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Articoli di approfondimento

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BLOG SULLA SCUOLA

 

𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐲

𝐋𝐀 𝐂𝐋𝐀𝐒𝐒𝐄 𝐒𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐍𝐎𝐈

𝑃𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑒 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑖, 𝑟𝑒𝑛𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜𝑙𝑒 𝑢𝑛𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖.


Quando entro in una casa mi guardo intorno: i quadri, i colori del divano e delle pareti, gli scaffali con i libri o la vetrinetta con le bomboniere, le fotografie di famiglia... la casa esprime la personalità della famiglia, è frutto dei loro viaggi, delle amicizie, delle tradizioni.

𝐔𝐧𝐚 𝐂𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞 𝐡𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐠𝐫𝐮𝐩𝐩𝐨 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞.

Si può addobbare con cartine geografiche, disegni, tavole di arte, formulari, piantine sui davanzali, modellino del corpo umano come mascotte...

Rendiamo l’ambiente accogliente e unico, ricco di colori e stimoli perché esprima la personalità del gruppo. Ogni alunno potrebbe contribuire con oggetti, poster, disegni, adesivi.Sentiamo l’ambiente nostro, in fondo trascorriamo un quarto della nostra giornata ed è importante sentirci “a casa” perché mente e corpo siano ben predisposte all'apprendimento. Ad esempio ho proposto una attività legata alla geometria: la realizzazione tramite origami di scatolette colorate per raccogliere le emozioni: quando l’alunno si sente una particolare emozione (gioia, soddisfazione, ansia, paura..) può scrivere un messaggio e affidarlo alla scatoletta che custodisce e protegge e rispetta l’emozione. Le scatolette colorano lo scaffale e la classe è custode dei pensieri segreti degli alunni!

La posizione dei banchi denota lo stile di didattica: lezione frontale con i banchi tutti rivolti a cattedra e lavagna (di ardesia e/o LIM), o confronto tra compagni se i banchi, sempre mantenendo le distanze (di questi tempi è norma!), sono disposti a coppie, uno di fonte l'altro, o a gruppi...

Io preferisco quest'ultima soluzione perché ho verificato che si impara molto dal pari. Si apprende giocando: giochi di gruppo, problemi stimolanti che richiedono diverse capacità, permettono agli alunni di collaborare ognuno con la propria logica, con l'intuito personale o un approccio sperimentale.

𝐍𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐚 𝐚𝐧𝐬𝐢𝐚, 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚 𝐚 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐠𝐨𝐥𝐚, 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚𝐧𝐝𝐨𝐬𝐢 𝐞𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨, 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐞𝐩 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐝 𝐚𝐬𝐬𝐢𝐦𝐢𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢.

Il cooperative learning è alla base della didattica, lasciamo il palcoscenico ai ragazzi, in fondo noi docenti siamo solo i registi!.


Foto e articolo di © Francesca Marazzi 20 ottobre 2020

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 𝐄𝐥𝐞𝐧𝐚

𝐂𝐑𝐔𝐍𝐂𝐇𝐘,
𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐅𝐎𝐆𝐋𝐈𝐄 𝐃'𝐀𝐔𝐓𝐔𝐍𝐍𝐎

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𝐿’𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑟𝑒𝑎𝑡𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑆𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎 𝑃𝑟𝑖𝑚𝑎𝑟𝑖𝑎...𝑖𝑛 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝐶𝑜𝑣𝑖𝑑, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑎 𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑙’𝑎𝑢𝑡𝑢𝑛𝑛𝑜 𝑓𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑎𝑏𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒.


A distanza da un mese dalla ripresa delle lezioni, possiamo fare delle riflessioni sull’impatto che ha la normativa anti Covid nelle nostre scuole.


La prima considerazione che mi sento di fare è che i nostri alunni, a scuola, sono bravissimi nel rispettare le regole: indossano le mascherine negli spostamenti, rispettano le distanze, si sforzano di pensare giochi alternativi che non prevedano il contatto fisico e quindi dimostrano di essere, chi più, chi meno, assolutamente consapevoli dell’importanza della normativa. Questo a scuola...perché fuori, invece, tale consapevolezza diventa più difficile da applicare perché nei parchi gioco, sui campi da calcio o in tutte le occasioni sociali esterne alla scuola, il distanziamento sociale non è certamente garantito.


La seconda considerazione va alle famiglie che, con grande fatica tra una Circolare e l’altra, tra una comunicazione e il suo esatto contrario, stanno imparando quando e come muoversi in caso di malesseri riconducibili al Covid...complimenti davvero!


Ma ora veniamo alla vita quotidiana nelle nostre aule, già 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐥𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐞 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐥𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐟𝐚𝐜𝐢𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐦𝐚, 𝐢𝐧 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐬𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐚, 𝐥𝐨 𝐞̀ 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮̀. Normalmente le lezioni vengono strutturate, soprattutto alla scuola primaria, pensando a:


- un warm up, un riscaldamento per focalizzare l’obiettivo e per “far entrare” gli alunni nello scopo della lezione;
- presentazione delle informazioni e dichiarazione dell’obiettivo da raggiungere;
- proposta di un’esercitazione guidata per utilizzare le informazioni ricevute;
- controllo dei progressi;
- esercitazione libera, a gruppi o a coppie, con modalità differenti da quella guidata ma con le stesse finalità;
- dare spazio alle domande;
- riepilogo e conclusione.


In generale, anche lo spazio dell’aula e le risorse disponibili hanno un peso enorme nell’apprendimento. Stiamo parlando del 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐈𝐍𝐆, cioè
𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑖𝑠𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑧𝑧𝑎𝑛𝑜 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑙’𝑎𝑡𝑚𝑜𝑠𝑓𝑒𝑟𝑎 𝑝𝑠𝑖𝑐ℎ𝑖𝑐𝑎 𝑐ℎ𝑒, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑛 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒𝑠𝑠𝑒, 𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑑𝑑𝑖𝑠𝑡𝑖𝑛𝑔𝑢𝑒. 𝐷𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑏𝑎𝑛𝑐ℎ𝑖, 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑜𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑡𝑡𝑒𝑑𝑟𝑎 𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒, 𝑑𝑖𝑠𝑙𝑜𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑎𝑣𝑎𝑔𝑛𝑎, 𝑑𝑒𝑖 𝑐𝑎𝑟𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜𝑛𝑖, 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑡𝑒𝑐𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑒: 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑎𝑙 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑡𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑑𝑖𝑑𝑎𝑡𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑢𝑙 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑔𝑙𝑖 𝑠𝑡𝑢𝑑𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑜𝑛𝑜. 𝑁𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑎𝑡𝑡𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑠𝑢𝑙 𝑠𝑒𝑡𝑡𝑖𝑛𝑔 𝑒̀ 𝑑𝑖 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑢𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑠𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑎 𝑓𝑎𝑟 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑟𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑛𝑜𝑣𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 (𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑠𝑢𝑔𝑔𝑒𝑟𝑖𝑣𝑎 𝑔𝑖𝑎̀ 𝐹𝑟𝑒𝑖𝑛𝑒𝑡: “𝑆𝑒 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖 𝑙’𝑎𝑢𝑙𝑎, 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖 𝑙𝑎 𝑑𝑖𝑑𝑎𝑡𝑡𝑖𝑐𝑎”).
(Nuova Didattica)

Ecco, ora il lavoro di coppia o di gruppo non è più contemplato e gli insegnanti si trovano a dover utilizzare la lezione frontale come setting privilegiato. È bene chiarire che la lezione frontale non va demonizzata, anzi, rimane un efficace metodo didattico ma solo per brevi periodi durante la giornata scolastica: è il momento in cui si chiedono l’ascolto, l’attenzione e la capacità di astrazione, è una tecnica di apprendimento passivo ma efficace che però andrebbe alternata con altre tecniche didattiche, definite attive, quali il peer-to-peer, l’apprendimento cooperativo, l’apprendimento laboratoriale, la ricerca sperimentale, la ricerca-azione o il role-playing.

Tutto quindi, dal suono della prima campanella, va ripensato affinché gli alunni possano sperimentare una forma di apprendimento attivo anche in tempi di emergenza sanitaria: non è pensabile che i bambini della Scuola Primaria restino sei ore seduti, nel banco da soli, ad apprendere con la sola lezione frontale. Come fare? Le mie colleghe ed io ci abbiamo pensato, ovviamente, ancor prima del suono della prima campanella e abbiamo deciso di iniziare dai saluti del mattino, il nostro “𝐛𝐮𝐨𝐧𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨” al solito abbraccio o al “𝐛𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐢𝐥 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞” che erano per noi una bellissima routine. Attendiamo i bambini sulla porta e ognuno di loro ci saluta con un gesto o una frase scelta personalmente che noi insegnanti replichiamo: c’è chi saluta con un passo di danza, chi con la Dab in stile Hip Hop americano e d’ispirazione calcistica, chi con un ballo di Fortnite, chi con un’elegante gesto alla “Queen Elisabeth”, chi con un inchino abbinato ad un Namaste, chi con una strizzatina dell’occhio al grido di “abbraccio”, chi con una finta stretta di mano al grido di Shampoo, chi con il nostro inno di inizio classe terza d’ispirazione Flinstones: Yabba Dabba Doo, sei in terza anche tu!
Ci prendiamo il giusto tempo, prima di cambiarci la mascherina, per dire: 𝐧𝐨𝐢 𝐜𝐢 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨, 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐪𝐮𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐞, 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐭𝐮 𝐬𝐞𝐢 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞!

Nei primi giorni di scuola, com’è noto, di solito si fanno delle 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚: anche in questo caso il Setting era fondamentale perché non si sarebbero potuti più fare i lavori di gruppo tanto graditi dai bambini.
Come fare?
Con le colleghe abbiamo pensato ad un’attività di arte da poter far svolgere singolarmente che però, in seguito, sarebbe potuta diventare una grande opera d’arte collettiva: un grande mandala-arcobaleno:“
𝑺𝒊𝒆𝒕𝒆 𝒗𝒐𝒊 𝒊 𝒑𝒆𝒛𝒛𝒊 𝒑𝒆𝒓𝒇𝒆𝒕𝒕𝒊 𝒅𝒊 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒍𝒐𝒓𝒂𝒕𝒊𝒔𝒔𝒊𝒎𝒐 𝒑𝒖𝒛𝒛𝒍𝒆. 𝑺𝒆 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒅𝒊 𝒗𝒐𝒊 𝒎𝒂𝒏𝒄𝒂𝒔𝒔𝒆 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒄𝒂𝒑𝒐𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒂𝒓𝒆𝒃𝒃𝒆 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒆𝒕𝒐.”
Siamo un team, una grande squadra e facciamo in modo di ricordarcelo.
(maestra Laura e maestra Valeria)

Infine arrivano loro, le nostre lezioni di inglese, quelle che ci piacciono tanto perché sono lezioni vissute, giocate, mimate, con gare tipo quiz con tanto di pulsanti, con parti recitate e dialogate...come fare? Qui ci è di grande aiuto la tecnologia, in particolare il digitale: grazie ai video già presenti in rete o grazie a quelli realizzati da noi stesse possiamo tentare di stimolare l’uso della lingua straniera e mantenere alto il loro livello d’interesse. La scorsa settimana abbiano proposto un’attività CLIL sull’autunno (Il termine CLIL è l’acronimo di Content and Language Integrated Learning. Si tratta di una metodologia che prevede l’insegnamento di contenuti in lingua straniera. Ciò favorisce sia l’acquisizione di contenuti disciplinari sia l’apprendimento della lingua straniera.): TEN REASONS TO FALL, dieci ragioni per amare l’autunno.

Ecco il nostro decalogo con l’applicazione del Total Physical Response: apprendimento che unisce il verbale al gesto fisico...il mimo che serve a focalizzare il contenuto:
1 WALKS: mimare la camminata
2 CRUNCHY LEAVES AND COLORFUL TREES
3 GOING THROUGH A FOGGY LANDSCAPE: camminare coprendosi gli occhi per mimare la nebbia (landscape: vocabolo già noto)
4 LARGE SCARVES AND COATS: mimare sciarpe e cappotti
5 COOL BREEZES: mimare brividi abbracciandosi
6 COMING INTO A WARM HOUSE: mimare ingresso in casa al calduccio
7 HOT CHOCOLATE OR CINNAMON TEA: gesto goloso e bere con mignolo alzato
8 READING A BOOK IN FRONT OF THE CHIMNEY: mimare lettura del libro (chimney: vocabolo gia noto)
9 CANDLES: vocabolo già noto
10 HALLOWEEN: vocabolo già noto ma fare disegno

Nel procedere con lo studio dei movimenti da abbinare al vocabolo, però, mancava un aggettivo, CRUNCHY, croccante: come fare in un autunno non ancora partito, quando le foglie croccanti non si possono ancora calpestare?
Come aiutare i bambini a ricordare un suono?
Ecco che ci vengono in aiuto i sacchetti vuoti delle patatine che, se stropicciati, fanno CRUNCH...insomma, anche se l’autunno rema contro, anche se dobbiamo stare distanziati, anche se non si possono creare momenti di vera esperienza laboratoriale, insegnanti e alunni, insieme, possono vivere esperienze significative di apprendimento e di relazione a scuola.

Setting da normativa anti-Covid, non ti temiamo perché...”𝐿𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑑 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑏𝑏𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑡𝑜, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑑 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑏𝑏𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑟𝑎𝑟𝑒”.
(John Lubbock)


Foto e articolo di © Elena Calzighetti 13 ottobre 2020

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥 𝐛𝐲 Ilaria

𝐆𝐑𝐔𝐏𝐏𝐈 𝐁𝐎𝐋𝐋𝐀 𝐍𝐄𝐈 𝐍𝐈𝐃𝐈 𝐃’𝐈𝐍𝐅𝐀𝐍𝐙𝐈𝐀


𝐴𝑓𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖𝑙 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑜 𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑡𝑟𝑎𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑙𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑙𝑖𝑛𝑒𝑒 𝑔𝑢𝑖𝑑𝑎 𝑎𝑡𝑡𝑒 𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑔𝑖𝑜 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑟𝑜𝑛𝑎𝑣𝑖𝑟𝑢𝑠, 𝑑𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎𝑖 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖𝑧𝑖 𝑎𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑓𝑎𝑛𝑧𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖𝑧𝑖𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑑𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑒 𝑢𝑛 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑜 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎.


Molti dei servizi all’infanzia hanno riaperto da un mese, ma a me e a tanti colleghi ci sembrano ormai trascorsi molti più giorni e questa sensazione è data dall’intensità del tempo dedicato alla strutturazione della riapertura dei servizi educativi.

Le linee guida governative sono arrivate solo intorno alla metà del mese di agosto: le abbiamo lette e rilette, studiate, argomentate, collocate all’interno dei pensieri strutturati nei mesi precedenti e finalmente ripensate e messe in campo.

La richiesta che questa emergenza sanitaria ci ha chiesto e ci chiede maggiormente di attuare è il mantenimento stabile di piccoli gruppi di bambini con la loro educatrice di riferimento per tutta la durata giornaliera del servizio offerto, condizione necessaria affinchè nel caso in cui dovesse manifestarsi una positività da Covid-19, si possa in questo modo individuare eventuali contagi grazie alla tracciabilità dei contatti avuti all’interno del servizio stesso, ma anche al di fuori di esso. Infatti la condizione sine qua non è la sottoscrizione di un patto di corresponsabilità nei comportamenti da mantenere sia all’interno ma anche all’esterno dei servizi educativi, e che perciò abbiamo chiesto di mantenere anche alle famiglie dei nostri piccoli utenti.

Gli stessi gruppi stabili dei bambini sono stati definiti dalle linee guida con un nome che porta in sé un sostanziale significato: i Gruppi Bolla. Perché proprio come bolle di sapone che volano nell’aria restano in vita ed esistono fino a che, toccandosi e scontrandosi con un’altra bolla di sapone, scoppiano, vanificandosi... questa similitudine rende bene l’idea di come solo se manteniamo i gruppi di bambini nella loro bolla, dove all’interno di essa vivono la propria giornata, mangiando, dormendo, giocando ecc, garantiamo il loro essere protetti dal possibile contagio da coronavirus.

Come professionisti di pedagogia ci siamo subito interrogati sul come fare a strutturare un servizio educativo pensato da sempre in un modo del tutto differente da questa richiesta?

Siamo partiti pensando allo 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 come il 𝐍𝐢𝐝𝐨.

Ci siamo in primo luogo interrogati sulla parola “servizio”. Un servizio, per essere tale, deve essere utile alle famiglie che ne usufruiscono: la famiglia che ha necessità di portare il proprio figlio al nido, in primo luogo deve avere la possibilità di lasciarlo in tempo per arrivare in orario sul suo posto di lavoro; così, per essere funzionale, i bambini sono stati suddivisi in gruppi in base all’orario di arrivo e di uscita richiesto dalla famiglia. Ingressi ed uscite contingentate in base alle esigenze delle famiglie.

Il servizio Nido, inoltre, è un servizio educativo ed anche su questo aspetto, abbiamo voluto vedere il lato positivo della situazione: spesso i Nidi sono pensati in gruppi sezione con età omogenee per poi svilupparsi solo in alcuni momenti della giornata, in condizioni di intersezione. Avendo dovuto suddividere i bambini per orari di ingresso ed uscita delle famiglie, vien da sé che i gruppi non potevano più garantire la suddivisione per età omogenee, bensì si sono costituiti con età miste.

Quali le criticità delle nostre scelte organizzative?

Dopo un mese di apertura, mi vien da dire, nessuna! Ma ricordo ancora le reticenze di alcuni educatori, quasi spaventati dall’idea del gruppo eterogeneo per età, oppure gli interrogativi di alcune famiglie sulla costruzione di gruppi di bambini tanto diversi... “nel gruppo di mio figlio, lui è il più grande con tanti piccolini... sarà una cosa favorevole per il suo sviluppo?” oppure “nel gruppo di mia figlia, lei è l’unica femmina... diventerà un maschiaccio?” e ancora “nel gruppo di mio figlio, lui è il solo italiano... imparerà a parlare bene?”...

Proviamo davvero a poter vedere nel cambiamento il buono che spesso porta con sé; pensiamo alla ricchezza che gruppi misti per età, sesso, lingua possono dare e promuovere l’uno per l’altro...

Dopo poco più di un mese di apertura dei servizi, oltre ad avere la puntualità negli ingressi e nelle uscite che spesso era difficile che si verificasse, vedo ed osservo un mutuo aiuto tra grandi e piccini e serenità da parte degli educatori.


Articolo e foto di © Ilaria Bellinghieri - 6 ottobre 2020

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𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥&𝐖𝐨𝐫𝐤 𝐛𝐲 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐬

𝐂𝐇𝐈 𝐒𝐎𝐍𝐎 𝐈 𝐍𝐄𝐄𝐓?


𝐐𝐔𝐄𝐋𝐋𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐒𝐀𝐏𝐏𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐃𝐄𝐈 𝐍𝐄𝐄𝐓
Qualcuno li chiama “disimpegnati”, altri “scoraggiati”. C’è chi impropriamente li definisce Hikikomori, pensando che l’Italia abbia importato dal Giappone una particolare forma di disagio giovanile. In realtà, quando parliamo dei NEET ci troviamo dentro un mondo molto ampio e frammentato, una categoria statistica che indica chi, anche momentaneamente, non ha un’occupazione, non frequenta la scuola e non svolge alcun tirocinio (è infatti l’acronimo inglese di 𝐍𝐞𝐢𝐭𝐡𝐞𝐫 𝐢𝐧 𝐄𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧, 𝐄𝐦𝐩𝐥𝐨𝐲𝐦𝐞𝐧𝐭 𝐨𝐫 𝐓𝐫𝐚𝐢𝐧𝐢𝐧𝐠).

𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐈 𝐆𝐈𝐎𝐕𝐀𝐍𝐈 𝐇𝐀𝐍𝐍𝐎 𝐈𝐍𝐈𝐙𝐈𝐀𝐓𝐎 𝐀 𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐍𝐄𝐄𝐓
Il termine compare alla fine degli anni Novanta in Gran Bretagna con uno scopo preciso: quello di indicare tutti quei giovani tra i 16 e 24 anni a rischio di esclusione sociale poiché non studiano né lavorano. In Italia la fascia dei NEET si colloca tra i 15 e 29 anni, così come oggi in tutta l’Unione Europea.

𝐓𝐑𝐀𝐍𝐐𝐔𝐈𝐋𝐋𝐈, 𝐍𝐎𝐍 𝐄̀ 𝐔𝐍𝐀 𝐌𝐀𝐋𝐀𝐓𝐓𝐈𝐀
No, essere NEET non è una malattia, nonostante i media si sforzino di mostrare un quadro drammatico e patologico di questa popolazione. È anche vero, però, che in Italia è un’emergenza e si stima che riguardi quasi un giovane su tre. Ma dobbiamo avere qualche cautela prima di trarre conclusioni.

Prima di tutto stiamo parlando di una fascia estremamente ampia. Non possiamo pensare, ad esempio, che un quindicenne possa avere molte cose da condividere con uno alla soglia dei trent’anni: diverse sono le esigenze, le esperienze trascorse, lo stile di vita e il modo di relazionarsi con il mondo del lavoro.

Si può poi essere NEET anche per brevi periodi della vita e quello che ci dicono le statistiche sono fotogrammi di una pellicola in cui si vedono andare e venire migliaia di giovani.

E infine, non tutti i NEET sono uguali.

𝐔𝐍 𝐍𝐄𝐄𝐓, 𝐓𝐀𝐍𝐓𝐈 𝐍𝐄𝐄𝐓
E allora vediamoli più da vicino, scoprendo così ben quattro popolazioni distinte

𝟏) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐢𝐧 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨: tra loro e un disoccupato qualunque c’è solo l’età a fare la differenza. Sono persone che autonomamente si iscrivono ai centri per l’impiego, hanno il loro curriculum bello pronto e sono disposti ad accettare anche lavori non del tutto in linea con le proprie aspirazioni o titolo di studio. Rappresenta il primo gruppo in termini di numerosità.

𝟐) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 “𝐯𝐨𝐫𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞𝐫𝐨 𝐦𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨”: sono gli “indisponibili”, impegnati a doversi occupare di questioni familiari o limitati per ragioni di salute. È il secondo gruppo più ampio ed è a maggioranza femminile.

𝟑) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀: sì, ci sono anche loro. In Italia non siamo abituati agli “anni sabbatici” dei neo diplomati, cosa perfettamente normale in paesi anglosassoni o scandinavi. Sono NEET per scelta momentanea perché alla ricerca delle proprie passioni attraverso contesti non formali (come gruppi musicali, compagnie teatrali, FabLab). Decidono quindi di investire nel far crescere le proprie competenze per trasformare, un giorno, la passione in lavoro. Ci sono anche quelli, poi, che semplicemente si prendono del tempo per capire quale strada percorrere.

𝟒) 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐨: eccoli i NEET per eccellenza, oggetto di indagine da parte di esperti e giornalisti. Ma è il gruppo meno ampio e sicuramente il più fragile di tutti, del quale le stime non riescono a dare mai un quadro completo. Per loro il problema non è l’opportunità ma l’incapacità di uscire da un guscio di paure: per quante possibilità il mercato offra, il grosso della questione è superare il senso di inadeguatezza e il ritiro sociale.

𝐐𝐔𝐈𝐍𝐃𝐈, 𝐂𝐇𝐄 𝐅𝐀𝐑𝐄?
Data la grande diversificazione del fenomeno, è difficile impostare provvedimenti efficaci che vadano bene per tutti. Nel momento in cui la situazione di svantaggio è riconosciuta dalle persone stesse, come nel caso di disoccupati in cerca di lavoro, è più semplice individuare strategie. Per questo esiste la 𝐆𝐚𝐫𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢, la quale offre un’ampia gamma di opportunità, dai corsi gratuiti ai tirocini extracurricolari retribuiti (con importanti sgravi per le aziende che assumono).

Nei casi in cui la situazione di NEET è determinata da fattori non puramente occupazionali ma da scelte individuali, fragilità individuali o impossibilità a lavorare, la risposta risulta invece ancora inefficace. Ed è proprio lì che gli interventi delle 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐢 devono concentrarsi maggiormente, coinvolgendo i giovani nella scoperta delle loro propensioni, ascoltando i loro desideri e le loro paure. Solo in questo modo si può lavorare a tutto tondo su una situazione che deve essere monitorata giorno dopo giorno da professionisti del settore.


Articolo e foto di © Fabio Regis  - 29 settembre 2020

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SmaniaSchool by Chiara

𝐓𝐑𝐀 𝐑𝐄𝐒𝐏𝐎𝐍𝐒𝐀𝐁𝐈𝐋𝐈𝐓𝐀’ 𝐄 𝐑𝐈𝐒𝐎𝐑𝐒𝐄


Quando si inizia un nuovo anno scolastico, soprattutto per chi ha le classi prime, inizia sempre un percorso nuovo. Nuovo in realtà anche quando incontri di nuovo i tuoi studenti dopo l’estate. Gli adolescenti crescono e cambiano alla velocità della luce e così, e così, in ogni caso, ti trovi di fronte persone diverse e con bisogni differenti.

Quest’anno di novità a scuola ce ne sono molte, tra polemiche, disagi, pandemia o non pandemia, la verità è che qualcosa sta, per necessità, cambiando e deve cambiare. Questi “scossoni”, sono convinta, possono anche diventare opportunità per molti, per me sicuramente e la domanda che ho rivolto a me stessa a inizio anno è stata:
“𝑪𝒉𝒆 𝒕𝒊𝒑𝒐 𝒅𝒊 𝒊𝒏𝒔𝒆𝒈𝒏𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒗𝒐𝒈𝒍𝒊𝒐 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒊 𝒎𝒊𝒆𝒊 𝒂𝒅𝒐𝒍𝒆𝒔𝒄𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒔𝒕𝒖𝒅𝒆𝒏𝒕𝒊?”

Credo che sia una domanda fondamentale che ogni tanto vada rispolverata, perché, se è vero che quando si inizia a lavorare si parte sempre con grande entusiasmo e grandi idee, e altresì vero, che il tempo, la routine, i programmi, possano indurre una sorta di pigrizia mentale anche nei docenti, e la tendenza a riproporre quanto da anni si svolge senza un vero ripensarsi, senza un vero cambiamento che stia al passo con lo scorrere e l’evolversi delle situazioni.

E così, mentre riflettevo sul da farsi nei primi giorni di scuola, sulle difficoltà determinate da distanze, mascherine, ecc... seduta sui gradini di accesso al mio balcone osservando fondamentalmente il nulla o il tutto che scorgo dall’ultimo piano della mia nuova casa, mi è arrivata in un insight la risposta:
“𝑽𝒐𝒈𝒍𝒊𝒐 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝑰𝑹𝑹: 𝑰𝒏𝒔𝒆𝒈𝒏𝒂𝒏𝒕𝒆 𝑹𝒊𝒔𝒐𝒓𝒔𝒂 𝑹𝒆𝒔𝒑𝒐𝒏𝒔𝒂𝒃𝒊𝒍𝒆”
[la mia mente incomincia a ragionare per acronimi e a inventarne, questo potrebbe essere grave, in quanto tutta la scuola è ormai un insieme infinito di acronimi, oppure, potrebbe essere divertente, significa solo che sto imparando finalmente anche lo scolastichese burocratico che ho sempre odiato.]

Ma, scherzi a parte, le parole che meritano una riflessione sono proprio Risorse e Responsabilità.

Uno dei nodi centrali sta nel fatto che la scuola è un’istituzione estremamente variegata dal punto di vista delle risorse materiali e culturali a cui da una parte studenti e famiglie possiedono o hanno accesso, dall’altra le scuole stesse possiedono o hanno accesso parimenti. Non possiamo nasconderci dietro immagini utopistiche: la società attuale in cui viviamo è molto molto complessa e diversificata, la forbice economica e culturale, soprattutto nei momenti di crisi, tende ad ampliarsi e a portare a galla tutte le contraddizioni del nostro sistema sociale. Il rischio vero è che se fondiamo la scuola solo sull’accesso a risorse materiali ed economiche avremo scuole (e studenti) di serie A, scuole e studenti di serie B, ecc...
Io, quindi, alla fine, vorrei essere 𝐮𝐧’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞 nelle vite dei miei alunni... potranno dimenticarsi com’era la classe, i voti che hanno preso, e sicuramente si dimenticheranno nel corso della vita (esattamente come è successo a me) anche tutta una serie di nozioni e contenuti, ma vorrei che si ricordassero della bellezza dell’apprendere, perché se mantieni viva quella cosa lì, allora sì, daremo a tutti la possibilità reale di realizzare se stessi, e una società di adulti realizzati sarà sicuramente una società migliore.
Quindi cosa possiamo fare? Quale tipo di insegnante dovremmo essere per fare la differenza?

Tra le tante riflessioni che mi affioravano nella testa quella sera sul balcone, mi è apparsa l’immagine della 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐢𝐚𝐧𝐚 di 𝐝𝐨𝐧 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐌𝐢𝐥𝐚𝐧𝐢. Perché? Perché la scuola di Barbiana fu un’esperienza didattica e innovativa nata dalla Risorsa Umana che fu don Milani, laddove di risorse materiali e culturali ce ne erano assai poche. A dimostrazione del fatto che si può fare anche laddove le condizioni di partenza sembrano assai sfavorevoli. Il motto, noto a tutti, della scuola è “I Care”, mi importa. Una scuola privata che mise al centro i bisogni di studenti, allora, lavoratori e che quindi andavano a scuola dopo aver lavorato nei campi, ma che scrissero un libro e la celeberrima “Lettera a una professoressa” nella quale si spiegavano i principi che costituivano la scuola e al contempo fu un atto di accusa verso il modello tradizionale di scuola.

L’attualità credo che stia proprio in questo I care, in questa capacità di innovazione, che prima ancora che nelle mani del legislatore è nelle mani dei singoli docenti. [Anche perché, attualmente, se si rileggono i programmi ministeriali del MIUR, il docente italiano ha massima libertà di impostare la sua didattica come meglio crede, superando un modello nozionistico che, ahimè, è ancora imperante]

Ecco, quindi, 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐑𝐈𝐒𝐎𝐑𝐒𝐀 𝐩𝐞𝐫 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐚𝐥𝐮𝐧𝐧𝐨 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞, un docente possiede armi potentissime: il suo sapere, la sua esperienza, la sua creatività, il suo prendersi a cuore le situazioni più disparate. E da qui l’immediato collegamento alla parola Responsabilità: non è la società generica di adulti che ha la responsabilità sulle nuove generazioni, ma la singola persona adulta che con il suo comportamento responsabile diventa esempio credibile [e si spera, seguibile] per i ragazzi. Quindi il primo compito di chi insegna è questa responsabilità educativa che non sta scritta in nessun contratto, ma che è la prima risorsa vera che la scuola possiede.

𝐋𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚 𝐑𝐄𝐒𝐏𝐎𝐍𝐒𝐀𝐁𝐈𝐋𝐈𝐓𝐀’ 𝐝𝐞𝐫𝐢𝐯𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐥𝐚𝐭𝐢𝐧𝐨, 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞, 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐫𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐢𝐧 𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐢. Chi più di un insegnante si trova quindi a dare risposte se ha saputo accogliere e ravvivare il desiderio di apprendere nei suoi studenti?


Articolo e foto di © Chiara Resenterra  - 22 settembre 2020

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SmaniaSchool by Elena

LA SCUOLA RINASCERA' DALLE PROPRIE CENERI?

“𝐿’𝑎𝑟𝑎𝑏𝑎 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑒 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑙’𝑒𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑚𝑎 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖 𝑒 𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑛𝑎𝑠𝑐𝑖𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙’𝑢𝑜𝑚𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑒 𝑖𝑛 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑑𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎𝑙𝑙’𝑒𝑣𝑜𝑙𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑜. 𝐼𝑛𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖, 𝑙’𝐴𝑟𝑎𝑏𝑎 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑒 𝑟𝑖𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑒 𝑐𝑒𝑛𝑒𝑟𝑖, 𝑙𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑡𝑒𝑠𝑖 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑒𝑠𝑝𝑙𝑜𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑛𝑔𝑜𝑛𝑜 𝑜 𝑙’𝑢𝑜𝑣𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎 𝑜 𝑙𝑎 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑒 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑎.
𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐴𝑟𝑎𝑏𝑎 𝐹𝑒𝑛𝑖𝑐𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑑𝑖𝑟𝑒 “𝑟𝑖𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑒 𝑐𝑒𝑛𝑒𝑟𝑖”, 𝑎𝑑 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑙𝑒 𝑒𝑑 𝑖𝑛𝑓𝑎𝑢𝑠𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑐ℎ𝑒 𝑔𝑟𝑎𝑧𝑖𝑒 𝑎𝑑 𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑙’𝑖𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑑𝑢𝑜 𝑠𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑔𝑖𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑟𝑖𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎.”
(𝑀𝑎𝑟𝑐𝑜 𝑇𝑟𝑒𝑣𝑖𝑠𝑎𝑛)

L’anno scolastico post Covid-19 sta per ripartire e gli interrogativi, le perplessità e le preoccupazioni sono molteplici ma, poiché gli insegnati non si scoraggiano...o non dovrebbero scoraggiarsi di fronte alle difficoltà perché la natura dell’educatore parte dall’impossibilità del fallimento...non si educa senza la speranza nel futuro dei nostri studenti..., non posso non vedere qualcosa di positivo in questa ripartenza.

Per la prima volta dal Decreto Moratti (17 aprile 2003), la scuola post Covid sta subendo una trasformazione, sta uscendo dallo “stallo alla messicana”, sta lasciando l’immobilismo. Vorrei spiegare in modo più approfondito.

Dal 2003 a oggi si sono succeduti 11 Ministri, ciascuno di loro, indipendentemente dallo schieramento politico, ha apportato modifiche sostanziali alla Scuola Primaria e alcune alla Scuola Secondaria di II° grado, non è mai stata riformata la Scuola Secondaria di I° grado (se non nel nome) e tutti, indistintamente hanno portato questi dati oggettivi:

1) Tagli al personale in ogni ordine di scuola
2) Riduzione o, in alcuni casi, completa sparizione delle ore di compresenza nella Scuola Primaria e all’Infanzia
3) Formazione delle cosiddette classi “pollaio”
4) Aumento rapporto docente di sostegno-alunni
5) Cambio/aumento di sigle (POF-PTOF, BES, RAV, PEI, PAI e chi più ne ha più ne metta)
6) Ritardi nelle assegnazioni dei docenti alle cattedre (alcune nomine si sono fatte a novembre!)
7) Tagli esorbitanti ai finanziamenti per il funzionamento delle scuole
8) Iper burocrazia: un docente mediamente trascorre un’ora al giorno del suo tempo lavorativo a occuparsi di tutto fuorché di didattica
9) Modifica del sistema di reclutamento dei docenti al punto tale che, in alcuni casi, non è possibile nominare un supplente per coprire le malattie dei docenti e le classi vengono, di prassi, divise
10) Mancata erogazione di fondi per la manutenzione ordinaria/straordinaria agli enti, come i Comuni, che hanno la responsabilità degli edifici scolastici A fronte di queste, ahimè, poco confortanti evidenze, a marzo 2020 le scuole hanno chiuso per un’emergenza sanitaria globale, gli insegnanti hanno dovuto ingegnarsi con la Didattica a Distanza (DaD)...chi più chi meno, chi con successo, chi senza...ma questo è un altro discorso...ma è fuori dubbio che, in queste condizioni, una riflessione sulla Scuola si è stati costretti a farla.

Si è scoperto che la Scuola non è solo trasmissione di saperi ma anche e soprattutto relazione, abbiamo capito che ci sono mancati gli alunni, i colleghi, i compagni e le maestre, abbiamo capito quali sono le “falle”, le crepe delle nostre scuole, ci siamo messi seduti ad un tavolo a parlare con gli Amministratori, poi sono arrivati i fondi statali per l’emergenza e ora, finalmente, i lavori sono in corso; le scuole non solo vengono messe in sicurezza nel rispetto delle norme ma, dove i finanziamenti lo consentono, diventano più funzionali; per la prima volta si parla di arredare il giardino, di ridurre il numero di alunni per classe; gli insegnanti, dopo più di tredici anni, saranno nominati a partire dal mese di agosto e sicuramente prima della fine del mese di settembre; si discute sul non “buttare via” quelle competenze digitali sviluppate nella DaD...in sostanza, ci si siede e si parla di SCUOLA nella sua complessità: spazi, arredi, finanziamenti ma, soprattutto, si parla di didattica, di metodologia e di strategie educative.

Perché a noi insegnanti della Scuola Primaria, quello che davvero preoccupa è: dobbiamo trovare nuove strategie affinchè l’apprendimento sia stimolato e stimolante nonostante il banco singolo distanziato e l’abolizione dei lavori di gruppo; dobbiamo trovare nuovi modi per salutare i bambini al mattino perché l’abbraccio non è più onsentito; dobbiamo mantenere vive quelle competenze digitali nate nella DaD perché in aula informatica ci potremo andare con mezza classe ma non abbiamo le compresenze; dobbiamo organizzare un ripasso nel modo più divertente ma efficace possibile e allora...VIA: si ritorna a cercare risorse, applicazioni, canzoni e filastrocche perché ci siano modi differenti per stimolare le INTELLIGENZE dei bambini (Teoria delle Intelligenze Multiple di Gardner).

La voglia di ricominciare è tanta, nonostante le disinfezioni, l’areazione delle aule, i richiami ad indossare correttamente la mascherina perché se non credessi a questo “fermo” obbligato come ad un’opportunità, probabilmente dovrei cambiare lavoro; perché se non avessi fiducia nel senso di responsabilità dei miei alunni, probabilmente dovrei cambiare lavoro; perché se non credessi all’investimento emotivo insito nel mio ruolo, probabilmente dovrei cambiare lavoro!

Perché se non sperassi nel futuro, sicuramente dovrei cambiare lavoro! Fiducia, Rispetto, condivisione collaborazione, risorse e professionalità: solo così daremo alla scuola post Covid la possibilità di essere una Scuola nuova.

Onestamente non sono certa che la SCUOLA RINASCERA’ dalle proprie ceneri, come l’Araba Fenice ma, in quanto persona che crede nella speranza nel futuro, VOGLIO CREDERCI.

“𝐶ℎ𝑒 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑝𝑎𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑏𝑒𝑟𝑖, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑐𝑖𝑎𝑠𝑐𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑟𝑎𝑚𝑖 𝑢𝑛 𝑐𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑜 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑙𝑎 𝑙𝑢𝑐𝑒!” (𝑂𝑙𝑖𝑣𝑎̀𝑛)

Articolo e foto di © Elena Calzighetti - 15 settembre 2020

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SmaniaSchool by Vale

LA FENICE

Nel biennio dei licei è comparsa da qualche anno una materia, "𝐠𝐞𝐨𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚", sempre fonte di dubbi per i genitori e di difficoltà di gestione per i docenti.
Questa materia si propone di recuperare il poco spazio dato alla geografia nelle scuole superiori.
Questo, a quanto sembra, è già ridotto nelle classi inferiori, data la scarsa conoscenza generale delle basi geografiche non solo mondiali ma addirittura italiane che contraddistingue un numero ormai preoccupante di studenti.
Alle superiori purtroppo introdurre la geostoria non risolve il problema: generalmente la geografia è ridotta a un corollario della storia e chiaramente non ha comunque lo spazio che meriterebbe.
Unificare le materie implica la necessaria riduzione degli argomenti nel programma e di fatto il residuo di una semplice contestualizzazione spaziale degli eventi storici affrontati durante l’anno.
Per fortuna, alcuni argomenti relativi alla geografia umana si possono recuperare in forma discorsiva e si possono rendere più pertinenti, collocandoli secondo coordinate geografiche precise nel mondo di oggi.

Uno di questi argomenti è quello delle 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐞.

Generalmente la prima distinzione che si fa è quella tra risorse rinnovabili e non rinnovabili.
Questi concetti vanno sicuramente nella direzione di qualcosa che evidentemente travalica i confini della vita umana e si colloca al livello della vita del Pianeta.

Riflettere sulle risorse, però, mi porta a chiedermi: quali sono le mie risorse? non potendo essere infinite, quanto sono “rinnovabili”?

La prima parte di questo anno 2020 ha sicuramente messo a dura prova le risorse di insegnanti ed alunni, dal punto di vista dell’impegno costante, della viva presenza, del portare a termine percorsi di crescita efficace anche a distanza.
In campo sono state messe in gioco anche le risorse dei genitori, sicuramente in precedenza più ai margini rispetto al percorso scolastico e ora interpellati nel vivo, non solo dei compiti ma anche delle lezioni stesse.

In tanti momenti la sensazione è stata quella di non farcela, soprattutto quando è stato necessario ripensare alle reali possibilità di un percorso a distanza e riformulare i programmi già previsti a settembre 2019.
Di fronte a malfunzionamenti, disagio, inadempienze, ritrosie, fughe e sparizioni, fatiche di vario genere e chiaramente in modo più significativo il Covid stesso, forse molti hanno avuto proprio la sensazione di non avere più risorse.

E ora?

La scuola sta per ricominciare.
Si susseguono aggiornamenti giornalieri sulla situazione generale che non fanno ben sperare rispetto a una didattica in presenza per molto tempo.
Il problema non è secondario: la scuola ha in se’, in quanto istituzione di accompagnamento alla formazione, bisogno di presenza.
La “scuola” è un termine che ricorda tanto l’edificio in cui avviene qualcosa e poco il vero valore di ciò che succede al suo interno.

La scuola è prima di tutto una comunità.
Come tale, ha al suo interno risorse ineguagliabili, se confrontate con quelle che si possono replicare davanti ad un pc.
Lo schermo rende inevitabilmente meno efficaci e interessanti le spiegazioni, meno coinvolgenti le attività di classe e quasi impossibili le attività di gruppo.
Davanti ad un computer diviene difficile anche intervenire e partecipare, soprattutto per gli alunni più timidi o fragili.
L’intervallo diventa solitario, non si accede insieme alle classi, non ci si incontra e non ci si saluta nei corridoi, non si attende insieme il suono della campanella.
Quanto conosciamo dei nostri ragazzi in questi brevi momenti di vita condivisa?
Non dimentichiamoci poi che la scuola è portata avanti da tutta una serie di collaboratori, anch’essi imprescindibili, che contribuiscono a renderla comunità, costituendo il collante che fa da tramite tra alunni, docenti e genitori.

Tutto questo rende ovvia la conclusione: come comunità, la risorsa più importante della scuola sono le persone.
Tutte le persone presenti a scuola fanno della collaborazione lo strumento più importante a loro disposizione e questo sarà sicuramente un ottimo punto per ripensare la scuola a settembre.

Non sappiamo come si svolgerà questo anno scolastico, che si prefigura difficile già in partenza.
Quello che dobbiamo tenere ben presente è che le persone, in quanto tali hanno difficoltà, fragilità, disagi e debolezze e quindi devono essere supportate.

Le persone hanno però anche tanti talenti come impegno, partecipazione, collaborazione, creatività, capacità di socializzazione che andrebbero valorizzati al meglio.

Insomma, non dimentichiamoci che la scuola è fatta di persone e a settembre dovrà superare la sua prova come una fenice.
Risorgere dalle ceneri della didattica della non-presenza e riprendere il suo ruolo di comunità, se necessario anche dalla distanza.


Articolo e foto di © Valentina Finocchiaro - 8 settembre 2020

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SmaniaSchool by Francy

𝐑𝐄𝐒𝐓𝐀𝐑𝐄 𝐀𝐆𝐆𝐀𝐍𝐂𝐈𝐀𝐓𝐈 𝐀𝐋𝐋𝐄 𝐍𝐎𝐕𝐈𝐓𝐀'

Bentornati, e siamo quasi a settembre...
"𝒔𝒆𝒕𝒕𝒆𝒎𝒃𝒓𝒆, 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒎𝒊𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒍𝒐𝒓𝒊, 𝒄𝒊𝒆𝒍𝒐 𝒅'𝒂𝒍𝒃𝒐𝒓𝒊 𝒍𝒖𝒏𝒈𝒉𝒊, 𝒇𝒊𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒍𝒖𝒏𝒈𝒉𝒊 𝒂𝒓𝒅𝒐𝒓𝒊"
recitava una poesia imparata quando ero alla Scuola Elementare... sì, perché mi viene spontaneo allo stimolo di una parola, declamare un modo di dire, una canzone, una frase... ed è il gioco che chiedo agli alunni quando introduco la lezione con la 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐯𝐞.

Mi spiego, quando un insegnante presenta un nuovo argomento può "tirare fuori" (dal latino 𝒆𝒅𝒖𝒄𝒆𝒓𝒆) le conoscenze pregresse degli alunni mediante il brainstorming: esprimere cosa viene in mente (un concetto, un'idea), in uno schiocco delle dita, spontaneamente, sentendo la parola chiave che introduce la tematica scelta per la lezione.
Si libera la mente, si aprono i cassetti della memoria, delle esperienze vissute, si esprimono connessioni e relazioni e l'insegnante ha poi il compito di mettere in ordine i liberi pensieri degli alunni, dar loro una connotazione, legarli in uno schema o mappa concettuale ed approfondirli.

Un'altra modalità di stimolo per partire e introdurre un argomento è lavorare per immagini, un po' come funziona su Instagram: ho un'immagine, una foto e scelgo una citazione, una parola chiave che spieghi e titoli l'immagine stessa.

Le nuove generazioni poi comunicano tanto anche con i meme: una sorta di rivisitazione sottoforna di vignettatura di una foto con commenti che possano alludere ad altre situazioni in modo ironico e stravolgere così il significato intrinseco dell'immagine.

Il lavoro di noi docenti del 2020 (e fa anche rima!) è aggiornare i nostri strumenti comunicativi osservando come i preadolescenti e adolescenti si relazionano tra loro e adattare la nostra didattica e il nostro 𝒎𝒐𝒅𝒖𝒔 𝒆𝒅𝒖𝒄𝒂𝒏𝒅𝒊 a loro in quanto soggetti dell'arte dell'insegnamento.
Vi assicuro che questi nuovi stimoli divertono e ci avvicinano al loro mondo che ci sembra così strano e lontano.

Buon anno scolastico a tutti!

Articolo di © Francesca Marazzi - 1 settembre 2020
Immagine di Chiara Resenterra

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SmaniaSchool by Chiara

𝟏𝟓𝟎 𝐀𝐍𝐍𝐈 𝐃𝐈 𝐌𝐎𝐍𝐓𝐄𝐒𝐒𝐎𝐑𝐈

Agosto 1870, Chiaravalle.
 

Il 31 agosto, per la precisione di 150 anni fa nacque una donna rivoluzionaria, destinata a segnare e rimanere nella storia.
Maria Tecla Artemisia Montessori è infatti tutt’oggi considerata una pietra miliare per chi si occupa di scuola e non solo.

In un mondo maschile, in cui le quote rosa non esistevano, seppe ed ebbe la forza di farsi strada e di coniugare le idee conservatrici e innovative ereditate dai genitori.
Fu la terza donna italiana a conseguire la laurea in Medicina nel 1896, con la specializzazione in neuropsichiatria. Nello stesso anno partecipò anche al Congresso Femminile di Berlino in rappresentanza dell’Italia, contribuendo con il suo impegno ed esempio all’emancipazione delle donne.

Ma la passione che la animava la portò anche oltre.
Tutta la sua vita fu spesa in un continuo percorso di approfondimento in campi che in apparenza, nell’attuale suddivisione dei saperi, potrebbero sembrare contrastanti quando invece sono solo complementari: materie scientifiche e materie umanistiche trovano nei suoi studi un felice incontro, tant’è che è ricordata sia come scienziata che, e soprattutto, come un’illuminata educatrice e pedagogista.

Nel 1898 si laureò anche in Filosofia.

L’opera Montessoriana non si ferma però al solo conoscere, la sua intera esistenza fu mossa anche dal fare, proseguendo una linea coerente con il suo pensiero ha attraversato gli anni politicamente peggiori degli ultimi secoli, con le Due Guerre Mondiali.

Il Metodo Montessori aveva una filosofia di base attualissima anche oggi: la libertà favorisce la creatività del bambino, creatività che è connaturata alla natura stessa delle prime fasi della vita dell’essere umano.
Compito dell’insegnante è accompagnare in questa crescita, predisporre un ambiente adatto ai bambini, “assecondare” le loro inclinazioni per condurli all’espressione del loro potenziale.

Ma io credo che il contributo più bello lo abbia lasciato per la sua attenzione a tutta l’infanzia: dalla disabilità alla povertà, nulla fu trascurato nei suoi studi e nel suo agire: questa visione d’insieme che forse oggi manca dovrebbe portare ogni insegnante a riscoprirla per progettare una Scuola migliore.

E così, 150 anni dopo, l’invito è a rileggere la sua Opera immensa, per celebrarla, come Donna, come Scienziata, come Educatrice.

Articolo di © Chiara Resenterra - 25 agosto 2020
Nelle foto: Maria Montessori
Elaborazione grafica di Chiara Resenterra

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SmaniaSchool by Gianni

𝐋𝐎 𝐏𝐒𝐈𝐂𝐎𝐋𝐎𝐆𝐎 𝐍𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀

SmaniaSchoolWeek #5


Le attività di uno psicologo nella scuola sono tante e dipendono, ovviamente, anche dalle fasce d'età di cui si occupa.
Tenterò un semiserio elenco, assolutamente non esaustivo, delle aree di intervento nella scuola di noi psicologi partendo dai reali incarichi a me affidati.

𝟏) 𝐎𝐬𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢.
Una cosa per nulla semplice. Per osservare qualcosa in una classe devi essere capace di essere o così coinvolto da essere considerato parte del gruppo, o essere talmente un “arredo” da non essere nemmeno notato.
Semplice no? Quando un ragazzo ti appende il giubbotto sulla testa sai di esseci riuscito.

𝟐) 𝐂𝐨𝐥𝐥𝐨𝐪𝐮𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐞, 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢, 𝐂𝐃𝐂, 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐢.
Di fronte a determinati problemi viene richiesto il “parere esperto” dello psicologo che talvolta può essere anche ospitato all'interno di organi, tipo il Consiglio di Classe o il Collegio Docenti, cui solitamente non partecipano.
Il problema più grosso in certi casi è essere incisivi.
Se lo sei di solito poi hai delle frizioni da dover gestire, anche pesanti, perchè ovviamente a nessuno piace sentirsi dire le cose da fare o modificare.
Se non lo sei, sembri uno che dice cose così ovvie che
“𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑑𝑖𝑟𝑙𝑒 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖𝑎 𝑛𝑜𝑛𝑛𝑎”
ovvero di sentire nell'aria
“𝑒𝑐𝑐𝑜, 𝑔𝑙𝑖 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑖̀, 𝑖𝑛𝑢𝑡𝑖𝑙𝑖”.
Quindi in definitva hai due rischi, lavorativamente parlando. Essere mandato via dalla scuola perchè inutile (non incisivo) o perchè risulti scomodo (troppo incisivo).
Beh, io preferisco la seconda. Almeno prima mi diverto.

𝟑) 𝐒𝐩𝐨𝐫𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐂𝐈𝐂.
Soprattutto nelle superiori questo ruolo è delicatissimo e una delle cose più difficili da far capire alle famiglie, ma anche ai docenti, è che il colloquio ha senso se è totalmente coperto da privacy e che i ragazzi si aprono solo di fronte alla certezza della totale privacy.
Chiaramente dire a qualcuno che ti fa domande che non potrebbe o dovrebbe farti,
“𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑓𝑓𝑎𝑟𝑖 𝑡𝑢𝑜𝑖”
sembra inopportuno per cui si diventa spesso smemorati. Cose del tipo che quando un insegnante ti chiede:
“𝑎𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎, 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑛𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑎 𝑡𝑒 𝐹𝑖𝑙𝑖𝑝𝑝𝑜?”
tu rispondi
“𝐹𝑖𝑙𝑖𝑝𝑝𝑜 𝑐ℎ𝑖?”
anche quando lo hai visto un minuto prima.

𝟒) 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢.
Di fronte a determinati problemi si è chiamati ad intervenire sul gruppo classe. Per esempio per casi di bullismo, problemi di relazione coi docenti, lutti improvvisi.
Qui il pensiero magico la fa da padrone. E si procede ancora una volta tra considerazioni estreme. Si va dal
“𝑙𝑜 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑒 𝑎 𝑛𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒” a
“𝑣𝑎𝑑𝑎 𝑖𝑛 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑜𝑙𝑣𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎. 𝐼𝑛 𝑑𝑢𝑒 𝑜𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑜̀, 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑖 𝑝𝑖𝑢̀”.

𝟓) 𝐅𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐮𝐧𝐧𝐢.
Lo psicologo va nelle classi anche per formazione diretta degli alunni, per esempio sui temi delle sostanze, affettività, sessualità.
Qui si tratta di reclutare la piena attenzione ed essere molto incisivi per evitare o almeno limitare l'incontro con certi problemi agli alunni.
Questo tipo di interventi è molto delicato e se vuoi essere incisivo una qualche forma di fascinazione te la devi giocare.
L'autorevolezza necessita di ben più di due ore per instaurarsi, quindi almeno all'inizio in qualche modo devi farti notare. Anche a costo di gigioneggiare. Poi una volta “bucata” l'attenzione saranno i ragazzi a richiamarti in classe.

𝟔) 𝐅𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢.
E' un momento delicato. In piccolo gruppo o più spesso in plenaria si tratta di tenere conferenze su temi scelti dai genitori stessi o indicati dalla presidenza.
La cosa più difficile è il momento del dibattito.
Qualsiasi tema tu svolga, a fine conferenza devi rispondere a domande più o meno su tutto lo scibile umano e su argomenti che interessano solo la persona che fa la domanda.
Poi, finita la conferenza, devi tentare di arrivare alla tua automobile, che dista solo 200metri dalla porta della sala, in un tempo almeno migliore di quello che farebbe una tartaruga.
Il mio record negativo è: finita conferenza alle 23:45, arrivato all'auto alle 2. Ben 1,48metri al minuto.

𝟕) 𝐅𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢.
A me è capitato spesso di tenere corsi di aggiornamento docenti.
Sono momenti bellissimi. Voi penserete che i docenti non abbiano alcuna voglia di formarsi. Alle volte può sembrare e mi è sembrato. Ma a dire il vero solo durante i primi minuti della prima lezione. Poi mai. Anche in corsi lunghissimi, 30 ore, magari in orario non comodo, dalle 17 alle 20, con le famiglie che li aspettano a casa, è bello scoprire che i docenti restano fino ad oltre l'orario e spesso si viene allontanati da chi deve chiudere la sala.
Reclutare l'attenzione dei docenti può essere molto più difficile di quella dei ragazzi ma una volta ottenutala l'effetto “tellina sullo scoglio” è assicurato.

𝟖) 𝐎𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨.
Lo psicologo aiuta i ragazzi e le famiglie nelle attività di orientamento o, spesso, di ri-orientamento.
Qui la cosa più difficile da frenare è l'ansia, soprattutto dei genitori.
E' la versione psicologo-oracolo.
Dopo soli dieci minuti, con gli occhi spalancati come un cerbiatto, ti vengono poste domande semplici che riassunte suonerebbero come
“𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑓𝑟𝑒𝑞𝑢𝑒𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑚𝑖𝑜 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠𝑜, 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑖𝑛𝑡𝑜𝑝𝑝𝑖, 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑒 𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑚𝑒𝑛𝑒 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑔𝑢𝑎𝑑𝑎𝑔𝑛𝑖 𝑢𝑛 𝑠𝑎𝑐𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑑𝑖”.

Queste ed altre cose avvengono mentre negli interstizi di tempo, a scuola, tenti di bere un caffè al bar in completo anonimato, camuffato da pianta di ficus o da espositore dei Chupa per evitare che ti arrivi la domanda della vita che inizia inesorabilmente con
“𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑣𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑙𝑒𝑖, ℎ𝑎 𝑢𝑛 𝑚𝑖𝑛𝑢𝑡𝑖𝑛𝑜?”
(come no, al bar, ma guarda che caso!).
In quel caso si assiste anche ad un fenomeno studiato da Einstein, la dilatazione del tempo. Il minutino diventa tutta l'ora buca del docente. Come a fine conferenza il “minutino” richiesto dal genitore diventa l'alba.
Oppure, al contrario, quando qualcuno non ti conosce ancora e ti allunga la mano per presentarsi appena gli dici
“𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑙𝑜 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑜”
istintivamente la ritrae come per paura che toccandola possa avere il potere di risucchiargli la sua storia e, chissà, i suoi segreti.

In definitiva l'essere psicologo a scuola però si riassume in un unico vero mandato.
Accompagnare i bambini e i ragazzi verso la loro vita diventando ora scudo, ora mentore, ora madre accogliente ora padre incitante.
Un compito allegro come questo elenco semiserio.


Articolo di © Gianni Caminiti - 7 agosto 2020
Nelle foto: Gianni il nostro psicologo scolastico

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SmaniaSchool by Chiara e Vale

𝐀𝐓𝐓𝐄𝐍𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 = 𝐅𝐎𝐂𝐔𝐒, 𝐂𝐀𝐑𝐄, 𝐂𝐀𝐔𝐓𝐈𝐎𝐍, 𝐂𝐎𝐍𝐒𝐈𝐃𝐄𝐑𝐀𝐓𝐈𝐎𝐍, 𝐄𝐘𝐄

SmaniaSchoolWeek #4


“𝑷𝒆𝒓 𝒑𝒊𝒂𝒄𝒆𝒓𝒆, 𝒔𝒕𝒂𝒕𝒆 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒊.”
“𝑫𝒂𝒊 𝒓𝒂𝒈𝒂𝒛𝒛𝒊, 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒓𝒂 𝒖𝒏 𝒂𝒕𝒕𝒊𝒎𝒐 𝒅𝒊 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆.”
“𝑺𝒖𝒐 𝒇𝒊𝒈𝒍𝒊𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒎𝒂𝒊 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒊𝒏 𝒄𝒍𝒂𝒔𝒔𝒆, 𝒔𝒊 𝒅𝒊𝒔𝒕𝒓𝒂𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒄𝒐𝒔𝒂.”

Se dovessimo stilare una serie di parole usate con più frequenza dagli insegnanti italiani, credo che la parola ATTENZIONE entrerebbe di diritto nelle prime cinque.
Effettivamente sembrerebbe un problema diffuso tra gli insegnanti quello di riuscire a catturare l’attenzione dei propri studenti, ed è una delle prime “domande esistenziali” del nostro essere professoresse che ci siamo poste quando abbiamo incominciato ad entrare nelle classi.

“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒕𝒂 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒐?”
“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒔𝒊 𝒑𝒆𝒓𝒅𝒆 𝒏𝒆𝒍 𝒔𝒖𝒐 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐?”
“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒔𝒊 𝒅𝒊𝒔𝒕𝒓𝒂𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒊 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒂𝒈𝒏𝒊?”

Troppo facile, secondo noi, far ricadere tutte le responsabilità solo sui discenti: diciamocelo, nella maggior parte dei casi, soprattutto nel biennio di scuola superiore (e credo ancor più nella scuola media) è di una noia mortale stare seduti per 5 o 6 ore di fila ad ascoltare professori che si alternano nelle spiegazioni.

Chiara: "𝐿𝑜 𝑎𝑚𝑚𝑒𝑡𝑡𝑜, 𝑒̀ 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑎 𝑚𝑒, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑠𝑡𝑒𝑔𝑛𝑜, 𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑙’𝑎𝑡𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑛 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑒, 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑙 𝑡𝑜𝑛𝑜 𝑒𝑟𝑎 𝑡𝑟𝑜𝑝𝑝𝑜 𝑚𝑜𝑛𝑜𝑡𝑜𝑛𝑜, 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑖𝑙𝑒 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑖𝑙𝑒𝑛𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑢𝑖 𝑎𝑑 𝑢𝑛 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜, 𝑚𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑒𝑣𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙’𝑜𝑛𝑑𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝑚𝑖𝑒𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑖. 𝐶𝑜𝑠𝑖̀ 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑚𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑖 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜, 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 𝑒𝑟𝑜 𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑎, 𝑞𝑢𝑖𝑛𝑑𝑖 𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑎 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒... 𝑒𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑛𝑜, 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑎𝑣𝑜 𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜."

Però abbiamo fatto anche esperienze opposte, ovvero di mantenimento dell’attenzione per ore, in situazioni concrete (ovvero dove oltre alla parte meramente cognitiva era previsto anche un fare), in situazioni in cui il relatore era particolarmente appassionante, e quando, banalmente, guardiamo un film o ci troviamo in circostanze in cui tutta la nostra persona è in qualche modo coinvolta.

C’è dell’altro, in una situazione come quella di lezione frontale, la capacità di attenzione dei ragazzi si attesta su un massimo di 30 minuti, dove il picco è circa intorno al 15esimo minuto. Un fattore di cui un buon insegnante dovrebbe sempre tener conto nella programmazione della sua lezione. Come dire: inutile propinare concetti importanti per 45 minuti, sapendo benissimo che non serve.

Quindi dai
“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒕𝒂 𝒂𝒕𝒕𝒆𝒏𝒕𝒐?”,
“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒔𝒊 𝒑𝒆𝒓𝒅𝒆 𝒏𝒆𝒍 𝒔𝒖𝒐 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐?”,
“𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒔𝒊 𝒅𝒊𝒔𝒕𝒓𝒂𝒆 𝒄𝒐𝒏 𝒊 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒂𝒈𝒏𝒊?”
siamo passate a cercare di capire 𝐂𝐎𝐌𝐄 possiamo fare concretamente per mantenere l’attenzione dei nostri studenti per i 100 minuti in cui dobbiamo gestire il gruppo classe. Ovviamente il tema in questione non può essere esaurito nello spazio di un post, ma si possono iniziare a compiere delle riflessioni.

1. Siamo andate a crecarci come in inglese viene tradotta la parola attenzione e il risultato ci ha colpito: si traduce con 𝐅𝐨𝐜𝐮𝐬, quindi il focalizzare, mettere in luce un aspetto che si ritiene rilevante, ma, cosa c’è di più importante dello studente stesso? Il focus è l’attenzione ad ogni singolo ragazzo, a cogliere segnali non verbali sui loro volti e nei lori micro movimenti.
Si traduce con 𝐂𝐚𝐫𝐞, ovvero, qualcosa di cui “ci importa veramente” inteso come cura: cura per i ragazzi, ma cura anche nelle parole che si scelgono per spiegare e coinvolgere. 𝐂𝐚𝐮𝐭𝐢𝐨𝐧, cioè cautela, una sorta di “maneggiare con delicatezza”... e non è quello che forse dovremmo sempre fare con tutte le persone? 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧: tengo in considerazione, quindi prendo in esame, tutti gli aspetti legati alla relazione tra me, i ragazzi, e l’oggetto di apprendimento, che non è esterno alla relazione comunicativa, ma ne fa parte e ha valore esattamente come i soggetti coinvolti. Infine 𝐄𝐲𝐞.
Chiara: "𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 ℎ𝑜 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡’𝑢𝑙𝑡𝑖𝑚𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 ℎ𝑜 𝑑𝑒𝑐𝑖𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑖𝑛𝑐𝑙𝑢𝑑𝑒𝑟𝑙𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑚𝑖 ℎ𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑢𝑛 𝑚𝑖𝑜 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑎𝑑𝑜𝑙𝑒𝑠𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎: 𝑚𝑖𝑜 𝑝𝑎𝑑𝑟𝑒, 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜, 𝑚𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒𝑣𝑎 𝑖𝑛 𝑑𝑖𝑎𝑙𝑒𝑡𝑡𝑜 “𝐹𝑎 𝑏𝑎𝑙𝑎̀ 𝑙’𝑜𝑐𝑐” (𝑓𝑎𝑖 𝑏𝑎𝑙𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑙’𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜). 𝑂𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑠𝑡𝑎𝑖 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑡𝑖 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑑𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑣𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜."
Dov’è il pericolo qui? Di parlare ad un muro, ad una serie di “occhi” persi nel nulla, quando l’obiettivo è che questi occhi siano vivi, brillino di coinvolgimento.

2. Abbiamo capito da subito, dalle prime lezioni in aula, che per tenere l’attenzione bisogna essere delle brave 𝐏𝐞𝐫𝐟𝐨𝐫𝐦𝐞𝐫: in pratica ogni volta che entriamo in classe ci sentiamo un po’ come se dovessimo andare in scena. E per questo si cerca di alternare i toni di voce, di muoversi tra i banchi, di fornire stimoli... insomma, una sorta di recitazione. E questo fattore l’abbiamo appreso riflettendo sulla nostra esperienza: chi erano, e sono, le persone che non solo catturano, ma riescono a far sì che prolunghiamo i nostrii tempi di attenzione? Sono coloro che in un modo o nell’altro ci trasmettono quel qualcosa per cui si intravede passione ma anche preparazione e studio del non verbale. Coloro che in un certo senso ci affascinano e ci trasportano nel loro mondo.

3. 𝐌𝐮𝐨𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢: non si può pretendere che i ragazzi stiano seduti, immobili, per un’ora nei loro banchi. E’ quasi scontato che perdano l’attenzione! Siamo prof fiscali sull’eliminazione fisica di alcuni distrattori dai tavoli: telefoni, penne troppo variopinte o bizzarre, smalti, trucchi e specchietti (sì, ci sono anche quelli negli astucci delle nostre adolescenti)... ma non siamo fiscali se mentre parliamo qualcuno di loro sente il bisogno di disegnare, non siamo fiscali se ci chiede di andare al calorifero e ascoltare da lì la lezione. Non siamo fiscali e proponiamo sempre una “pausa programmata e organizzata”, ovvero un momento strutturato da noi per cui ci si può muovere nell’aula, chi vuole, o discutere, o scrivere alla lavagna a turno. Siamo noi che, senza che loro lo sappiano, li facciamo muovere. Quindi, oltre alle parole, il “𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑟𝑒𝑡𝑜”.

4. Infine. Chiediamo attenzione... 𝐦𝐚 𝐧𝐨𝐢 𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 ad ogni parola che dicono? Ad ogni domanda che ci lanciano? Ci accorgiamo sempre della mano alzata? Mentre interroghiamo... siamo davvero sicuri che li stiamo ascoltando con attenzione? Ecco, siamo convinte che la scuola debba essere assolutamente un’organizzazione democratica: tutti dobbiamo stare alle stesse regole che ci siamo dati come gruppo sociale. Se ti do attenzione, la pretendo. E i ragazzi questo lo capiscono, Prima ancora delle parole arrivano le azioni, questa coerenza continua che chiedono al mondo adulto.

‘Na fatica, diciamocelo... ma poi si prende il ritmo e tutto diventa più facile.
E così, con poco, ti accorgi che in fondo, sei tu insegnante, che devi stare attenta, che devi aumentare i livelli di attenzione, intensiva e selettiva.
Ma fa parte del gioco.


Articolo di © Chiara Resenterra - © Valentina Finocchiaro - 6 agosto 2020
Nelle foto:  Chiara e Valentina le nostre esperte 14-19 anni

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SmaniaSchool by Francy

FAR FATICA

SmaniaSchoolWeek #3


Un passo dopo l'altro, un pensiero dopo l'altro.
Dopo il lockdown ho deciso di riprendere a correre per sfogarmi e gustarmi aria di libertà facendo fatica.
Mi piace far fatica, mi sento l'energia che scorre tra i piedi, sale a stomaco e cuore e arriva al cervello.
Correre mi aiuta a mettere in ordine le idee, a macchinare progetti, a proiettarmi nel futuro, a ripensare al passato.

Un altro anno scolastico si è appena concluso (per noi docenti finisce a fine giugno, metà luglio), scorro immagini e sensazioni legate alle fatiche, alle soddisfazioni, alle esche messe in gioco per tenere agganciati gli alunni, sì perché, va bene finire il programma, ma il problema maggiore è stato ricreare il clima di classe, le dinamiche di gruppo ed entrare con discrezione e creatività nelle case degli alunni... più che didattica a distanza, direi educazione a distanza: da insegnante mi premeva chiedere loro come stessero, come impiegassero il loro tempo, come condividessero gli spazi e i tempi in famiglia.

Ho trovato gli alunni di Prima frizzanti, motivati, gasati e coinvolti nei lavori proposti, che fosse la spiegazione (quasi mai frontale), un filmato da commentare, una scheda di esercizi, li ho trovati protagonisti delle attività. Per loro ho proposto una ricerca legata all'animale domestico o a un animale scelto dalle cronache (ad esempio fenicotteri e leopardi liberi nelle strade deserte delle città): hanno condiviso capolavori, stupendomi con la loro sensibilità e profondità.
Hanno scoperto che occuparsi di un animale regala emozioni e responsabilizza, distrae e rende autonomi.

I ragazzi di Seconda e Terza, ormai adolescenti, si sono mascherati con telecamere e microfoni spenti ed è stato difficile coinvolgerli, spesso preferivo lasciarli parlare tra loro, perché si confrontassero e scontrassero.
Stanare con discrezione i silenziosi, i timidi, gli insicuri non è stato semplice.

La matematica è una "brutta bestia" in presenza, figuratevi a distanza e certo non aiuta nel sentirsi coinvolti, "presi bene" come dicono loro.

Spero sia rimasto loro il ricordo della presenza di noi docenti, che abbiamo aperto le nostre case, raccontato la nostra vita quotidiana come forse raramente in classe siamo abituati a fare e questo ci ha permesso, pur nella lontananza, di essere più vicini, più veri, più umani e meno "docenti in cattedra".
Perché siamo persone vere, e oltre che educare ci mettiamo in gioco in prima persona per migliorarci... ma questa è già un'altra storia.


Articolo di © Francesca Marazzi - 5 agosto 2020
Nella foto: Francy, la nostra esperta 11-14 anni

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SmaniaSchool by Elena

𝐋𝐀 𝐑𝐈𝐂𝐄𝐓𝐓𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝐕𝐈𝐀𝐆𝐆𝐈𝐎 𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀

SmaniaSchoolWeek #2


“[...] 𝒅𝒐𝒗𝒆𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒓𝒂 𝒂𝒏𝒅𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒐𝒏𝒕𝒂𝒏𝒐.
𝑴𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒊𝒎𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒗𝒂, 𝒍𝒂 𝒔𝒕𝒓𝒂𝒅𝒂 𝒆̀ 𝒗𝒊𝒕𝒂”
(𝐉. 𝐊𝐞𝐫𝐨𝐮𝐚𝐜 - 𝐎𝐧 𝐭𝐡𝐞 𝐫𝐨𝐚𝐝)
 
Ok, si parte!
Io adoro partire! Amo partire per un nuovo viaggio...quello sempre, anche se fosse la frazione della frazione di un paese che già conosco, ma amo partire in ogni situazione: sento il fremito della scoperta ogni volta che parto per qualsiasi nuova avventura e, questa del Blog, è una di quelle.

Come insegnante, io parto per un viaggio tutti i giorni in cui varco la soglia della mia scuola o anche quando ho varcato le soglie delle case dei miei alunni, durante la sospensione delle attività didattiche a causa del Covid-19.

Ma cos’è il Viaggio: cosa significa viaggiare? Cosa ci serve per viaggiare? Cosa portiamo nei nostri viaggi? Chi portiamo con noi? Quando si parte per un qualsiasi viaggio, si pianifica, si organizza, ci si documenta; il viaggio richiede 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 e scaturisce dal 𝐝𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐢𝐨 per la 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚 ma anche, nasce dall’𝐚𝐛𝐛𝐚𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨: non si viaggia se non si parte e se non si è disposti a lasciare a casa ciò che eravamo.
Viaggiare, quindi, ci fa convivere con il nostro PASSATO, con il PRESENTE e ci proietta nel FUTURO.

Il viaggio è scoperta, viaggiare è emozione, è uscire dai propri schemi e dalla propria zona comfort per entrare “a casa” di chi è ALTRO da me, per avvicinarsi agli Altri.
Della metafora del viaggio, abbiamo ora tutti gli ingredienti.

Ecco la ricetta:
una buona dose di audacia per affrontare l’ABBANDONO e salutare il PASSATO;
tanta voglia di fare SCOPERTE per affrontare il nostro PRESENTE;
molti strumenti per raggiungere la COMPETENZA nel correre verso il FUTURO;
grandi capacità di SOCIALITÀ ed EMPATIA per affrontare i RAPPORTI UMANI.

La Scuola è, di per sé, metafora del Viaggio!
Caspita...tanto da affrontare all’inizio del percorso scolastico per un bambino di sei anni!
Vero: sembra tanto ma, in realtà, è quello che succede ogni singolo giorno della vita, scolastica e non, di ciascuno di noi.

Mi preparo, esco di casa, salgo in auto (per i più fortunati, faccio qualche passo a piedi, se la mia scuola è sotto casa) con tutto il carico di ciò che mi serve durante la giornata scolastica: libri, quaderni, astucci, colori e, per noi maestri: compiti corretti, materiali da proporre, l’immancabile chiavetta per la macchinetta del caffè e un abbondante scorta di acqua o di tisana per i momenti di sconforto...sì, ci sono anche quelli. Abbiamo tutto ciò che serve e “abbandoniamo” il nostro passato, la nostra zona confort, per metterci in gioco ancora una volta.

Entriamo a scuola, chi con un sorriso, chi con ancora gli “occhi da sonno”, chi perdente con la lotta contro il cuscino e chi già carico di energie; tutti pronti, ognuno a modo proprio, per affrontare il presente di una nuova giornata. E qui, proprio qui, in questo breve istante di arrivo/accoglienza, ognuno di noi si gioca il mood della giornata, si esibisce il proprio biglietto di viaggio: ogni alunno, magari inconsapevolmente, affronta il proprio presente scolastico partendo da questo piccolo ma grande momento; noi insegnanti, consapevolmente invece, sappiamo che qui ci giochiamo tutte le carte, qui non possiamo bluffare, qui siamo noi che abbiamo la capacità di dare la svolta a chi, dei nostri alunni, ha perso la lotta contro il cuscino, a coloro i quali avrebbero voluto stare a casa con la mamma perché era in ferie, a chi serve una carezza per iniziare con il giusto sprint, a chi basta un sorriso o a chi è sufficiente una piccola, insignificante ma importantissima domanda
“𝐶𝑜𝑚’𝑒̀ 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑡𝑎 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑖𝑒𝑟𝑖?”.
Io ci sono, ti riconosco e ti conosco e, proprio per questo, ti accolgo. Questo è il Viaggio con gli Altri e per l’Altro, questo è il bagaglio UMANO della Scuola: empatia e stimolo, accettazione e riconoscimento.

Il nostro presente parte dalle emozioni e dal rapporto con chi ci circonda: non esiste apprendimento senza emotività.
Ogni alunno apprende, inevitabilmente, attraverso il filtro delle proprie emozioni e dal confronto con l’Altro. Nel viaggio dell’apprendere, come nei viaggi della vita, inciampiamo, cadiamo, ci scontriamo ed affrontiamo imprevisti ma ci rialziamo, appianiamo le divergenze, troviamo nuovi strumenti per superare gli ostacoli e ripartiamo per nuove avventure.

Da qui, dalla consapevolezza che possiamo cadere ma che sappiamo anche rialzarci, dalla certezza che questo viaggio non lo percorriamo da soli, dalla capacità di trovare nuove soluzioni ai problemi e dal fatto che i nostri compagni di viaggio, coetanei ed adulti, ci affiancano, noi tutti poniamo le basi per affrontare il nostro futuro.

Nella nostra ricetta per compiere il grande viaggio dell’apprendere, ma soprattutto, per affrontare il viaggio della vita, manca l’immancabile q.b...il quanto basta che, potrà sembrare insignificante, ma che è il sale di ogni ricetta che si rispetti: la 𝐂𝐔𝐑𝐈𝐎𝐒𝐈𝐓𝐀̀!

Non si parte se non si è curiosi e, quando la curiosità è “in letargo”, spetta a noi insegnanti trovare quel q.b. che aiuta a percorrere la strada...ma questo è un altro capitolo del nostro Viaggio!

𝑳𝒂 𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒗𝒂𝒔𝒐 𝒅𝒂 𝒓𝒊𝒆𝒎𝒑𝒊𝒓𝒆,
𝒎𝒂 𝒖𝒏 𝒇𝒖𝒐𝒄𝒐 𝒅𝒂 𝒂𝒄𝒄𝒆𝒏𝒅𝒆𝒓𝒆”
(𝐏𝐥𝐮𝐭𝐚𝐫𝐜𝐨)


Articolo di © Elena Calzighetti - 4 agosto 2020
Nella foto: Elena, la nostra esperta 6-11 anni

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SmaniaSchool by Ilaria

ACCOMPAGNARE ESSERI UNICI

SmaniaSchoolWeek #1


Partiamo dalle “parole chiave” e in questo periodo dell’anno quale la più azzeccata se non la parola VIAGGIO?
Pensare al viaggio e pensare ad una partenza e ad un ritorno, ad un inizio e ad una fine, ad una conclusione.

Qual è la prima cosa che si fa quando si progetta un viaggio? Si sceglie la meta.
E successivamente? Si sceglie da chi saremo accompagnati.
E poi? Si decide l’itinerario.

Ogni anno nei servizi all’infanzia è come immaginare un viaggio.
Una famiglia accompagna il suo bambino. La prima cosa che fa è scegliere il luogo, quale servizio ha le caratteristiche che maggiormente corrispondono a "ciò che desidero sia il meglio per il mio bambino o per la mia bambina?"
Gli interrogativi sono molteplici, ma la richiesta più importante è sempre “chi si prenderà cura di mio figlio?”

Tutto viene predisposto affinchè quella famiglia si senta accolta. Nel clima di accoglienza, rispetto dei tempi di ognuno, viene costruito quel rapporto imprescindibile dell’educare che è la fiducia.
In modo continuativo, giorno dopo giorno, vengono costruiti quei legami che favoriscono il benessere di tutti, bambini, famiglie, operatori dei servizi. Insieme progettiamo l’itinerario del nostro viaggio, attraverso l’osservazione attenta dei bisogni dei gruppi di bambini che entrano nei nostri servizi.
Le proposte offerte possono essere diverse, ma tutte con l’obiettivo di accompagnare il bambino nel suo essere unico.

E poi arriva il momento del congedo, del saluto, perché ogni viaggio pensato come percorso di crescita, ha un inizio ed una fine, che ci piace molto definire passaggio. Un passaggio verso un nuovo viaggio di scoperta.

Questo è stato un anno molto particolare, inedito!
I nostri legami di fiducia si erano da poco, da pochissimo tempo consolidati ed improvvisamente si sono interrotti. Ci siamo dovuti fermare, rallentare, reinventare, ricostruire...

Difficile pensare a dei legami a distanza nei servizi zero-sei?
Come fare?
Cosa mantenere e cosa rielaborare?
Riempire il tempo delle famiglie, riempire i tempi dei bambini oppure mantenere vivo il legame, inventando un nuovo contesto?
Continui interrogativi sul proseguimento del nostro viaggio, del viaggio dei bambini, del viaggio delle famiglie.

Nonostante le numerose fatiche di tutti, il feedback del bisogno di un legame di fiducia ci ha portato alla fine del nostro viaggio ed a poter concludere e mentalizzare le esperienze, rivederci, riviverci, riconoscerci.

Siamo giunti al mese dei bilanci e osservando chi siamo diventati, volgiamo lo sguardo verso il futuro, che vede proseguire un percorso di crescita arricchito da nuove e diverse esperienze nelle quali ci siamo dati un tempo che parla di ascolto, accoglienza, confronto e cura... un tempo che ha permesso di costruire relazioni di fiducia, rispetto e stima, seppur distanti, in un clima di familiarità.

Articolo di © Ilaria Bellinghieri - 3 agosto 2020
Nella foto: Ilaria, la nostra esperta 0-6 anni

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SmaniaSchool by Gianni

SMANIASCHOOLTEAM


Ed eccolo.
Il 𝐓𝐄𝐀𝐌 al completo di 𝐒𝐌𝐀𝐍𝐈𝐀𝐒𝐂𝐇𝐎𝐎𝐋.
Tutte le settimane, il martedì, articoli sul mondo della scuola con
𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐁𝐞𝐥𝐥𝐢𝐧𝐠𝐡𝐢𝐞𝐫𝐢, 0-6 anni (Nido e Materna)
𝐄𝐥𝐞𝐧𝐚 𝐂𝐚𝐥𝐳𝐢𝐠𝐡𝐞𝐭𝐭𝐢, 6-11 anni (Elementari)
𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐲 𝐌𝐚𝐫𝐚𝐳𝐳𝐢, 11-14 (Medie)
𝐕𝐚𝐥𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐅𝐢𝐧𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐨 e 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐑𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚, 14-19 (Superiori)
𝐆𝐢𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐂𝐚𝐦𝐢𝐧𝐢𝐭𝐢 (Psicologo Scolastico)

La settima prossima da lunedi a venerdì la 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥𝐖𝐞𝐞𝐤. Un articolo a giorno dedicato alla scuola.

Questo team sarà una redazione aperta al contributo di altri attori del mondo della scuola perchè diventi una piattaforma di proposta e scambio di buone prassi. Da settembre potrete proporre i vostri articoli. Seguiteci e vi diremo come farlo.


Articolo di © Gianni Caminiti - 28 luglio2020

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SmaniaSchool by Vale

SI', VIAGGIARE


Dopo tre mesi di reclusione e didattica a distanza, finalmente per i ragazzi arriva l’ultimo giorno di scuola.
Si spalancano nuovamente le porte delle possibilità.
Scegliere cosa fare del proprio tempo e perché no? Viaggiare.
Quanto è formativo per uno studente, specialmente dopo quanto vissuto quest’anno, uscire dalla propria zona di comfort e lanciarsi nel mondo?

Ma facciamo un passo indietro.
Il biennio delle superiori rappresenta un momento di formazione per gli alunni, in cui si pongono solide basi, ovvero si creano gli strumenti necessari ad affrontare i tre anni che precedono la maturità (o almeno in questa prospettiva il percorso didattico dovrebbe divenire efficace).
In prima, gli studenti sono ancora abbastanza immaturi e se si è fortunati una parte della classe ha già abbastanza autonomia e consapevolezza, per capire che non si scappa dallo studio ne’ dai “compiti”. Per gli altri, il lavoro dei docenti dovrà essere un’opera di convincimento, che passi anche dallo stimolo per creare la curiosità: sarà poi questa che completerà l’opera.

Quando all’inizio della classe seconda però, mi accingo a spiegare il testo argomentativo, vorrei mettermi le mani nei capelli, cacciare un urlo: “Stooop!” e passare parola al collega del triennio. Questo accade di solito perché sistematicamente, nel silenzio che precede la comunicazione della data della verifica scritta si palesa uno studente.
Sì, proprio quello alla “ultimo banco”, che rimane nascosto dietro l’astuccio per tutto il tempo ed evita accuratamente di chiedere spiegazioni.
Proprio lui, dopo infinite ore di tabelle da compilare per compito, correzioni ed esercizi alla lavagna, pareri contrastanti e discussioni alle volte anche piuttosto concitate, alle soglie della prova scritta valutata, finalmente si decide a confessare e dice:
“Profe, ma io non ho capito!”

E via di nuovo si ricomincia, in cerca di spunti, esercizi, video ed esempi improbabili, per cercare di rendere chiaro cosa vogliano dire i termini “argomentare” e “confutare”.
Sembra che i ragazzi facciano fatica soprattutto a mettersi nei panni del tizio che compare a metà tema e potrebbe avere a che ridire con la tesi appena discussa e dimostrata.
Insomma, i panni degli altri stanno sempre un po’ stretti. Un esercizio particolarmente utile, sperimentato con successo anche durante la DAD è stato quello del dibattito.
Non sempre i ragazzi si trovano a dover difendere un’opinione in linea con la propria ma nell’ottica della competizione, si impegnano comunque per arrivare al risultato finale e vincere la gara.
Così lo sforzo di capire chi non la pensa come loro, passa quasi in secondo piano, diviene più facile.

Uno dei temi argomentativi che assegno spesso negli ultimi anni, riguarda l’educazione.
Sulla scia di un documentario scoperto per caso, smanettando sul telefono accovacciata su un divanetto davanti al mare delle Fiji, chiedo ai ragazzi se è possibile crescere e imparare non nelle aule ma nella scuola della vita: viaggiando.

Il documentario parla di una famiglia di surfisti hawaiani (i Goodwin), che crescono i due figli piccoli girando per il mondo.
I ragazzi sono affascinati, quasi increduli e molto dubbiosi, finché non mostro l’esempio concreto di una ragazza bergamasca che ha fatto questa scelta.
E allora la possibilità diventa realtà e gli studenti cominciano a guardare il mondo in modo diverso, a voler sapere come funzionano le cose in altri posti, come vivono in altri paesi.

Alcuni scelgono di intraprendere un viaggio con gli amici, altri di concordare con i genitori una vacanza studio (chiaramente con vari esiti!).
In ogni caso, decidono di uscire di casa e di mettersi non solo nei panni degli altri ma nei panni di nuovi sé, aperti non solo ad argomentare le proprie opinioni e a confutare quelle degli altri ma anche a mettere in gioco e cambiare se stessi.

In foto: un fotogramma dal trailer del documentario 𝑮𝒊𝒗𝒆𝒏

Articolo di © Valentina Finocchiaro - 21 luglio2020

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SmaniaSchool by Chiara e Vale

𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐋’𝐀𝐋𝐋𝐈𝐄𝐕𝐎 𝐒𝐔𝐏𝐄𝐑𝐀 𝐈𝐋 𝐌𝐀𝐄𝐒𝐓𝐑𝐎


Da insegnante (detta anche “profe” per i miei studenti bergamaschi, “prof” in credo tutto il resto d’Italia) posso dire che questa maturità mi ha regalato non pochi brividi e non poche lacrime. Il motivo è semplice: i 9 studenti e studentesse che ho accompagnato in questo viaggio durato due anni nelle Tecniche di Comunicazione, ha portato più frutti di quello che immaginavo.

E mi sono chiesta come è potuto succedere questo piccolo miracolo?

Premessa indispensabile: lavoro (anche perché ho più classi e indirizzi) in un Istituto Alberghiero e l’indirizzo Accoglienza Turistica ha solo nove alunni.
Dato di partenza due: ho sempre avuto davvero la libertà di impostare la didattica a modo mio.
Dato tre: abbiamo sperimentato un approccio alla Maturità unico, dopo anni che, rileggendo a posteriori, ha messo in luce un aspetto positivo fondamentale, ovvero la sostituzione della seconda prova con un elaborato progettuale su cui i ragazzi hanno avuto il giusto tempo per riflettere, rielaborare, pensare e creare. Parole che già di per sé suonano quasi innovative se si pensa al nozionismo e al fattore tempo che impone a tutti, livellandoli, di eseguire un compito complesso in poche ore.
In questo caso, i ragazzi dovevano preparare un elaborato multimediale in cui, dato un titolo, dovevano sviluppare soprattutto un progetto innovativo, unendo le competenze attese nelle materie di indirizzo per poi esporlo alla Commissione.
I ragazzi hanno fatto proprio, ognuno con la propria passione e sensibilità, il “compito” e così abbiamo potuto assistere all’esposizione di progetti credibili e già attualizzabili, che nulla hanno di astratto, ma possono tranquillamente essere già spesi nel mondo del lavoro.

Quale soddisfazione più grande? Brillavano più gli occhi a me che non a loro. Perché sono riusciti ad unire le competenze di tre singole materie (diritto/economia, accoglienza turistica e tecniche della comunicazione) e creare qualcosa che andasse oltre la banale somma delle parti e noi tre professori e, contemporaneamente arricchisse anche noi, come professionisti e come persone.

E così, una ragazza ha portato un progetto sulla riqualificazione delle 5 terre in Liguria, puntando su un target giovane, come un viaggio fattibile, quest’anno al termine della maturità, alla riscoperta dei sentieri che uniscono un panorama mozzafiato, sdoganando il luogo comune per cui la Liguria è una località per pensionati e introducendo elementi di valorizzazione per attirare anche i giovani.
Un ragazzo, che già lavora in un’azienda agricola e agriturismo a gestione familiare, ha “utilizzato” il progetto e il tempo della maturità, per creare un piano d’azione che permettesse alla sua famiglia di ripartire e non fallire in questa situazione di Covid e post Covid, argomentando e confrontandosi con le domande e i dubbi che venivano espressi. So che farà ripartire la sua azienda.
E un’altra studentessa ancora, ha capito per se stessa che nella vita vorrà svolgere un’attività di DMO (Destination Marketing Organization) per promuovere il turismo italiano partendo dagli angoli nascosti, come il Paese in cui vive, che di turistico, ad oggi, sembrerebbe non avere nulla.
Un’altra ragazza ha elaborato un viaggio in Messico, ma non di quelli che puoi trovare nei cataloghi, oppure on line, un progetto che unisce un pacchetto personalizzato, che le darà spazio per fare la tour organizer, per rivoluzionare il concetto di turismo così come è inteso oggi. (Ovviamente dopo l’università.)

Ci può essere (ribadisco) per un professore, soddisfazione più grande?
Quanta Bellezza!
Quanta Passione!
Quanto Lavoro!
Come siamo arrivati a questo?

I fattori che contribuiscono al successo scolastico di uno studente sono molteplici, complessi tanto quanto è complessa la natura umana e quindi la storia di ogni ragazzo.
Con gli 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥, un po’ alla volta, io e Valentina (che già in precedenti articoli nei suoi SmaniaMusing ha iniziato a toccare il tema “scuola” e ad avviare una riflessione su di essa) vorremmo iniziare ed inoltrarci in un cammino che possa mettere in luce e analizzare questa complessità, un cammino in divenire che punta a leggere la scuola con spirito critico e innovativo, lasciando aperto il dibattito.
La scuola è un percorso che inizia molto prima delle superiori delle quali noi principalmente di occupiamo, troverete quindi anche altre "penne" in un futuro molto prossimo, che ci prenderanno per mano per confrontarci anche sulla scuola dalla prima infanzia alla preadolescenza.
[Siamo inclusivi e ci piacerebbe non trascurare nessuna fascia d'età.]

Ma come punto di partenza, come prima riflessione, credo che ci sia lo sguardo, lo sguardo degli insegnanti su quel mondo contradditorio che è l’adolescenza: qual è il nostro sguardo sui ragazzi?
E’ uno sguardo anche rivolto verso noi stessi, il nostro essere adulti come modelli raggiungibili, e che quindi possono sbagliare. Come viviamo il nostro lavoro, la motivazione che ci spinge, ogni giorno, ad alzarci presto e ad “andare in scena” davanti ad un mini pubblico di persone, che devi riuscire ad affascinare.

Infine uno sguardo allargato, sulle relazioni tra colleghi e con l’Altro, il Diverso da me, per creare quell’equilibrio che porta a superare il concetto di “Io insegno, voi imparate”, “Io so la mia materia e sono geloso del mio sapere”, per percepirsi invece come una squadra.
Un po’ come accade nello sport: ognuno ha un suo ruolo, ma è il team che vince o perde. In questo caso in gioco c’è la grande Sfida Educativa, che nei tempi del post Covid è più che mai attuale, e ci dovrebbe collettivamente spingere a ripensare e a ripensarci.

Ps. Ai ragazzi che finalmente hanno superato la Maturità: fate un viaggio, fatelo davvero e comunque, anche partendo dalla nostra splendida Italia, camminando, girandovela in lungo e in largo per scoprire che a volte, ciò che è vicino ha un Valore nascosto affascinante quanto l’esotico . La felicità è quasi sempre più vicina di quanto realmente crediamo.

Articolo di © Chiara Resenterra e ©Valentina Finocchiaro - 14 luglio2020
Foto di © Chiara Resenterra con frammenti delle slide del progetto di maturità di Dania Dolci

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SmaniaSchool by Gianni

𝐂𝐈𝐍𝐄𝐒𝐌𝐀𝐍𝐈𝐀 𝐄 𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀


Noi di cineSmania abbiamo tanto da dire sulla scuola.

Sarà che molti di noi insegnano o hanno insegnato.
Sarà che dalla scuola proviene la cultura, ciò che tentiamo in ogni modo di promuovere.
Sarà che ci piace pensare di poter offrire il nostro contributo alla scuola.

Un gruppo di persone, già da tempo “penne” del nostro gruppo, ha deciso di dare vita a una nuova rubrica.
Eccovi il suo nome: 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚𝐒𝐜𝐡𝐨𝐨𝐥

Abbiamo scelto all'inizio della nostra avventura, ormai 6 anni fa la parola 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚.
Il significato di 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚 è già un programma di precisi intenti: “𝑫𝒆𝒔𝒊𝒅𝒆𝒓𝒊𝒐 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒏𝒔𝒐, 𝒗𝒐𝒈𝒍𝒊𝒂 𝒊𝒏𝒄𝒐𝒏𝒕𝒆𝒏𝒊𝒃𝒊𝒍𝒆”.
Era proprio così. Avevamo bisogno di fare cinema e così nacque 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚. E più tardi 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚 𝐄𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐞𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚.

Abbiamo così posto il prefisso 𝐒𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚 all'inizio di ogni nostra rubrica perchè la vogliamo urlare questa voglia incontenibile di fare e di dire.

E oggi quella voglia incontenibile si è finalmente condensata nell'esigenza, sentita da tempo, di parlare stabilmente di scuola.
Nella Smania di scrivere di Scuola.
Ogni martedì, a partire da martedì prossimo un articolo che tratterà di scuola.
Il primo sarà di Chiara Resenterra e Valentina Finocchiaro e da lì in poi, gradualmente, presenteremo le altre penne della rubrica.
Copriremo man mano tutte le fasce d'età. Fin dal Nido. Anche io, come Psicologo della scuola e dell'orientamento tenterò di dare il mio contributo alla rubrica.

Un gruppo motivatissimo di “penne” per una rubrica che avrà lo scopo non solo di descrivere ma di lanciare idee concrete per fare della scuola un luogo sempre più vivo. E, chissà, prima o poi scrivere anche libri sulla scuola.

Perchè la Smania ci porta a ribadire che Noi di cineSmania abbiamo tanto da dire sulla scuola.
Ma speriamo di avere anche tanto da dare.


Articolo di © Gianni Caminiti 7 luglio2020

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