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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐒𝐂𝐑𝐈𝐕𝐈 𝐈𝐋 𝐓𝐔𝐎 𝐂𝐔𝐑𝐑𝐈𝐂𝐔𝐋𝐔𝐌 𝐕𝐈𝐓𝐀𝐄 𝐂𝐎𝐍 𝐔𝐍𝐀 𝐏𝐑𝐄𝐒𝐄𝐍𝐓𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐄𝐅𝐅𝐈𝐂𝐀𝐂𝐄


Oggi parliamo di come descrivere in poche righe profilo professionale sul curriculum vitae europeo. Argomento assolutamente da non sottovalutare. E scopriremo perché.

Il sito Ladder, Inc, una interessante startup di cacciatori di teste (quelli che selezionano manager di alto livello e figure altamente qualificate) ha pubblicato nel 2018 uno studio interessantissimo in cui volevano capire quanto tempo ci mettesse mediamente un selezionatore per decidere se il CV che aveva sotto mano dovesse essere cestinato oppure letto con maggiore attenzione.

E sapete i risultati? Provate a indovinare…

Sei secondi. Sei secondi è il tempo in cui mediamente un recruiter riesce a capire che un determinato CV vale la pena di essere letto tutto oppure no.

Ci ho pensato un attimo e ho detto: è vero, ci sono degli elementi che ti fanno decidere fin da subito se un CV è efficace oppure no. E nel curriculum europeo ce n’è uno in particolare: le informazioni personali.

Per chiarirci le idee andiamo sulla sezione dati personali del formato Europass (che, vi ricordiamo, potete raggiungere a questo indirizzo: https://europa.eu/europass/en).

Leggiamo i due suggerimenti che vediamo cliccando sull’icona blu:

𝐼𝑙𝑙𝑢𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑒 𝑡𝑢𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒. 𝐷𝑒𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑖𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖 𝑒/𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖.
𝐸𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 1: 𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑢𝑛 𝑓𝑜𝑡𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑐𝑖𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑖𝑛 𝑓𝑜𝑡𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑎, 𝑟𝑖𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑒 𝑓𝑜𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎. 𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑖 𝑒 𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑙𝑎𝑛𝑡𝑖.
𝐸𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 2: 𝑀𝑖 𝑠𝑡𝑜 𝑙𝑎𝑢𝑟𝑒𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑛 𝑠𝑐𝑖𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑔𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑐𝑞𝑢𝑖𝑠𝑖𝑟𝑒 𝑒𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒..

Ma visto che non siamo soddisfatti e ci piace capire meglio come scrivere una presentazione efficace ecco in pratica alcuni suggerimenti.
1) La presentazione è la descrizione dell’identità professionale che volete comunicare. Voi avete tante identità e quella professionale è una di queste. Se non vi piace l’espressione identità professionale potete semplicemente chiamarla profilo professionale, non cambia nulla.
2) Per scrivere la vostra identità professionale bastano poche righe. Ve ne consiglio non più di tre o quattro.

La presentazione deve far capire subito chi siete in termini professionali.
Il problema che hanno moltissimi ragazzi è che, avendo poca esperienza e non del tutto le idee chiare su quello che vogliono fare “da grandi”, risulta difficile definirsi in una presentazione.
Ma non preoccupatevi, c’è una soluzione per tutto.

Qui c’è uno schema molto semplice che ho preparato per voi. Rispondete a queste domande.
1) Cercate un lavoro in linea con la vostra esperienza precedente? (Questo è il caso più semplice perché vi interessa andare in continuità con quello che già fate o avete fatto).
2) Cercate un impiego o una strada coerente con il vostro corso di studi ma avete poca o nulla esperienza? (Se la risposta è sì procedete mettendo in luce il vostro titolo, l’alternanza scuola lavoro ed eventuali altri lavori, attività di volontariato o hobby coerenti con il vostro campo di interesse).
3) Avete poca o nulla esperienza e non avete una idea ben chiara del vostro futuro? (Questo è un caso molto frequente ed è quello che, dal punto di vista di un career coach, rappresenta una delle sfide più interessanti).

Per cavarvela create una presentazione che metta in luce il vostro titolo di studio (se lo avete) e le esperienze svolte anche in contesto informale (scout, attività sportiva, gestione di pagine social o web in generale). In più sottolineate qualche competenza che avete maturato.
Per questo caso servirà un esempio in modo che vi chiariate meglio le idee.

Tempo fa ho seguito un ragazzo che aveva appena conseguito il diploma di maturità e durante i suoi studi aveva lavorato saltuariamente come PR per alcune discoteche. Il suo lavoro era promuovere l’attività del locale, creare liste di clienti e organizzare alcuni eventi, il tutto con una buona capacità di cavarsela in ogni situazione.
A un certo punto ha iniziato anche a lavorare alcune sere come aiuto cuoco.
Dopo un colloquio abbiamo deciso di sintetizzare la sua esperienza mettendo insieme un po’ tutto e poter creare se non una identità professionale vera e propria almeno una descrizione sintetica, a punti, delle sue esperienze.
Ed è venuta così.

“𝐍𝐞𝐨 𝐝𝐢𝐩𝐥𝐨𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐦𝐚𝐭𝐮𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐏𝐞𝐫𝐢𝐭𝐨 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐨𝐧𝐢𝐜𝐨-𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐨𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐞𝐝 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐧 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚-𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨.
𝐄𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐭𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞
𝐂𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢”

Prima di concludere vi lascio un compito.
Chiedetevi che cosa volete dalla vostra identità professionale.
Che cosa volete essere?
La vostra esperienza passata è coerente con i vostri progetti futuri oppure no?
Quali esperienze o titoli di studio possono secondo voi definire al meglio la vostra identità professionale?

Buon lavoro.


Articolo e immagine di © Fabio Regis 21 gennaio 2021
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐲

𝐌𝐀𝐍𝐎 𝐍𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐌𝐀𝐍𝐎


𝐼𝑙 𝑡𝑟𝑖𝑒𝑛𝑛𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑆𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎 𝑆𝑒𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝐼 𝑔𝑟𝑎𝑑𝑜 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 "𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑚𝑒𝑧𝑧𝑜" 𝑡𝑟𝑎 𝑙'𝑖𝑛𝑓𝑎𝑛𝑧𝑖𝑎 𝑒 𝑙'𝑎𝑑𝑜𝑙𝑒𝑠𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎: 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑢𝑛𝑛𝑖 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑃𝑟𝑖𝑚𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑖 𝑒 𝑖𝑛 𝑡𝑟𝑒 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑎 𝑒𝑠𝑝𝑟𝑖𝑚𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒, 𝑙𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑡𝑢𝑑𝑖𝑛𝑖, 𝑙𝑒 𝑠𝑓𝑢𝑚𝑎𝑡𝑢𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑎𝑙𝑖 𝑖𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑑𝑒𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑎𝑡𝑜 𝑒 𝑢𝑛𝑖𝑐𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑖 𝑔𝑒𝑛𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑙𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑜𝑛𝑜 𝑒 𝑓𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎𝑛𝑜 𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖.


Questa fatica nel riconoscere il "nuovo figlio", nel capirlo e accettarlo, sta alla base spesso delle incomprensioni scuola-famiglia, perchè tra i pari i ragazzi si relazionano in modo diverso che con i famigliari e a scuola esprimono il loro essere seguendo regole dettate dalle dinamiche di gruppo e stimoli diversi, come la competizione, il confronto, l’essere giudicati.
𝐋𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐞̀ 𝐩𝐚𝐥𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐭𝐚, 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚, 𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐮𝐧𝐧𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐧𝐨𝐦𝐨, 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐥'𝐚𝐩𝐩𝐨𝐠𝐠𝐢𝐨, 𝐥'𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐦𝐦𝐚 𝐞 𝐩𝐚𝐩𝐚̀.

Io sono docente e mamma, e mi rendo conto quanto si faccia più fatica ad accompagnare i propri figli nel cammino di crescita rispetto agli alunni; questo perchè con gli alunni si ha un 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑣𝑜𝑙𝑔𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜 mentre con i figli è un vero e proprio 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑣𝑜𝑙𝑔𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜 che pervade mamma e papà!
Gli insegnanti, giorno dopo giorno, anno dopo anno, imparano a guidare i ragazzi nel cambiamento e i genitori nell'accettazione di questo cambiamento. Spesso i genitori rimangono increduli davanti a episodi unici, rari, nuovi che i figli mettono in atto ma solo la fiducia nei docenti può aiutare nel riconoscere l'unicità del figlio.
𝐃𝐚 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐞 𝐝𝐚 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐢𝐧𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐢 𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐬𝐢𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐫𝐞𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐢 𝐫𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐢, 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐚𝐧𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐬𝐢 𝐚𝐟𝐟𝐢𝐚𝐧𝐜𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐞 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐚 𝐬𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚, 𝐦𝐚𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐧𝐨, 𝐧𝐞𝐥 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚.
Talvolta i genitori provano sentimenti di inadeguatezza quando per esempio vengono comunicate loro le difficoltà del figlio o comportamenti inadeguati messi in atto in ambito scolastico, provano un senso di colpa e vergogna e pensano di star fallendo. Ma gli insegnanti non giudicano lo stile educativo della famiglia, piuttosto collaborano e comprendono bisogni, difficoltà eventuali anche con il supporto degli specialisti (psicologi e pedagogisti) che li affiancano. Pertanto, esprimere disaccordo o perplessità sulle decisioni degli insegnanti può avere effetti negativi nel rapporto a tre ragazzo/famiglia/scuola.

𝐋𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐯𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐞𝐝 𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢.

A volte, però, alcuni genitori si sottraggono alle situazioni scomode di imbarazzo o di sensazione di essere giudicati, evitano il confronto e si rendono irreperibili, non partecipano a riunioni e non aderiscono ai colloqui. Chiedere consiglio e manifestare apertura e fiducia, collaborare coordinandosi è una delle strategie migliori per creare un buon rapporto in cui il ragazzo sia al centro delle fatiche emotive degli adulti.

𝐋𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐯𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐭𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨, 𝐚𝐟𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐞𝐦𝐞 𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐢𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚̀, 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢 𝐫𝐮𝐨𝐥𝐢 𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐟𝐢𝐝𝐮𝐜𝐢𝐚.

Il genitore ha il compito di sostenere e comprendere il figlio, il docente ha il compito di trasmettere conoscenze, aiutare nella crescita emotiva relazionale, rendere autonomo l'alunno.
Puntualizzare e criticare rispetto a programmi o metodi didattici o stili educativi sono errori comuni che andrebbero evitati: facciamo tutti un bel respiro, fidiamoci e confrontiamoci cosicchè il ragazzo possa sentirsi compreso, supportato e guidato da entrambe le parti!

Perchè il rapporto sia vissuto serenamente è importante comunicare le insicurezze e trovare insieme la strategia per aiutare il ragazzo a superare paure e difficoltà, evitiamo atteggiamenti di arroganza e prepotenza, non critichiamo il ruolo dei patners educativi.
La scuola ha un ruolo essenziale nella formazione delle future generazioni, ha competenze didattiche disciplinari e di gestione del gruppo e integra competenze educative che sono prerogativa della famiglia.
Come insegnanti trasmettiamo con entusiasmo e ottimismo il sostegno alle fatiche dei genitori, valorizziamo piccoli e grandi progressi didattici e disciplinari, sosteniamo e affianchiamo il progetto educativo famigliare, dimostriamo che non conta solo un bel voto ma partecipare con rispetto e coinvolgimento alla vita scolastica, manifestiamo sincero rispetto per l'operato dei genitori a cui sfugge di mano il figlio quale ermetico e misterioso adolescente, responsabilizziamo gli alunni stessi su compiti… prendiamo per mano e camminiamo insieme!.


Articolo e immagine di © Francesca Marazzi 19 gennaio 2021
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐄𝐥𝐞𝐧𝐚

𝐑𝐄𝐋𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀-𝐅𝐀𝐌𝐈𝐆𝐋𝐈𝐀: 𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐋𝐋𝐎𝐐𝐔𝐈𝐎 𝐈𝐍𝐃𝐈𝐕𝐈𝐃𝐔𝐀𝐋𝐄 𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐑𝐈𝐒𝐎𝐑𝐒𝐀


𝐷𝑎𝑙 𝑠𝑖𝑛𝑔𝑜𝑙𝑜 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑙’𝑖𝑑𝑒𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑣𝑜𝑙𝑔𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜, 𝑝𝑒𝑟𝑜̀ 𝑙’𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑚𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎𝑑 𝑢𝑛 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜, 𝑒̀ 𝑝𝑟𝑒𝑟𝑜𝑔𝑎𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑙𝑢𝑟𝑎𝑙𝑒: 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑠𝑖 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑟𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑙’𝑜𝑏𝑖𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑜.


La scuola e la famiglia si trovano ad avere in comune lo stesso obiettivo educativo: portare allo scoperto tutte quelle potenzialità del bambino che gli permetteranno di affrontare nel miglior modo possibile la vita.

Ma di chi si parla nel colloquio? Del figlio o dell’alunno?

In genere, l’insegnante si riferisce all’allievo, ai suoi compiti di apprendimento, alla sua maturazione cognitiva e affettiva, mentre il genitore racconta del proprio bambino, dei suoi progressi educativi, dei legami familiari, dei suoi hobbies o dei suoi interessi.
𝐋𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐢𝐥 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐫𝐚𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐞̀ 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐨𝐫𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐨𝐫𝐨. Non si potrà stabilire alcuna collaborazione efficace tra scuola e famiglia fino a quando il figlio non diventerà, per il genitore, un allievo in formazione: solo in questo modo il genitore sarà disponibile a considerare i bisogni del proprio figlio legati alla dimensione dell’apprendimento.
La collaborazione tra scuola e famiglia trova la sua massima espressione nel colloquio tra insegnanti e genitori ma i docenti, pur utilizzando lo strumento del colloquio in tutte le occasioni di incontro con i genitori, spesso ne ignorano i vantaggi e l’uso efficace.
𝐏𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐦𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐥𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐞𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐝’𝐚𝐧𝐢𝐦𝐨, 𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐞 𝐢𝐧𝐚𝐭𝐭𝐞𝐬𝐢.

Il colloquio didattico ha come obiettivo principale quello di confrontare e arricchire le conoscenze che gli interlocutori hanno sull’allievo al fine di indurre un mutamento di comportamenti.
Durante il colloquio, le prime conoscenze da acquisire sono quelle relative alla personalità dell’allievo, in quanto sia il genitore che l’insegnante ne hanno una percezione parziale.
L’insegnante conosce l’allievo solo con riferimento ai processi di apprendimento ma ridurre l’intera personalità del bambino all’allievo comporta una conoscenza circoscritta a precisi comportamenti in un determinato ambiente.
D’altro canto il genitore conosce il figlio come la persona che vive a casa ma non sa nulla dell’allievo alle prese con i grandi compiti dell’apprendimento.
𝐈𝐥 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐨𝐪𝐮𝐢𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐢̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐞𝐫 𝐨𝐬𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐠𝐥𝐢 𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐞 𝐢𝐧𝐝𝐮𝐫𝐫𝐞 𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐚 𝐨𝐬𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐞 𝐥𝐞𝐧𝐭𝐢.

Un secondo obiettivo di un colloquio didattico è quello di creare una relazione gratificante tra insegnante e genitore al fine di costruire un’alleanza favorevole al benessere dell’allievo a scuola.
Alla base di una relazione positiva c’è la comprensione dell'altro. Questo in genere predispone gli interlocutori a una 𝐫𝐞𝐜𝐢𝐩𝐫𝐨𝐜𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐦𝐩𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚.
Gran parte del buon risultato del colloquio didattico è affidato a qualità personali dell’insegnante, quali l’apertura mentale, la tranquillità, la naturalezza, l’immedesimarsi nella situazione sociale e culturale dell’altro, mostrando di sapere ascoltare e di avere interesse nei confronti dell'altro.
L’insegnante conduttore di un colloquio efficace mostra aspetti significativi: la capacità di prendersi cura dell'altro, la motivazione a seguire il proprio lavoro, impegnarsi nei compiti assegnati, la disponibilità a entrare in contatto con gli altri, l'attitudine a mettersi nei panni degli altri, la capacità di entrare empaticamente in relazione con l'altro, la padronanza a conservare un atteggiamento neutrale e rispettoso della persona.
Un buon conduttore di colloquio dovrebbe sostenere l'accoglienza dei sentimenti dei genitori a volte contraddittori e complessi, cogliendone le ansie e le paure che si celano dietro le resistenze o le critiche, senza intenderle come attacco alla propria professionalità.

Quindi, quali sono le basi di un buon colloquio scuola-famiglia? Quali sono le fondamenta di un 𝐂𝐎𝐋𝐋𝐎𝐐𝐔𝐈𝐎 𝐏𝐀𝐑𝐓𝐄𝐂𝐈𝐏𝐀𝐓𝐎?

- Per rendere concreta la partecipazione delle famiglie al percorso formativo del proprio bambino, occorre individuare modalità e strumenti che, nel profondo rispetto dei reciproci ruoli, consentano di dar vita al dialogo educativo e di mantenerlo nel tempo.
- Tale dialogo non si improvvisa, è il risultato di un percorso che parte dalla costruzione della fiducia, del rispetto e della disponibilità all’ascolto e dal confronto aperto tra le aspettative dei genitori e l’offerta formativa della scuola.
- Questo è valido per ogni bambino e in particolare, diventa essenziale quando ci troviamo di fronte a bambini con bisogni educativi speciali.
- Siamo attenti a scegliere strategie relazionali e di comunicazione affermative, a gestire con cura i colloqui personali e gli incontri.

È necessario quindi:

- Conoscere le regole e le modalità della comunicazione interpersonale
- Essere consapevoli di ciò che accade, a livello verbale e non verbale
- Conoscere il proprio stile comunicativo (passivo, aggressivo, affermativo)
- Il colloquio è un mezzo per raccogliere informazioni, dati, notizie (contenuti del colloquio) ma anche una situazione che coinvolge i partecipanti in una relazione (processo interattivo).
- Nel colloquio conosciamo aspetti, idee, comportamenti di ciascuno, al tempo stesso stabiliamo un contatto interpersonale, in una situazione di “circolarità” che consenta efficacia e autenticità. Ogni colloquio dovrebbe favorire la crescita reciproca, aiutare ciascuno a leggersi dentro e a scoprire proprie capacità, limiti e possibilità. È opportuno conoscere le tecniche per la gestione del colloquio in modo da essere sempre consapevoli del proprio ruolo e per connotare l’incontro in modo non direttivo o maggiormente guidato a seconda degli scopi che ci proponiamo.

In generale ogni colloquio richiede attenzione e cura verso alcune condizioni generali irrinunciabili, come:

- il luogo e il tempo: ricevere in un’aula accogliente, dare a chi aspetta fuori delle sedie per attendere comodamente, rispettare la durata del colloquio e dare il giusto spazio al genitore sono fondamentali per la buona riuscita di un colloquio partecipato;
- il modo di accogliere dev’essere cordiale, con un sorriso, con una stretta di mano…COVID permettendo;
- la fase introduttiva: un “Mi dica: come vede suo figlio?” getta le basi per affrontare argomenti più ostici;
- la messa a fuoco degli elementi essenziali: chiarezza con pochi ma definiti punti di riflessione;
- la documentazione
- il segreto professionale
- Definiamo lo scopo del colloquio: ad esempio, condividere i progressi raggiunti e altri aspetti sui quali stiamo lavorando, per procedere in sintonia tra scuola e famiglia.
- Evidenziamo alcuni aspetti positivi rispetto al comportamento e all’apprendimento.
- Esprimiamo gli aspetti che ci preoccupano e come stiamo lavorando per aiutare il bambino: descriviamo gli aspetti problematici individuati, mostrando elaborati del bambino e facendo degli esempi, leggendo assieme la scheda preparata nella quale abbiamo descritto cosa fa il bambino e come lo fa, raccontiamo punto per punto cosa stiamo facendo a scuola per potenziare questi aspetti.
- Approfondiamo il dialogo con i genitori, chiedendo se anche a casa si manifestano comportamenti simili e come loro aiutano il bambino, se e quando si trovano in difficoltà, se hanno suggerimenti da dare…;
- Prevediamo come esprimere l’eventuale bisogno di confrontarci con esperti per poter proseguire in modo più mirato il percorso (teniamo pronti nominativi e numeri di telefono da dare alla famiglia, nel caso sia la prima volta che vi ricorrono; descriviamo le varie possibilità che vi sono)
- Orientiamoli nella scelta se sono disponibili, assicuriamo la nostra collaborazione e disponibilità a parlare assieme a loro con gli specialisti…; (se il bambino è già seguito da esperti avremo già dialogato con loro o lo potremo fare in seguito assieme alla famiglia).
- In ogni caso (sia quando i genitori rifiutano di cercare aiuto in un esperto o anche se i genitori accettano di avvalersene), facciamo la proposta di lavorare assieme su uno o due aspetti tra quelli individuati, definendo bene su cosa agire e come (condividiamo pochi elementi e circoscritti in modo da avere maggiori garanzie di collaborazione).
- Fissiamo un appuntamento a breve scadenza per verificare come stiamo procedendo, a scuola e a casa, rispetto agli aspetti individuati.

𝐷𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑏𝑢𝑜𝑛𝑎 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑓𝑟𝑎 𝑑𝑜𝑐𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑒 𝑔𝑒𝑛𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑐𝑖 𝑔𝑢𝑎𝑑𝑎𝑔𝑛𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑠𝑖𝑎 𝑖𝑙 𝑑𝑜𝑐𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑖 𝑔𝑒𝑛𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖. 𝐺𝑟𝑎𝑧𝑖𝑒 𝑎𝑑 𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑜𝑡𝑟𝑎̀ 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑎𝑙𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑟𝑎𝑔𝑎𝑧𝑧𝑜 𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑞𝑢𝑜𝑡𝑖𝑑𝑖𝑎𝑛𝑖𝑡𝑎̀ (𝑇ℎ𝑜𝑚𝑠𝑜𝑛 𝑒𝑡 𝑎𝑙 2004).
Tramite una buona relazione il docente può avanzare aspettative positive nei confronti di uno studente. Farebbe sorgere anche nei genitori delle aspettative realistiche e attendibili verso il proprio figlio..


Articolo e immagine di © Elena Calzighetti 12 gennaio 2021
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚

𝐈 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐈 𝐏𝐀𝐒𝐒𝐈 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐅𝐀𝐌𝐈𝐆𝐋𝐈𝐀 𝐍𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐑𝐕𝐈𝐙𝐈 𝐀𝐋𝐋’𝐈𝐍𝐅𝐀𝐍𝐙𝐈𝐀


𝐴𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖𝑧𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑖𝑛𝑓𝑎𝑛𝑧𝑖𝑎 𝑙𝑒 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑐𝑜𝑟𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑖 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑎𝑝𝑒𝑣𝑜𝑙𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀. 𝑇𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑖𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑒𝑧𝑧𝑒 𝑒 𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑐𝑙𝑖𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑟𝑒𝑐𝑖𝑝𝑟𝑜𝑐𝑜.


Gennaio è tempo di open day, giornate in cui i servizi educativi restano aperti al territorio, solitamente nelle giornate di sabato per dare la visibilità anche a chi in settimana lavora, per dare la possibilità di visitare gli spazi, fare conoscere il personale che opera nella struttura, illustrare l’offerta educativa...

Una famiglia che entra in visita al nido è carica di numerose aspettative... Nella maggior parte dei casi il nido è il luogo in cui avviene il primo vero distacco tra il bambino e i suoi genitori, la sua famiglia; spesso le persone che si prendono cura del bambino, al rientro dei genitori, solitamente la madre, nel mondo del lavoro, sono figure parentali come i nonni o gli zii, altre volte il bambino è già stato affidato alle cure di una tata, una baby sitter...

La scelta del nido può avere motivazioni differenti, che vanno dalla necessità di rientrare al lavoro a tempo pieno, al desiderio di concedere al bambino un tempo tutto dedicato a lui/lei, ai suoi bisogni di cura, di socialità, di sviluppo e di apprendimento.

Il servizio educativo che viene offerto oggi non ha molto a che vedere con gli asili nido di un tempo, che mettevano al primo posto la sorveglianza al bambino e le cure prevalentemente fisiche, come se la primissima infanzia non avesse la competenza dello stare con l’Altro; oggi al nido viene richiesto di offrire un luogo di benessere al bambino, un luogo che possa garantire sicurezza alla famiglia, un luogo che risponda ai reali bisogni psicofisici per uno sviluppo armonico delle capacità e competenze dei bambini.

Quando un bambino o una bambina entra al nido, non arriva mai da solo: insieme a lui arriva il carico emotivo delle aspettative e dei timori dei familiari, della famiglia.

Ecco perché l’ingresso al nido deve prevedere un colloquio conoscitivo tra la famiglia del bambino e l’educatore di riferimento, che si prenderà principalmente cura di lui o di lei, che rispetterà i suoi ritmi, che ripeterà i modelli familiari per permettere un ambientamento lento ma efficace, continuativo. Durante il colloquio, in un clima di accoglienza, l’educatore deve avere la capacità di riconoscere le richieste della famiglia, per poter ricreare l’atmosfera familiare e comprendere gli atteggiamenti messi in atto dai bambini già competenti in base alla loro età d’ingresso al nido.

Le famiglie sono molteplici e di vario tipo, ma l’obiettivo comune che detta i primi passi e le buone prassi tra il servizio educativo e le famiglie si attua a partire dalla predisposizione ad una fiducia reciproca.

Durante il periodo di ambientamento, che vede frequentare il servizio sia al bambino che alla sua figura parentale di riferimento, per un tempo breve che va via via nei giorni ad incrementarsi, bambino e famiglia vengono accolti in un gruppo e in un luogo che si modifica con il loro ingresso, evolvendosi. L’importanza della trasparenza di ciò che accade durante la giornata al nido, coinvolge e favorisce l’instaurarsi della relazione al nido anche e soprattutto, in questo momento di conoscenza iniziale, con le famiglie dei piccoli utenti.

Un servizio educativo vuole essere un porto sicuro, un ponte che fa da tramite con le famiglie che vi affidano i loro figli, e sempre più spesso si assiste, dopo un’iniziale diffidenza, al totale affidamento e delega educativa da parte delle famiglie, che se da una parte può gratificare il lavoro di guida che un servizio educativo può dare, dall’altra segnala quante fragilità ed incertezze ci sono nelle nuove famiglie di oggi, a cui manca un reale supporto alla genitorialità, oppure sono il segnale di una sana e continua ricerca di miglioramento dell’essere genitori, educatori.

Ecco che un servizio educativo a tutto tondo dovrà garantire e promuovere un sostegno alle famiglie, sia rispetto ad aspetti culturali ed interculturali, che a supporto di fragilità che spesso sono nascoste dietro a preconcetti o a pregiudizi. Sempre più spesso le famiglie cercano un confronto, un supporto, una richiesta di aiuto nell’essere buoni educatori, un consiglio, una rassicurazione. Oltre agli educatori professionali, a cui ci si affida con maggiore facilità, diverse sono le figure professionali che gravitano attorno ai servizi educativi a promozione della genitorialità: la figura del pedagogista, dello psicologo, del mediatore culturale, del pediatra... offrono un servizio di ascolto e di sostegno sulle difficoltà che si possono incontrare sul percorso sempre nuovo del farsi famiglia.


Articolo e immagine di © Ilaria Bellinghieri 5 gennaio 2021
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚

𝐂𝐎𝐌𝐔𝐍𝐈𝐂𝐀𝐑𝐄 𝐁𝐄𝐍𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐂𝐎𝐒𝐓𝐑𝐔𝐈𝐑𝐄 𝐑𝐄𝐋𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐈 𝐈𝐍 𝐂𝐋𝐀𝐒𝐒𝐄 (𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐒𝐎𝐋𝐎)


𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑡𝑖, 𝑜𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑙𝑎𝑣𝑜𝑟𝑜 𝑑𝑖𝑑𝑎𝑡𝑡𝑖𝑐𝑜, 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑎𝑡𝑖 𝑎 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑓𝑎𝑐𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑙’𝑜𝑏𝑖𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑟𝑒𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑐𝑙𝑖𝑚𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑒𝑛𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑔𝑟𝑢𝑝𝑝𝑜 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑒. 𝐿𝑎 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑖𝑛𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑒𝑠𝑐𝑒 𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑐𝑒𝑝𝑖𝑟𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑞𝑢𝑎𝑑𝑟𝑎 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑟𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑜𝑏𝑖𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖 𝑒 𝑎𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑠𝑖𝑛𝑔𝑜𝑙𝑜 𝑠𝑖 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑔𝑟𝑎𝑛𝑡𝑒, 𝑒̀ 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑙𝑎𝑣𝑜𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑚𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜𝑟 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀, 𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑠𝑜𝑑𝑑𝑖𝑠𝑓𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑖𝑡𝑡𝑜. 𝑆𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑏𝑒𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑠𝑒́ 𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖, 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑔𝑙𝑖 𝑖𝑛𝑒𝑣𝑖𝑡𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑙𝑖𝑡𝑡𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑒 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑠𝑒́ 𝑖𝑛 𝑜𝑐𝑐𝑎𝑠𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑖𝑡𝑎, 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑎 𝑔𝑙𝑖 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑑 𝑎𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑛 𝑟𝑒𝑛𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑣𝑜, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑎𝑝𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑖𝑡𝑖𝑣𝑎, 𝑚𝑎 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑎.


𝐐𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢 𝐜𝐡𝐞 “𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐧𝐨”? 𝐂𝐡𝐞 𝐫𝐮𝐨𝐥𝐨 𝐡𝐚 𝐥’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞?
Avere a che fare con un gruppo di 20/25 adolescenti contemporaneamente e che vivono insieme nella classe la maggior parte della loro vita sociale in un momento della loro crescita significa che in attimo ti trasformi da “semplice” insegnante in psicologo, avvocato, giudice, infermiere... soprattutto acquisisci una serie di abilità salomoniche o degne del giudice Sante Licheri per dirimere questioni che per loro sono vitali o “di principio”, per consolare amicizie e amori che finiscono e che sono più importanti sicuramente di quella fantastica lezione che hai preparato, ma soprattutto devi sedare tutta quella serie di invidie, coalizioni, gelosie che inevitabilmente accadono.

Siete mai entrati in una classe dove i due “leader” e i conseguenti adepti sono riusciti a creare un’atmosfera che nemmeno nel Bronx? Il clima di silenzio e tensione palpabile? Ecco a me è successo... e mi prendevo male ogni volta che dovevo entrare in quelle classi. Alla pari, ci sono miracoli inclusivi per cui le lezioni scorrono veloci e tutti parlano. Obiettivo dell’insegnante è un programmatico lavoro quindi per passare da situazioni A a situazioni B per un motivo molto semplice. Nella situazione B ci si diverte mentre si lavora insieme e si apprende meglio. Senza quella condizione di partenza l’intero percorso risulterà di una fatica immane.

Frasi tipiche da situazione A:

“Profeeee... perché a lei ha dato 8 e a me 8 -?”
“Zitta tu che non capisci niente”
“Profeee perché lei può usare gli schemi?”
“Profeee, quella di matematica non mi capisce!”
“Hai visto come si è vestita quella?”
“Hai visto che foto ha messo in IG?”
“Sai che tizia si è comprata i follower?”
“Non ti sei presentata alle programmate e hai messo nei casini la classe, sei sempre la solita.” “
Se parli con lei non parli più con me”
“Profe... mi ha lasciato il fidanzato ed è andato con Caia”.

E potrei continuare con una lunga serie di frasi maschili già improntate sul “chi ce l’ha più lungo”, metaforicamente parlando ovviamente.
Troppa competitività nella scuola, troppa già a partire dalle scuole primarie e medie. Spesso avvallata dagli insegnanti, spesso non monitorata a dovere dagli insegnanti, spesso gli insegnanti non sanno che pesci pigliare e preferiscono un “lasciamo perdere, che se la sbrighino da soli che io sono qui per insegnare.” E invece purtroppo no: la scuola è una comunità educante giuridicamente, quindi che ci piaccia o meno alcune responsabilità educative, soprattutto di prevenzione e di creazione di relazioni positive all’interno del gruppo classe, ce le dobbiamo prendere.

𝐐𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐡𝐚, 𝐪𝐮𝐢𝐧𝐝𝐢, 𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫𝐞?
Io ho identificato cinque spunti, ma ammetto di partire avvantaggiata rispetto ad alcuni colleghi perché insegno scienze umane e tecniche della comunicazione... di conseguenza, negli anni, ho potuto sperimentare una serie di azioni apprese in parte dalla teoria, in buona parte dalla pratica e dall’aver sempre lavorato in equipe più o meno grandi, dove il confronto era necessario e la logica sottesa al raggiungimento del risultato era la collaborazione, e infine da un continuo lavoro su me stessa per affinare alcune qualità umane.

𝟏. 𝐂𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐧𝐚𝐦𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐛𝐚𝐬𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐠𝐫𝐮𝐩𝐩𝐢*.
L’ambiente di lavoro scolastico non è soltanto un luogo in cui si svolgono determinate attività, ma è soprattutto un ambiente dato da un gruppo di persone che interagiscono e comunicano seguendo spesso l’orientamento di un leader. Riconoscere nei propri studenti chi ha caratteristiche maggiori di leadership e chi di gregario, consente all’insegnante di lavorare per fare in modo che non si acuisca la distanza tra leader e gruppo, ma anzi, si sposti l’asse verso una gestione di gruppo sempre più collegiale e dove l’unico leader strumentale e socio-emotivo venga riconosciuto nella figura dell’insegnante stesso che in questo modo avrà tutte le carte in regola per gestire il conflitto in modo costruttivo. Nel conflitto costruttivo infatti ognuno si sente libero di esprimere la propria opinione perché è consapevole che le critiche non saranno rivolte alla persona ma all’idea, all’oggetto della discussione, in modo tale da trovare una soluzione positiva al problema. Insegnare ai ragazzi l’arte della negoziazione vuol dire che i conflitti vanno riconosciuti e non ignorati, vanno affrontati con tempestività e devono prevedere il coinvolgimento di tutta la classe.

𝟐. 𝐋𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚**
La comunicazione ecologica nasce da un’intuizione di Jerome L. Kiss, il quale sostiene che per sviluppare relazioni umane positive bisogna seguire i principi dell’ecologia: è possibile coltivare le risorse di ogni persona rispettandone le diversità in modo tale che ognuno possa agire cooperando con gli altri per un obiettivo comune. Quante diversità ci sono in una classe? Tantissime! Trovare un obiettivo comune facilita la coesione del gruppo, ma è importante utilizzare nel lessico condiviso parole come: crescita, esposizione libera di idee, individualità, gruppo, creatività, parlando in prima persona e evitando dogmatismi e stereotipi, bandendo critiche negative, valorizzando invece il lavoro altrui e del gruppo, insegnando ai ragazzi che le parole hanno sempre un peso, e per questo vanno scelte con attenzione.

𝟑. 𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨**
Il dialogo aiuta a conoscere se stessi e la realtà che ci circonda e prevede alcune azioni ben precise: saper fare domande, ascoltare in modo empatico e infine dando una restituzione di quanto detto. Molti conflitti nascono infatti da fraintendimenti comunicativi. Insegnare ai ragazzi a fermarsi e ad ascoltare cosa il compagno o l’insegnante sta dicendo, aiuta anche a riflettere su se stessi e sulle proprie domande e risposte.

𝟒. 𝐋𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞**
Una comunicazione diventa efficace quando, pur partendo da situazioni anche negative, le parole assumono invece una valenza positiva: la scelta dei termini deve orientare gli studenti verso certezze di soluzione, coinvolgimento e spirito di squadra utilizzando tempi verbali al presente e al futuro. “Ragazzi vi propongo questa attività!” “Ragazzi, abbiamo delle possibilità alternative che ci porteranno al successo”...

𝟓. 𝐀𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐞𝐫𝐛𝐚𝐥𝐞!
Il corpo parla molto di più che non le stesse parole. I miei ragazzi ogni tanto mi dicono che ho gli occhi anche “dietro”, nel senso che li vedo pur non guardandoli direttamente. Oppure che li ho letti nel pensiero. Li ho rassicurati che non sono una strega, semplicemente sono molto attenta al tono di voce, alle posture, ai loro sguardi, ai loro micro movimenti... e di conseguenza riesco a percepire cosa si sta muovendo intorno a me. E li invito a fare lo stesso osservandomi. Capirsi con lo sguardo è uno degli obiettivi che mi do sempre quando entro in classe, perché vuol dire che ho ottenuto ciò che mi sta più a cuore: l’essere sintonizzati, l’essere riuscita a portarli sulla stessa lunghezza d’onda, per procedere come gruppo classe nell’acquisizione di competenze sempre nuove.


Fonti utilizzate:
*E. Clemente, R. Danieli, PENSIERO, RELAZIONE, METODO, PARAVIA EDIZIONI
**I. Porto, G. Castoldi, TECNICHE DI COMUNICAZIONE PER L’ACCOGLIENZA TURISTICA, HOEPLI EDIZIONI


Articolo e immagine di © Chiara Resenterra 22 dicembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐋’𝐀𝐁𝐂 𝐏𝐄𝐑 𝐂𝐑𝐄𝐀𝐑𝐄 𝐔𝐍 𝐂𝐔𝐑𝐑𝐈𝐂𝐔𝐋𝐔𝐌 𝐄𝐔𝐑𝐎𝐏𝐄𝐎 𝐄𝐅𝐅𝐈𝐂𝐀𝐂𝐄


Sappiamo tutti quanto può mettere in difficoltà scrivere un cv. I dubbi sono sempre tanti. Come scriverlo? Quanto scrivere? Quali informazioni includere? E quali invece scartare?

Sono queste le domande che prima o poi ci si trova ad affrontare.

Se c’è una cosa che ho imparato negli anni è che non esiste una regola vera e propria per scrivere un curriculum e tutti i consigli che vi possono dare andranno bene solo e sempre per determinate situazioni, non per tutte.

Ma ci sono due cose che ho scoperto rendere un curriculum veramente valido:.
1) Deve essere di facile lettura
2) Deve comunicare la vostra figura professionale

Per raggiungere questo obiettivo possiamo utilizzare un curriculum europeo. Questo formato, tra i più usati in Europa ed è stato creato dall’Unione Europea in modo che possa andare bene un po’ per tutti:

- Per i neolaureati che devono creare un curriculum senza esperienza lavorativa pregressa
- Per chi è già impiegato ma vuole cambiare lavoro e necessita di un template più articolato
- E ovviamente per tutti quelli che cercano un lavoro, con o senza laurea o diploma, indipendentemente dal fatto che siano o meno attualmente occupati

In più, lo scopo dell’Unione Europea è quello di avere un modello comune di curriculum per i cittadini europei e facilitare gli scambi internazionali.

Attualmente è anche il curriculum più richiesto in Italia, quindi è essenziale averlo. Non si sa mai.

Il grosso pregio di questo CV è non dovrete fare nulla per impaginarlo: tutto quello che occorre è andare sul sito Europass.
In realtà ci sono molti siti internet che offrono la compilazione del formato europeo, ma quello ufficiale è questo: europass.cedefop.europa.eu. Basta comunque digitare su Google parole come Europass o CV Europass che verrete indirizzati a questo sito.
Cliccando su Crea il tuo Europass gratuito vi si aprirà subito una pagina di registrazione. La registrazione non è obbligatoria ma è fortemente raccomandata, perché nel caso si spegnesse il PC accidentalmente o chiudeste il browser perderete tutti i dati.
Inoltre registrarsi è gratuito e veloce, avendo il vantaggio che il vostro CV verrà salvato nella vostra area personale. Se avete una SPID, il servizio dell’identità digitale, il tutto sarà ancora più rapido e vi verrà creato automaticamente un profilo senza dover digitare password o username. Dovrete solamente selezionare il vostro paese di provenienza e il gestore della vostra SPID.
Bene, una volta entrati nel vostro profilo Europass potrete iniziare a creare il nostro curriculum europeo!


Articolo e immagine di © Fabio Regis 17 dicembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 Francy

𝐂𝐎𝐒𝐓𝐑𝐔𝐈𝐑𝐄 𝐑𝐄𝐋𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐈 𝐈𝐍 𝐂𝐋𝐀𝐒𝐒𝐄: 𝐬𝐞𝐦𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐞𝐫𝐦𝐨𝐠𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨


Noi insegnanti abbiamo un ruolo essenziale nel tessuto di relazioni e nelle dinamiche di classe, siamo responsabili della formazione del carattere degli alunni, del rafforzamento dell’autostima, del loro benessere inteso come “stare bene con se stessi e insieme agli altri”.
𝐆𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐬𝐮𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐠𝐧𝐢, 𝐬𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐨𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐢𝐧𝐯𝐨𝐥𝐭𝐢 𝐞 𝐬𝐢 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐫𝐞𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨.
E’ verificato infatti che i ragazzi che a scuola conseguono i risultati migliori sono quelli che si sentono seguiti e rispettati dagli insegnanti.

Gli studenti rispondono meglio ai docenti che mostrano interesse nei loro confronti perché la possibilità di relazioni positive con adulti diversi dai genitori dà ai ragazzi un senso di appartenenza; li aiuta a creare una propria identità, a migliorare le loro abilità psicologiche e sociali.

A me piace farmi sentire vicina, creare un clima di calore, un rapporto di confidenza di emozioni ed esperienze di vita. La disciplina che più mi permette di creare un ambiente "familiare" è Scienze: tutti gli argomenti hanno agganci con la vita personale degli alunni e loro, raccontando, si sentono vicini a me e quindi allo studio, tale coinvolgimento personalizzato motiva i ragazzi ad imparare.

Quando mi mostro attenta e rispettosa delle differenze individuali (sociali e scolastiche), mi rendo conto a posteriori che ho contribuito allo sviluppo della fiducia in se stessi: li chiamo per nome, li guardo negli occhi, sorrido e li saluto se li incontro fuori dall’aula, mi interesso alla vita privata se hanno voglia di raccontarmi (compleanni, sport, famiglia..), mi avvicino al banco, regalo complimenti sul taglio di capelli e abbigliamento.

𝐒𝐮𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: l'adolescente ha bisogno di sentire che l’insegnante ci tiene a lui, lo conosce e gli dedica sguardi, commenti personalizzati, che si ricordi episodi o particolari legati alla sua persona, ha bisogno di essere sostenuto in un percorso di autonomia, ha bisogno di rimandi positivi e costruttivi.

Per migliorare la qualità della relazione docente-studente, cerco così di creare un ambiente con “regole di comportamento” chiare, definite e condivise che nel tempo vengano riconosciute e rinforzate per offrire ai ragazzi un senso di solidità e stabilità.
Ad esempio, soprattutto in Matematica, valorizzo le qualità e le competenze specifiche dei ragazzi (intuito, metodo, approccio sperimentale, interventi), dò spazio e tempo perché possano esprimere opinioni personali durante la lezione e possano così relazionarsi tra loro liberamente, ma correttamente, all’inizio e alla fine della lezione o nei momenti di lavori a gruppi.
Soprattutto con i ragazzi di Seconda e Terza, mi piace usare l’umorismo, faccio battute, riferimenti a serie tv, film, canzoni che loro conoscono, uso i doppi sensi, mi interesso ai loro risultati sportivi, alle vacanze…

Di fronte all’insorgere di problemi relazionali (a nella preadolescenza è facile che i ragazzi litighino per incomprensioni, per prese di posizione, per fattori caratteriali...), affronto insieme a loro dibattiti di classe provando prima a considerare la situazione dalla loro prospettiva: li ascolto, cerco di non minimizzare i loro sentimenti ma di valorizzare i loro bisogni e mi pongo cercando con loro il compromesso, la soluzione sempre in un’ottica educativa, positiva, comprensiva.
A volte capita di dover gestire loro comportamenti di sfida, non sempre è facile tenere un rapporto di fiducia quando si rompe l’equilibrio relazionale ma per esperienza ho verificato che sono i ragazzi stessi a voler riprendere il rapporto perché noi docenti siamo i riferimenti e, insieme ai genitori in una relazione di corresponsabilità educativa, contribuiamo alla loro crescita. Importante è allora stimolarli ad averne la consapevolezza: spesso lo riconoscono a posteriori, dopo anni.

𝐄𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐦𝐞𝐫𝐚𝐯𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐬𝐨: per il triennio noi docenti viviamo la relazione docente-studente e poi rimangono ricordi di volti, di nomi, di peculiarità caratteriali ed episodi…
𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐬𝐞𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐨 𝐩𝐨𝐢 𝐠𝐞𝐫𝐦𝐨𝐠𝐥𝐢𝐚!!!.


Articolo e immagine di © Francesca Marazzi 15 dicembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐄𝐥𝐞𝐧𝐚

𝐋𝐀 𝐑𝐄𝐋𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐂𝐔𝐎𝐑𝐄 𝐄 𝐅𝐈𝐀𝐌𝐌𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐅𝐎𝐑𝐌𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄


𝐿’𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑑𝑎 “𝑖 𝑚𝑖𝑒𝑖 𝑎𝑙𝑢𝑛𝑛𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖” 𝑎 “𝐷𝑒𝑣𝑜 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑟𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑒𝑧𝑧𝑖 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑠𝑒𝑟𝑒𝑛𝑎”...𝑁𝑂𝑅𝑀𝐴𝑇𝐼𝑉𝐸 𝐴𝑁𝑇𝐼-𝐶𝑂𝑉𝐼𝐷 𝑝𝑒𝑟𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑛𝑑𝑜!
“𝑈𝑛 𝑐𝑙𝑖𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑖𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑒̀ 𝑢𝑛 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑡𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑖𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑖𝑙 𝑏𝑒𝑛𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒”.
(𝑊𝑒𝑛𝑡𝑧𝑒𝑙,1997)

Creare relazioni in classe non è mai semplice ma è necessario che i docenti sviluppino la loro EMPATIA e ritrovino questa cassetta degli attrezzi, ne riscoprano le potenzialità attraverso numerosi stimoli, quindi occorre:
• leggere, decodificare e gestire le dinamiche all'interno della scuola
• affinare le capacità di conduzione del gruppo-classe
• arricchire la cassetta degli attrezzi di strumenti metodologici facilitanti l'attenzione, l'apprendimento e la partecipazione dei bambini, trasformando situazioni problematiche in occasioni di apprendimento.

Questo è certo: gli insegnanti hanno, o dovrebbero avere, gli strumenti giusti per affrontare le differenti dinamiche relazionali presenti in classe ma è anche vero che le difficoltà da affrontare sono molteplici:
• classi numerose •multietniche/multiculturali
• multiproblematiche
• diversità e mancanza di tempo e di risorse

Il gruppo classe deve essere inteso come gruppo di apprendimento in cui gli aspetti relazionali vanno adeguatamente gestiti, in quanto la relazione è essa stessa elemento fondamentale che veicola e stimola gli apprendimenti. La classe, ne consegue, fin dalla sua formazione presenta una storia unica e singolare, è un sistema aperto con caratteristiche sue proprie, non riconducibili a quelle dei suoi membri presi isolatamente: ha regole implicite valide solo al proprio interno e cresce nutrendosi delle interazioni e relazioni tra i suoi membri. I quattro fattori che sembrano avere un'influenza diretta sui risultati dell'apprendimento e dei comportamenti presenti a scuola sono: le aspettative riguardo ai risultati degli studenti, l'ambiente ordinato, le buone relazioni in classe a livello orizzontale e verticale e l'ambiente fisico della classe. In sintesi, la qualità del clima classe riflette le caratteristiche della relazione insegnante -allievi e fra gli allievi stessi. Un clima positivo nella classe si sviluppa quando gli insegnanti si comportano in modo “facilitante”, utilizzando strategie centrate sul singolo, ponendosi in un atteggiamento autorevole in cui esprimono il loro interesse per lo studente, ma non in quanto studente bensì come persona. Il PRENDERSI CURA è quindi la chiave della nostra “cassetta degli attrezzi”.

L'insegnante, quindi, mette in atto delle strategie per:
• Stabilire un produttivo ambiente di lavoro
• Promuovere l'interesse degli allievi nei confronti delle attività
• Incoraggiare la partecipazione dei propri alunni nelle attività di classe

La 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢𝐝𝐚𝐭𝐭𝐢𝐜𝐚 ha un valore assoluto. Una buona gestione della classe si fonda sull'abilità di comunicare in modo chiaro e preciso e occorre dare consegne in modo che gli allievi possano metterle in pratica senza equivoci. Talvolta ciò non accade e la responsabilità viene scaricata sugli allievi “sono maleducati, non vogliono impegnarsi, non stanno attenti... La prima cosa che dobbiamo fare è dunque chiederci com’è la consegna che abbiamo dato: più le comunicazioni lasciano libertà interpretative, meno sono efficaci, perché i bambini vi trovano margini di libertà e, di conseguenza, possono trovare spazio al disimpegno.

La 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐞𝐫𝐛𝐚𝐥𝐞 e il controllo prossimale sono efficaci strategie di facilitazione all’interno del gruppo classe. Il controllo prossimale ha luogo quando intenzionalmente ci si avvicina fisicamente all'allievo che sta disturbando l'attività in classe. Possono essere usate diverse modalità di controllo prossimale: orientare il proprio corpo verso l'allievo, camminare verso di lui, mettergli una mano sul banco, toccare o rimuovere un oggetto che ha creato distrazione, poggiare con gentilezza la mano sulle spalle o sul braccio... “l'essenza del controllo prossimale è di offrire all'insegnante un supporto efficace per controllare la classe alternativo alla comunicazione verbale” Long Morse-Fagen 1996”. Anche il controllo “oculare” può essere molto efficace: spalancare gli occhi.... per confermare, socchiudere gli occhi....per bloccare, fissare lo sguardo...per ammonire: non ci sono solo le parole! Anche le espressioni facciali possono essere di grande aiuto perché l'espressività del viso permette di comunicare contemporaneamente a più persone messaggi diversi. Si possono usare le 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢 per manifestare sconcerto per un comportamento negativo, bloccandolo sul nascere, mostrare rammarico per un atteggiamento scorretto, manifestare approvazione, elogiando con la sola espressione del viso, entrare in sintonia e mostrare complicità. Anche 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐞𝐝𝐢 fra i banchi, serve ad accorgersi subito se un allievo ha difficoltà a svolgere un compito, se ha bisogno di ulteriori indicazioni perché la velocità dell'intervento aiuta a creare un clima di classe positivo considerando che i comportamenti inadeguati dal punto di vista disciplinare sono messi in atto per lo più lontano dall'insegnante: la sola presenza del docente, spesso, è sufficiente a prevenire comportamenti indisciplinati. Lo stare in piedi permette al docente di governare la situazione sia sul piano comportamentale sia su quello didattico.

Anche 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞 ha estrema importanza. Queste le caratteristiche che deve assumere la voce ai fini educativi: parlare con toni sicuri perché la voce deve comunicare con chiarezza i desideri del docente, i suoi comandi, le sue aspettative senza esitazioni, parlare con voce alta senza urlare perché tutti ascoltano meglio un tono di voce forte, chiaro; in ogni angolo dell'aula la parola del docente deve arrivare con limpidezza sollecitando l'attenzione, parlare rispettando gli altri perché parlare ad alta voce non significa prevaricare le idee degli alunni. Parlare uno per volta: mentre parla, l'insegnante pretende che i ragazzi lo ascoltino in silenzio, a sua volta deve fare silenzio quando un allievo esprime la propria opinione, parlare con tono di voce fermo, ma non aggressivo, quando si rimproverano comportamenti negativi. Sarebbe bene anche evitare il sarcasmo, l'ironia, la canzonatura. Ciò non significa che non si possono fare battute divertenti, anzi, una battuta al momento giusto, spesso, salva la lezione ma sarebbero da evitare il sarcasmo e l’ironia indirizzate ad un singolo alunno, magari sempre lo stesso, perché si perde di credibilità.

𝐈𝐥 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐬𝐜𝐮𝐭𝐢𝐛𝐢𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥'𝐚𝐥𝐥𝐢𝐞𝐯𝐨. Occorre rispettare l'allievo anche quando commette azioni inappropriate, serve avere per gli allievi attenzioni personali e offrire a tutti le medesime attenzioni, infatti ciò che può inficiare un clima di classe positivo sono le gelosie che nascono quando gli alunni non sono trattati con equità. Le 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞 sono assolutamente prioritarie: sorridere per promuovere un rapporto positivo, sollecitare il dialogo, favorire l'accoglienza, evitare il sarcasmo perché l'alunno deriso si percepisce come un corpo estraneo, ricordare i compleanni, usare per primo parole di cortesia. Il docente quindi dà rispetto, si mostra come punto di riferimento, chiama per nome, comunica di avere interesse per gli studenti come persone, trasmette fiducia, si presenta in modo positivo per trasmettere energia, conosce ciò che accade intorno a lui nella classe in modo da essere dentro le dinamiche, 𝐚𝐝𝐞𝐠𝐮𝐚 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥'𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐥 𝐬𝐢𝐧𝐠𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐥'𝐞𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐨𝐧𝐝𝐚,, rende corresponsabile la famiglia e aiuta i genitori ad incrementare se non addirittura a creare una autonomia nei figli, trova e definisce dei canali e dei modi per comunicare tra scuola e famiglia riguardo i programmi, i progressi e il comportamento.

Come afferma lo psicoanalista Recalcati: “La scuola non può essere solo scrutini. Essere presenti è il primo principio della cura”. Proprio su questa impellente necessità la scuola è tenuta alla valutazione per competenze, oltre che alla valutazione degli apprendimenti, i docenti devono attivare una valutazione formativa, non solo quella sommativa ed è su questa grande riflessione che si stanno modificando i criteri di valutazione della Scuola Primaria, tenendo conto, cioè, dei processi di apprendimento e degli atteggiamenti verso il Sapere.

In sostanza: 𝐥'𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐬𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐚𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐦𝐢𝐧𝐮𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐦𝐢𝐧𝐮𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐚𝐭𝐞, 𝐯𝐚𝐥𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐝𝐨𝐩𝐩𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐦𝐢𝐧𝐮𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞. (Anonimo)


Articolo e immagine di © Elena Calzighetti 8 dicembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚

𝐂𝐔𝐂𝐈𝐑𝐄 𝐑𝐄𝐋𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐈 𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐋𝐈𝐍𝐆𝐔𝐀𝐆𝐆𝐈𝐎 𝐃𝐈 𝐕𝐈𝐓𝐀 𝐍𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐑𝐕𝐈𝐙𝐈 𝟎/𝟔


“𝐿𝑎 𝑐𝑢𝑟𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑛𝑒́ 𝑢𝑛𝑎 𝑡𝑒𝑐𝑛𝑖𝑐𝑎 𝑛𝑒́ 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑐𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑐𝑖 𝑠𝑖 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑠𝑠𝑒𝑠𝑠𝑎𝑟𝑒. 𝐸̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒. 𝑈𝑛 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎𝑙𝑒 𝑛𝑒𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖 𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜”.

Come educatori dei servizi all’infanzia ci si interroga molto spesso su ciò che significhi davvero costruire relazioni; relazioni tra i bambini di uno stesso gruppo, relazioni tra bambini di gruppi di diversa appartenenza; relazioni tra gli educatori, tra l’equipe; relazioni con le famiglie.

Una delle domande più frequenti che un operatore all’infanzia si pone sul proprio lavoro è se si stia operando secondo una lettura funzionale dei bisogni del singolo bambino o del gruppo di bambini a noi affidati. In modo frequente, negli incontri d’equipe, emerge costantemente e sistematicamente questa lettura dei bisogni dei bambini, del loro stare al nido, del favorire benessere, costruire buone relazioni.

Il lavoro educativo non prescinde mai da un’osservazione soddisfacente delle dinamiche del gruppo dei bambini, del loro relazionarsi, del loro vivere e abitare il luogo nido o scuola dell’infanzia. Mettere il bambino al centro del nostro lavoro significa interrogarsi sulla modalità dello stare con l’Altro e dello stare dentro un luogo.

Mi piace partire sempre dall’etimologia della parola “educare”, quel “tirare fuori”, “condurre”, “guidare”, obiettivo privilegiato di chi si prende cura delle relazioni. Entrare nei servizi educativi, nei luoghi abitati dai bambini, ci rimanda ad un attento ed accurato lavoro di predisposizione degli spazi e dei materiali in esso collocati, studiati in base all’idea di bambino al centro, competente e in grado di progredire nelle proprie autonomie, sia fisiche e motorie, che cognitive ed emotive e relazionali. Per questo motivo gli spazi e i materiali devono essere a misura ed altezza di bambino, perché il messaggio che veicolano è a garanzia della competenza di sapere stare e saper fare!

L’educatore si pone in osservazione delle dinamiche di gioco, che all’età di pochi mesi sono fondate sul gioco in parallelo, per cui un bimbo molto piccolo è concentrato su di sé, sulle sue sole emozioni e frustrazioni; successivamente il gioco si evolve in imitazione e si struttura a livello relazionale con l’ingresso alla scuola dell’infanzia, per diventare vero e proprio gioco con regole condivise e strutturate, da cui passa l’apprendimento dello stare insieme.

Nei servizi all’infanzia si costruiscono relazioni in primo luogo con le famiglie: durante i periodi di ambientamento dei bambini, vengono accolte le fatiche e le emozioni non solo dei bimbi, ma anche quelle delle famiglie che li accompagnano attraverso la loro nuova avventura di crescita. Nell’accoglimento dei dubbi e dei timori che questa nuova esperienza può portare con sé, tutta l’equipe cerca di trovare le modalità funzionali per la creazione di un legame di fiducia, condizione fondamentale per un sereno ambientamento e continuità educativa.

Osservare quotidianamente e continuativamente le dinamiche relazionali messe in atto dai bambini, ci permette di stabilire eventuali criticità di quello che andiamo a proporre o a presentare, sia esso un’attività strutturata, una proposta esperienziale, un semplice setting con materiali naturali, il gioco libero o il non fare (questi ultimi molto spesso sottovalutati dai non addetti ai lavori).

I tempi della giornata si dilatano sempre più in modo direttamente proporzionale allo stare bene e al benessere del gruppo; è il momento in cui ci si può permettere maggiormente di osservare l’instaurarsi delle relazioni tra i bambini, stando proprio lì, sul confine tra me e te, in silenzio, in punta di piedi, curiosi e stupiti del fare e dello stare...

Così ci si accorge che nel costruire relazioni prevalgono le emozioni del momento, ricondotte dall’educatore in parole e pensieri verbalizzati e ripetuti al bambino: il più piccolo cerca di imitare il bambino più grande, mentre il grande si prende cura ed aiuta il più piccolo.

Nell’imitazione del più grande o del “più esperto di me”, si instaurano situazioni di gioco in parallelo, che possono evolvere in gioco comunitario o scaturire in frustrazione: ecco che a volte la relazione diventa un passaggio veloce e, complice l’incapacità del non saper ben verbalizzare o condurre e dominare la propria forza fisica, leggiamo con sorpresa che il morso o la spinta o la tirata di capelli diventa il modo più facile per un bambino di comunicare la sua relazione con l’Altro da sè, nel mostrare le proprie emozioni; poi ci sono, invece, le situazioni più fragili, da riconoscere ed accompagnare; e i momenti in cui prevale la sorpresa, la risata o il pianto, lo stare vicini...

Anche in questa nuova situazione di strutturazione di gruppi fissi e stabili, per via dell’emergenza sanitaria, ciò che salta subito all’occhio è il desiderio dei bambini di sbirciare chi c’è dall’altra parte della “barricata”, di cosa si fa di là...

Nel lavoro di equipe le relazioni si costruiscono intorno allo stesso intento, dietro agli obiettivi comuni, che devono essere condivisi e consolidati e per cui spesso si assiste ad un’offerta di supporto tra gli operatori sul campo e quelli in lavoro di supervisione, per sistemare ed affinare gli strumenti di lettura e garantire il consolidamento delle relazioni.


Articolo e immagine di © Ilaria Bellingheri 1 dicembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐕𝐚𝐥𝐞

𝐋𝐄 𝐏𝐀𝐑𝐎𝐋𝐄 𝐒𝐎𝐍𝐎 𝐕𝐈𝐕𝐄

𝑫𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒊𝒎𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒏𝒛𝒂 𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒑𝒂𝒓𝒐𝒍𝒆?
𝑉𝑖𝑣𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑠𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑒 𝑝𝑜𝑖 𝑖𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜, 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑙𝑎 𝑝𝑒𝑠𝑎𝑛𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑠𝑖 𝑓𝑎 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒𝑑 𝑒̀ 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑎, 𝑖𝑛 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑔𝑙𝑖 𝑠𝑡𝑟𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑡𝑖𝑙𝑖𝑧𝑧𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑠𝑝𝑟𝑖𝑚𝑒𝑟𝑐𝑖.
𝑉𝑒𝑛𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑐𝑖𝑛𝑎𝑡𝑖, 𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑚𝑎𝑙𝑔𝑟𝑎𝑑𝑜, 𝑖𝑛 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑢𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑆𝑜𝑐𝑖𝑎𝑙 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑖 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑖𝑛𝑠𝑜𝑑𝑑𝑖𝑠𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑒 𝑛𝑎𝑣𝑖𝑔ℎ𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑡𝑒, 𝑝𝑒𝑟 𝑝𝑜𝑖 𝑛𝑎𝑢𝑓𝑟𝑎𝑔𝑎𝑟𝑒 𝑓𝑟𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑖 “𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑖” 𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑟𝑖𝑝𝑒𝑡𝑢𝑡𝑖.
𝐿𝑎 𝑠𝑜𝑙𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒?
𝑺𝑪𝑬𝑮𝑳𝑰𝑬𝑹𝑬 𝑳𝑬 𝑷𝑨𝑹𝑶𝑳𝑬 𝑪𝑯𝑬 𝑼𝑺𝑰𝑨𝑴𝑶.
𝐿𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑣𝑖𝑣𝑒 𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑒 𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑜𝑛𝑠𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑒𝑓𝑓𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑀𝑜𝑛𝑑𝑜..

Fino all’avvento della rete, le parole dette o scritte erano dirette a QUALCUNO in particolare.
Dovendo scegliere “a chi dire che cosa”, era necessario operare anche una riflessione, rispetto alle parole da utilizzare.
Malgrado l’immediatezza del postare un pensiero su un Social, l’accesso a queste parole è spesso in differita: la persona che le ha scritte ha nel frattempo già vissuto un altro pezzo di vita, è andato avanti.
Inoltre quasi mai, se non nella nostra mente, ciò che scriviamo è destinato a UNA persona ma arriva inevitabilmente ad alcune persone -in questo caso, i famosi “amici” dei Social- che in realtà possono rappresentare un grande insieme variegato per quanto riguarda genere, numero ed età.
Per inciso, forse questo è il motivo per cui far capire ai ragazzi il significato di registro linguistico e che esistono occasioni d’uso non solo per i vestiti ma anche per le parole, oggi è tanto difficile.
Inoltre, anche le reazioni a quello che leggiamo diventano strane: un argomento che ci coglie nel vivo tanto da scrivere un post, quando viene commentato, spesso dopo ore o addirittura giorni, ha già perso per noi l’interesse che aveva prima.
La 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐮𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐒𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 diventa paradossale, e a tratti incomprensibile, perché perde quei caratteri di istantaneità e reciprocità immediata, tipici dell’argomentazione dal vivo: talvolta finisce per essere conclusa e cancellata da moderatori della pagina, oppure termina senza una reale comprensione dello scambio avvenuto, da entrambe le parti.
𝐿𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑎 𝑖𝑚𝑚𝑒𝑑𝑖𝑎𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑠𝑖 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎 𝑜𝑔𝑔𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐧𝐝𝐨 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒.

Sulla rete siamo subissati dalle parole, ogni ora di ogni giorno.
Quelle importanti si svuotano di significato, quelle frivole acquisiscono un’importanza mai avuta prima, quelle nuove vengono create continuamente. Questo ammasso di vocaboli può scatenare una percezione particolare, un sentimento di oppressione o impossibilità di discernimento.
Una sensazione che ho ritrovato perfettamente passando alle parole in musica, ascoltando un ragazzo, che forse tanto ragazzo non è, con il suo pezzo “Attenti al loop”.
Nel brano N.A.I.P., questo il nome dell’artista, critica la facilità con cui si “seguono” persone sulle pagine social perché “seguite da un sacco di gente, seguita da un sacco di gente” e l’impossibilità di star dietro ad un’industria musicale del nuovo, che se da una parte permette di accedere a contenuti sempre inediti, dall’altra ne crea per ripetizione e -oltre al danno la beffa- può causare un senso di frustrazione alla “gente”, per l’incapacità della persona, in quanto umana, di scoprire e conoscere davvero, o anche solo di ricordare, tutti questi contenuti.

La soluzione allora qual è?
𝐒𝐂𝐄𝐆𝐋𝐈𝐄𝐑𝐄.

Quello che ci rende umani è la capacità di discernere ciò che è interessante per noi, ciò che ci può essere utile, ciò che ci appassiona e ci può far crescere e decidere di approfondire solo questi argomenti.
Con le parole credo funzioni più o meno così.
Spesso si usano con noncuranza e con trascuratezza si scrivono.
In particolare, sui Social i nostri pensieri vengono lanciati in rete su pagine -potenzialmente- seguite da migliaia di persone, a volte senza una reale consapevolezza da parte di chi le sta utilizzando, specialmente se l’autore, è un adolescente.
Ho un grande timore rispetto all’approccio dei miei studenti al Mondo là fuori: che non abbiano reale possibilità di scelta dei termini da usare.
Spesso vedo in loro -rappresentanti perfetti degli adolescenti di oggi- una noncuranza rispetto a quanto dicono e a come lo dicono e in modo ancor più grave per me, l’indifferenza rispetto alla scarsezza e all’approssimazione che dimostrano parlando e scrivendo.
Se il lessico di una persona è limitato, come fa a scegliere le parole giuste?
Sempre più spesso invito i ragazzi a cercare il significato delle parole che non conoscono – e che finiscono inevitabilmente per ripetere, senza sapere davvero cosa vogliano dire- pratica che per noi pre-Millennials aveva una naturale prosecuzione nell’apertura di un dizionario.
Quante volte a una domanda precisa rispondono con giri di parole, finendo per arrendersi e concludere che non sanno come dire quello che stanno pensando: non trovano le parole.
E quante volte ancora dichiaro che le parole “cosa” e “fare” dovrebbero, secondo il mio modesto parere, essere abolite e a queste si dovrebbero preferire termini più specifici, in modo da risultare così, per noi stessi e per gli altri, meno indifferenti rispetto a quello che diciamo o scriviamo.

𝐂𝐡𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐫𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐢 𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐞?
Senza dubbio un ruolo importantissimo è giocato in questo percorso di crescita dalla scuola.
Da sempre i docenti spingono gli alunni a utilizzare con consapevolezza il lessico specifico delle proprie materie e non tollerano l’approssimazione, quando si tratta di teoremi matematici o teorie scientifiche o sociali, filosofia, letteratura, e via dicendo.
Come insegnanti, ci troviamo a correggere i ragazzi nell’utilizzo di parole che hanno solo sentito dire oppure, e ancora peggio, parole che a scuola sono a dir poco inappropriate.
Personalmente, penso alla nostra modalità adulta di approccio all’ambiente scolastico come ad un parlare pulito, e a volte mi rendo conto di poter sembrare bacchettona, ma credo che l’abitudine a interloquire in un certo modo, corretto e mondato – e perché no? gentile- anche al di fuori del contesto scolastico possa essere una buona pratica e rappresentare un buon esempio.
Intendiamoci, anche a me capita di usare termini che definiremmo “parolacce”, e ritengo che usarle fuori contesto o con particolare enfasi sia del tutto funzionale ad ottenere un risultato, una reazione.
Si tratta pur sempre di 𝐮𝐧’𝐚𝐛𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚, alla cura con cui si usano certe parole e se ne evitano altre.

Qualcuno potrebbe chiedersi a questo punto: “Perché dovremmo scegliere con cura i vocaboli che usiamo?”
Dopotutto oggi si tende ad accettare un linguaggio, che fino a poco tempo fa sarebbe stato inaccettabile, non solo sui Social ma nelle varie situazioni della vita.
Dovremmo selezionare le parole che usiamo, perché queste hanno da sempre un 𝐏𝐎𝐓𝐄𝐑𝐄.
“Cosa” diciamo e “come” lo diciamo creano per l’appunto, emozioni, reazioni, sentimenti in chi legge o ascolta.

𝐋𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐯𝐢𝐯𝐞.
Hanno una risonanza e un effetto concreto nella realtà e provocano il mutare di contesti, situazioni, riflessioni, vite.
Dovremmo scegliere con cura le persone con cui condividere le NOSTRE PAROLE.

Concludo con la riflessione di uno psicanalista e docente, conosciuto ai più per le sue molte apparizioni in TV, dove non a caso ha spesso parlato di 𝒍𝒆𝒔𝒔𝒊𝒄𝒐:
Massimo Recalcati..

“𝐿𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑣𝑖𝑣𝑒, 𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜, 𝑏𝑢𝑐𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑛𝑐𝑖𝑎: 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑒 𝑜 𝑏𝑜𝑙𝑙𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑎𝑝𝑜𝑛𝑒, 𝑓𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑚𝑖𝑟𝑎𝑐𝑜𝑙𝑜𝑠𝑒. 𝑃𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑛𝑎𝑚𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑜 𝑓𝑒𝑟𝑖𝑟𝑒. 𝐿𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑚𝑒𝑧𝑧𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒, 𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑖𝑙 𝑣𝑒𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑒𝑑𝑎𝑔𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑐𝑜𝑔𝑛𝑖𝑡𝑖𝑣𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑣𝑜𝑟𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑓𝑎𝑟𝑐𝑖 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒, 𝑚𝑎 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜, 𝑐𝑎𝑟𝑛𝑒, 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖𝑜. 𝑁𝑜𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑢𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒, 𝑚𝑎 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒, 𝑣𝑖𝑣𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒.” “
L’ora di lezione” Massimo Recalcati, Einaudi, 2014, pag. 90


Articolo e immagine di © Valentina Finocchiaro  24 novembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐈𝐋 𝐓𝐔𝐎 𝐂𝐔𝐑𝐑𝐈𝐂𝐔𝐋𝐔𝐌 𝐒𝐔𝐏𝐄𝐑𝐀 𝐈𝐋 𝐓𝐄𝐒𝐓 𝐃𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐂𝐎𝐍𝐃𝐈?

Come già abbiamo detto in un altro articolo, chi seleziona candidati per un’azienda è una persona molto impegnata e possiamo stare certi che facendole risparmiare del tempo avremo tutta la sua gratitudine.

Diversi studi (https://www.topresume.com/.../how-to-pass-the-6-second...) hanno dimostrato che il recruiter medio utilizza un tempo vicino ai sei secondi per decidere se il candidato ha il giusto profilo ricercato dall’azienda. In altre parole, il vostro curriculum ha circa sei secondi di tempo per fare una buona impressione, superare un primo screening e aumentare le possibilità di essere chiamato per un colloquio.

Il risultato di questi studi ci suggerisce che il modo in cui si scrive un CV deve seguire delle regole “percettive” che gli permettano di essere efficace.


𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐑𝐄𝐍𝐃𝐄𝐑𝐄 “𝐕𝐄𝐋𝐎𝐂𝐄𝐌𝐄𝐍𝐓𝐄 𝐄𝐅𝐅𝐈𝐂𝐀𝐂𝐄” 𝐈𝐋 𝐕𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎 𝐂𝐕

Leggete cosa avete scritto. La domanda che dovete farvi è la seguente: “Chi legge il mio CV riesce a intuire chiaramente il vostro profilo professionale?”

Per farlo emergere dovete farvi un’altra domanda: “Vengono messe in evidenza esperienze significative interessanti per l’azienda?”

Non sempre le esperienze scritte in ordine cronologico sono utili per chi seleziona. A meno che la vostra storia professionale e formativa non sia perfettamente omogenea (quindi con il corso di studi e successive esperienze tutte nello stesso campo) è bene che vi concentriate su esperienze che ritenete rilevanti per quel lavoro a cui vi state candidando. In questo modo farete risultare chiaro il vostro profilo, creando un curriculum che in gergo viene chiamato “funzionale”.


𝐀𝐋𝐂𝐔𝐍𝐄 𝐑𝐄𝐆𝐎𝐋𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐒𝐔𝐏𝐄𝐑𝐀𝐑𝐄 𝐈𝐋 𝐓𝐄𝐒𝐓 𝐃𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐂𝐎𝐍𝐃𝐈

1) 𝐃𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐭𝐞𝐯𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞: Sapete descrivervi in termini professionali senza creare ambiguità? Provate a usare non più di trenta parole per far capire chi siete voi, quali mansioni siete in grado di ricoprire e qual è il vostro background di studi (solo se rilevante). Mettete questa descrizione in testa al CV, dopo i vostri dati personali, sotto il titolo: “Profilo professionale”.

2) 𝐄𝐯𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐭𝐞 𝐥𝐞 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐞 “𝐂𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐒𝐩𝐞𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞”: un elenco (non più di cinque o sei punti) in cui chiarite le competenze che vi caratterizzano, senza le quali non sareste dei professionisti.

3) 𝐒𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞𝐭𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐞̀ 𝐫𝐢𝐥𝐞𝐯𝐚𝐧𝐭𝐞: se state rispondendo a un annuncio, selezionate le vostre esperienze in modo da mettere in evidenza quelle che sono più vicine al lavoro che desiderate.

Un ultimo consiglio: se non state rispondendo a nessun annuncio in particolare ma volete candidarvi spontaneamente (tramite il cosiddetto “cold contact”), queste regole valgono ancora di più. Dovete aver studiato bene l’azienda e proporvi in modo ancora più chiaro e con un linguaggio in linea con la cultura dell’organizzazione a cui vi state proponendo.
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Articolo e immagine di © Fabio Regis  19 novembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐲

𝐂𝐎𝐒𝐓𝐑𝐔𝐈𝐑𝐄 𝐈𝐋 𝐋𝐄𝐒𝐒𝐈𝐂𝐎, 𝐋'𝐈𝐌𝐏𝐎𝐑𝐓𝐀𝐍𝐙𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐏𝐀𝐑𝐎𝐋𝐄

𝐴 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑐𝑖𝑝𝑙𝑖𝑛𝑎 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑐𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑟𝑎𝑔𝑎𝑧𝑧𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑖𝑛𝑔𝑢𝑎𝑔𝑔𝑖 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑖, 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑣𝑒 𝑒 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒𝑔𝑎𝑡𝑒 𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑚𝑏𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑖𝑜.


𝐋𝐨 𝐬𝐯𝐢𝐥𝐮𝐩𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐚 𝐮𝐧 𝐫𝐮𝐨𝐥𝐨 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐥𝐢𝐧𝐠𝐮𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨.
Le parole sono come piccoli pezzettini di lego che insieme costruiscono un discorso, ogni parola ha la sua importanza, ogni pezzettino entra nella mente e viene memorizzato se è legato a un significato e se la mente utilizza strategie di memorizzazione: o perché è un termine usato frequentemente o perché è legato a una spiegazione e ha un’origine esplicitata.

𝐀 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐢𝐩𝐥𝐢𝐧𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐜𝐜𝐡𝐢𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐫𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐢𝐧𝐠𝐮𝐚𝐠𝐠𝐢 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢, 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐯𝐞 𝐞 𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐦𝐛𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐢𝐨.
E’ importante che gli alunni conoscano i meccanismi della formazione delle parole: si possono alternare momenti di analisi del testo e di “formalizzazione” delle scoperte attraverso la collaborazione e il confronto all’interno del gruppo classe. L’utilizzo di suffissi e prefissi ad esempio costituisce un procedimento molto produttivo perché la consapevolezza dei meccanismo di formazione delle parole consolida negli alunni lo sviluppo della capacità di comprensione di termini sconosciuti all’interno di un testo e favorire il miglioramento delle competenze linguistiche e comunicative.

𝐼𝑛 𝑆𝑐𝑖𝑒𝑛𝑧𝑒, 𝑎𝑑 𝑒𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜, 𝑒̀ 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑓𝑎𝑟 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑓𝑓𝑖𝑠𝑠𝑖 𝑜 𝑝𝑟𝑒𝑓𝑖𝑠𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑜𝑟𝑖𝑔𝑖𝑛𝑒 𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑐𝑎𝑙𝑒, 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑔𝑟𝑒𝑐𝑜 𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑙𝑎𝑡𝑖𝑛𝑜 (ad esempio suffisso di “cellula” è -cita dal greco KYTOS, cavità: melanocita, osteocita..).
Si possono proporre attività di arricchimento lessicale con approccio laboratoriale, imperniato sul fare, sul gioco, sulla scoperta, in cui gli alunni stessi, e non il docente, sono i protagonisti della costruzione delle conoscenze e competenze.
Inoltre, per favorire lo sviluppo della curiosità verso la lingua e per potenziare la riflessione sul lessico in modo ludico, si possono promuovere attività nelle quali gli strumenti, i linguaggi e i metodi caratteristici delle diverse discipline possano intrecciarsi cercando così nella pratica didattica occasioni di interconnessione nell’ottica di un rafforzamento della trasversalità che assicura unitarietà al percorso di apprendimento.

Un linguaggio trasversale alle diverse discipline può essere la musica: l’ascolto e l’analisi di testi musicali in italiano aiuta a introdurre la terminologia specialistica e la relativa spiegazione.
Giochi proposti dai libri di testo sono il cruciverba, le parole crociate, indovinelli, rebus e vignette o fumetti, che aiutano l’alunno a memorizzare in modo simpatico e ludico la terminologia specifica.
Infine si possono proporre attività di creazione di testi scritti o poesie, filastrocche o canzoni attraverso la scrittura creativa mescolando suffissi e prefissi, parole chiave e specifiche.

𝐋’𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐞̀ 𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞!
Buon lavoro!.


Articolo e foto di © Francesca Marazzi  17 novembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐄𝐥𝐞𝐧𝐚

𝐋𝐎 𝐒𝐓𝐄𝐍𝐃𝐈𝐏𝐀𝐍𝐍𝐈 𝐄𝐃 𝐀𝐋𝐓𝐑𝐄 𝐀𝐌𝐄𝐍𝐈𝐓𝐀̀

𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑒𝑣𝑜𝑙𝑣𝑒 𝑒 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑛𝑑𝑒 “𝑙𝑎 𝑙𝑎𝑚𝑝𝑎𝑑𝑖𝑛𝑎”, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑚𝑒𝑡𝑜𝑑𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑑𝑖𝑑𝑎𝑡𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑓𝑎 𝑙𝑎 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎.


𝐋𝐀 𝐏𝐀𝐑𝐎𝐋𝐀, dal dizionario: “𝑁𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑙𝑖𝑛𝑔𝑢𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑚𝑜𝑑𝑒𝑟𝑛𝑎, 𝑚𝑖𝑛𝑖𝑚𝑎 𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑖𝑠𝑜𝑙𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑎𝑙𝑙'𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑟𝑎𝑠𝑒, 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑠𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑢𝑛𝑜 𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑓𝑜𝑛𝑒𝑚𝑖, 𝑑𝑜𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑡𝑜 𝑎𝑢𝑡𝑜𝑛𝑜𝑚𝑜 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑢𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑖𝑛𝑡𝑎𝑡𝑡𝑖𝑐𝑎...”.

Scrivere della parola come unità isolabile ma fondamentale della lingua presuppone riflessioni ampie sulle modalità di apprendimento della lingua madre, quella naturale, e una riflessione più ampia sull’apprendimento della seconda lingua, in questo caso la lingua inglese che, gli alunni della Scuola Primaria, cominciano a conoscere con più regolarità a partire dal loro ingresso a scuola.

Ma andiamo con ordine: come si apprende una lingua, che sia essa naturale o seconda?

Le modalità di apprendimento, secondo varie teorie linguistiche e di glottodidattica, si fondano, in modo sintetico, su questi principi:
1. Ascolto: il neonato assorbe linguisticamente le parole dei genitori;
2. Ripetizione della parola-significato: TA per indicare un oggetto, TATA per indicare una persona, PAPPA, NANNA, MAMMA, PAPÀ e così via...
3. Ripetizione della frase;
4. Produzione autonoma orale della frase nella sua struttura comunicativa base: VOIO LA PAPPA, VIENI A GIOCARE...
5. Produzione della frase oralmente, nella sua struttura complessa e sintatticamente corretta: ANDIAMO AL PARCO GIOCHI? È PRONTA LA PASTA? FACCIAMO UN DISEGNO...
6. Produzione scritta: scrittura della parola e della frase a partire dai cinque-sei anni;
7. Riflessione linguistica e analisi: analisi grammaticale a partire dalla seconda, terza classe della Scuola Primaria.

Nel mio percorso di insegnamento, fino a circa quindici anni fa, anche io ho sempre seguito questo percorso: presentazione dell’analisi grammaticale per prima, solo in seguito l’analisi logica, ma ho sempre avuto una strana sensazione che mi accompagnava: una sensazione che mi diceva che qualcosa non funzionava…come posso pretendere che i miei alunni scrivano una testo, seppur breve, in seconda elementare se per fare un testo serve conoscere la costruzione della frase, non l’analisi della parola? Un giorno, finalmente, mi sono imbattuta in un bellissimo corso di formazione sulla COMUNICAZIONE AUMENTATIVA (CAA) che è un approccio dai vari volti, ma dallo scopo univoco di offrire alle persone con bisogni comunicativi complessi la possibilità di comunicare tramite canali che si affiancano a quello orale, la comunicazione aumentativa utilizza simboli grafici e/o simboli cognitivi per sostituire la parola-nome o la parola-significato…lì ho avuto l’illuminazione: avrei trovato il modo di far comprendere la costruzione della frase fin dalla classe prima, attraverso i colori che, a poco a poco, sarebbero diventati la nostra base per l’analisi logica, per la conoscenza dei sintagmi, per la costruzione della frase e, quindi, del testo.

IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA SOSTITUISCE LA PAROLA STESSA, LA PAROLA È IL MEZZO, NON IL FINE.

Così nasce lo STENDIPANNI: un semplice filo appeso in classe con i cartellini ben stesi sopra:
il cartellino rosso è sempre il CHI? CHE COSA?, cioè il SOGGETTO
il cartellino verde chiaro è sempre il COSA FA?, cioè il PREDICATO VERBALE
il cartellino verde scuro è sempre il COM’È?, cioè il PREDICATO NOMINALE
il cartellino blu è sempre il CHI? CHE COSA?, cioè il COMPLEMENTO OGGETTO.

e così via, la frase si allarga e cresce e acquista di significato. I bambini non sanno subito la funzione sintattica del cartellino ma apprendono che per costruire una frase servono sempre il cartellino rosso e quello verde e apprendono che basta aggiungere cartellini e la frase si allarga, solo in seguito impareranno a conoscerne la funzione e, all’interno della funzione stessa, il valore grammaticale: IL CANE, cartellino rosso, è soggetto ed è formato da un articolo determinativo con un nome comune di animale maschile singolare.

In generale, quindi, ritengo che a scuola, come nella vita d’altro canto, contano di più i significati delle parole stesse: la scelta dei significati e delle funzioni è prioritaria rispetto alla singola unità verbale.

Nell’apprendimento della lingua straniera, in questo caso della lingua inglese, questa progressione naturale è avvalorata degli studi del linguista americano 𝐍𝐎𝐀𝐌 𝐂𝐇𝐎𝐌𝐒𝐊𝐘 che sostengono quanto la COMPETENZA COMUNICATIVA si debba fondare su questi principi:

1. A differenza della didattica tradizionale, che attribuiva la massima importanza alla correttezza grammaticale delle espressioni linguistiche, gli orientamenti più recenti privilegiano l’EFFICACIA COMUNICATIVA, tanto nella forma scritta che nella forma parlata.
2. Questa nozione si lega quindi all’acquisizione, da parte di chi impara una lingua, della competenza comunicativa: ossia di una ABILITA’ MENTALE che si manifesta attraverso la capacità di realizzare atti linguistici appropriati alla concreta situazione comunicativa in cui il bambino si trova inserito. La distinzione fra CONOSCENZA (sapere), ABILITA’ (saper fare), COMPETENZA (saper-essere).
3. Fra l’altro ciò rinvia alle due nozioni di COMPETENZA (COMPETENCE) e PRESTAZIONE (PERFORMANCE) che sono utili per evidenziare i due aspetti predominanti della comunicazione: uno mentale, l’altro operativo.
4. A sua volta la competenza può essere LINGUISTICA o EXTRALINGUISTICA. Nel primo caso essa riguarda gli aspetti più propriamente linguistici della comunicazione (fonologia, ortografia, morfologia, sintassi, semantica). Nel secondo caso si tratta invece degli aspetti non linguistici che accompagnano l’atto comunicativo (gestualità, distanza, aspetti contestuali e circostanziali, variabili sociolinguistiche e interculturali), che però sono fondamentali per l’insegnante di inglese alla Scuola Primaria.

Ne consegue che, nella Scuola Primaria, il focus deve essere comunicativo e non grammaticale; i vocaboli devono essere inseriti in una frase, in un contesto comunicativo; la lingua deve essere usata prima oralmente e solo successivamente scritta; la riflessione linguistica deve essere finalizzata alla comunicazione e non deve essere fine a se stessa, quindi sarà senza valutazione fino alle ultime classi. Questo approccio porta inevitabilmente a delle riflessioni metodologiche da parte degli insegnanti: tutta la didattica delle lingue dovrà considerare la comprensione e la produzione orale e le attività proposte dovranno essere partecipate, vissute dai bambini, si dovranno superare le timidezze, le paure di sbagliare poiché la priorità è la comunicazione.

Anche per l’inglese ci potranno aiutare la COMUNICAZIONE AUMENTATIVA e il nostro STENDIPANNI perché il soggetto è tale anche in inglese, il predicato pure e così via….il cartellino rosso e quello verde si usano già dalla prima classe, associando il predicato ad un gesto, il battito del piede a terra, in modo che i bambini capiscano che il battito non può mai mancare. Non può mai mancare anche la comunicazione EXTRALINGUISTICA quando l’insegnante mima teatralmente ogni singola parola, ogni singolo costrutto letterale.

La parola, quindi, è alla base del sapere o meglio, dei saperi, la parola come partenza ma anche come mezzo, la parola come specchio del nostro essere, la parola come poesia.


𝑁𝑜𝑛 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑜 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑎𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎. 𝐴 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑛𝑒 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑜 𝑢𝑛𝑎, 𝑒 𝑙𝑎 𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜, 𝑓𝑖𝑛𝑜 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑎 𝑎 𝑠𝑝𝑙𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒.
(𝐸𝑚𝑖𝑙𝑦 𝐷𝑖𝑐𝑘𝑖𝑛𝑠𝑜𝑛)



Articolo e foto di © Elena Calzighetti  10 novembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚

𝐂𝐔𝐑𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐏𝐀𝐑𝐎𝐋𝐀 𝐍𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐂𝐔𝐑𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋’𝐀𝐋𝐓𝐑𝐎

𝐿𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 𝑎𝑙 𝑛𝑖𝑑𝑜 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑓𝑎𝑛𝑧𝑖𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑟𝑖𝑑𝑜𝑡𝑡𝑎 𝑎 𝑙𝑖𝑛𝑔𝑢𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑐𝑎𝑙𝑒, 𝑚𝑎 𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑠𝑡𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒. 𝑀𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑖𝑛 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙’𝐴𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑢𝑟𝑛𝑒 𝑎𝑔𝑖𝑡𝑖 𝑒𝑑 𝑒𝑚𝑜𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖.


Interessante parlare di lessico nella fascia d’età 0/6 anni, e poi perché partire dallo zero e non andare indietro, a ritroso nei precedenti nove mesi di gestazione? Quando si costruisce una parola? E come possiamo costruirla? Sì, perché per noi, al nido, la parola si costruisce già nel pancione della mamma e nell’idea di bambino che papà e mamma si portano con sé!

“Analizzando le radici dell’acquisizione del linguaggio, radici indiscutibilmente corporee ma sempre inserite in una relazione interpersonale con le figure di attaccamento, è doveroso porsi domande ed interrogarsi sul significato delle parole che usiamo e sul loro messaggio consapevole ed inconscio”.

Il nido accoglie bambini dai 3 mesi e la scuola dell’infanzia li accompagna sino ai 6 anni. Per un educatore è fondamentale cercare di sapere in che modo rapportarsi col bambino dal punto di vista lessicale: quale terminologia è meglio utilizzare, in quale situazione, come giocare con le parole, quale tono usare?

Nei momenti della giornata definiti di “circle time”, l’educatore predispone uno spazio dedicato nel quale tutti i bambini si possono guardare face to face: lo spazio, ma anche i materiali ed il setting che predisponiamo sono elementi fondamentali, che parlano già da soli e inviano un messaggio al bambino. Predisporre uno spazio in un certo modo piuttosto che in un altro comunica al bambino come vogliamo che si agisca in esso; la ricerca dei materiali e la disposizione di essi ci danno informazioni sull’agire... è necessario che chi opera nei servizi all’infanzia sia consapevole che nulla deve essere lasciato al caso.

L’utilizzo della voce, dei suoni, dei rumori, ma anche dei momenti di silenzio, va pensato.

Molti momenti della giornata sono accompagnati dal tempo delle canzoni, ricche di suoni onomatopeici che richiamano all’immagine ed all’immaginario... spesso si parte dal nome delle cose o dal nominare i bambini stessi, perché il proprio nome cantato, parlato, chiamato, dice al bambino di essere riconosciuto, e di riconoscersi; il nominare, il dare un nome alle cose, accompagnare con il gesto ciò che si descrive, dà un valore alla parola, che a questa età risuona nuova, da consolidare.

Ci sono poi i momenti in cui ci si ritrova ancora tutti insieme, raccolti intorno all’educatore che legge un libro, o mostra delle immagini, oppure i momenti in cui il bambino ha un posto privilegiato e individuale con l’educatore che gli legge o gli parla, racconta: spesso si fa la scelta dei libri silenti o quiet book, quelli “senza parole”, perché è l’immagine che detta la storia da raccontare o che i bambini stessi ci raccontano; e ancora la lettura in solitaria, perché ci possono essere momenti in cui un bambino può e deve essere legittimato della sua voglia di stare solo, concentrato nel suo desiderio di “lettura di immagini”, come ci piace definire la lettura al nido.

Al nido e poi alla scuola dell’infanzia le dinamiche lessicali sono molteplici: uno dei linguaggi da legittimare è il riconoscimento delle emozioni, che spesso anche noi adulti fatichiamo a definire o a riconoscere.

In questo periodo dell’anno sono da poco terminati gli ambientamenti al nido ed alla scuola dell’infanzia, il periodo in cui un bambino affronta i primi distacchi dalle figure a lui più familiari e nel quale dovrà imparare ed apprendere tempi e modi di convivialità e collettività a lui nuovi, per cui vive sicuramente momenti di sconforto dove il pianto viene e deve essere legittimato. Il pianto è un lessico importante e fondamentale, che va riconosciuto e compreso: c’è chi lo utilizza per ricercare attenzione su di sé, chi per sconforto, per essere consolato, chi per far sentire il suo disagio, la sua rabbia...

Sarebbe riduttivo nei servizi all’infanzia parlare di lessico solamente come parola, linguaggio. Ogni bambino che entra nei nostri servizi porta con sé diversi linguaggi che ne testimoniano l’unicità: la lingua o i linguaggi familiari, le differenti culture, modalità di vissuti, tempi personali. “Il linguaggio diventa così un fenomeno transizionale, nell’accezione che Winnicott aveva dato di molte attività creative. Le parole, dunque, assumono un significato personale all’interno della relazione madre-bambino e questi significati non sono uguali per tutti”.

È normale rivolgersi ai bambini con parole che portano con sé messaggi riduttivi, ma come educatori siamo chiamati a mettere cura nelle parole che diciamo poiché ciò che comunichiamo è importante che venga capito, compreso nel modo corretto perché abbia valore per il bambino che ascolta. Perché questo sia possibile, la caratteristica principale che un educatore deve avere è l’empatia, ossia la capacità di riconoscere le emozioni dell’Altro, di calarsi nelle sue sensazioni. Così possiamo utilizzare parole non giudicanti, che spesso nascono dalle nostre paure, o quando siamo stanchi, affaticati, spazientiti; formulare frasi in positivo e sostenere e riconoscere i bisogni di quel bambino, senza negarli, ma descrivendo con serenità la situazione, traducendola e rappresentandola.


Articolo e foto di © Ilaria Bellinghieri  3 novembre 2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚

“𝐒𝐄 𝐂𝐀𝐌𝐁𝐈 𝐋’𝐀𝐔𝐋𝐀, 𝐂𝐀𝐌𝐁𝐈 𝐋𝐀 𝐃𝐈𝐃𝐀𝐓𝐓𝐈𝐂𝐀”

(𝐂. 𝐅𝐫𝐞𝐢𝐧𝐞𝐭)

Credo che uno degli aspetti più trascurati quando si compie un’attenta progettazione didattica, sia il pensare con attenzione al setting didattico. Fateci caso, al massimo, e dopo almeno un paio di consigli di classe, si incomincia a ragionare quasi esclusivamente sull’assegnazione dei posti, quasi come se la gestione puntuale dell’intero spazio in cui i ragazzi trascorrono le loro mattinate sia data, o trovata, come qualcosa di immutabile nella scuola, o che quantomeno, non risulta mai essere al centro di un attento pensiero singolo (il setting può, meglio, dovrebbe cambiare a seconda delle discipline) e collegiale.

𝐒𝐞𝐭𝐭𝐢𝐧𝐠 𝐝𝐢𝐝𝐚𝐭𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐚𝐫𝐫𝐞𝐝𝐢, 𝐦𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐨𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐨𝐜𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐚𝐜𝐢𝐥𝐢𝐭𝐢 𝐥’𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐚 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐢 𝐯𝐢𝐯𝐞.

Ripensare il setting, quindi non si può ridurre in tempi attuali all’introduzione di sedie con rotelle o meno, pc e maxi schermi, ma richiede 𝐥’𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐠𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐚𝐦𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢𝐝𝐚𝐭𝐭𝐢𝐜𝐚.

Recentemente mi sono ritrovata a riflettere su tutto ciò, attribuendo finalmente un’importanza primaria all’ambiente in cui insegno, e la prima ispirazione mi è venuta creando un parallelismo mentale tra aula e set cinematografico, quale che, esattamente come ritengo le mie ore di insegnamento una serie di performance da protagonista di una serie tv, parimenti l’aula-set necessita che ogni elemento sia collocato nel punto giusto, quindi immaginato e pensato in funzione dell’attività-scena di apprendimento che io e i miei studenti ci apprestiamo a provare.

Figlia degna quale sono degli anni ’90, sono sempre rimasta affascinata dalla struttura dei college in stile Beverly Hills 90210, dove erano gli studenti a cambiare aula a seconda del corso che seguivano e della presenza degli armadietti singoli dove depositare gli effetti personali. Ho sempre trovato questo aspetto tremendamente utile ma, ahimè, poco utilizzato in Italia, fatto salvo forse per la scuola dell’infanzia.

Uno dei pochi regali che la situazione attuale ci ha portato, è stato probabilmente, però proprio porre attenzione, e soprattutto vincoli, nel ripensare gli spazi, un’occasione forse unica: agli studenti deve essere garantita la giusta distanza sociale, le aule hanno una capienza limitata, nuovi strumenti tecnologici dovrebbero entrare nelle classi, così come nuovi arredi (come i miei sognati armadietti singoli) trovano una loro collocazione all’interno delle scuole.

𝐄 𝐜𝐨𝐬𝐢̀, 𝐫𝐢𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐢𝐧𝐠 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐫𝐢𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐝𝐚𝐭𝐭𝐢𝐜𝐚.

Come predispongo lo spazio mentre spiego, in modo da favorire la capacità di concentrazione?
Come predispongo lo spazio mentre strutturo esercitazioni guidate o momenti di discussione per favorire il confronto e lo scambio comunicativo?
Come predispongo lo spazio nei momenti di verifica e restituzione delle valutazioni, per dare attenzione al singolo studente?

𝐌𝐚 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨... 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐨𝐜𝐚𝐫𝐦𝐢 𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨?

Credo che la famigerata cattedra sia ormai uno strumento che ha in sé qualcosa di obsoleto. Si può mantenere l’asimmetria data dal ruolo docente/discente puntando su altri fattori, soprattutto umani, come l’autorevolezza del ruolo e la capacità di gestione del gruppo. Imparare a percepirsi come un Team che sta lavorando insieme per raggiungere obiettivi e competenze aiuta anche l’insegnante a collocarsi nello spazio a seconda dell’attività proposta in classe.

E’ fattibile anche ai tempi del Covid? Credo proprio di sì. Gli strumenti, quali mascherine e giuste distanze, aiutano ad evitare la diffusione del virus, e a maggior ragione, se il contatto fisico è escluso, bisogna recuperare il contatto visivo, lo sguardo e la parola, le immagini proiettate e il materiale strutturato e pensato ad hoc... a disposizione di tutti, e non solo delle “prime file”, che esattamente come la cattedra, non hanno quasi più senso di esistere.

Come già detto in altri articoli, anche in questo caso, il bandolo della matassa è nelle mani della creatività di chi dirige il gioco nel contesto reale, con i mezzi che ha a disposizione, e con tutto sé stesso.

Articolo e foto di © Chiara Resenterra 27 ottobre  2020
 

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐀 𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐒𝐄𝐑𝐕𝐄
𝐔𝐍 𝐂𝐔𝐑𝐑𝐈𝐂𝐔𝐋𝐔𝐌 𝐕𝐈𝐓𝐀𝐄?

Il processo di recruiting può essere molto lungo: parte nel momento in cui una persona risponde a un annuncio di lavoro fino a un periodo di prova più o meno lungo. Il curriculum vitae è solo una parte di questo processo e anche se non ha il pieno potere di decretare la vostra assunzione, ha però due funzioni molto importanti.

𝐏𝐫𝐢𝐦𝐨: 𝐎𝐭𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐨𝐪𝐮𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨.
I responsabili del personale (HR manager o altri recruiter) sono persone molto impegnate. Ogni mattina, quando aprono il loro PC, sanno di dover affrontare una grande mole di e-mail. E soprattutto sanno che non c’è tempo per chiunque. Il vostro CV deve quindi essere scritto per 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐢𝐦𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚𝐭𝐢i per un primo colloquio e deve catturare l’attenzione nel più breve tempo possibile (per capire questo meccanismo, vi rimandiamo all’articolo “Conosci la regola dei sei secondi”?).

𝐒𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨: 𝐑𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐛𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞.
Ciò che lamentano maggiormente i selezionatori di personale è la scarsa capacità nel sapere raccontare quello che i candidati stessi hanno scritto nei loro CV. Strano ma vero. Eppure i CV suggeriscono una storia della quale proprio voi siete i protagonisti. In altre parole 𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐕 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐝𝐢 “𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐨” 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐯𝐨𝐢 che dovrete raccontare all’ “interrogazione” con il recruiter. Arrivate preparati. E soprattutto: studiate il vostro curriculum nei minimi dettagli. Immaginate ogni domanda che vi potrebbero fare leggendolo e rispondete al meglio delle vostre capacità.

Adesso che sapete queste cose fate questo esercizio: chiedetevi cosa, della vostra vita professionale o da studente, si può raccontare incuriosendo il vostro interlocutore. Quali sono quelle informazioni che fanno desiderare di saperne di più su di voi? Buon esercizio.


Articolo di © Fabio Regis  22 ottobre 2020
Immagine: un frame del film "Ombra e il Poeta"

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐲

𝐋𝐀 𝐂𝐋𝐀𝐒𝐒𝐄 𝐒𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐍𝐎𝐈

𝑃𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑒 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑖, 𝑟𝑒𝑛𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜𝑙𝑒 𝑢𝑛𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖.


Quando entro in una casa mi guardo intorno: i quadri, i colori del divano e delle pareti, gli scaffali con i libri o la vetrinetta con le bomboniere, le fotografie di famiglia... la casa esprime la personalità della famiglia, è frutto dei loro viaggi, delle amicizie, delle tradizioni.

𝐔𝐧𝐚 𝐂𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞 𝐡𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐠𝐫𝐮𝐩𝐩𝐨 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞.

Si può addobbare con cartine geografiche, disegni, tavole di arte, formulari, piantine sui davanzali, modellino del corpo umano come mascotte...

Rendiamo l’ambiente accogliente e unico, ricco di colori e stimoli perché esprima la personalità del gruppo. Ogni alunno potrebbe contribuire con oggetti, poster, disegni, adesivi.Sentiamo l’ambiente nostro, in fondo trascorriamo un quarto della nostra giornata ed è importante sentirci “a casa” perché mente e corpo siano ben predisposte all'apprendimento. Ad esempio ho proposto una attività legata alla geometria: la realizzazione tramite origami di scatolette colorate per raccogliere le emozioni: quando l’alunno si sente una particolare emozione (gioia, soddisfazione, ansia, paura..) può scrivere un messaggio e affidarlo alla scatoletta che custodisce e protegge e rispetta l’emozione. Le scatolette colorano lo scaffale e la classe è custode dei pensieri segreti degli alunni!

La posizione dei banchi denota lo stile di didattica: lezione frontale con i banchi tutti rivolti a cattedra e lavagna (di ardesia e/o LIM), o confronto tra compagni se i banchi, sempre mantenendo le distanze (di questi tempi è norma!), sono disposti a coppie, uno di fonte l'altro, o a gruppi...

Io preferisco quest'ultima soluzione perché ho verificato che si impara molto dal pari. Si apprende giocando: giochi di gruppo, problemi stimolanti che richiedono diverse capacità, permettono agli alunni di collaborare ognuno con la propria logica, con l'intuito personale o un approccio sperimentale.

𝐍𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐚 𝐚𝐧𝐬𝐢𝐚, 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚 𝐚 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐠𝐨𝐥𝐚, 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚𝐧𝐝𝐨𝐬𝐢 𝐞𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨, 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐞𝐩 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐝 𝐚𝐬𝐬𝐢𝐦𝐢𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢.

Il cooperative learning è alla base della didattica, lasciamo il palcoscenico ai ragazzi, in fondo noi docenti siamo solo i registi!.


Foto e articolo di © Francesca Marazzi 20 ottobre 2020

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐄𝐥𝐞𝐧𝐚

𝐂𝐑𝐔𝐍𝐂𝐇𝐘,
𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐅𝐎𝐆𝐋𝐈𝐄 𝐃'𝐀𝐔𝐓𝐔𝐍𝐍𝐎

Sample title

𝐿’𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑟𝑒𝑎𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑆𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎 𝑃𝑟𝑖𝑚𝑎𝑟𝑖𝑎...𝑖𝑛 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝐶𝑜𝑣𝑖𝑑, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑎 𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑙’𝑎𝑢𝑡𝑢𝑛𝑛𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑎𝑏𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒.


A distanza da un mese dalla ripresa delle lezioni, possiamo fare delle riflessioni sull’impatto che ha la normativa anti Covid nelle nostre scuole.


La prima considerazione che mi sento di fare è che i nostri alunni, a scuola, sono bravissimi nel rispettare le regole: indossano le mascherine negli spostamenti, rispettano le distanze, si sforzano di pensare giochi alternativi che non prevedano il contatto fisico e quindi dimostrano di essere, chi più, chi meno, assolutamente consapevoli dell’importanza della normativa. Questo a scuola...perché fuori, invece, tale consapevolezza diventa più difficile da applicare perché nei parchi gioco, sui campi da calcio o in tutte le occasioni sociali esterne alla scuola, il distanziamento sociale non è certamente garantito.


La seconda considerazione va alle famiglie che, con grande fatica tra una Circolare e l’altra, tra una comunicazione e il suo esatto contrario, stanno imparando quando e come muoversi in caso di malesseri riconducibili al Covid...complimenti davvero!


Ma ora veniamo alla vita quotidiana nelle nostre aule, già 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐥𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐞 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐥𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐟𝐚𝐜𝐢𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐦𝐚, 𝐢𝐧 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐬𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐚, 𝐥𝐨 𝐞̀ 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮̀. Normalmente le lezioni vengono strutturate, soprattutto alla scuola primaria, pensando a:


- un warm up, un riscaldamento per focalizzare l’obiettivo e per “far entrare” gli alunni nello scopo della lezione;
- presentazione delle informazioni e dichiarazione dell’obiettivo da raggiungere;
- proposta di un’esercitazione guidata per utilizzare le informazioni ricevute;
- controllo dei progressi;
- esercitazione libera, a gruppi o a coppie, con modalità differenti da quella guidata ma con le stesse finalità;
- dare spazio alle domande;
- riepilogo e conclusione.


In generale, anche lo spazio dell’aula e le risorse disponibili hanno un peso enorme nell’apprendimento. Stiamo parlando del 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐈𝐍𝐆, cioè
𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑖𝑠𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑧𝑧𝑎𝑛𝑜 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑙’𝑎𝑡𝑚𝑜𝑠𝑓𝑒𝑟𝑎 𝑝𝑠𝑖𝑐ℎ𝑖𝑐𝑎 𝑐ℎ𝑒, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑛 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒𝑠𝑠𝑒, 𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑑𝑑𝑖𝑠𝑡𝑖𝑛𝑔𝑢𝑒. 𝐷𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑏𝑎𝑛𝑐ℎ𝑖, 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑜𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑡𝑡𝑒𝑑𝑟𝑎 𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒, 𝑑𝑖𝑠𝑙𝑜𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑎𝑣𝑎𝑔𝑛𝑎, 𝑑𝑒𝑖 𝑐𝑎𝑟𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜𝑛𝑖, 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑡𝑒𝑐𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑒: 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑎𝑙 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑡𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑑𝑖𝑑𝑎𝑡𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑢𝑙 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑔𝑙𝑖 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑜𝑛𝑜. 𝑁𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑎𝑡𝑡𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑠𝑢𝑙 𝑠𝑒𝑡𝑡𝑖𝑛𝑔 𝑒̀ 𝑑𝑖 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑢𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑠𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑎 𝑓𝑎𝑟 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑟𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑛𝑜𝑣𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 (𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑠𝑢𝑔𝑔𝑒𝑟𝑖𝑣𝑎 𝑔𝑖𝑎̀ 𝐹𝑟𝑒𝑖𝑛𝑒𝑡: “𝑆𝑒 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖 𝑙’𝑎𝑢𝑙𝑎, 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖 𝑙𝑎 𝑑𝑖𝑑𝑎𝑡𝑡𝑖𝑐𝑎”).
(Nuova Didattica)

Ecco, ora il lavoro di coppia o di gruppo non è più contemplato e gli insegnanti si trovano a dover utilizzare la lezione frontale come setting privilegiato. È bene chiarire che la lezione frontale non va demonizzata, anzi, rimane un efficace metodo didattico ma solo per brevi periodi durante la giornata scolastica: è il momento in cui si chiedono l’ascolto, l’attenzione e la capacità di astrazione, è una tecnica di apprendimento passivo ma efficace che però andrebbe alternata con altre tecniche didattiche, definite attive, quali il peer-to-peer, l’apprendimento cooperativo, l’apprendimento laboratoriale, la ricerca sperimentale, la ricerca-azione o il role-playing.

Tutto quindi, dal suono della prima campanella, va ripensato affinché gli alunni possano sperimentare una forma di apprendimento attivo anche in tempi di emergenza sanitaria: non è pensabile che i bambini della Scuola Primaria restino sei ore seduti, nel banco da soli, ad apprendere con la sola lezione frontale. Come fare? Le mie colleghe ed io ci abbiamo pensato, ovviamente, ancor prima del suono della prima campanella e abbiamo deciso di iniziare dai saluti del mattino, il nostro “𝐛𝐮𝐨𝐧𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨” al solito abbraccio o al “𝐛𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐢𝐥 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞” che erano per noi una bellissima routine. Attendiamo i bambini sulla porta e ognuno di loro ci saluta con un gesto o una frase scelta personalmente che noi insegnanti replichiamo: c’è chi saluta con un passo di danza, chi con la Dab in stile Hip Hop americano e d’ispirazione calcistica, chi con un ballo di Fortnite, chi con un’elegante gesto alla “Queen Elisabeth”, chi con un inchino abbinato ad un Namaste, chi con una strizzatina dell’occhio al grido di “abbraccio”, chi con una finta stretta di mano al grido di Shampoo, chi con il nostro inno di inizio classe terza d’ispirazione Flinstones: Yabba Dabba Doo, sei in terza anche tu!
Ci prendiamo il giusto tempo, prima di cambiarci la mascherina, per dire: 𝐧𝐨𝐢 𝐜𝐢 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨, 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐪𝐮𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐞, 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐭𝐮 𝐬𝐞𝐢 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞!

Nei primi giorni di scuola, com’è noto, di solito si fanno delle 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚: anche in questo caso il Setting era fondamentale perché non si sarebbero potuti più fare i lavori di gruppo tanto graditi dai bambini.
Come fare?
Con le colleghe abbiamo pensato ad un’attività di arte da poter far svolgere singolarmente che però, in seguito, sarebbe potuta diventare una grande opera d’arte collettiva: un grande mandala-arcobaleno:“
𝑺𝒊𝒆𝒕𝒆 𝒗𝒐𝒊 𝒊 𝒑𝒆𝒛𝒛𝒊 𝒑𝒆𝒓𝒇𝒆𝒕𝒕𝒊 𝒅𝒊 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒍𝒐𝒓𝒂𝒕𝒊𝒔𝒔𝒊𝒎𝒐 𝒑𝒖𝒛𝒛𝒍𝒆. 𝑺𝒆 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒅𝒊 𝒗𝒐𝒊 𝒎𝒂𝒏𝒄𝒂𝒔𝒔𝒆 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒄𝒂𝒑𝒐𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒂𝒓𝒆𝒃𝒃𝒆 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒆𝒕𝒐.”
Siamo un team, una grande squadra e facciamo in modo di ricordarcelo.
(maestra Laura e maestra Valeria)

Infine arrivano loro, le nostre lezioni di inglese, quelle che ci piacciono tanto perché sono lezioni vissute, giocate, mimate, con gare tipo quiz con tanto di pulsanti, con parti recitate e dialogate...come fare? Qui ci è di grande aiuto la tecnologia, in particolare il digitale: grazie ai video già presenti in rete o grazie a quelli realizzati da noi stesse possiamo tentare di stimolare l’uso della lingua straniera e mantenere alto il loro livello d’interesse. La scorsa settimana abbiano proposto un’attività CLIL sull’autunno (Il termine CLIL è l’acronimo di Content and Language Integrated Learning. Si tratta di una metodologia che prevede l’insegnamento di contenuti in lingua straniera. Ciò favorisce sia l’acquisizione di contenuti disciplinari sia l’apprendimento della lingua straniera.): TEN REASONS TO FALL, dieci ragioni per amare l’autunno.

Ecco il nostro decalogo con l’applicazione del Total Physical Response: apprendimento che unisce il verbale al gesto fisico...il mimo che serve a focalizzare il contenuto:
1 WALKS: mimare la camminata
2 CRUNCHY LEAVES AND COLORFUL TREES
3 GOING THROUGH A FOGGY LANDSCAPE: camminare coprendosi gli occhi per mimare la nebbia (landscape: vocabolo già noto)
4 LARGE SCARVES AND COATS: mimare sciarpe e cappotti
5 COOL BREEZES: mimare brividi abbracciandosi
6 COMING INTO A WARM HOUSE: mimare ingresso in casa al calduccio
7 HOT CHOCOLATE OR CINNAMON TEA: gesto goloso e bere con mignolo alzato
8 READING A BOOK IN FRONT OF THE CHIMNEY: mimare lettura del libro (chimney: vocabolo gia noto)
9 CANDLES: vocabolo già noto
10 HALLOWEEN: vocabolo già noto ma fare disegno

Nel procedere con lo studio dei movimenti da abbinare al vocabolo, però, mancava un aggettivo, CRUNCHY, croccante: come fare in un autunno non ancora partito, quando le foglie croccanti non si possono ancora calpestare?
Come aiutare i bambini a ricordare un suono?
Ecco che ci vengono in aiuto i sacchetti vuoti delle patatine che, se stropicciati, fanno CRUNCH...insomma, anche se l’autunno rema contro, anche se dobbiamo stare distanziati, anche se non si possono creare momenti di vera esperienza laboratoriale, insegnanti e alunni, insieme, possono vivere esperienze significative di apprendimento e di relazione a scuola.

Setting da normativa anti-Covid, non ti temiamo perché...”𝐿𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑑 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑏𝑏𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑡𝑜, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑑 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑏𝑏𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑟𝑎𝑟𝑒”.
(John Lubbock)


Foto e articolo di © Elena Calzighetti 13 ottobre 2020

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 Ilaria

𝐆𝐑𝐔𝐏𝐏𝐈 𝐁𝐎𝐋𝐋𝐀 𝐍𝐄𝐈 𝐍𝐈𝐃𝐈 𝐃’𝐈𝐍𝐅𝐀𝐍𝐙𝐈𝐀


𝐴𝑓𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖𝑙 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑜 𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑡𝑟𝑎𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑙𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑙𝑖𝑛𝑒𝑒 𝑔𝑢𝑖𝑑𝑎 𝑎𝑡𝑡𝑒 𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑔𝑖𝑜 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑟𝑜𝑛𝑎𝑣𝑖𝑟𝑢𝑠, 𝑑𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎𝑖 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖𝑧𝑖 𝑎𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑓𝑎𝑛𝑧𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖𝑧𝑖𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑑𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑒 𝑢𝑛 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑜 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎.


Molti dei servizi all’infanzia hanno riaperto da un mese, ma a me e a tanti colleghi ci sembrano ormai trascorsi molti più giorni e questa sensazione è data dall’intensità del tempo dedicato alla strutturazione della riapertura dei servizi educativi.

Le linee guida governative sono arrivate solo intorno alla metà del mese di agosto: le abbiamo lette e rilette, studiate, argomentate, collocate all’interno dei pensieri strutturati nei mesi precedenti e finalmente ripensate e messe in campo.

La richiesta che questa emergenza sanitaria ci ha chiesto e ci chiede maggiormente di attuare è il mantenimento stabile di piccoli gruppi di bambini con la loro educatrice di riferimento per tutta la durata giornaliera del servizio offerto, condizione necessaria affinchè nel caso in cui dovesse manifestarsi una positività da Covid-19, si possa in questo modo individuare eventuali contagi grazie alla tracciabilità dei contatti avuti all’interno del servizio stesso, ma anche al di fuori di esso. Infatti la condizione sine qua non è la sottoscrizione di un patto di corresponsabilità nei comportamenti da mantenere sia all’interno ma anche all’esterno dei servizi educativi, e che perciò abbiamo chiesto di mantenere anche alle famiglie dei nostri piccoli utenti.

Gli stessi gruppi stabili dei bambini sono stati definiti dalle linee guida con un nome che porta in sé un sostanziale significato: i Gruppi Bolla. Perché proprio come bolle di sapone che volano nell’aria restano in vita ed esistono fino a che, toccandosi e scontrandosi con un’altra bolla di sapone, scoppiano, vanificandosi... questa similitudine rende bene l’idea di come solo se manteniamo i gruppi di bambini nella loro bolla, dove all’interno di essa vivono la propria giornata, mangiando, dormendo, giocando ecc, garantiamo il loro essere protetti dal possibile contagio da coronavirus.

Come professionisti di pedagogia ci siamo subito interrogati sul come fare a strutturare un servizio educativo pensato da sempre in un modo del tutto differente da questa richiesta?

Siamo partiti pensando allo 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 come il 𝐍𝐢𝐝𝐨.

Ci siamo in primo luogo interrogati sulla parola “servizio”. Un servizio, per essere tale, deve essere utile alle famiglie che ne usufruiscono: la famiglia che ha necessità di portare il proprio figlio al nido, in primo luogo deve avere la possibilità di lasciarlo in tempo per arrivare in orario sul suo posto di lavoro; così, per essere funzionale, i bambini sono stati suddivisi in gruppi in base all’orario di arrivo e di uscita richiesto dalla famiglia. Ingressi ed uscite contingentate in base alle esigenze delle famiglie.

Il servizio Nido, inoltre, è un servizio educativo ed anche su questo aspetto, abbiamo voluto vedere il lato positivo della situazione: spesso i Nidi sono pensati in gruppi sezione con età omogenee per poi svilupparsi solo in alcuni momenti della giornata, in condizioni di intersezione. Avendo dovuto suddividere i bambini per orari di ingresso ed uscita delle famiglie, vien da sé che i gruppi non potevano più garantire la suddivisione per età omogenee, bensì si sono costituiti con età miste.

Quali le criticità delle nostre scelte organizzative?

Dopo un mese di apertura, mi vien da dire, nessuna! Ma ricordo ancora le reticenze di alcuni educatori, quasi spaventati dall’idea del gruppo eterogeneo per età, oppure gli interrogativi di alcune famiglie sulla costruzione di gruppi di bambini tanto diversi... “nel gruppo di mio figlio, lui è il più grande con tanti piccolini... sarà una cosa favorevole per il suo sviluppo?” oppure “nel gruppo di mia figlia, lei è l’unica femmina... diventerà un maschiaccio?” e ancora “nel gruppo di mio figlio, lui è il solo italiano... imparerà a parlare bene?”...

Proviamo davvero a poter vedere nel cambiamento il buono che spesso porta con sé; pensiamo alla ricchezza che gruppi misti per età, sesso, lingua possono dare e promuovere l’uno per l’altro...

Dopo poco più di un mese di apertura dei servizi, oltre ad avere la puntualità negli ingressi e nelle uscite che spesso era difficile che si verificasse, vedo ed osservo un mutuo aiuto tra grandi e piccini e serenità da parte degli educatori.


Articolo e foto di © Ilaria Bellinghieri - 6 ottobre 2020

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐂𝐇𝐈 𝐒𝐎𝐍𝐎 𝐈 𝐍𝐄𝐄𝐓?


𝐐𝐔𝐄𝐋𝐋𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐒𝐀𝐏𝐏𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐃𝐄𝐈 𝐍𝐄𝐄𝐓
Qualcuno li chiama “disimpegnati”, altri “scoraggiati”. C’è chi impropriamente li definisce Hikikomori, pensando che l’Italia abbia importato dal Giappone una particolare forma di disagio giovanile. In realtà, quando parliamo dei NEET ci troviamo dentro un mondo molto ampio e frammentato, una categoria statistica che indica chi, anche momentaneamente, non ha un’occupazione, non frequenta la scuola e non svolge alcun tirocinio (è infatti l’acronimo inglese di 𝐍𝐞𝐢𝐭𝐡𝐞𝐫 𝐢𝐧 𝐄𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧, 𝐄𝐦𝐩𝐥𝐨𝐲𝐦𝐞𝐧𝐭 𝐨𝐫 𝐓𝐫𝐚𝐢𝐧𝐢𝐧𝐠).

𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐈 𝐆𝐈𝐎𝐕𝐀𝐍𝐈 𝐇𝐀𝐍𝐍𝐎 𝐈𝐍𝐈𝐙𝐈𝐀𝐓𝐎 𝐀 𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐍𝐄𝐄𝐓
Il termine compare alla fine degli anni Novanta in Gran Bretagna con uno scopo preciso: quello di indicare tutti quei giovani tra i 16 e 24 anni a rischio di esclusione sociale poiché non studiano né lavorano. In Italia la fascia dei NEET si colloca tra i 15 e 29 anni, così come oggi in tutta l’Unione Europea.

𝐓𝐑𝐀𝐍𝐐𝐔𝐈𝐋𝐋𝐈, 𝐍𝐎𝐍 𝐄̀ 𝐔𝐍𝐀 𝐌𝐀𝐋𝐀𝐓𝐓𝐈𝐀
No, essere NEET non è una malattia, nonostante i media si sforzino di mostrare un quadro drammatico e patologico di questa popolazione. È anche vero, però, che in Italia è un’emergenza e si stima che riguardi quasi un giovane su tre. Ma dobbiamo avere qualche cautela prima di trarre conclusioni.

Prima di tutto stiamo parlando di una fascia estremamente ampia. Non possiamo pensare, ad esempio, che un quindicenne possa avere molte cose da condividere con uno alla soglia dei trent’anni: diverse sono le esigenze, le esperienze trascorse, lo stile di vita e il modo di relazionarsi con il mondo del lavoro.

Si può poi essere NEET anche per brevi periodi della vita e quello che ci dicono le statistiche sono fotogrammi di una pellicola in cui si vedono andare e venire migliaia di giovani.

E infine, non tutti i NEET sono uguali.

𝐔𝐍 𝐍𝐄𝐄𝐓, 𝐓𝐀𝐍𝐓𝐈 𝐍𝐄𝐄𝐓
E allora vediamoli più da vicino, scoprendo così ben quattro popolazioni distinte

𝟏) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐢𝐧 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨: tra loro e un disoccupato qualunque c’è solo l’età a fare la differenza. Sono persone che autonomamente si iscrivono ai centri per l’impiego, hanno il loro curriculum bello pronto e sono disposti ad accettare anche lavori non del tutto in linea con le proprie aspirazioni o titolo di studio. Rappresenta il primo gruppo in termini di numerosità.

𝟐) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 “𝐯𝐨𝐫𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞𝐫𝐨 𝐦𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨”: sono gli “indisponibili”, impegnati a doversi occupare di questioni familiari o limitati per ragioni di salute. È il secondo gruppo più ampio ed è a maggioranza femminile.

𝟑) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀: sì, ci sono anche loro. In Italia non siamo abituati agli “anni sabbatici” dei neo diplomati, cosa perfettamente normale in paesi anglosassoni o scandinavi. Sono NEET per scelta momentanea perché alla ricerca delle proprie passioni attraverso contesti non formali (come gruppi musicali, compagnie teatrali, FabLab). Decidono quindi di investire nel far crescere le proprie competenze per trasformare, un giorno, la passione in lavoro. Ci sono anche quelli, poi, che semplicemente si prendono del tempo per capire quale strada percorrere.

𝟒) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐨: eccoli i NEET per eccellenza, oggetto di indagine da parte di esperti e giornalisti. Ma è il gruppo meno ampio e sicuramente il più fragile di tutti, del quale le stime non riescono a dare mai un quadro completo. Per loro il problema non è l’opportunità ma l’incapacità di uscire da un guscio di paure: per quante possibilità il mercato offra, il grosso della questione è superare il senso di inadeguatezza e il ritiro sociale.

𝐐𝐔𝐈𝐍𝐃𝐈, 𝐂𝐇𝐄 𝐅𝐀𝐑𝐄?
Data la grande diversificazione del fenomeno, è difficile impostare provvedimenti efficaci che vadano bene per tutti. Nel momento in cui la situazione di svantaggio è riconosciuta dalle persone stesse, come nel caso di disoccupati in cerca di lavoro, è più semplice individuare strategie. Per questo esiste la 𝐆𝐚𝐫𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢, la quale offre un’ampia gamma di opportunità, dai corsi gratuiti ai tirocini extracurricolari retribuiti (con importanti sgravi per le aziende che assumono).

Nei casi in cui la situazione di NEET è determinata da fattori non puramente occupazionali ma da scelte individuali, fragilità individuali o impossibilità a lavorare, la risposta risulta invece ancora inefficace. Ed è proprio lì che gli interventi delle 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐢 devono concentrarsi maggiormente, coinvolgendo i giovani nella scoperta delle loro propensioni, ascoltando i loro desideri e le loro paure. Solo in questo modo si può lavorare a tutto tondo su una situazione che deve essere monitorata giorno dopo giorno da professionisti del settore.


Articolo e foto di © Fabio Regis  - 29 settembre 2020

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SmaniaSchool by Chiara

𝐓𝐑𝐀 𝐑𝐄𝐒𝐏𝐎𝐍𝐒𝐀𝐁𝐈𝐋𝐈𝐓𝐀’ 𝐄 𝐑𝐈𝐒𝐎𝐑𝐒𝐄


Quando si inizia un nuovo anno scolastico, soprattutto per chi ha le classi prime, inizia sempre un percorso nuovo. Nuovo in realtà anche quando incontri di nuovo i tuoi studenti dopo l’estate. Gli adolescenti crescono e cambiano alla velocità della luce e così, e così, in ogni caso, ti trovi di fronte persone diverse e con bisogni differenti.

Quest’anno di novità a scuola ce ne sono molte, tra polemiche, disagi, pandemia o non pandemia, la verità è che qualcosa sta, per necessità, cambiando e deve cambiare. Questi “scossoni”, sono convinta, possono anche diventare opportunità per molti, per me sicuramente e la domanda che ho rivolto a me stessa a inizio anno è stata:
“𝑪𝒉𝒆 𝒕𝒊𝒑𝒐 𝒅𝒊 𝒊𝒏𝒔𝒆𝒈𝒏𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒗𝒐𝒈𝒍𝒊𝒐 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒊 𝒎𝒊𝒆𝒊 𝒂𝒅𝒐𝒍𝒆𝒔𝒄𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒔𝒕𝒖𝒅𝒆𝒏𝒕𝒊?”

Credo che sia una domanda fondamentale che ogni tanto vada rispolverata, perché, se è vero che quando si inizia a lavorare si parte sempre con grande entusiasmo e grandi idee, e altresì vero, che il tempo, la routine, i programmi, possano indurre una sorta di pigrizia mentale anche nei docenti, e la tendenza a riproporre quanto da anni si svolge senza un vero ripensarsi, senza un vero cambiamento che stia al passo con lo scorrere e l’evolversi delle situazioni.

E così, mentre riflettevo sul da farsi nei primi giorni di scuola, sulle difficoltà determinate da distanze, mascherine, ecc... seduta sui gradini di accesso al mio balcone osservando fondamentalmente il nulla o il tutto che scorgo dall’ultimo piano della mia nuova casa, mi è arrivata in un insight la risposta:
“𝑽𝒐𝒈𝒍𝒊𝒐 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝑰𝑹𝑹: 𝑰𝒏𝒔𝒆𝒈𝒏𝒂𝒏𝒕𝒆 𝑹𝒊𝒔𝒐𝒓𝒔𝒂 𝑹𝒆𝒔𝒑𝒐𝒏𝒔𝒂𝒃𝒊𝒍𝒆”
[la mia mente incomincia a ragionare per acronimi e a inventarne, questo potrebbe essere grave, in quanto tutta la scuola è ormai un insieme infinito di acronimi, oppure, potrebbe essere divertente, significa solo che sto imparando finalmente anche lo scolastichese burocratico che ho sempre odiato.]

Ma, scherzi a parte, le parole che meritano una riflessione sono proprio Risorse e Responsabilità.

Uno dei nodi centrali sta nel fatto che la scuola è un’istituzione estremamente variegata dal punto di vista delle risorse materiali e culturali a cui da una parte studenti e famiglie possiedono o hanno accesso, dall’altra le scuole stesse possiedono o hanno accesso parimenti. Non possiamo nasconderci dietro immagini utopistiche: la società attuale in cui viviamo è molto molto complessa e diversificata, la forbice economica e culturale, soprattutto nei momenti di crisi, tende ad ampliarsi e a portare a galla tutte le contraddizioni del nostro sistema sociale. Il rischio vero è che se fondiamo la scuola solo sull’accesso a risorse materiali ed economiche avremo scuole (e studenti) di serie A, scuole e studenti di serie B, ecc...
Io, quindi, alla fine, vorrei essere 𝐮𝐧’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞 nelle vite dei miei alunni... potranno dimenticarsi com’era la classe, i voti che hanno preso, e sicuramente si dimenticheranno nel corso della vita (esattamente come è successo a me) anche tutta una serie di nozioni e contenuti, ma vorrei che si ricordassero della bellezza dell’apprendere, perché se mantieni viva quella cosa lì, allora sì, daremo a tutti la possibilità reale di realizzare se stessi, e una società di adulti realizzati sarà sicuramente una società migliore.
Quindi cosa possiamo fare? Quale tipo di insegnante dovremmo essere per fare la differenza?

Tra le tante riflessioni che mi affioravano nella testa quella sera sul balcone, mi è apparsa l’immagine della 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐢𝐚𝐧𝐚 di 𝐝𝐨𝐧 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐌𝐢𝐥𝐚𝐧𝐢. Perché? Perché la scuola di Barbiana fu un’esperienza didattica e innovativa nata dalla Risorsa Umana che fu don Milani, laddove di risorse materiali e culturali ce ne erano assai poche. A dimostrazione del fatto che si può fare anche laddove le condizioni di partenza sembrano assai sfavorevoli. Il motto, noto a tutti, della scuola è “I Care”, mi importa. Una scuola privata che mise al centro i bisogni di studenti, allora, lavoratori e che quindi andavano a scuola dopo aver lavorato nei campi, ma che scrissero un libro e la celeberrima “Lettera a una professoressa” nella quale si spiegavano i principi che costituivano la scuola e al contempo fu un atto di accusa verso il modello tradizionale di scuola.

L’attualità credo che stia proprio in questo I care, in questa capacità di innovazione, che prima ancora che nelle mani del legislatore è nelle mani dei singoli docenti. [Anche perché, attualmente, se si rileggono i programmi ministeriali del MIUR, il docente italiano ha massima libertà di impostare la sua didattica come meglio crede, superando un modello nozionistico che, ahimè, è ancora imperante]

Ecco, quindi, 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐑𝐈𝐒𝐎𝐑𝐒𝐀 𝐩𝐞𝐫 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐚𝐥𝐮𝐧𝐧𝐨 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞, un docente possiede armi potentissime: il suo sapere, la sua esperienza, la sua creatività, il suo prendersi a cuore le situazioni più disparate. E da qui l’immediato collegamento alla parola Responsabilità: non è la società generica di adulti che ha la responsabilità sulle nuove generazioni, ma la singola persona adulta che con il suo comportamento responsabile diventa esempio credibile [e si spera, seguibile] per i ragazzi. Quindi il primo compito di chi insegna è questa responsabilità educativa che non sta scritta in nessun contratto, ma che è la prima risorsa vera che la scuola possiede.

𝐋𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚 𝐑𝐄𝐒𝐏𝐎𝐍𝐒𝐀𝐁𝐈𝐋𝐈𝐓𝐀’ 𝐝𝐞𝐫𝐢𝐯𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐥𝐚𝐭𝐢𝐧𝐨, 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞, 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐫𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐢𝐧 𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐢. Chi più di un insegnante si trova quindi a dare risposte se ha saputo accogliere e ravvivare il desiderio di apprendere nei suoi studenti?


Articolo e foto di © Chiara Resenterra  - 22 settembre 2020

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SmaniaSchool by Elena

LA SCUOLA RINASCERA' DALLE PROPRIE CENERI?

“𝐿’𝑎𝑟𝑎𝑏𝑎 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑒 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑙’𝑒𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑚𝑎 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖 𝑒 𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑛𝑎𝑠𝑐𝑖𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙’𝑢𝑜𝑚𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑒 𝑖𝑛 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑑𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎𝑙𝑙’𝑒𝑣𝑜𝑙𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑜. 𝐼𝑛𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖, 𝑙’𝐴𝑟𝑎𝑏𝑎 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑒 𝑟𝑖𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑒 𝑐𝑒𝑛𝑒𝑟𝑖, 𝑙𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑡𝑒𝑠𝑖 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑒𝑠𝑝𝑙𝑜𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑛𝑔𝑜𝑛𝑜 𝑜 𝑙’𝑢𝑜𝑣𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎 𝑜 𝑙𝑎 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑒 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑎.
𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐴𝑟𝑎𝑏𝑎 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑑𝑖𝑟𝑒 “𝑟𝑖𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑒 𝑐𝑒𝑛𝑒𝑟𝑖”, 𝑎𝑑 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑙𝑒 𝑒𝑑 𝑖𝑛𝑓𝑎𝑢𝑠𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑐ℎ𝑒 𝑔𝑟𝑎𝑧𝑖𝑒 𝑎𝑑 𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑙’𝑖𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑑𝑢𝑜 𝑠𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑔𝑖𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑟𝑖𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎.”
(𝑀𝑎𝑟𝑐𝑜 𝑇𝑟𝑒𝑣𝑖𝑠𝑎𝑛)

L’anno scolastico post Covid-19 sta per ripartire e gli interrogativi, le perplessità e le preoccupazioni sono molteplici ma, poiché gli insegnati non si scoraggiano...o non dovrebbero scoraggiarsi di fronte alle difficoltà perché la natura dell’educatore parte dall’impossibilità del fallimento...non si educa senza la speranza nel futuro dei nostri studenti..., non posso non vedere qualcosa di positivo in questa ripartenza.

Per la prima volta dal Decreto Moratti (17 aprile 2003), la scuola post Covid sta subendo una trasformazione, sta uscendo dallo “stallo alla messicana”, sta lasciando l’immobilismo. Vorrei spiegare in modo più approfondito.

Dal 2003 a oggi si sono succeduti 11 Ministri, ciascuno di loro, indipendentemente dallo schieramento politico, ha apportato modifiche sostanziali alla Scuola Primaria e alcune alla Scuola Secondaria di II° grado, non è mai stata riformata la Scuola Secondaria di I° grado (se non nel nome) e tutti, indistintamente hanno portato questi dati oggettivi:

1) Tagli al personale in ogni ordine di scuola
2) Riduzione o, in alcuni casi, completa sparizione delle ore di compresenza nella Scuola Primaria e all’Infanzia
3) Formazione delle cosiddette classi “pollaio”
4) Aumento rapporto docente di sostegno-alunni
5) Cambio/aumento di sigle (POF-PTOF, BES, RAV, PEI, PAI e chi più ne ha più ne metta)
6) Ritardi nelle assegnazioni dei docenti alle cattedre (alcune nomine si sono fatte a novembre!)
7) Tagli esorbitanti ai finanziamenti per il funzionamento delle scuole
8) Iper burocrazia: un docente mediamente trascorre un’ora al giorno del suo tempo lavorativo a occuparsi di tutto fuorché di didattica
9) Modifica del sistema di reclutamento dei docenti al punto tale che, in alcuni casi, non è possibile nominare un supplente per coprire le malattie dei docenti e le classi vengono, di prassi, divise
10) Mancata erogazione di fondi per la manutenzione ordinaria/straordinaria agli enti, come i Comuni, che hanno la responsabilità degli edifici scolastici A fronte di queste, ahimè, poco confortanti evidenze, a marzo 2020 le scuole hanno chiuso per un’emergenza sanitaria globale, gli insegnanti hanno dovuto ingegnarsi con la Didattica a Distanza (DaD)...chi più chi meno, chi con successo, chi senza...ma questo è un altro discorso...ma è fuori dubbio che, in queste condizioni, una riflessione sulla Scuola si è stati costretti a farla.

Si è scoperto che la Scuola non è solo trasmissione di saperi ma anche e soprattutto relazione, abbiamo capito che ci sono mancati gli alunni, i colleghi, i compagni e le maestre, abbiamo capito quali sono le “falle”, le crepe delle nostre scuole, ci siamo messi seduti ad un tavolo a parlare con gli Amministratori, poi sono arrivati i fondi statali per l’emergenza e ora, finalmente, i lavori sono in corso; le scuole non solo vengono messe in sicurezza nel rispetto delle norme ma, dove i finanziamenti lo consentono, diventano più funzionali; per la prima volta si parla di arredare il giardino, di ridurre il numero di alunni per classe; gli insegnanti, dopo più di tredici anni, saranno nominati a partire dal mese di agosto e sicuramente prima della fine del mese di settembre; si discute sul non “buttare via” quelle competenze digitali sviluppate nella DaD...in sostanza, ci si siede e si parla di SCUOLA nella sua complessità: spazi, arredi, finanziamenti ma, soprattutto, si parla di didattica, di metodologia e di strategie educative.

Perché a noi insegnanti della Scuola Primaria, quello che davvero preoccupa è: dobbiamo trovare nuove strategie affinchè l’apprendimento sia stimolato e stimolante nonostante il banco singolo distanziato e l’abolizione dei lavori di gruppo; dobbiamo trovare nuovi modi per salutare i bambini al mattino perché l’abbraccio non è più onsentito; dobbiamo mantenere vive quelle competenze digitali nate nella DaD perché in aula informatica ci potremo andare con mezza classe ma non abbiamo le compresenze; dobbiamo organizzare un ripasso nel modo più divertente ma efficace possibile e allora...VIA: si ritorna a cercare risorse, applicazioni, canzoni e filastrocche perché ci siano modi differenti per stimolare le INTELLIGENZE dei bambini (Teoria delle Intelligenze Multiple di Gardner).

La voglia di ricominciare è tanta, nonostante le disinfezioni, l’areazione delle aule, i richiami ad indossare correttamente la mascherina perché se non credessi a questo “fermo” obbligato come ad un’opportunità, probabilmente dovrei cambiare lavoro; perché se non avessi fiducia nel senso di responsabilità dei miei alunni, probabilmente dovrei cambiare lavoro; perché se non credessi all’investimento emotivo insito nel mio ruolo, probabilmente dovrei cambiare lavoro!

Perché se non sperassi nel futuro, sicuramente dovrei cambiare lavoro! Fiducia, Rispetto, condivisione collaborazione, risorse e professionalità: solo così daremo alla scuola post Covid la possibilità di essere una Scuola nuova.

Onestamente non sono certa che la SCUOLA RINASCERA’ dalle proprie ceneri, come l’Araba Fenice ma, in quanto persona che crede nella speranza nel futuro, VOGLIO CREDERCI.

“𝐶ℎ𝑒 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑝𝑎𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑏𝑒𝑟𝑖, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑐𝑖𝑎𝑠𝑐𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑟𝑎𝑚𝑖 𝑢𝑛 𝑐𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑜 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑙𝑎 𝑙𝑢𝑐𝑒!” (𝑂𝑙𝑖𝑣𝑎̀𝑛)

Articolo e foto di © Elena Calzighetti - 15 settembre 2020

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SmaniaSchool by Vale

LA FENICE

Nel biennio dei licei è comparsa da qualche anno una materia, "𝐠𝐞𝐨𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚", sempre fonte di dubbi per i genitori e di difficoltà di gestione per i docenti.
Questa materia si propone di recuperare il poco spazio dato alla geografia nelle scuole superiori.
Questo, a quanto sembra, è già ridotto nelle classi inferiori, data la scarsa conoscenza generale delle basi geografiche non solo mondiali ma addirittura italiane che contraddistingue un numero ormai preoccupante di studenti.
Alle superiori purtroppo introdurre la geostoria non risolve il problema: generalmente la geografia è ridotta a un corollario della storia e chiaramente non ha comunque lo spazio che meriterebbe.
Unificare le materie implica la necessaria riduzione degli argomenti nel programma e di fatto il residuo di una semplice contestualizzazione spaziale degli eventi storici affrontati durante l’anno.
Per fortuna, alcuni argomenti relativi alla geografia umana si possono recuperare in forma discorsiva e si possono rendere più pertinenti, collocandoli secondo coordinate geografiche precise nel mondo di oggi.

Uno di questi argomenti è quello delle 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐞.

Generalmente la prima distinzione che si fa è quella tra risorse rinnovabili e non rinnovabili.
Questi concetti vanno sicuramente nella direzione di qualcosa che evidentemente travalica i confini della vita umana e si colloca al livello della vita del Pianeta.

Riflettere sulle risorse, però, mi porta a chiedermi: quali sono le mie risorse? non potendo essere infinite, quanto sono “rinnovabili”?

La prima parte di questo anno 2020 ha sicuramente messo a dura prova le risorse di insegnanti ed alunni, dal punto di vista dell’impegno costante, della viva presenza, del portare a termine percorsi di crescita efficace anche a distanza.
In campo sono state messe in gioco anche le risorse dei genitori, sicuramente in precedenza più ai margini rispetto al percorso scolastico e ora interpellati nel vivo, non solo dei compiti ma anche delle lezioni stesse.

In tanti momenti la sensazione è stata quella di non farcela, soprattutto quando è stato necessario ripensare alle reali possibilità di un percorso a distanza e riformulare i programmi già previsti a settembre 2019.
Di fronte a malfunzionamenti, disagio, inadempienze, ritrosie, fughe e sparizioni, fatiche di vario genere e chiaramente in modo più significativo il Covid stesso, forse molti hanno avuto proprio la sensazione di non avere più risorse.

E ora?

La scuola sta per ricominciare.
Si susseguono aggiornamenti giornalieri sulla situazione generale che non fanno ben sperare rispetto a una didattica in presenza per molto tempo.
Il problema non è secondario: la scuola ha in se’, in quanto istituzione di accompagnamento alla formazione, bisogno di presenza.
La “scuola” è un termine che ricorda tanto l’edificio in cui avviene qualcosa e poco il vero valore di ciò che succede al suo interno.

La scuola è prima di tutto una comunità.
Come tale, ha al suo interno risorse ineguagliabili, se confrontate con quelle che si possono replicare davanti ad un pc.
Lo schermo rende inevitabilmente meno efficaci e interessanti le spiegazioni, meno coinvolgenti le attività di classe e quasi impossibili le attività di gruppo.
Davanti ad un computer diviene difficile anche intervenire e partecipare, soprattutto per gli alunni più timidi o fragili.
L’intervallo diventa solitario, non si accede insieme alle classi, non ci si incontra e non ci si saluta nei corridoi, non si attende insieme il suono della campanella.
Quanto conosciamo dei nostri ragazzi in questi brevi momenti di vita condivisa?
Non dimentichiamoci poi che la scuola è portata avanti da tutta una serie di collaboratori, anch’essi imprescindibili, che contribuiscono a renderla comunità, costituendo il collante che fa da tramite tra alunni, docenti e genitori.

Tutto questo rende ovvia la conclusione: come comunità, la risorsa più importante della scuola sono le persone.
Tutte le persone presenti a scuola fanno della collaborazione lo strumento più importante a loro disposizione e questo sarà sicuramente un ottimo punto per ripensare la scuola a settembre.

Non sappiamo come si svolgerà questo anno scolastico, che si prefigura difficile già in partenza.
Quello che dobbiamo tenere ben presente è che le persone, in quanto tali hanno difficoltà, fragilità, disagi e debolezze e quindi devono essere supportate.

Le persone hanno però anche tanti talenti come impegno, partecipazione, collaborazione, creatività, capacità di socializzazione che andrebbero valorizzati al meglio.

Insomma, non dimentichiamoci che la scuola è fatta di persone e a settembre dovrà superare la sua prova come una fenice.
Risorgere dalle ceneri della didattica della non-presenza e riprendere il suo ruolo di comunità, se necessario anche dalla distanza.


Articolo e foto di © Valentina Finocchiaro - 8 settembre 2020

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SmaniaSchool by Francy

𝐑𝐄𝐒𝐓𝐀𝐑𝐄 𝐀𝐆𝐆𝐀𝐍𝐂𝐈𝐀𝐓𝐈 𝐀𝐋𝐋𝐄 𝐍𝐎𝐕𝐈𝐓𝐀'

Bentornati, e siamo quasi a settembre...
"𝒔𝒆𝒕𝒕𝒆𝒎𝒃𝒓𝒆, 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒎𝒊𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒍𝒐𝒓𝒊, 𝒄𝒊𝒆𝒍𝒐 𝒅'𝒂𝒍𝒃𝒐𝒓𝒊 𝒍𝒖𝒏𝒈𝒉𝒊, 𝒇𝒊𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒍𝒖𝒏𝒈𝒉𝒊 𝒂𝒓𝒅𝒐𝒓𝒊"
recitava una poesia imparata quando ero alla Scuola Elementare... sì, perché mi viene spontaneo allo stimolo di una parola, declamare un modo di dire, una canzone, una frase... ed è il gioco che chiedo agli alunni quando introduco la lezione con la 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐯𝐞.

Mi spiego, quando un insegnante presenta un nuovo argomento può "tirare fuori" (dal latino 𝒆𝒅𝒖𝒄𝒆𝒓𝒆) le conoscenze pregresse degli alunni mediante il brainstorming: esprimere cosa viene in mente (un concetto, un'idea), in uno schiocco delle dita, spontaneamente, sentendo la parola chiave che introduce la tematica scelta per la lezione.
Si libera la mente, si aprono i cassetti della memoria, delle esperienze vissute, si esprimono connessioni e relazioni e l'insegnante ha poi il compito di mettere in ordine i liberi pensieri degli alunni, dar loro una connotazione, legarli in uno schema o mappa concettuale ed approfondirli.

Un'altra modalità di stimolo per partire e introdurre un argomento è lavorare per immagini, un po' come funziona su Instagram: ho un'immagine, una foto e scelgo una citazione, una parola chiave che spieghi e titoli l'immagine stessa.

Le nuove generazioni poi comunicano tanto anche con i meme: una sorta di rivisitazione sottoforna di vignettatura di una foto con commenti che possano alludere ad altre situazioni in modo ironico e stravolgere così il significato intrinseco dell'immagine.

Il lavoro di noi docenti del 2020 (e fa anche rima!) è aggiornare i nostri strumenti comunicativi osservando come i preadolescenti e adolescenti si relazionano tra loro e adattare la nostra didattica e il nostro 𝒎𝒐𝒅𝒖𝒔 𝒆𝒅𝒖𝒄𝒂𝒏𝒅𝒊 a loro in quanto soggetti dell'arte dell'insegnamento.
Vi assicuro che questi nuovi stimoli divertono e ci avvicinano al loro mondo che ci sembra così strano e lontano.

Buon anno scolastico a tutti!

Articolo di © Francesca Marazzi - 1 settembre 2020
Immagine di Chiara Resenterra

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SmaniaSchool by Chiara

𝟏𝟓𝟎 𝐀𝐍𝐍𝐈 𝐃𝐈 𝐌𝐎𝐍𝐓𝐄𝐒𝐒𝐎𝐑𝐈

Agosto 1870, Chiaravalle.
 

Il 31 agosto, per la precisione di 150 anni fa nacque una donna rivoluzionaria, destinata a segnare e rimanere nella storia.
Maria Tecla Artemisia Montessori è infatti tutt’oggi considerata una pietra miliare per chi si occupa di scuola e non solo.

In un mondo maschile, in cui le quote rosa non esistevano, seppe ed ebbe la forza di farsi strada e di coniugare le idee conservatrici e innovative ereditate dai genitori.
Fu la terza donna italiana a conseguire la laurea in Medicina nel 1896, con la specializzazione in neuropsichiatria. Nello stesso anno partecipò anche al Congresso Femminile di Berlino in rappresentanza dell’Italia, contribuendo con il suo impegno ed esempio all’emancipazione delle donne.

Ma la passione che la animava la portò anche oltre.
Tutta la sua vita fu spesa in un continuo percorso di approfondimento in campi che in apparenza, nell’attuale suddivisione dei saperi, potrebbero sembrare contrastanti quando invece sono solo complementari: materie scientifiche e materie umanistiche trovano nei suoi studi un felice incontro, tant’è che è ricordata sia come scienziata che, e soprattutto, come un’illuminata educatrice e pedagogista.

Nel 1898 si laureò anche in Filosofia.

L’opera Montessoriana non si ferma però al solo conoscere, la sua intera esistenza fu mossa anche dal fare, proseguendo una linea coerente con il suo pensiero ha attraversato gli anni politicamente peggiori degli ultimi secoli, con le Due Guerre Mondiali.

Il Metodo Montessori aveva una filosofia di base attualissima anche oggi: la libertà favorisce la creatività del bambino, creatività che è connaturata alla natura stessa delle prime fasi della vita dell’essere umano.
Compito dell’insegnante è accompagnare in questa crescita, predisporre un ambiente adatto ai bambini, “assecondare” le loro inclinazioni per condurli all’espressione del loro potenziale.

Ma io credo che il contributo più bello lo abbia lasciato per la sua attenzione a tutta l’infanzia: dalla disabilità alla povertà, nulla fu trascurato nei suoi studi e nel suo agire: questa visione d’insieme che forse oggi manca dovrebbe portare ogni insegnante a riscoprirla per progettare una Scuola migliore.

E così, 150 anni dopo, l’invito è a rileggere la sua Opera immensa, per celebrarla, come Donna, come Scienziata, come Educatrice.

Articolo di © Chiara Resenterra - 25 agosto 2020
Nelle foto: Maria Montessori
Elaborazione grafica di Chiara Resenterra

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SmaniaSchool by Gianni

𝐋𝐎 𝐏𝐒𝐈𝐂𝐎𝐋𝐎𝐆𝐎 𝐍𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀

SmaniaSchoolWeek #5


Le attività di uno psicologo nella scuola sono tante e dipendono, ovviamente, anche dalle fasce d'età di cui si occupa.
Tenterò un semiserio elenco, assolutamente non esaustivo, delle aree di intervento nella scuola di noi psicologi partendo dai reali incarichi a me affidati.

𝟏) 𝐎𝐬𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢.
Una cosa per nulla semplice. Per osservare qualcosa in una classe devi essere capace di essere o così coinvolto da essere considerato parte del gruppo, o essere talmente un “arredo” da non essere nemmeno notato.
Semplice no? Quando un ragazzo ti appende il giubbotto sulla testa sai di esseci riuscito.

𝟐) 𝐂𝐨𝐥𝐥𝐨𝐪𝐮𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐞, 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢, 𝐂𝐃𝐂, 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐢.
Di fronte a determinati problemi viene richiesto il “parere esperto” dello psicologo che talvolta può essere anche ospitato all'interno di organi, tipo il Consiglio di Classe o il Collegio Docenti, cui solitamente non partecipano.
Il problema più grosso in certi casi è essere incisivi.
Se lo sei di solito poi hai delle frizioni da dover gestire, anche pesanti, perchè ovviamente a nessuno piace sentirsi dire le cose da fare o modificare.
Se non lo sei, sembri uno che dice cose così ovvie che
“𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑑𝑖𝑟𝑙𝑒 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖𝑎 𝑛𝑜𝑛𝑛𝑎”
ovvero di sentire nell'aria
“𝑒𝑐𝑐𝑜, 𝑔𝑙𝑖 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑖̀, 𝑖𝑛𝑢𝑡𝑖𝑙𝑖”.
Quindi in definitva hai due rischi, lavorativamente parlando. Essere mandato via dalla scuola perchè inutile (non incisivo) o perchè risulti scomodo (troppo incisivo).
Beh, io preferisco la seconda. Almeno prima mi diverto.

𝟑) 𝐒𝐩𝐨𝐫𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐂𝐈𝐂.
Soprattutto nelle superiori questo ruolo è delicatissimo e una delle cose più difficili da far capire alle famiglie, ma anche ai docenti, è che il colloquio ha senso se è totalmente coperto da privacy e che i ragazzi si aprono solo di fronte alla certezza della totale privacy.
Chiaramente dire a qualcuno che ti fa domande che non potrebbe o dovrebbe farti,
“𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑓𝑓𝑎𝑟𝑖 𝑡𝑢𝑜𝑖”
sembra inopportuno per cui si diventa spesso smemorati. Cose del tipo che quando un insegnante ti chiede:
“𝑎𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎, 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑛𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑎 𝑡𝑒 𝐹𝑖𝑙𝑖𝑝𝑝𝑜?”
tu rispondi
“𝐹𝑖𝑙𝑖𝑝𝑝𝑜 𝑐ℎ𝑖?”
anche quando lo hai visto un minuto prima.

𝟒) 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢.
Di fronte a determinati problemi si è chiamati ad intervenire sul gruppo classe. Per esempio per casi di bullismo, problemi di relazione coi docenti, lutti improvvisi.
Qui il pensiero magico la fa da padrone. E si procede ancora una volta tra considerazioni estreme. Si va dal
“𝑙𝑜 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑒 𝑎 𝑛𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒” a
“𝑣𝑎𝑑𝑎 𝑖𝑛 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑜𝑙𝑣𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎. 𝐼𝑛 𝑑𝑢𝑒 𝑜𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑜̀, 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑖 𝑝𝑖𝑢̀”.

𝟓) 𝐅𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐮𝐧𝐧𝐢.
Lo psicologo va nelle classi anche per formazione diretta degli alunni, per esempio sui temi delle sostanze, affettività, sessualità.
Qui si tratta di reclutare la piena attenzione ed essere molto incisivi per evitare o almeno limitare l'incontro con certi problemi agli alunni.
Questo tipo di interventi è molto delicato e se vuoi essere incisivo una qualche forma di fascinazione te la devi giocare.
L'autorevolezza necessita di ben più di due ore per instaurarsi, quindi almeno all'inizio in qualche modo devi farti notare. Anche a costo di gigioneggiare. Poi una volta “bucata” l'attenzione saranno i ragazzi a richiamarti in classe.

𝟔) 𝐅𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢.
E' un momento delicato. In piccolo gruppo o più spesso in plenaria si tratta di tenere conferenze su temi scelti dai genitori stessi o indicati dalla presidenza.
La cosa più difficile è il momento del dibattito.
Qualsiasi tema tu svolga, a fine conferenza devi rispondere a domande più o meno su tutto lo scibile umano e su argomenti che interessano solo la persona che fa la domanda.
Poi, finita la conferenza, devi tentare di arrivare alla tua automobile, che dista solo 200metri dalla porta della sala, in un tempo almeno migliore di quello che farebbe una tartaruga.
Il mio record negativo è: finita conferenza alle 23:45, arrivato all'auto alle 2. Ben 1,48metri al minuto.

𝟕) 𝐅𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢.
A me è capitato spesso di tenere corsi di aggiornamento docenti.
Sono momenti bellissimi. Voi penserete che i docenti non abbiano alcuna voglia di formarsi. Alle volte può sembrare e mi è sembrato. Ma a dire il vero solo durante i primi minuti della prima lezione. Poi mai. Anche in corsi lunghissimi, 30 ore, magari in orario non comodo, dalle 17 alle 20, con le famiglie che li aspettano a casa, è bello scoprire che i docenti restano fino ad oltre l'orario e spesso si viene allontanati da chi deve chiudere la sala.
Reclutare l'attenzione dei docenti può essere molto più difficile di quella dei ragazzi ma una volta ottenutala l'effetto “tellina sullo scoglio” è assicurato.

𝟖) 𝐎𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨.
Lo psicologo aiuta i ragazzi e le famiglie nelle attività di orientamento o, spesso, di ri-orientamento.
Qui la cosa più difficile da frenare è l'ansia, soprattutto dei genitori.
E' la versione psicologo-oracolo.
Dopo soli dieci minuti, con gli occhi spalancati come un cerbiatto, ti vengono poste domande semplici che riassunte suonerebbero come
“𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑓𝑟𝑒𝑞𝑢𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑚𝑖𝑜 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠𝑜, 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑖𝑛𝑡𝑜𝑝𝑝𝑖, 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑒 𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑚𝑒𝑛𝑒 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑔𝑢𝑎𝑑𝑎𝑔𝑛𝑖 𝑢𝑛 𝑠𝑎𝑐𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑑𝑖”.

Queste ed altre cose avvengono mentre negli interstizi di tempo, a scuola, tenti di bere un caffè al bar in completo anonimato, camuffato da pianta di ficus o da espositore dei Chupa per evitare che ti arrivi la domanda della vita che inizia inesorabilmente con
“𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑣𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑙𝑒𝑖, ℎ𝑎 𝑢𝑛 𝑚𝑖𝑛𝑢𝑡𝑖𝑛𝑜?”
(come no, al bar, ma guarda che caso!).
In quel caso si assiste anche ad un fenomeno studiato da Einstein, la dilatazione del tempo. Il minutino diventa tutta l'ora buca del docente. Come a fine conferenza il “minutino” richiesto dal genitore diventa l'alba.
Oppure, al contrario, quando qualcuno non ti conosce ancora e ti allunga la mano per presentarsi appena gli dici
“𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑙𝑜 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑜”
istintivamente la ritrae come per paura che toccandola possa avere il potere di risucchiargli la sua storia e, chissà, i suoi segreti.

In definitiva l'essere psicologo a scuola però si riassume in un unico vero mandato.
Accompagnare i bambini e i ragazzi verso la loro vita diventando ora scudo, ora mentore, ora madre accogliente ora padre incitante.
Un compito allegro come questo elenco semiserio.


Articolo di © Gianni Caminiti - 7 agosto 2020
Nelle foto: Gianni il nostro psicologo scolastico

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SmaniaSchool by Chiara e Vale

𝐀𝐓𝐓𝐄𝐍𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 = 𝐅𝐎𝐂𝐔𝐒, 𝐂𝐀𝐑𝐄, 𝐂𝐀𝐔𝐓𝐈𝐎𝐍, 𝐂𝐎𝐍𝐒𝐈𝐃𝐄𝐑𝐀𝐓𝐈𝐎𝐍, 𝐄𝐘𝐄

SmaniaSchoolWeek #4


“𝑷𝒆𝒓 𝒑𝒊𝒂𝒄𝒆𝒓𝒆, 𝒔𝒕𝒂𝒕𝒆 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒊.”
“𝑫𝒂𝒊 𝒓𝒂𝒈𝒂𝒛𝒛𝒊, 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒓𝒂 𝒖𝒏 𝒂𝒕𝒕𝒊𝒎𝒐 𝒅𝒊 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆.”
“𝑺𝒖𝒐 𝒇𝒊𝒈𝒍𝒊𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒎𝒂𝒊 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒊𝒏 𝒄𝒍𝒂𝒔𝒔𝒆, 𝒔𝒊 𝒅𝒊𝒔𝒕𝒓𝒂𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒄𝒐𝒔𝒂.”

Se dovessimo stilare una serie di parole usate con più frequenza dagli insegnanti italiani, credo che la parola ATTENZIONE entrerebbe di diritto nelle prime cinque.
Effettivamente sembrerebbe un problema diffuso tra gli insegnanti quello di riuscire a catturare l’attenzione dei propri studenti, ed è una delle prime “domande esistenziali” del nostro essere professoresse che ci siamo poste quando abbiamo incominciato ad entrare nelle classi.

“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒕𝒂 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒐?”
“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒔𝒊 𝒑𝒆𝒓𝒅𝒆 𝒏𝒆𝒍 𝒔𝒖𝒐 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐?”
“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒔𝒊 𝒅𝒊𝒔𝒕𝒓𝒂𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒊 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒂𝒈𝒏𝒊?”

Troppo facile, secondo noi, far ricadere tutte le responsabilità solo sui discenti: diciamocelo, nella maggior parte dei casi, soprattutto nel biennio di scuola superiore (e credo ancor più nella scuola media) è di una noia mortale stare seduti per 5 o 6 ore di fila ad ascoltare professori che si alternano nelle spiegazioni.

Chiara: "𝐿𝑜 𝑎𝑚𝑚𝑒𝑡𝑡𝑜, 𝑒̀ 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑎 𝑚𝑒, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑠𝑡𝑒𝑔𝑛𝑜, 𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑙’𝑎𝑡𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑛 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑒, 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑙 𝑡𝑜𝑛𝑜 𝑒𝑟𝑎 𝑡𝑟𝑜𝑝𝑝𝑜 𝑚𝑜𝑛𝑜𝑡𝑜𝑛𝑜, 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑖𝑙𝑒 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑖𝑙𝑒𝑛𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑢𝑖 𝑎𝑑 𝑢𝑛 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜, 𝑚𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑒𝑣𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙’𝑜𝑛𝑑𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝑚𝑖𝑒𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑖. 𝐶𝑜𝑠𝑖̀ 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑖 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜, 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 𝑒𝑟𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑎, 𝑞𝑢𝑖𝑛𝑑𝑖 𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒... 𝑒𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑛𝑜, 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑎𝑣𝑜 𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜."

Però abbiamo fatto anche esperienze opposte, ovvero di mantenimento dell’attenzione per ore, in situazioni concrete (ovvero dove oltre alla parte meramente cognitiva era previsto anche un fare), in situazioni in cui il relatore era particolarmente appassionante, e quando, banalmente, guardiamo un film o ci troviamo in circostanze in cui tutta la nostra persona è in qualche modo coinvolta.

C’è dell’altro, in una situazione come quella di lezione frontale, la capacità di attenzione dei ragazzi si attesta su un massimo di 30 minuti, dove il picco è circa intorno al 15esimo minuto. Un fattore di cui un buon insegnante dovrebbe sempre tener conto nella programmazione della sua lezione. Come dire: inutile propinare concetti importanti per 45 minuti, sapendo benissimo che non serve.

Quindi dai
“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒕𝒂 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒐?”,
“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒔𝒊 𝒑𝒆𝒓𝒅𝒆 𝒏𝒆𝒍 𝒔𝒖𝒐 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐?”,
“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒔𝒊 𝒅𝒊𝒔𝒕𝒓𝒂𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒊 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒂𝒈𝒏𝒊?”
siamo passate a cercare di capire 𝐂𝐎𝐌𝐄 possiamo fare concretamente per mantenere l’attenzione dei nostri studenti per i 100 minuti in cui dobbiamo gestire il gruppo classe. Ovviamente il tema in questione non può essere esaurito nello spazio di un post, ma si possono iniziare a compiere delle riflessioni.

1. Siamo andate a crecarci come in inglese viene tradotta la parola attenzione e il risultato ci ha colpito: si traduce con 𝐅𝐨𝐜𝐮𝐬, quindi il focalizzare, mettere in luce un aspetto che si ritiene rilevante, ma, cosa c’è di più importante dello studente stesso? Il focus è l’attenzione ad ogni singolo ragazzo, a cogliere segnali non verbali sui loro volti e nei lori micro movimenti.
Si traduce con 𝐂𝐚𝐫𝐞, ovvero, qualcosa di cui “ci importa veramente” inteso come cura: cura per i ragazzi, ma cura anche nelle parole che si scelgono per spiegare e coinvolgere. 𝐂𝐚𝐮𝐭𝐢𝐨𝐧, cioè cautela, una sorta di “maneggiare con delicatezza”... e non è quello che forse dovremmo sempre fare con tutte le persone? 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧: tengo in considerazione, quindi prendo in esame, tutti gli aspetti legati alla relazione tra me, i ragazzi, e l’oggetto di apprendimento, che non è esterno alla relazione comunicativa, ma ne fa parte e ha valore esattamente come i soggetti coinvolti. Infine 𝐄𝐲𝐞.
Chiara: "𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 ℎ𝑜 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡’𝑢𝑙𝑡𝑖𝑚𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 ℎ𝑜 𝑑𝑒𝑐𝑖𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑖𝑛𝑐𝑙𝑢𝑑𝑒𝑟𝑙𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑚𝑖 ℎ𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑢𝑛 𝑚𝑖𝑜 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑎𝑑𝑜𝑙𝑒𝑠𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎: 𝑚𝑖𝑜 𝑝𝑎𝑑𝑟𝑒, 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜, 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑣𝑎 𝑖𝑛 𝑑𝑖𝑎𝑙𝑒𝑡𝑡𝑜 “𝐹𝑎 𝑏𝑎𝑙𝑎̀ 𝑙’𝑜𝑐𝑐” (𝑓𝑎𝑖 𝑏𝑎𝑙𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑙’𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜). 𝑂𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑠𝑡𝑎𝑖 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑡𝑖 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑑𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑣𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜."
Dov’è il pericolo qui? Di parlare ad un muro, ad una serie di “occhi” persi nel nulla, quando l’obiettivo è che questi occhi siano vivi, brillino di coinvolgimento.

2. Abbiamo capito da subito, dalle prime lezioni in aula, che per tenere l’attenzione bisogna essere delle brave 𝐏𝐞𝐫𝐟𝐨𝐫𝐦𝐞𝐫: in pratica ogni volta che entriamo in classe ci sentiamo un po’ come se dovessimo andare in scena. E per questo si cerca di alternare i toni di voce, di muoversi tra i banchi, di fornire stimoli... insomma, una sorta di recitazione. E questo fattore l’abbiamo appreso riflettendo sulla nostra esperienza: chi erano, e sono, le persone che non solo catturano, ma riescono a far sì che prolunghiamo i nostrii tempi di attenzione? Sono coloro che in un modo o nell’altro ci trasmettono quel qualcosa per cui si intravede passione ma anche preparazione e studio del non verbale. Coloro che in un certo senso ci affascinano e ci trasportano nel loro mondo.

3. 𝐌𝐮𝐨𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢: non si può pretendere che i ragazzi stiano seduti, immobili, per un’ora nei loro banchi. E’ quasi scontato che perdano l’attenzione! Siamo prof fiscali sull’eliminazione fisica di alcuni distrattori dai tavoli: telefoni, penne troppo variopinte o bizzarre, smalti, trucchi e specchietti (sì, ci sono anche quelli negli astucci delle nostre adolescenti)... ma non siamo fiscali se mentre parliamo qualcuno di loro sente il bisogno di disegnare, non siamo fiscali se ci chiede di andare al calorifero e ascoltare da lì la lezione. Non siamo fiscali e proponiamo sempre una “pausa programmata e organizzata”, ovvero un momento strutturato da noi per cui ci si può muovere nell’aula, chi vuole, o discutere, o scrivere alla lavagna a turno. Siamo noi che, senza che loro lo sappiano, li facciamo muovere. Quindi, oltre alle parole, il “𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑟𝑒𝑡𝑜”.

4. Infine. Chiediamo attenzione... 𝐦𝐚 𝐧𝐨𝐢 𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 ad ogni parola che dicono? Ad ogni domanda che ci lanciano? Ci accorgiamo sempre della mano alzata? Mentre interroghiamo... siamo davvero sicuri che li stiamo ascoltando con attenzione? Ecco, siamo convinte che la scuola debba essere assolutamente un’organizzazione democratica: tutti dobbiamo stare alle stesse regole che ci siamo dati come gruppo sociale. Se ti do attenzione, la pretendo. E i ragazzi questo lo capiscono, Prima ancora delle parole arrivano le azioni, questa coerenza continua che chiedono al mondo adulto.

‘Na fatica, diciamocelo... ma poi si prende il ritmo e tutto diventa più facile.
E così, con poco, ti accorgi che in fondo, sei tu insegnante, che devi stare attenta, che devi aumentare i livelli di attenzione, intensiva e selettiva.
Ma fa parte del gioco.


Articolo di © Chiara Resenterra - © Valentina Finocchiaro - 6 agosto 2020
Nelle foto:  Chiara e Valentina le nostre esperte 14-19 anni

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SmaniaSchool by Francy

FAR FATICA

SmaniaSchoolWeek #3


Un passo dopo l'altro, un pensiero dopo l'altro.
Dopo il lockdown ho deciso di riprendere a correre per sfogarmi e gustarmi aria di libertà facendo fatica.
Mi piace far fatica, mi sento l'energia che scorre tra i piedi, sale a stomaco e cuore e arriva al cervello.
Correre mi aiuta a mettere in ordine le idee, a macchinare progetti, a proiettarmi nel futuro, a ripensare al passato.

Un altro anno scolastico si è appena concluso (per noi docenti finisce a fine giugno, metà luglio), scorro immagini e sensazioni legate alle fatiche, alle soddisfazioni, alle esche messe in gioco per tenere agganciati gli alunni, sì perché, va bene finire il programma, ma il problema maggiore è stato ricreare il clima di classe, le dinamiche di gruppo ed entrare con discrezione e creatività nelle case degli alunni... più che didattica a distanza, direi educazione a distanza: da insegnante mi premeva chiedere loro come stessero, come impiegassero il loro tempo, come condividessero gli spazi e i tempi in famiglia.

Ho trovato gli alunni di Prima frizzanti, motivati, gasati e coinvolti nei lavori proposti, che fosse la spiegazione (quasi mai frontale), un filmato da commentare, una scheda di esercizi, li ho trovati protagonisti delle attività. Per loro ho proposto una ricerca legata all'animale domestico o a un animale scelto dalle cronache (ad esempio fenicotteri e leopardi liberi nelle strade deserte delle città): hanno condiviso capolavori, stupendomi con la loro sensibilità e profondità.
Hanno scoperto che occuparsi di un animale regala emozioni e responsabilizza, distrae e rende autonomi.

I ragazzi di Seconda e Terza, ormai adolescenti, si sono mascherati con telecamere e microfoni spenti ed è stato difficile coinvolgerli, spesso preferivo lasciarli parlare tra loro, perché si confrontassero e scontrassero.
Stanare con discrezione i silenziosi, i timidi, gli insicuri non è stato semplice.

La matematica è una "brutta bestia" in presenza, figuratevi a distanza e certo non aiuta nel sentirsi coinvolti, "presi bene" come dicono loro.

Spero sia rimasto loro il ricordo della presenza di noi docenti, che abbiamo aperto le nostre case, raccontato la nostra vita quotidiana come forse raramente in classe siamo abituati a fare e questo ci ha permesso, pur nella lontananza, di essere più vicini, più veri, più umani e meno "docenti in cattedra".
Perché siamo persone vere, e oltre che educare ci mettiamo in gioco in prima persona per migliorarci... ma questa è già un'altra storia.


Articolo di © Francesca Marazzi - 5 agosto 2020
Nella foto: Francy, la nostra esperta 11-14 anni

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SmaniaSchool by Elena

𝐋𝐀 𝐑𝐈𝐂𝐄𝐓𝐓𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝐕𝐈𝐀𝐆𝐆𝐈𝐎 𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀

SmaniaSchoolWeek #2


“[...] 𝒅𝒐𝒗𝒆𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒓𝒂 𝒂𝒏𝒅𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒐𝒏𝒕𝒂𝒏𝒐.
𝑴𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒊𝒎𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒗𝒂, 𝒍𝒂 𝒔𝒕𝒓𝒂𝒅𝒂 𝒆̀ 𝒗𝒊𝒕𝒂”
(𝐉. 𝐊𝐞𝐫𝐨𝐮𝐚𝐜 - 𝐎𝐧 𝐭𝐡𝐞 𝐫𝐨𝐚𝐝)
 
Ok, si parte!
Io adoro partire! Amo partire per un nuovo viaggio...quello sempre, anche se fosse la frazione della frazione di un paese che già conosco, ma amo partire in ogni situazione: sento il fremito della scoperta ogni volta che parto per qualsiasi nuova avventura e, questa del Blog, è una di quelle.

Come insegnante, io parto per un viaggio tutti i giorni in cui varco la soglia della mia scuola o anche quando ho varcato le soglie delle case dei miei alunni, durante la sospensione delle attività didattiche a causa del Covid-19.

Ma cos’è il Viaggio: cosa significa viaggiare? Cosa ci serve per viaggiare? Cosa portiamo nei nostri viaggi? Chi portiamo con noi? Quando si parte per un qualsiasi viaggio, si pianifica, si organizza, ci si documenta; il viaggio richiede 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 e scaturisce dal 𝐝𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐢𝐨 per la 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚 ma anche, nasce dall’𝐚𝐛𝐛𝐚𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨: non si viaggia se non si parte e se non si è disposti a lasciare a casa ciò che eravamo.
Viaggiare, quindi, ci fa convivere con il nostro PASSATO, con il PRESENTE e ci proietta nel FUTURO.

Il viaggio è scoperta, viaggiare è emozione, è uscire dai propri schemi e dalla propria zona comfort per entrare “a casa” di chi è ALTRO da me, per avvicinarsi agli Altri.
Della metafora del viaggio, abbiamo ora tutti gli ingredienti.

Ecco la ricetta:
una buona dose di audacia per affrontare l’ABBANDONO e salutare il PASSATO;
tanta voglia di fare SCOPERTE per affrontare il nostro PRESENTE;
molti strumenti per raggiungere la COMPETENZA nel correre verso il FUTURO;
grandi capacità di SOCIALITÀ ed EMPATIA per affrontare i RAPPORTI UMANI.

La Scuola è, di per sé, metafora del Viaggio!
Caspita...tanto da affrontare all’inizio del percorso scolastico per un bambino di sei anni!
Vero: sembra tanto ma, in realtà, è quello che succede ogni singolo giorno della vita, scolastica e non, di ciascuno di noi.

Mi preparo, esco di casa, salgo in auto (per i più fortunati, faccio qualche passo a piedi, se la mia scuola è sotto casa) con tutto il carico di ciò che mi serve durante la giornata scolastica: libri, quaderni, astucci, colori e, per noi maestri: compiti corretti, materiali da proporre, l’immancabile chiavetta per la macchinetta del caffè e un abbondante scorta di acqua o di tisana per i momenti di sconforto...sì, ci sono anche quelli. Abbiamo tutto ciò che serve e “abbandoniamo” il nostro passato, la nostra zona confort, per metterci in gioco ancora una volta.

Entriamo a scuola, chi con un sorriso, chi con ancora gli “occhi da sonno”, chi perdente con la lotta contro il cuscino e chi già carico di energie; tutti pronti, ognuno a modo proprio, per affrontare il presente di una nuova giornata. E qui, proprio qui, in questo breve istante di arrivo/accoglienza, ognuno di noi si gioca il mood della giornata, si esibisce il proprio biglietto di viaggio: ogni alunno, magari inconsapevolmente, affronta il proprio presente scolastico partendo da questo piccolo ma grande momento; noi insegnanti, consapevolmente invece, sappiamo che qui ci giochiamo tutte le carte, qui non possiamo bluffare, qui siamo noi che abbiamo la capacità di dare la svolta a chi, dei nostri alunni, ha perso la lotta contro il cuscino, a coloro i quali avrebbero voluto stare a casa con la mamma perché era in ferie, a chi serve una carezza per iniziare con il giusto sprint, a chi basta un sorriso o a chi è sufficiente una piccola, insignificante ma importantissima domanda
“𝐶𝑜𝑚’𝑒̀ 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑖𝑒𝑟𝑖?”.
Io ci sono, ti riconosco e ti conosco e, proprio per questo, ti accolgo. Questo è il Viaggio con gli Altri e per l’Altro, questo è il bagaglio UMANO della Scuola: empatia e stimolo, accettazione e riconoscimento.

Il nostro presente parte dalle emozioni e dal rapporto con chi ci circonda: non esiste apprendimento senza emotività.
Ogni alunno apprende, inevitabilmente, attraverso il filtro delle proprie emozioni e dal confronto con l’Altro. Nel viaggio dell’apprendere, come nei viaggi della vita, inciampiamo, cadiamo, ci scontriamo ed affrontiamo imprevisti ma ci rialziamo, appianiamo le divergenze, troviamo nuovi strumenti per superare gli ostacoli e ripartiamo per nuove avventure.

Da qui, dalla consapevolezza che possiamo cadere ma che sappiamo anche rialzarci, dalla certezza che questo viaggio non lo percorriamo da soli, dalla capacità di trovare nuove soluzioni ai problemi e dal fatto che i nostri compagni di viaggio, coetanei ed adulti, ci affiancano, noi tutti poniamo le basi per affrontare il nostro futuro.

Nella nostra ricetta per compiere il grande viaggio dell’apprendere, ma soprattutto, per affrontare il viaggio della vita, manca l’immancabile q.b...il quanto basta che, potrà sembrare insignificante, ma che è il sale di ogni ricetta che si rispetti: la 𝐂𝐔𝐑𝐈𝐎𝐒𝐈𝐓𝐀̀!

Non si parte se non si è curiosi e, quando la curiosità è “in letargo”, spetta a noi insegnanti trovare quel q.b. che aiuta a percorrere la strada...ma questo è un altro capitolo del nostro Viaggio!

𝑳𝒂 𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒗𝒂𝒔𝒐 𝒅𝒂 𝒓𝒊𝒆𝒎𝒑𝒊𝒓𝒆,
𝒎𝒂 𝒖𝒏 𝒇𝒖𝒐𝒄𝒐 𝒅𝒂 𝒂𝒄𝒄𝒆𝒏𝒅𝒆𝒓𝒆”
(𝐏𝐥𝐮𝐭𝐚𝐫𝐜𝐨)


Articolo di © Elena Calzighetti - 4 agosto 2020
Nella foto: Elena, la nostra esperta 6-11 anni

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SmaniaSchool by Ilaria

ACCOMPAGNARE ESSERI UNICI

SmaniaSchoolWeek #1


Partiamo dalle “parole chiave” e in questo periodo dell’anno quale la più azzeccata se non la parola VIAGGIO?
Pensare al viaggio e pensare ad una partenza e ad un ritorno, ad un inizio e ad una fine, ad una conclusione.

Qual è la prima cosa che si fa quando si progetta un viaggio? Si sceglie la meta.
E successivamente? Si sceglie da chi saremo accompagnati.
E poi? Si decide l’itinerario.

Ogni anno nei servizi all’infanzia è come immaginare un viaggio.
Una famiglia accompagna il suo bambino. La prima cosa che fa è scegliere il luogo, quale servizio ha le caratteristiche che maggiormente corrispondono a "ciò che desidero sia il meglio per il mio bambino o per la mia bambina?"
Gli interrogativi sono molteplici, ma la richiesta più importante è sempre “chi si prenderà cura di mio figlio?”

Tutto viene predisposto affinchè quella famiglia si senta accolta. Nel clima di accoglienza, rispetto dei tempi di ognuno, viene costruito quel rapporto imprescindibile dell’educare che è la fiducia.
In modo continuativo, giorno dopo giorno, vengono costruiti quei legami che favoriscono il benessere di tutti, bambini, famiglie, operatori dei servizi. Insieme progettiamo l’itinerario del nostro viaggio, attraverso l’osservazione attenta dei bisogni dei gruppi di bambini che entrano nei nostri servizi.
Le proposte offerte possono essere diverse, ma tutte con l’obiettivo di accompagnare il bambino nel suo essere unico.

E poi arriva il momento del congedo, del saluto, perché ogni viaggio pensato come percorso di crescita, ha un inizio ed una fine, che ci piace molto definire passaggio. Un passaggio verso un nuovo viaggio di scoperta.

Questo è stato un anno molto particolare, inedito!
I nostri legami di fiducia si erano da poco, da pochissimo tempo consolidati ed improvvisamente si sono interrotti. Ci siamo dovuti fermare, rallentare, reinventare, ricostruire...

Difficile pensare a dei legami a distanza nei servizi zero-sei?
Come fare?
Cosa mantenere e cosa rielaborare?
Riempire il tempo delle famiglie, riempire i tempi dei bambini oppure mantenere vivo il legame, inventando un nuovo contesto?
Continui interrogativi sul proseguimento del nostro viaggio, del viaggio dei bambini, del viaggio delle famiglie.

Nonostante le numerose fatiche di tutti, il feedback del bisogno di un legame di fiducia ci ha portato alla fine del nostro viaggio ed a poter concludere e mentalizzare le esperienze, rivederci, riviverci, riconoscerci.

Siamo giunti al mese dei bilanci e osservando chi siamo diventati, volgiamo lo sguardo verso il futuro, che vede proseguire un percorso di crescita arricchito da nuove e diverse esperienze nelle quali ci siamo dati un tempo che parla di ascolto, accoglienza, confronto e cura... un tempo che ha permesso di costruire relazioni di fiducia, rispetto e stima, seppur distanti, in un clima di familiarità.

Articolo di © Ilaria Bellinghieri - 3 agosto 2020
Nella foto: Ilaria, la nostra esperta 0-6 anni

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SmaniaSchool by Gianni

SMANIASCHOOLTEAM


Ed eccolo.
Il 𝐓𝐄𝐀𝐌 al completo di 𝐒𝐌𝐀𝐍𝐈𝐀𝐒𝐂𝐇𝐎𝐎𝐋.
Tutte le settimane, il martedì, articoli sul mondo della scuola con
𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐁𝐞𝐥𝐥𝐢𝐧𝐠𝐡𝐢𝐞𝐫𝐢, 0-6 anni (Nido e Materna)
𝐄𝐥𝐞𝐧𝐚 𝐂𝐚𝐥𝐳𝐢𝐠𝐡𝐞𝐭𝐭𝐢, 6-11 anni (Elementari)
𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐲 𝐌𝐚𝐫𝐚𝐳𝐳𝐢, 11-14 (Medie)
𝐕𝐚𝐥𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐅𝐢𝐧𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐨 e 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐑𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚, 14-19 (Superiori)
𝐆𝐢𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐂𝐚𝐦𝐢𝐧𝐢𝐭𝐢 (Psicologo Scolastico)

La settima prossima da lunedi a venerdì la 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥𝐖𝐞𝐞𝐤. Un articolo a giorno dedicato alla scuola.

Questo team sarà una redazione aperta al contributo di altri attori del mondo della scuola perchè diventi una piattaforma di proposta e scambio di buone prassi. Da settembre potrete proporre i vostri articoli. Seguiteci e vi diremo come farlo.


Articolo di © Gianni Caminiti - 28 luglio2020

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SmaniaSchool by Vale

SI', VIAGGIARE


Dopo tre mesi di reclusione e didattica a distanza, finalmente per i ragazzi arriva l’ultimo giorno di scuola.
Si spalancano nuovamente le porte delle possibilità.
Scegliere cosa fare del proprio tempo e perché no? Viaggiare.
Quanto è formativo per uno studente, specialmente dopo quanto vissuto quest’anno, uscire dalla propria zona di comfort e lanciarsi nel mondo?

Ma facciamo un passo indietro.
Il biennio delle superiori rappresenta un momento di formazione per gli alunni, in cui si pongono solide basi, ovvero si creano gli strumenti necessari ad affrontare i tre anni che precedono la maturità (o almeno in questa prospettiva il percorso didattico dovrebbe divenire efficace).
In prima, gli studenti sono ancora abbastanza immaturi e se si è fortunati una parte della classe ha già abbastanza autonomia e consapevolezza, per capire che non si scappa dallo studio ne’ dai “compiti”. Per gli altri, il lavoro dei docenti dovrà essere un’opera di convincimento, che passi anche dallo stimolo per creare la curiosità: sarà poi questa che completerà l’opera.

Quando all’inizio della classe seconda però, mi accingo a spiegare il testo argomentativo, vorrei mettermi le mani nei capelli, cacciare un urlo: “Stooop!” e passare parola al collega del triennio. Questo accade di solito perché sistematicamente, nel silenzio che precede la comunicazione della data della verifica scritta si palesa uno studente.
Sì, proprio quello alla “ultimo banco”, che rimane nascosto dietro l’astuccio per tutto il tempo ed evita accuratamente di chiedere spiegazioni.
Proprio lui, dopo infinite ore di tabelle da compilare per compito, correzioni ed esercizi alla lavagna, pareri contrastanti e discussioni alle volte anche piuttosto concitate, alle soglie della prova scritta valutata, finalmente si decide a confessare e dice:
“Profe, ma io non ho capito!”

E via di nuovo si ricomincia, in cerca di spunti, esercizi, video ed esempi improbabili, per cercare di rendere chiaro cosa vogliano dire i termini “argomentare” e “confutare”.
Sembra che i ragazzi facciano fatica soprattutto a mettersi nei panni del tizio che compare a metà tema e potrebbe avere a che ridire con la tesi appena discussa e dimostrata.
Insomma, i panni degli altri stanno sempre un po’ stretti. Un esercizio particolarmente utile, sperimentato con successo anche durante la DAD è stato quello del dibattito.
Non sempre i ragazzi si trovano a dover difendere un’opinione in linea con la propria ma nell’ottica della competizione, si impegnano comunque per arrivare al risultato finale e vincere la gara.
Così lo sforzo di capire chi non la pensa come loro, passa quasi in secondo piano, diviene più facile.

Uno dei temi argomentativi che assegno spesso negli ultimi anni, riguarda l’educazione.
Sulla scia di un documentario scoperto per caso, smanettando sul telefono accovacciata su un divanetto davanti al mare delle Fiji, chiedo ai ragazzi se è possibile crescere e imparare non nelle aule ma nella scuola della vita: viaggiando.

Il documentario parla di una famiglia di surfisti hawaiani (i Goodwin), che crescono i due figli piccoli girando per il mondo.
I ragazzi sono affascinati, quasi increduli e molto dubbiosi, finché non mostro l’esempio concreto di una ragazza bergamasca che ha fatto questa scelta.
E allora la possibilità diventa realtà e gli studenti cominciano a guardare il mondo in modo diverso, a voler sapere come funzionano le cose in altri posti, come vivono in altri paesi.

Alcuni scelgono di intraprendere un viaggio con gli amici, altri di concordare con i genitori una vacanza studio (chiaramente con vari esiti!).
In ogni caso, decidono di uscire di casa e di mettersi non solo nei panni degli altri ma nei panni di nuovi sé, aperti non solo ad argomentare le proprie opinioni e a confutare quelle degli altri ma anche a mettere in gioco e cambiare se stessi.

In foto: un fotogramma dal trailer del documentario 𝑮𝒊𝒗𝒆𝒏

Articolo di © Valentina Finocchiaro - 21 luglio2020

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SmaniaSchool by Chiara e Vale

𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐋’𝐀𝐋𝐋𝐈𝐄𝐕𝐎 𝐒𝐔𝐏𝐄𝐑𝐀 𝐈𝐋 𝐌𝐀𝐄𝐒𝐓𝐑𝐎


Da insegnante (detta anche “profe” per i miei studenti bergamaschi, “prof” in credo tutto il resto d’Italia) posso dire che questa maturità mi ha regalato non pochi brividi e non poche lacrime. Il motivo è semplice: i 9 studenti e studentesse che ho accompagnato in questo viaggio durato due anni nelle Tecniche di Comunicazione, ha portato più frutti di quello che immaginavo.

E mi sono chiesta come è potuto succedere questo piccolo miracolo?

Premessa indispensabile: lavoro (anche perché ho più classi e indirizzi) in un Istituto Alberghiero e l’indirizzo Accoglienza Turistica ha solo nove alunni.
Dato di partenza due: ho sempre avuto davvero la libertà di impostare la didattica a modo mio.
Dato tre: abbiamo sperimentato un approccio alla Maturità unico, dopo anni che, rileggendo a posteriori, ha messo in luce un aspetto positivo fondamentale, ovvero la sostituzione della seconda prova con un elaborato progettuale su cui i ragazzi hanno avuto il giusto tempo per riflettere, rielaborare, pensare e creare. Parole che già di per sé suonano quasi innovative se si pensa al nozionismo e al fattore tempo che impone a tutti, livellandoli, di eseguire un compito complesso in poche ore.
In questo caso, i ragazzi dovevano preparare un elaborato multimediale in cui, dato un titolo, dovevano sviluppare soprattutto un progetto innovativo, unendo le competenze attese nelle materie di indirizzo per poi esporlo alla Commissione.
I ragazzi hanno fatto proprio, ognuno con la propria passione e sensibilità, il “compito” e così abbiamo potuto assistere all’esposizione di progetti credibili e già attualizzabili, che nulla hanno di astratto, ma possono tranquillamente essere già spesi nel mondo del lavoro.

Quale soddisfazione più grande? Brillavano più gli occhi a me che non a loro. Perché sono riusciti ad unire le competenze di tre singole materie (diritto/economia, accoglienza turistica e tecniche della comunicazione) e creare qualcosa che andasse oltre la banale somma delle parti e noi tre professori e, contemporaneamente arricchisse anche noi, come professionisti e come persone.

E così, una ragazza ha portato un progetto sulla riqualificazione delle 5 terre in Liguria, puntando su un target giovane, come un viaggio fattibile, quest’anno al termine della maturità, alla riscoperta dei sentieri che uniscono un panorama mozzafiato, sdoganando il luogo comune per cui la Liguria è una località per pensionati e introducendo elementi di valorizzazione per attirare anche i giovani.
Un ragazzo, che già lavora in un’azienda agricola e agriturismo a gestione familiare, ha “utilizzato” il progetto e il tempo della maturità, per creare un piano d’azione che permettesse alla sua famiglia di ripartire e non fallire in questa situazione di Covid e post Covid, argomentando e confrontandosi con le domande e i dubbi che venivano espressi. So che farà ripartire la sua azienda.
E un’altra studentessa ancora, ha capito per se stessa che nella vita vorrà svolgere un’attività di DMO (Destination Marketing Organization) per promuovere il turismo italiano partendo dagli angoli nascosti, come il Paese in cui vive, che di turistico, ad oggi, sembrerebbe non avere nulla.
Un’altra ragazza ha elaborato un viaggio in Messico, ma non di quelli che puoi trovare nei cataloghi, oppure on line, un progetto che unisce un pacchetto personalizzato, che le darà spazio per fare la tour organizer, per rivoluzionare il concetto di turismo così come è inteso oggi. (Ovviamente dopo l’università.)

Ci può essere (ribadisco) per un professore, soddisfazione più grande?
Quanta Bellezza!
Quanta Passione!
Quanto Lavoro!
Come siamo arrivati a questo?

I fattori che contribuiscono al successo scolastico di uno studente sono molteplici, complessi tanto quanto è complessa la natura umana e quindi la storia di ogni ragazzo.
Con gli 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥, un po’ alla volta, io e Valentina (che già in precedenti articoli nei suoi SmaniaMusing ha iniziato a toccare il tema “scuola” e ad avviare una riflessione su di essa) vorremmo iniziare ed inoltrarci in un cammino che possa mettere in luce e analizzare questa complessità, un cammino in divenire che punta a leggere la scuola con spirito critico e innovativo, lasciando aperto il dibattito.
La scuola è un percorso che inizia molto prima delle superiori delle quali noi principalmente di occupiamo, troverete quindi anche altre "penne" in un futuro molto prossimo, che ci prenderanno per mano per confrontarci anche sulla scuola dalla prima infanzia alla preadolescenza.
[Siamo inclusivi e ci piacerebbe non trascurare nessuna fascia d'età.]

Ma come punto di partenza, come prima riflessione, credo che ci sia lo sguardo, lo sguardo degli insegnanti su quel mondo contradditorio che è l’adolescenza: qual è il nostro sguardo sui ragazzi?
E’ uno sguardo anche rivolto verso noi stessi, il nostro essere adulti come modelli raggiungibili, e che quindi possono sbagliare. Come viviamo il nostro lavoro, la motivazione che ci spinge, ogni giorno, ad alzarci presto e ad “andare in scena” davanti ad un mini pubblico di persone, che devi riuscire ad affascinare.

Infine uno sguardo allargato, sulle relazioni tra colleghi e con l’Altro, il Diverso da me, per creare quell’equilibrio che porta a superare il concetto di “Io insegno, voi imparate”, “Io so la mia materia e sono geloso del mio sapere”, per percepirsi invece come una squadra.
Un po’ come accade nello sport: ognuno ha un suo ruolo, ma è il team che vince o perde. In questo caso in gioco c’è la grande Sfida Educativa, che nei tempi del post Covid è più che mai attuale, e ci dovrebbe collettivamente spingere a ripensare e a ripensarci.

Ps. Ai ragazzi che finalmente hanno superato la Maturità: fate un viaggio, fatelo davvero e comunque, anche partendo dalla nostra splendida Italia, camminando, girandovela in lungo e in largo per scoprire che a volte, ciò che è vicino ha un Valore nascosto affascinante quanto l’esotico . La felicità è quasi sempre più vicina di quanto realmente crediamo.

Articolo di © Chiara Resenterra e ©Valentina Finocchiaro - 14 luglio2020
Foto di © Chiara Resenterra con frammenti delle slide del progetto di maturità di Dania Dolci

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SmaniaSchool by Gianni

𝐂𝐈𝐍𝐄𝐒𝐌𝐀𝐍𝐈𝐀 𝐄 𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀


Noi di cineSmania abbiamo tanto da dire sulla scuola.

Sarà che molti di noi insegnano o hanno insegnato.
Sarà che dalla scuola proviene la cultura, ciò che tentiamo in ogni modo di promuovere.
Sarà che ci piace pensare di poter offrire il nostro contributo alla scuola.

Un gruppo di persone, già da tempo “penne” del nostro gruppo, ha deciso di dare vita a una nuova rubrica.
Eccovi il suo nome: 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥

Abbiamo scelto all'inizio della nostra avventura, ormai 6 anni fa la parola 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚.
Il significato di 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚 è già un programma di precisi intenti: “𝑫𝒆𝒔𝒊𝒅𝒆𝒓𝒊𝒐 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒏𝒔𝒐, 𝒗𝒐𝒈𝒍𝒊𝒂 𝒊𝒏𝒄𝒐𝒏𝒕𝒆𝒏𝒊𝒃𝒊𝒍𝒆”.
Era proprio così. Avevamo bisogno di fare cinema e così nacque 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚. E più tardi 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚 𝐄𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐞𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚.

Abbiamo così posto il prefisso 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚 all'inizio di ogni nostra rubrica perchè la vogliamo urlare questa voglia incontenibile di fare e di dire.

E oggi quella voglia incontenibile si è finalmente condensata nell'esigenza, sentita da tempo, di parlare stabilmente di scuola.
Nella Smania di scrivere di Scuola.
Ogni martedì, a partire da martedì prossimo un articolo che tratterà di scuola.
Il primo sarà di Chiara Resenterra e Valentina Finocchiaro e da lì in poi, gradualmente, presenteremo le altre penne della rubrica.
Copriremo man mano tutte le fasce d'età. Fin dal Nido. Anche io, come Psicologo della scuola e dell'orientamento tenterò di dare il mio contributo alla rubrica.

Un gruppo motivatissimo di “penne” per una rubrica che avrà lo scopo non solo di descrivere ma di lanciare idee concrete per fare della scuola un luogo sempre più vivo. E, chissà, prima o poi scrivere anche libri sulla scuola.

Perchè la Smania ci porta a ribadire che Noi di cineSmania abbiamo tanto da dire sulla scuola.
Ma speriamo di avere anche tanto da dare.


Articolo di © Gianni Caminiti 7 luglio2020

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