristica è “accidentale”: anche quando si entra in relazione la propria identità non cambia (non me ne vogliano i professori di filosofia se c’è qualche imprecisione).

Ovviamente la filosofia ha fatto dei passaggi significativi nei secoli successivi, ma sono rimasto comunque colpito da questa affermazione. Mi sono lasciato infatti suggestionare da questo pensiero e mi sono chiesto: è mai possibile che le relazioni che viviamo non cambino un po' di noi stessi e della nostra identità? E in fondo cosa può essere davvero una relazione?

Ho pensato allora ad un’immagine simbolica: due fiammiferi che ardono l’uno accanto all’altro. I fiammiferi sono differenti, ognuno è autonomo e indipendente e da solo ha tutto quello che gli serve per poter dare origine ad una fiamma autonoma. Eppure se li metto accanto, non vedo due fiamme distinte ma in maniera naturale vedo un’unica fiamma che nasce dalle singole fiamme dei due fiammiferi. Da due fiammiferi quindi nasce una sola fiamma.

Allo stesso modo anche le relazioni che viviamo, dalle più intense alle più marginali. Ogni persona è come un fiammifero che vive e porta in sé desideri, sogni, emozioni, progetti come anche paure, ansie e preoccupazioni che si manifestano nella vita di tutti i giorni. Queste emozioni e sentimenti sono quelli che bruciano più intensamente in noi e ci danno vita. Ma come noi anche chi ci sta accanto vive emozioni e sentimenti propri. Senza che nessuno lo decida però ci capita di trovarci a fianco l’uno all’altro. E in quel momento, (in misure differenti a seconda dei contesti e delle persone coinvolte) ciò che ci brucia dentro incontra ciò che brucia dentro a chi mi sta accanto. E se da fuori può sembrare qualcosa di normale (ogni fiamma di un fiammifero in fondo sembra uguale a quella di tante altre) per chi vive quell’incontro succede un evento unico e irripetibile. In fondo per quanto ogni tanto sfuggano dalla comprensione più superficiale le relazioni non sono altro che questo: un bruciare insieme e condividere quello che si agita dentro di noi. Infine, come tutte le fiamme che quando bruciano consumano irrevocabilmente ciò che le alimenta, così le relazioni quando nascono e vengono vissute in maniera vera ed autentica, cambiano per sempre chi le vive.

Questo succede con tutte le persone che incontriamo davvero e con cui condividiamo qualcosa di autentico (anche se piccolo) della nostra vita. Per ognuna di queste persone infatti potremmo interrogarci e trovare qualcosa di noi che è cambiato dopo averle conosciute.

Penso che il bello sia proprio questo: vivere le relazioni e lasciarsi cambiare da loro, dando qualcosa di noi stessi e ricevendo in cambio molto altro, per uscirne cambiati. A volte, poi, in questi incontri capita anche di incontrare qualche persone con cui riusciamo a bruciare in maniera più intensa e decidiamo di restarvi accanto molto più a lungo. Quando questo succede la fiamma che ne nasce è di un’intensità e di un calore particolare: in quel caso allora lo chiamiamo amore.

Quindi caro il mio Aristotele: avrai avuto anche le tue buone ragioni, ma forse le relazioni sono qualcosa di molto più profondo e radicale di quello che pensi. Ma in fondo anche tu nella tua vita lo avrai sperimentato.

Foto di ©Marco Facoetti
editing della foto Chiara Resenterra

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APPARTENENZA

di ©Marco Facoetti - 28 gennaio 2020

Dopo anni come animatore nei centri estivi impari migliaia di varianti dei medesimi semplici giochi.
Uno di questi è il classico percorso a staffetta: la squadra disposta in fila indiana si appresta a fare un percorso seguendo le varianti che di volta in volta gli animatori ti propongono. Una possibilità spesso usata è quella di far percorrere ai bambini il tragitto in coppie, legando con un nastro o un piede o un braccio della coppia.
Come si può immaginare in questo caso la difficoltà sarà camminare insieme e fare gesti semplici (se fatti da soli) che ora saranno un pochino più difficili: rispetto al solito non si è da soli a camminare.
Questo nastro che lega le coppie di bambini nel loro percorso mi sembra una bella immagine e suscita alcune riflessioni. In un mondo che propone come valore l’indipendenza da tutto e da tutti, a tutti i costi, riconoscere che apparteniamo a qualcun altro non è sempre così semplice. La nostra società si caratterizza sempre di più per una grande volatilità nelle relazioni di tutti i tipi: tu sei qualcuno per me (un amico, un collega…) solo se decido che tu lo sei. Altrimenti sconosciuti come prima. Tutto ciò nasconde l’illusione che, volendo, potremmo fare davvero a meno di tutti.

Eppure no. Le esperienze autentiche della vita ci dimostrano che spesso e volentieri le cose non stanno così. Già da piccoli scopriamo che non bastiamo a noi stessi e che qualcuno ci deve insegnare le piccole grandi cose della vita come mangiare, camminare, divertirsi. Crescendo scopriamo anche che se giochiamo da soli è bello, se lo facciamo con qualcun altro è più bello. Non solo: se lo facciamo con quell’amico o quell’amica che conosciamo da tanto tempo, con cui giochiamo sempre, anche nei giorni in cui il cielo è più grigio, riusciamo con lui a trovare un sorriso. Con gli anni poi, capita a qualcuno di capire che da soli si sta bene, ma che per stare davvero bene con noi stessi abbiamo anche bisogno di quella persona che con noi ha condiviso i momenti belli e brutti della vita, che ci conosce fino in fondo e che sa stare accanto a noi, senza dire niente ma trovando i gesti giusti per aiutarci.

Quindi si, da soli forse è più facile ma è quando stiamo con le persone a cui teniamo di più che riscopriamo noi stessi. In quel momento non abbiamo paura di riconoscere che apparteniamo davvero a loro perché loro sono una delle parti più belle della nostra vita. E se qualcuno ce lo chiedesse non avremmo a paura a dire: io gli/le appartengo.

Così anche i bambini “legati” che fanno il percorso a coppie: magari ancora non lo sanno e trovano fastidioso dover camminare ostacolati da un altro che gli sta attaccato. Ma sono fortunati: senza saperlo fanno esperienza che solo riconoscendo di appartenere a qualcuno riusciranno ad andare lontano.

Ma chi è davvero indipendente?
Tu vuoi essere indipendente
È poi felice chi è indipendente da tutto?
Indipendente
Dall'ossigeno
Dal denaro
Indipendente
Dal consiglio di un amico
Indipendente
Da un passaggio verso casa
Dalla donna che si sposa
Indipendente – N. Fabi

editing della foto Chiara Resenterra

Linda's Stories

INVERNO

di ©Marco Facoetti - 10 gennaio 2020

La stagione invernale secondo me è una stagione “negativa”.

Provando a descrivere l’inverno sarebbe più facile infatti dire cosa non c’è, rispetto a quello che c’è. Il paragone con le altre stagioni rende bene l’idea: la primavera con il primo caldo porta nuova vita alla natura, l’estate è il manifestarsi pieno della natura, l’autunno raccoglie i frutti del caldo estivo. D’inverno niente di tutto questo. I bambini, con il loro modo di pensare semplice ma efficace ci possono essere molto d’aiuto; quando imparano la ciclicità delle stagioni, la rappresentano con i disegni degli alberi: un albero in fiore per la primavera, un albero pieno di foglie verdi per l’estate, un albero con meno foglie ma gialle e rosse per l’autunno. L’inverno, invece, è rappresentato da un albero senza foglie.

Un altro ambito significativo in questo senso è quello dell’agricoltura. Tralasciando le coltivazioni su grandi quantità, chi tra noi ha la passione dell’orto sa che questa stagione è forse la stagione in cui si può fare di meno: non nasceranno nuovi germogli né ci saranno frutti da raccogliere. Bisogna solo proteggere dal freddo e attendere.

Come spesso capita, la natura è un riflesso di quello che tutti possiamo vivere interiormente. In inverno le basse temperature e le condizioni climatiche più avverse scoraggiano dall'uscire e trascorrere tempo fuori.
La poca luce a disposizione durante il giorno fa emergere di più la nostra stanchezza.
Gli animali infatti vanno in letargo, noi, presi dalle nostre quotidiane attività, non ce lo possiamo permettere ma ci capita di sentire il bisogno di ritagliarci del tempo per noi stessi.
Queste condizioni obbiettive sembrerebbero la premessa per un periodo triste e negativo. Ma il limite può diventare una possibilità.

Quando la natura ci priva del superfluo, delle cose in più che solitamente abbiamo, ci ricordiamo di cosa è davvero importante per noi. Troviamo il tempo per mangiare qualcosa insieme alle persone che più ci sono care; condividiamo le cose belle che ci capitano con chi davvero ci sta a cuore, gustiamo di più i momenti che condividiamo. Quando fuori fa freddo, è naturale andare dalle persone a cui più teniamo per condividere con loro un po' di calore umano, che solo le relazioni vissute a pieno possono dare. L’inverno dunque ci toglie alcune cose.
Ma chi l’ha detto che sia una cosa negativa? Quando infatti perdiamo o scegliamo di fare a meno delle cose superficiali della nostra vita allora abbiamo l’occasione di chiederci: chi e che cosa conta davvero per me? Se sappiamo accogliere questa provocazione come un dono, allora potremo gustare un po' più a fondo la bellezza dell’inverno. Perché ogni limite ha sempre in sé una grande possibilità.

editing della foto Chiara Resenterra

Smania Perspective By marco

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