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ARTICOLI DI APPROFONDIMENTO

CHI MI ABITA? IL TEATRO E LA NOSTRA VITA.

©SmaniaThoughts by Gianni
di ©Gianni Caminiti -  15 novembre 2019

Non è difficile recitare.
In un cinema, in un teatro o in una scatola luminosa sempre più piatta alla fin fine vanno in scena situazioni che quasi tutti abbiamo vissuto.
Abbiamo fatto l'amore, riso a crepapelle, ci siamo imbarazzati, incazzati come delle belve assetate di sangue, pianto emozionati davanti alle prime parole di un figlio, spaventati a morte dopo una frenata improvvisa in auto.
Tutte situazioni che, vissute realmente, ci hanno visti “perfetti attori” in scena.
Erano le nostre vite.
Dai, non dovrebbe essere difficile, no?
Come una playlist di canzoni dovremmo poter caricare quelle emozioni e situazioni in memoria e riproporle facilmente.

Play. Rido. Stop.
Play. Piango. Stop.
Play. Mi incazzo. Stop.
Play. Mi spavento e urlo. Stop.
Non dovrebbe essere difficile.
Ma invece lo è. Terribilmente difficile.

No, non ci siamo.
Ricomincio.

E' difficilissimo recitare.
Quando dobbiamo recitare situazioni vissute o simili a quelle vissute sembriamo di colpo vergini ad ogni esperienza.
Quasi che improvvisamente avessimo resettato il nostro database esperienziale ed emozionale e tutte le vicende, che abbiamo vissuto nella realtà, ci siano aliene.
Quelle esperienze, simili o rese tali nella finzione o interpretazione di un ruolo, ci vedono imbranati “in scena”.
Non sono affatto le nostre vite.
Dai, è normale che sia difficile, no?
Si è inceppato il Play come in un vecchio walkman, si è “strappato il nastro” della cassetta, i fogli del copione sono volati via.
Siamo nudi.

Play. Si ride falsamente. Stop.
Play. Si piange a secco. Stop.
Play. Ci si arrabbia che manco un bimbo ci crederebbe. Stop.
Play. Ci si spaventa come “L'urlo di Munch”, con tanto di mani sulla faccia. Stop.
Dovrebbe essere difficile ma invece non lo è.
Terribilmente semplice.

Oddio, non ci siamo.
Di nuovo.
Ricomincio ancora.

Recitare è facile?
È difficile?
Serve?

Sarebbe forse semplice recitare, se fossimo stati completamente presenti a noi stessi mentre vivevamo esperienze.
Quasi come se fossimo stati in grado di oggettivarci ed essere stati lì a osservare molto attentamente noi stessi mentre facevamo cose e provavamo emozioni.
Ma così non è.
Mentre viviamo siamo troppo impegnati per essere così vigili.

Ma perchè nella nostra vita siamo capaci di essere “personaggi” differenti e “in scena” no?

Siamo abitati.
Abbiamo dentro una piccola tribù incazzata nera, impaurita, spavalda, innamorata.
Una tribù che ha forconi, coperte di Linus, trucco pesante, scatole di cioccolatini a forma di cuore.
Una tribù che mette in scena, nella nostra vita reale, emozioni autentiche.
A turno ogni suo abitante.
E siccome ognuno di questi “piccoli personaggi” prende parola al momento giusto, tutto va bene.
Va bene anche quando le cose vanno male, ovvero quando piangiamo, ci spaventiamo, ci arrabbiamo.
Siamo calati nella “parte”.
O meglio. Viviamo.

Se proviamo a recitare ci rendiamo conto di colpo che prende il sopravvento un unico personaggio, centrale, autoritario, più rigido, il capopopolo, il coordinatore delle anime che possediamo.
Quando recitiamo non solo su un palco.
In una interrogazione a scuola.
In una riunione di lavoro.
Con un microfono in mano ad una manifestazione.

Eccolo! Prende il sopravvento quel noioso e monocromatico personaggio.
Quello che ha imparato dalla vita quale è il mono-tono che ci rende tollerabili agli altri.
L'anima meno artistica che abbiamo.
Quella “accettabile” dagli altri.
O almeno lo crede.

E si sbaglia di grosso.
Perchè non è affatto così.
Ognuno di noi è in cerca di “autenticità” e quando la trova, anche raramente, sente immediatamente una ventata di freschezza.
Quando l'autenticità la riconosce in un attore lo guarda come fosse un Dio.

Ma perchè si fa fatica ad essere veri fuori dalla vita vissuta?
Quando siamo fuori dal “pubblico”?
Quando i riflettori sono puntati su ognuno di noi?
Quando abbiamo un ruolo e interpretandolo pensiamo di non poter essere noi stessi?

Siamo in balìa delle cose che ci hanno insegnato.
Abbiamo imparato a nostre spese a dividere nettamente quello che pensiamo da quello che diciamo.
Il modo in cui parliamo da quello che usiamo per scrivere.
Fino a diventare persino vuoti e retorici.
Gli insegnanti di Italiano lo sanno bene, annoiati davanti ai temi degli studenti, molti dei quali scritti come se fossero documenti burocratici. Annoiati anche quando sono stati tremendamente responsabili di quello spreco di possibili anime. Di quella strage di voci e personaggi.

Il teatro, recitare, è (anche) una occasione per imparare da noi stessi.
Per renderci capaci di osservarci e scoprire quali abitanti di questo piccolo popolo hanno preso parola mentre vivevamo tra il “pubblico”. Mentre eravamo fuori dal fascio di luce di uno “spot”. E scoprendolo, poterli richiamare quando occorre.
Osservandoci riusciamo anche a far vivere parti di noi (o meglio lasciar vivere personaggi interni), che sono compresse, odiate da noi stessi, rifiutate.
Parti di cui vergogniamo.
Parti negative che hanno anch'esse bisogno di manifestarsi.
Parti che altri non ci hanno mai permesso di esprimere, quando eravamo più piccoli, e che in seguito abbiamo represso autonomamente.
Spesso inconsapevolmente.

Siamo almeno una volta tutti stati amanti dolcissimi o perfidi aguzzini.
Spavaldi condottieri o miti pecore tutte in fila dietro il pastore che le guida al macello.
Glaciali agenti segreti o piagnucolosi bimbi impauriti.
Facendo teatro puoi sperimentare tutte queste situazioni. Tutti questi “ruoli”.
Non per diventare attori. Non tutti dobbiamo diventarlo. Ci mancherebbe altro.
Per vivere più coscientemente tutti questi ruoli.
Perchè li abbiamo dentro.
In quel piccolo popolo che ci abita.

Possiamo farlo per essere migliori come persone.
Più consapevoli.
Con maggiore autostima.
Per dare, in fondo, nuovamente voce a quel bambino piccolo che, rannicchiato in qualche anfratto, è certamente sopravvissuto in noi.
Quello stupito, amareggiato, imbronciato, spaventato, giocoso, innamorato.
A lui che non conoscendo ancora la vergogna, prima di essere scacciato dall'Eden dell'infanzia, tutto sembrava possibile, accettabile e autentico.

“Ringraziamo Iddio, noi attori, che abbiamo il privilegio di poter continuare i nostri giochi d’infanzia fino alla morte, che nel teatro si replica tutte le sere”. (Gigi Proietti)

La foto è di ©Mario Biancardi/©cineSmania®
Editing della foto di Chiara Resenterra

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LA VITA E’ UNA TRAPPOLA?

di ©Gianni Caminiti -  7 novembre 2019

In letteratura non mancano, come per cinema e TV, esempi enormemente riusciti di processo.
Uno su tutti “il processo” di Franz Kafka.
Kafka non ne avrebbe voluto la pubblicazione, uscì postumo tra gli scritti che il suo curatore testamentario avrebbe dovuto distruggere secondo le sue indicazioni. Non terminato perché non amato evidentemente. Voleva persino dargli fuoco.
Nonostante tutto ciò il suo incompiuto scritto ha influenzato notevolmente la letteratura successiva.
Non riassumo il racconto, che potreste aver letto, ma mi soffermo su alcuni suoi temi che mi sembrano interessanti e molto attuali. La razionale e fredda giustizia contro un accusato, arrestato e poi mandato a processo per motivi a lui sconosciuti e mai rivelatigli dalla corte. Giustiziato senza mai conoscere il capo d'accusa.
Il processo di Kafka ha avuto talmente tanta importanza nella letteratura da far entrare prepotentemente nel lessico, non solo di settore, l'aggettivo “Kafkiano”, ad indicare proprio lo stile, asciutto e impersonale ma anche il tema della assurdità e imprevedibilità della vita che ci pone di fronte a situazioni angosciose e assurde, fino al giudizio finale e alla morte.

Utilizzo il romanzo di Kafka con uno scopo preciso. Porci una domanda: cosa va davvero a giudizio?
Quello del romanzo è uno spietato giudizio, in fondo, alle nostre vite quotidiane, alle strutture sociali in cui siamo inseriti, al non senso che ci pervade. All'anomia (mancanza di norme ma anche mancanza di regolazione morale) che attanaglia la vita dell'essere umano nella società (Durkheim), vittima consenziente dell'alienazione sociale (MacIver).

Siamo dunque sofferenti e consenzienti?
Sì!
Consenzienti.
E' in questo che si sostanzia l'assurdità della vita.
Siamo noi stessi i primi artefici delle vicende che ci disturbano. Siamo alla continua ricerca del piacere edonistico senza essere più capaci di distinguere il bene (anche o soprattutto il nostro bene) dal male.
E in questo Processo interiore cui siamo sottoposti, che porta alla continua sofferenza, si dispiegano le quotidiane esistenze degli esseri umani.
Ma è una sofferenza inconsapevole, anestetizzata.
Si paga la pena senza soffrirne o almeno rendercene pienamente conto.

Il massimo esponente di questo pensiero, persino profetico, a mio parere fu Aldous Huxley. Insieme a George Orwell fu fondatore dei controutopisti (distopici, coloro che immaginavano una società altamente spaventosa!). Con Orwell condivide il tema del potere assoluto e della tirannia dello stato, ottenuta però con metodi molto diversi.
Nel suo “Il mondo nuovo”, del 1932, ambientato nel 2540, Huxley intuì, molto prima dell'avvento della tecnologia attuale, quanto queste nuove e strabilianti innovazioni avrebbero avvicinato l'uomo allo status consono al solo Dio ma quanto queste stesse sarebbero state la sua rovina. Una rovina però ammorbidita dal fatto che la dittatura viene, e verrà in futuro, ottenuta narcotizzando le coscienze.
Schiavi felici di esserlo, che quindi non hanno bisogno apparentemente di essere controllati in modo costrittivo, che mettono al mondo figli concepiti allo scopo di perpetuare questo stato di cose.

Queste idee visionarie, molto attuali peraltro, hanno ispirato fortunatissime idee cinematografiche quali per esempio “Matrix” o “Terminator”.

E' dunque in questo che sta il vero capo d'accusa?
La nostra vita.
Ma se questa fosse essa stessa la condanna?
Sì. La nostra stessa vita.

Sei adattato? Sei condannato.
Sei disadattato? Ancor più condannato.

Se così fosse la scelta tra la pillola rossa e quella azzurra, proposta da Morpheus a Neo in Matrix, non sarebbe una scelta vinci/perdi ma una perdi/perdi.
E infatti in quel film è così.
Perdi comunque. Prendi una pillola e sei schiavo in un mondo artificiale (alla Huxley), prendi l'altra e sei in una realtà spaventosamente cruda di guerra (alla Orwell).

Questo processo, auto-istruito, alle nostre vite va in scena ogni giorno ponendoci sempre le stesse domande.
Chi sono?
Cosa sto facendo?
Sono soddisfatto della mia vita?
E' vita la mia?
Sono intrappolato in una vita assurda e insensata?
Credo che il motivo del successo di questo genere di processi stia, almeno in parte, proprio nella profonda e dolorosa eco interiore che quelle strazianti domande quotidianamente ci pongono.

I PROFESSORI SI ANNOIANO?

di ©Valentina Finocchiaro -  21 ottobre 2019

Da studenti vi annoiavate a scuola?
I più credono che il tema “La noia a scuola” riguardi alunni svogliati, incapaci di trovare stimoli culturali o sociali, che non risiedano in mezzi tecnologici. Ragazzi che solitamente passano ore davanti a pc programmati per riempire giornate già piene di sport e corsi vari, scelti per lo più dai genitori e, per di più, persino odiati dai figli.
Ma gli insegnanti si annoiano?
SORPRESA!
Sì.
La differenza è che gli studenti si aspettano che il professore arrivi in classe sempre con la passione in tasca: che sia mosso tutti i giorni dall’entusiasmo di condividere il proprio sapere, con studenti incuriositi e propositivi. Nella realtà però spesso i docenti non sono così appassionati e gli alunni vivono le lezioni con passività.
L’entusiasmo si scontra con il mostro cieco e sordo della quotidianità. C’è chi ha figli, c’è chi ha un cane “pazzo-mangia tutto”, c’è chi ha il tennis del lunedì sera o la palestra “perché se no mi viene mal di schiena”, c’è chi ha la casa da pulire, la mamma ingombrante, il papà che vive fuori e la sorella che “tra un mese ci sposiamo!”.
“E allora?” Direbbe qualcuno.
“Con tutto il tempo libero che avete voi insegnanti, vi manca pure la passione di insegnare?”
A volte sì.
Ma poi anche in quelle giornate storte, metti un piede in classe.
Posi le immancabili borse-mattone con cui vai in giro (perché della schiena degli insegnanti non si interessa nessuno) e ti siedi.
Vorresti cominciare ma le immancabili domande, richieste, battute e perplessità te lo impediscono.
E poi c’è il registro elettronico, la segretaria che entra in classe con la circolare urgente e ancora l’alunno, che immancabilmente arriva in ritardo.
Ma poi cominci.
Una parola dietro l’altra.
Si susseguono con una naturalezza che in prima battuta ti stupisce, poi ti dà confidenza e infine soddisfazione.
Anche oggi ho fatto quello che mi piace.
La passione dell’insegnamento a volte arriva dopo. Ma quando arriva ti colpisce con un’immediatezza che ti fa pensare, al limite tra la sorpresa e l’incredulità: “Davvero tutto questo succede grazie a me?”.
La risposta è no.
E allora torniamo a quegli alunni, non tutti svogliati, non tutti addormentati e non tutti stanchi “perché è l’ultima ora”.
Gli studenti collaborativi, che ascoltano e rispondono con il loro interesse spontaneo, fanno domande e propongono attività.
Ti chiedono “Perché?” e ti spingono ad approfondire, a non accontentarti di ciò che sai già.
La noia soccombe alla passione, che genera motivazione e ti spinge a fare meglio, a stare meglio.
E voi come combattete la noia sul lavoro?

LA ”CREATTIVITA'” COME ANTIDOTO ALLA PASSIVITA'

di ©Gianni Caminiti- 7 ottobre 2019

Molte persone vivono attendendo qualcosa. Spesso non sapendo bene cosa. Però attendono.
Quando ero bambino c'era una signora bionda che abitava di fronte a casa mia che stava gran parte del giorno alla finestra e guardava fuori. Non che succedesse chissà che cosa là fuori. Abitavo in una via secondaria di un paese dell'Hinterland milanese. Ma lei guardava fuori. D'inverno dietro i vetri mentre d'estate stava affacciata alla finestra. Si poteva ancora, non c'erano tutte le zanzare di oggi perchè le nostre case erano piene di nidi di rondine, che facevano il “turno di giorno” e c'erano tanti pipistrelli, che facevano il “turno di notte”. E lei stava affacciata alla sua finestra.
Mi chiedevo spesso cosa guardasse, mentre giocavo coi miei amichetti in strada, una cosa che i bambini oggi non fanno più.
Mi risposi anni dopo.
Guardava le vite degli altri. Scorci di vita certamente ma guardava e guardava senza stancarsi.
Ma invece si stancava, eccome. Perchè aveva una espressione tutt'altro che felice. Sembrava anestetizzata. Era passiva.
Ogni tanto c'era uno scossone. Una lite improvvisa in strada, urla da un appartamento della casa all'angolo in cui vivevano persone piuttosto agitate, una frenata di un'auto che rischiava di investire uno dei bambini in strada. A volte qualche signora si fermava sotto la sua finestra di ritorno dal mercato o dal panificio e scambiava due chiacchiere con lei. E a volte due chiacchiere le scambiava con qualche altra persona anch'essa affacciata ad una finestra. Quando tornava sua figlia da scuola la sua vita si svolgeva maggiormente dentro casa ma a quella finestra, ormai abituata com'era, ci tornava anche nel pomeriggio. E la domenica.
Le signore che si fermavano a chiacchierare sotto la sua finestra raccontavano storie di altre persone. Si facevano “i fatti degli altri”. Pettegole, le chiamava mio padre.
Vicino a noi c'era un palazzone con molte persone agli arresti domiciliari. Vite sconsiderate, certamente. Spesso loro erano al centro delle discussioni sotto quelle finestre. Con mezze parole e guardandosi attorno per non essere sentite.
Invece a volte si parlava di altre persone, dalle vite “normali”. A molte persone “fischiavano le orecchie”. Gli haters c'erano anche allora.
Altre volte al centro delle discussioni c'era qualche persona ricca della zona, spesso “Lui”, quel riccone che si stava comprando mezzo paese e che divenne in poco tempo il più grande costruttore edile e poi l'uomo delle “TV”.
Quando le sue TV commerciali iniziarono a diffondere i loro programmi, le finestre dalle quali si osservava la vita degli altri divennero pian piano le scatole luminose in casa.
Oggi le finestre da cui si osservano le vite degli altri sono altre. Sono virtuali.
Si chiamano Facebook e Instagram. Serie TV infinite.
Sono finestre per gente di età diverse. Ma sono comunque finestre da cui si osservano le “vite degli altri”. Spesso, come faceva la signora che si fermava sotto la finestra della mia vicina, si raccontano le vite degli altri, si rilanciano contenuti degli altri, senza approfondimento, fermandoci ai “titoli”.
Alcune persone “VIVONO”, nel bene o nel male, facendo del bene o del male, ovviamente.
Altre, i più, “commentano”. TRASCORRONO.
Ora, come allora, c'era passività nella vita delle persone. La vera differenza stava nel mezzo che si utilizzava, non nella sostanza. Le persone a quei tempi comunque dovevano spostarsi per poter commentare, almeno prima dell'avvento delle TV commerciali. Andavano al mercato invece che comprare su internet. Quel minimo di attività era obbligatoria. Non per tutti comunque. Non per la mia vicina bionda, per esempio.
Oggi ci sono tanti adulti maggiormente benestanti e annoiati. Che passano la loro vita a lavoro e poi a casa. Che passano il loro tempo libero guardando su FB o in TV le “vite degli altri”. A lavoro sognano il quando saranno a casa e, una volta a casa, non avendo ormai uno stile di vita attivo, attendono passivamente il giorno dopo. Anestetizzandosi davanti a TV e Computer. E ragazzi, altrettanto annoiati, che passano la loro vita a scuola aspettando di uscire e poi tappati in casa. A osservare dietro le finestre di Instagram le “vite degli altri”. A scuola si annoiano e sognano di uscire. Una volta a casa, si annoiano ancora. E allora spiano la “vita degli altri” in attesa di ritornare a scuola il giorno dopo. O 90 giorni dopo, come durante le vacanze estive.
Perchè tanta passività? Cosa spinge le persone a vivere poco la propria vita e a guardare le “vite degli altri”?
Tantissimi fattori. Qui ne cito solo un paio.
La paura di non farcela la fa da padrona.
Se si ha paura di non riuscire nelle cose che ci piacerebbe provare a fare, spesso non ci si prova nemmeno. Meno doloroso il “ci proverò domani” che accettare una temporanea sconfitta oggi. Perchè le persone che hanno paura di non riuscire non sanno che quella sconfitta è solo temporanea. E poi, dopo anni, si trovano a rimpiangere il non aver incominciato prima a fare quella attività. Perche, in fondo, lo si sa bene che, se si fosse fatta per anni una attività, oggi la si padroneggerebbe.
Si vorrebbe essere “bravi” da subito e saltare quella lunga fase in cui non siamo pienamente competenti. Quella lunga fase di adattamento che ci porta ad essere esperti in qualcosa e che ci gratifica.
Il motivo è la poca autostima, in fondo.
Un altro fattore è che crediamo ci siano “cose più importanti” di altre. Non che lo pensiamo davvero.
E' una questione culturale. Lo crediamo. Ci hanno indotto a crederlo.
Se lavori. Bene. Se studi. Bene. Se giochi o suoni o dipingi. Male. Stai perdendo tempo.
Anche se fossero soltanto hobby, l'autostima che si ricava da quelle atività, quando ci riescono bene, sostiene quelle che diciamo “importanti”. In fondo lo si sa ma ci viene detto di “concentrarci” solo su quelle e che il resto non importa. “Non fa fare soldi”.
E se quelle attività fanno invece fare soldi (a pochi intendiamoci)?
Allora loro sono fortunati, talentuosi. Loro non siamo noi. Non sono i nostri figli. Quelle eccezioni confermano la regola. Loro sono bravi, noi No.
E allora osservando le "vite degli altri" si può gioire con loro o disprezzarli, magari solo per invidia. Perchè quella vita in fondo la vorremmo noi.
Cosa si può fare?
Prima di tutto renderci conto che anestetizziamo il dolore per la nostra vita vissuta a metà utilizzando troppo quelle “finestre”. Se non si chiudono quelle finestre non lo si saprà mai. Anzi forse lo sappiamo bene ma con quegli “anestetici” fa meno male.
E poi possiamo fare altro.
Dare spazio ai nostri sogni. Anzi, No. I sogni, quando apriamo gli occhi, svaniscono. Dare spazio ai nostri obiettivi e desideri. Anche quando ci dicono che stiamo perdendo tempo. Non è mai tempo perso. Al massimo se non riusciremo bene impareremo ad essere attivi. E innalziamo comunque la nostra autostima. E poi magari scopriamo che quelle cose danno un senso alla nostra vita.
Prendi il telecomando, qualsiasi esso sia, smetti di TRASCORRERE guardando le "vite degli altri" e buttalo nel cestino.
VIVI. Spegni il mondo che non ti piace e accendine un altro.

L'ORIENTAMENTO PER TUTTA LA VITA

di ©Gianni Caminiti- 18 settembre 2019

Molti pensano che l'orientamento sia una attività che si deve fare un paio di volte nella vita, tipicamente all'uscita dalle medie e all'uscita dalle superiori. Nel secondo caso solo per quelli che vogliono andare all'università.
Non è corretto. O almeno è limitativo.
L'orientamento è un atteggiamento che ci può accompagnare tutta la vita.
E' qualcosa che riguarda intimamente la felicità dell'individuo.
Ognuno si orienta, o dovrebbe farlo, verso ciò che lo rende felice, verso attività e situazioni che diano stimoli positivi tutto il giorno e tutti i giorni.
Cosa intendo?
Che non riguarda solo la scelta di una scuola o di un lavoro ma riguarda più da vicino la felicità globale dell'individuo.
Le scelte che facciamo riguardano la nostra felicità o sono di convenienza?
Cosa vogliamo per i nostri figli e per noi stessi?
Solo stipendi alti o soprattutto soddisfazione in quello che facciamo e faranno?
Comodità e noia o maggiori sforzi e soddisfazione profonda?
Sono solo alcune delle domande possibili che possiamo porci.
Siamo dalla parte fortunata del mondo dove è possibile tentare di scegliere il proprio futuro. Scegliersi il futuro si fa a partire da scelte concrete presenti. Il futuro inizia domani non tra qualche anno. Scegliere davvero ci serve ad essere felici da subito, mentre apprendiamo le cose che saranno forse le nostre attività, anche lavorative ma non solo, di domani. In pratica dobbiamo contrastare quel pensiero che fa iscrivere, per esempio, un ragazzo all'ITIS con il pensiero, suo e nostro, già rivolto a quando lavorerà in quel settore. Non si godrà quello che ci sta in mezzo. Anni di formazione e di pratica.
Come genitori di ragazze e ragazzi che affrontano la scelta della scuola superiore, per aiutarli, possiamo prima di tutto chiederci se le cose che NOI facciamo ci soddisfano profondamente.
Se è così parliamogli prima di tutto di quello. E ogni sera raccontiamo con il nostro sorriso la profonda soddisfazione ed armonia che una vita così fatta comporta.
Se non è così, se la nostra vita non è altrettanto soddisfacente raccontiamogli di come vogliamo attuare il nostro di cambiamento.
Abbiamo, in questi casi, tentato o almeno pensato di cambiare? Anche il lavoro ma non solo.
“Ma io ho 40 anni, cosa potrei fare?”
“Devo buttare tutto quello che ho costruito?”
“Ma io so fare solo questo”
Sono alcune delle obiezioni che mi sono state poste durante le conferenze, non solo di orientamento.
Tutte cose reali, vere, dolorose. So perfettamente che il cambiare mette ansia e che da certi pensieri ansiogeni ci si difende.
Proviamo a pensare in modo diverso per un istante senza prendere decisioni. Pensiamo serenamente, senza dover decidere subito, per evitare di difenderci prima di tutto dalla paura che ogni cambiamento comporta.
Se, per esempio, non amiamo il lavoro che facciamo e non sappiamo fare altro è normale che al massimo troveremo posti di lavoro simili a quello che già abbiamo. Proviamo allora a pensare che ci restano davanti 10,15, 20 anni o più di lavoro. Preferiamo essere insoddisfatti per tanti altri anni o possiamo fare qualcosa? Potremmo iniziare col trascorrere parte del nostro tempo a studiare, praticare altro, per prepararci al cambiamento.
Difficilmente si può cambiare se non si attuano prima cambienti interiori profondi.
Pensare di cavalcare il cambiamento e non di resisterlo è il primo passo forte, interiore, profondo.
Questo modo di pensare ha una forte ripercussione sulla nostra felicità.
Un modo non utopistico di affrontare grandi cambiamenti potrebbe essere questo.
Prepararci.
Sin da quando sto studiando e facendo pratica della prossima attività che tenterò di realizzare sono già più felice.
Attivarci.
Quando sarò minimamente pronto potrò affiancare la nuova attività a quella che già faccio con meno o nulla soddisfazione.
Attuare il cambiamento.
Quando mi sentirò solido nella nuova attività potrò smettere quella meno gratificante per dare tutto me stesso in quella nuova.
Facendo così ci sentiamo sin da subito in cambiamento. Senza aspettare passivamente che qualcosa cambi.
Perchè nulla cambia da solo.
Proviamo a donarci la meravigliosa sensazione di essere di nuovo padroni della nostra vita.
Questo vale anche quando siamo soddisfatti e comunque ci impegneremo per cercare altro per migliorarci. Per andare sempre di più verso i nostri più autentici obiettivi.
In una parola: autorealizzazione.
Se i nostri figli ci vedranno stoicamente sopportare una vita che non volevamo e che non tentiamo di cambiare ascolteranno non quello che diciamo ma quello che vedono.
Vedranno insoddisfazione. E ci imiteranno.
Se i nostri figli ci vedranno impegnati nello studio e nella pratica di qualcosa che inseguiamo con ostinazione e gioia ascolteranno da noi un insegnamento ben più importante delle migliaia di parole che potremmo dirgli.
Vedranno soddisfazione. E ci imiteranno.
Termino con una spiegazione del termine orientamento.
Prima di tutto per l'amore che nutro per la parola stessa.
In antichità per fare un viaggio non esistevano bussole o mappe. Spesso nemmeno le strade. Si andava semplicemente nella direzione giusta. Fino a destinazione.
Come? Attendendo l'alba. Il sole sorge ad oriente e grazie a questo riferimento si conosceva la giusta direzione da prendere.
Orientarsi è volgersi al sole nascente.
Fate in modo che al sorgere del sole siate pronti al viaggio.
E che lo siano anche i vostri figli.

GLI INCONTRI. QUELLI BELLI

di ©Gianni Caminiti- 10 settembre 2019

Si comincia una nuova avventura ragazzi.
Sì, lo so, le vacanze sono meravigliose, anche se so che purtoppo non sono state così per molti. Per alcuni saranno state fantastiche e per altri solitudine e noia.
Che siano andate bene o male, in ogni caso, è il passato.
E' ora di guardare a domani. E domani inizia un nuovo anno scolastico.
Voglio scrivere un augurio agli studenti. Voglio farlo in modo particolare.
Parlandovi di incontri.
Vi auguro incontri. Quelli belli.
Guardatevi intorno a scuola, nei prossimi giorni.
Qualcuno penserà che a scuola ci si annoia, che si starebbe meglio altrove.
Potrà anche essere. Ma non fateci caso.
Siete lì ora. E guardare avanti nel tempo non lo farà accelerare. Pensare così vi allontana dalla ricerca.
Non mettetevi a guardare avanti, alle prossime vacanze. Arriveranno, le prime, tra qualche mese. Non pensateci adesso.
A furia di guardare avanti potreste perdervi qualcosa ora.
Potreste perdervi qualcuno.
Guardatevi intorno e cercate di scovare a scuola il vostro personale “faro”.
Di chi parlo?
Di qualcuno che vi ispiri e stimoli a diventare quello che potreste essere.
Vi voglio raccontare una storia del mio passato augurandovi vi succeda qualcosa di simile.
In prima Liceo ebbi la fortuna di incontrare il professor Paolo Fantini.
Un paio di aneddoti per presentarvelo. Poi vi racconterò perchè fu il mio faro.
Subito, appena si presentò a noi, ci stupì. Ci raccontò che era appena rientrato da una vacanza da solo in Russia.
Una cosa che ci lasciò sbalorditi. Perchè? Perchè era cieco dalla nascita. Era stato in Russia da solo col suo cane!
Ci chiedevamo: “ma come fa a visitare un posto se non lo vede?”.
Nei mesi successivi io e molti altri incominciammo a capire che un cieco alla nascita sente il mondo in un modo diverso. Tanto è vero che a volte, nei corridoi, quando mi fermavo a parlare con lui all'intervallo, mi chiedeva: “com'era la bionda che è appena passata?”. Poi lo faceva con una mora. Poi con una rossa. Quando fummo abbastanza in confidenza e gli chiesi come facesse, mi disse: “dall'odore”.
Il primo giorno di scuola scrisse a mano in braille l'elenco degli studenti per poter fare l'appello.
Uno studente gli dettò l'intero elenco, ben 31 persone, e lui, da destra a sinistra e alla rovescia, scrisse tutti i nomi col punteruolo. Poi rivoltò il cartoncino e leggendo coi polpastrelli fece l'appello. Ognuno di noi rispose. Tornò due giorni dopo e, appena il primo disse qualcosa, lui lo chiamo per nome. Aveva associato tutti i nomi e le voci soltanto facendo quel primo appello.
Una persona indecifrabile. Un po'introversa. Con una cultura enorme.
Amava insegnare. Un vero Docente.
Lo ebbi come docente per soli due anni. In quei due anni nessuno dei miei temi arrivò alla sufficienza piena. Tranne l'ultimo, alla fine della seconda.
Mi stroncava letteralmente intere frasi. Ogni volta che mi riconsegnava il tema ero sconfortato dal voto. Ma lui, ogni volta, riconsegnandomelo mi diceva: “fermati dopo che ti voglio parlare”. Una volta da soli mi confortava dicendomi quasi sempre una frase così. “Caminiti, mi piace quello che scrivi, mi piace quello che dici ma non mi piace assolutamente COME lo dici. Ti sto ripulendo”.
Ripulendo. Che parola meravigliosa. La uso spesso quando parlo a qualcuno dello scrivere.
“Cosa sono queste frasi retoriche? Ma tu parli così?”.
“Scrivi tanto e poi butta le prime pagine. Quelle che verranno dopo saranno migliori. Si vede che ti piace scrivere e se sarai finalmente libero dalla retorica inutile scriverai bene un giorno”.
Lui non si fermava con tutti a parlare nel suo tempo libero. Per così tanto tempo credo solo con me.
Io avevo scelto lui. Lui aveva scelto me.
Aveva “visto” in me un potenziale scrittore e aveva deciso, per amore della lingua scritta e parlata, di aiutarmi ad esserlo.
E' stato il mio faro.
Quando anni dopo lo incontrai in una situazione diversissima, lui era a capo delle ANPAS della Lombardia mentre svolgevo servizio in ambulanza, ci misi un po' a fargli ricordare chi io fossi. Ci rimasi anche un po' male devo dire. Poi pensai che in tutti quegli anni aveva incontrato migliaia di ragazzi ed era diventato il faro di altri ragazzi, come lo era stato per me. E impegnatosi al massimo con ognuno di loro, come aveva fatto con me, la sua memoria vacillasse.
E' stato il mio faro per due anni. Talmente importante che, quando nei tre anni successivi di liceo non incontrai più docenti del suo valore, ormai avevo imparato a distinguere tra la passione per la letteratura e la scrittura e il docente con cui mi trovavo a confrontarmi.
Ormai, anche se avessi incontrato un docente competamente demotivato, l'amore per la scrittura e la lingua erano diventate talmente personali e solide che nessuno poteva più smontarle.
Due anni per alcune ore a settimana. Solo due anni. Accanto al mio faro, bastarono due anni.
Se oggi scrivo parole, musiche, sceneggiature e tengo conferenze lo devo sicuramente anche, o forse soprattutto, a lui.
Non so se sia ancora in vita e in rete non sono riuscito a trovare nessuna sua foto. Ma io me lo ricordo bene e, ad occhi chiusi, come lo erano sempre i suoi in fondo, potrei ricordarmi ogni sua espressione o lineamento.
Forse è un bene non aver trovato una sua foto. Così, leggendo, potete farvene una immagine mentale personale. Solo vostra.
Non so se è ancora in vita ma dentro di me c'è ancora oggi.
E io quel faro ho provato ad esserlo per altre ed altri quando ho insegnato. Pensando a lui come modello.
Eccovi il mio augurio ed anche un consiglio, che vi eviterà forse di farvi pensare che la scuola è quella cosa lunga 200 giorni tra due periodi di ferie.
Guardatevi intorno e scovate il vostro faro.
Se avrete la volontà di cercarlo, lo troverete. Vi cambierà in meglio la vita

IL LUNEDI' PIU' LUNEDI' DI TUTTI

di ©Gianni Caminiti- 28 agosto 2019

La maggior parte degli italiani ha iniziato questo lunedì a lavorare dopo le ferie o inizierà lunedì prossimo. Poi tra due settimane verrà il momento del primo lunedì degli studenti.
Ci sono i lunedì. Poi c'è questo lunedì che è più lunedì di tutti gli altri.
E' IL LUNEDI'!
Un pensiero utile a tutti, tutti noi.
Non si ri-comincia niente.
Se ri-cominci allora ri-fai sempre tutto quello che hai già fatto. E se eri in-soddisfatto l'anno passato, il pensiero è probabilmente: "sarà così anche quest'anno". E si ri-comincerà ad attendere il prossimo Weekend e magari il prossimo stop natalizio. E poi il nuovo anno, facendo buoni propositi. Per sperare che cambi qualcosa. Magari che cambi da solo.
Le cose non cambiano. Almeno non da sole.
Chi ri-comincia, ri-cicla quello che ha già vissuto e non riesce a vedere domani come una sorpresa.
Lunedì si fa semplicemente un altro passo in avanti. Non si ri-comincia niente.
Facciamo che sia un nuovo inizio.
E mettiamoci a scoprire cose nuove. A rimboccarci le maniche se non amiamo fare quello che facciamo per poter tra poco cambiare lavoro o vita.
E se invece ne siamo soddisfatti, rimbocchiamoci le maniche per cercare comunque cose nuove ed imparare ancora di più, perchè queste non ci stanchino mai.
Cambiare. Rischiando. Facendo cose nuove. Non stancandoci mai di imparare.
Cose nuove. Una, anche piccola, al giorno.
Le cose non cambiano. Almeno non da sole.
Siamo noi che cambiamo. E possiamo farlo cambiando pian piano, ogni giorno. Un passo alla volta.
Per vivere bene il prossimo lunedì e tutti i lunedì della vita proviamo a fare i passi giusti.
Quali sono?
Quelli compiuti nella direzione dei nostri desideri e aspirazioni per fare di tutto perchè non ri-cominci mai nulla. E ogni giorno sia diverso e un po' più vicino ai nostri desideri.
Anche perchè il passato è già trascorso e, pur tenendone giustamente conto perchè dagli errori dobbiamo imparare, è inutile rimuginare su quello che è stato. O su quello che non è stato.
Se dovrà essere, sarà. Anzi. Se vorrai essere, sarai.
Luciano De Crescenzo scrisse una meravigliosa frase. La cito perchè vi suoni come un augurio.
"La lunghezza effettiva della vita è data dal numero di giorni diversi che un individuo riesce a vivere. Quelli uguali non contano".
Pensiamo al prossimo e a tutti i Lunedì come il giorno nel quale si comincia e non si ri-comincia niente.
Vi auguro sette lunedì meravigliosi a settimana!

ELOGIO DEL FALLIMENTO (TEMPORANEO)

di Gianni Caminiti- 11 luglio 2019

"Nella mia vita ho sbagliato più di 9000 tiri Ho perso quasi 300 partite. 26 volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto"
Michael Jordan, uno che di errori ne ha commessi tanti. Un numero 1. Il numero 1 nel suo sport.
Uno che di fallimenti se ne intende.
Lui sapeva bene che il problema non è cadere ma rialzarsi.
Se vuoi una cosa puoi sforzarti e impegnarti fino ad ottenerla ma devi riuscire a pensare che ad ogni caduta stai imparando qualcosa, che ogni fallimento è una temporanea sconfitta in attesa di un successo.
Senza errori, del resto, non c'è apprendimento.
Se leggi il Curriculum di una persona di successo leggerai probabilmente le sue vittorie, i suoi successi e penserai che i fallimenti li abbia omessi nel raccontarsi.
Non è così.
Se guardi bene in ogni Curriculum di successo i fallimenti ci sono. Eccome.
I fallimenti sono lì in bella vista. In ogni riga che parla di successo.
Ognuna di quelle righe ha comportato momentanee sconfitte che solo in seguito sono diventate successi.
I curriculum delle persone così sono da leggere in profondità.
Ogni serio professionista, quando intervistato, ti racconterà delle notti insonni, dei dolori, del pianto dopo insuccessi.
Ognuno di loro ti racconterà poi di come li ha superati, semplicemente continuando a fare, con ancora più coraggio e passione, quello che stava tentando.

SONO FUORI DAL TUNNEL. ANZI DAL CORRIDOIO

di ©Gianni Caminiti- 19 giugno 2019

Oggi la prima prova di maturità.
Dai! Siete in fondo.
Ragazzi avete una responsabilità grande, anzi due.
Una verso voi stessi, una verso tutti noi.

Responsabilità verso voi stessi.
Spesso vi è stato detto che il diploma apre le porte sul futuro. Ok, è sicuramente anche vero. Ha un difetto un pensiero come questo in questo momento.
Il futuro, sconosciuto, davanti a voi può sembrarvi ostile, ansiogeno, pauroso. Sia che decidiate di fare l'università, sia che accediate al mondo del lavoro vi potrebbe sembrare angoscioso.
Non pensate ora al futuro. State nel presente.
Vi do una immagine mentale alternativa.
Non immaginate di aprire una porta sul futuro. Immaginate di chiudere dietro di voi una porta, di un lungo corridoio. Il lungo corridoio della vita da "piccoli".
Ora siete adulti, maggiorenni, elettori e potenzialmente patentati. Chiudendo la porta dietro di voi sapete di aver fatto un passaggio fondamentale della vita. E c'è solo da festeggiare per il momento.
Bisogna sempre festeggiare, e a lungo, certi passaggi.
Magari al futuro ci pensate da domani.

Responsabilità verso noi tutti.
Tenete duro, diplomatevi e se non ce la farete quest'anno ritentate con ancora più caparbietà il prossimo anno.
Abbiamo bisogno di voi. Delle vostre teste pensanti, della vostra cultura. Abbiamo visto negli anni crescere il numero dei "dispersi" e paurosamente arrivare vicino ad 1 su 3. E abbiamo visto barbarie culturali cui non avremmo voluto più assistere.
Abbiamo bisogno che siate teste pensanti. Che non vi addormentiate anestetizzati davanti ai social network o agli Apericena. Che acquisiate pensiero critico.
Perchè è di tutto questo che necessiterete per godere a pieno delle vostre vite.
Siate i nuovi Andrea Camilleri, Sveva Casati Modignani, Umberto Eco, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Sandro Pertini, Maria Montessori, Giuseppe Verdi, Grazia Deledda, Tina Anselmi, Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Alda Merini, Ardito Desio, Samantha Cristoforetti, Giacomo Leopardi o come tutte le altre meravigliose menti italiane che qui non ho citato.
E siatelo, innamorati ed appassionati, qualsiasi cosa facciate o farete. Dall'elaborare una nuova teoria scientifica ad “aprire una pizza”.
Dai! Pochi giorni ancora.
Io mi siedo qui fuori e vi aspetto alla fine del... corridoio mentre vi scrivo questa lettera.
Vi aspetto per consegnarvi una copia di "quel libro" e i "biglietti" per quel viaggio che spero abbiate deciso di fare.

ANDATE A CONOSCERE IL MONDO

di ©Gianni Caminiti- 6 giugno 2019

Domani finisce la scuola ragazzi. Finisce la tortura, la prigionia, l'agonia.
Dai l'avete pensato tante volte. Ok, in parte posso essere d'accordo con voi.
Iniziano 3 mesi di libertà. Libertà vigilata per qualcuno, quelli del “terzo quadrimestre”, che dovranno andare a settembre all'esame ma per altri sarà libertà piena.
Libertà. Finalmente.
Avete già pensato a come giocarvela tutta questa libertà?
Volete qualche consiglio?
Oggi darò un consiglio a quelli grandi, dai 18 anni.
Viaggiate. Prendete uno zaino, infilateci 4 cose, quelle necessarie e partite.
La comunità europea quest'anno regala 20.000 biglietti per 18enni proprio per stimolare questo.
Meglio se viaggiate senza un itinerario completamente prestabilito. Scoprite il viaggio che è fatto per voi man mano che esplorate.
Partite per scoprire nuove dimensioni, nuovi paesi, nuove relazioni. Nuovi voi stessi.
Perchè se restate sempre nella vostra attuale zona di comfort il vostro orizzonte resta limitato.
Anzi spesso un orizzonte non c'è. L'orizzonte è schiacciato, pochi metri davanti ai vostri occhi.
Fisico. I palazzi di fronte.
Mentale. Le vostre attuali convinzioni.
Affettivo. Le vostre attuali relazioni.
C'è un mondo là fuori da conoscere. Voi che appartenete al mondo fortunato, quello che può per motivi economico-politici andare ovunque, quello che può avere un passaporto turistico per qualsiasi luogo, denaro per comprare biglietti e letti in ostelli (ostelli vi prego, non hotel o villaggi turistici), avete il dovere di farlo.
Ci sono milioni di ragazzi nel mondo che quell'orizzonte non potranno mai cambiarlo. Ma voi Sì.
Fatelo. Per voi stessi. Per portare dentro di voi esperienze che vi cambieranno, nuovi modi di essere che a volte vi spiazzeranno ma che, una volta tornati a casa, si integreranno ai preesistenti rendendovi persone nuove. Migliori.
Se siete in quarta superiore e lo fate, sarà forse il primo viaggio così e sarà quindi magari più breve ma sarà un allenamento per il prossimo anno.
Se siete in quinta quel viaggio deve attendere un altro mese. Ma dopo l'esame riempite quello zaino e partite. Viaggiate a lungo. Senza troppe sicurezze.
Sicurezza.
Che parola a doppio taglio. Una calda coperta e una camicia di forza.
Quella zona di comfort dove quasi nulla di inaspettato può accadere è una prigione ben più grande della scuola.
Ci avete mai pensato?
Dopo 13 anni di scuola forse vi siete convinti che per essere liberi basta NON andare a scuola?
È una distorsione. La scuola dovrebbe aiutarvi ad aprire le menti.
Dovrebbe abbattere pareti e sbarre.
Non vi è sembrato così? Non siete stati fortunati.
Ma di quali pareti parli?
Quali sbarre?
Le sbarre delle gabbie mentali in cui ci siamo rinchiusi.
Quelle delle Playstation che fanno vivere nuove realtà ma virtuali. Quelle delle infinite serie di Netflix che vi fanno assistere alla vita di altri. Ma vi impediscono la vostra. Quello delle infinite sere tutte uguali agli APE a bere e ridere e a parlare di quando farete.
Quando.... Fateci caso.
Quando guardate i personaggi su uno schermo, le persone che li interpretano stanno facendo una cosa che amano.
Voi assistete alla loro soddisfazione rimandando la vostra.
Rimandandola a quando?
Iniziate a rompere lo schema del “lo farò domani".
Iniziate a vivere nel presente.
Oggi.
Partite per tornare o andare per la prima volta da voi stessi.
Partite per fare un viaggio prima di tutto dentro voi stessi.
E se volete un consiglio per una lettura durante questo viaggio eccovelo.
E' un libro che non vi dirà magari tutto immediatamente ma che se rileggerete tra 5 anni vi dirà il resto.
E' un libro su un viaggio, reale ed interiore.
Un libro di un autore che con la sua storia potrebbe darvi coraggio nel raggiungere i vostri obiettivi. Perchè, pensate, il suo romanzo, pur essendo un best seller mondiale, prima di essere stampato fu rifiutato da bel 121 editori! Il record assoluto di rifiuti e il record assoluto di fiducia nel proprio sogno.
Il titolo: Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta. Di Pirsig.
Il giorno giusto per iniziare il viaggio è oggi.
Anzi (solo per questo caso) domani.

NON SIETE LA VOSTRA PAGELLA

di ©Gianni Caminiti- 1 giugno 2019

Manca una settimana esatta alla fine della scuola.
Tra poco i "verdetti" di un anno di fatiche.
Vorrei dire qualcosa, tratto dalle conferenze sull'autostima appena tenute a Cernusco sul Naviglio, sui voti.
Il voto positivo è un "effetto collaterale desiderato" di altro.
Non l'obiettivo principale da raggiungere.
Della passione per certi argomenti. Della voglia di padroneggiare strumenti che ritengo utili e "attaccati alla vita". Dell'autostima che ho già ricavato da altre attività. Della relazione con un docente motivato ed empatico.
Se qualcuno si disinteressasse del voto completamente e avesse a cuore queste cose alla fine dell'anno si ritroverebbe anche con valutazioni positive, molto positive.
Solo in ultima analisi il voto positivo, molto positivo, è merito dell'impegno o meglio della forza di volontà.
So che è controintuitivo. Ma ci abbiamo provato a più riprese ad "impegnarli" maggiormente. Noi e i docenti.
Proviamo a fare altro.
Proviamo, come dice magistralmente Galimberti, a "sedurli con la cultura". E con attività gratificanti.
Ai ragazzi chiedo sempre di non concentrarsi su una unica attività, la scuola, ma di impegnarsi a fondo anche in altre, altrettanto importanti e anch'esse finalizzate ad obiettivi.
Agli sportivi, per esempio, chiedo sempre di lavorare sodo per puntare alle olimpiadi.
Ai genitori consiglio sempre di non chiedere ai figli di abbandonare le "altre attività" per concentrarsi sulla scuola.
Ci sono tanti motivi per non farlo. Ne dico solo alcuni.
Perchè i ragazzi scoprono di colpo di essere stati "presi in giro" quando erano piccoli e li avevamo iscritti a tanti corsi.
Perchè puntare su una sola attività riduce solo a quella la possibilità di ricavarne autostima e al primo crollo ci si ritrova a terra.
Perchè ognuno di noi ha più "anime" ed ognuna di esse merita il rispetto e la possibilità di manifestarsi.
Sono proprio i ragazzi impegnati in più versanti ad avere risultati brillanti e contemporaneamente ad essere felici e "protetti" da rischi evolutivi.
In bocca al lupo ragazzi.
Spero abbiate una vita ricca di contenuti, attività entusiasmanti, risultati importanti e relazioni significative.

QUELLO CHE DESIDERI E' DALL'ALTRO LATO DELLA PAURA

di ©Gianni Caminiti- 28 maggio 2019

Io ho sempre avuto paura.
Magari non sembra a sentirmi parlare in conferenza, ma è così.
Spaventato a morte da quello che io stesso faccio.
Paura di non riuscire.
Paura di finire la benzina.
Ho un sacco di paure.
Paura di me, in fondo.
Senza paura non avrei terminato le cose che ho fatto. O ne sarei stato sconfitto più facilmente.
E non ne riuscirei a farne di nuove probabilmente.
In montagna ho portato sempre la pelle a casa perchè desideravo scalare e contemporaneamente ne avevo molta paura. E per la paura in certi momenti restavo attacato con le unghie e i denti alla parete di roccia o di ghiaccio.
Senza quella paura forse sarei morto.
La paura è un'ottima compagna se decidi di non girarle le spalle e tornare indietro.
La paura è un sintomo che sei fuori dalla tua zona di comfort.
La paura è un sentimento che ti dice che stai facendo qualcosa che non sai già fare.
La paura è un segnale che stai facendo qualcosa di importante.
Importante come quando stai per dare il primo bacio o stai per dire il primo "ti amo". Perchè anche se tutto te stesso ti dice che è la stessa cosa anche per la persona cui lo dirai e tutti gli altri lo vedono chiaramente che vi amate, tu hai paura lo stesso. Perchè è importante. E se una cosa è importante hai sempre paura.
La paura o ti blocca o ti spinge ad andare oltre.
Non ci sono SuperEroi. Almeno, io non ne ho mai conosciuti. Quelli che mi sembravano tali ho scoperto, conoscendoli meglio, che avevano le mie stesse paure.
Avevano paura Sì, ma ci provavano comunque.
Nonostante la paura. O forse grazie a questa.
E siccome poi quando riuscivano nelle loro "imprese" alla fine ridevano, a tutti sembrava che non ne avessero avute di paure.
Invece le loro risate erano dovute all'adrenalina. Anche per lo scampato pericolo. Quella che ti fa ridere a crepapelle appena ti rialzi dopo un lancio col paracadute, prima del quale eri semplicemente terrorizzato.
Per questo dobbiamo riflettere sui nostri desideri e poi sulle paure che abbiamo di realizzarli.
Hai capito bene: "di realizzarli".
Perchè la paura di riuscire a volte è più forte di quella di non riuscire.
Perchè se riesci a superare le paure poi ti rendi conto che è possibile fare altre cose, di cui hai altrattanta paura.
Ed è scomodo continuare a fare cose nuove soprattutto quando, per non fartene fare altre, ti viene ogni volta in soccorso una nuova paura.
La paura è questo.
Valle incontro con un sorriso anche se le gambe ti tremano.
Perchè quello che desideri è proprio lì:
dall'altra parte della paura.

IMPEGNO O AMORE?

di ©Gianni Caminiti- 22 maggio 2019

Propongo di sostituire alla parole "maggiore impegno", "sacrificio" e "forza di volontà" quelle come "piacere" e "amore" per quanto riguarda la scuola.
Proprio in questi giorni finali di scuola si sente troppo spesso dire frasi che assomigliano al famoso refrain:
"E’ intelligente ma non si impegna".
Certe frasi sottintendono la convinzione che i ragazzi che non riescono a raggiungere risultati siano, solo loro, svogliati.
Una questione morale, quindi.
Ed ecco il richiamo al "maggiore impegno".
Ma siamo sicuri che sia solo una questione di "sacrificio", "volontà" e "impegno"?
Se fosse altro?
Una persona mette a disposizione le proprie risorse quando fa qualcosa ma le mette a disposizione tutte soprattutto nelle attività che ama.
Facciamo tutti indubbiamente anche cose che non ci piacciono ma quelle che amiamo ci riescono meglio.
E se la maggior parte delle cose che facciamo le amiamo, quelle che non amiamo ci risultano meno pesanti e ci riescono meglio.
Non ho mai visto un ragazzo o una ragazza lesinare impegno e sudore nelle attività che amano.
A meno che non si siano bloccati nel circolo negativo dell'autostima.
Fa parte della vita quel sudore.
Quando quello che "studiano" è ritenuto utile, comprensibile, attaccato alla vita reale, persino entusiasmante, sono attentissimi e impegnati. I loro occhi diventano magnetici e come spugne assorbono e sopportano qualsiasi mole di lavoro.
Dobbiamo prima di tutto chiederci perchè non amano più imparare ciò che viene loro proposto a scuola o l'imparare nei modi proposti dalla scuola.
Dobbiamo chiederci, come educatori, genitori e docenti, se siamo entusiasmati ed entusiasmanti quando proponiamo loro qualcosa. Quando siamo così diamo loro modo di ritrovare amore per l'apprendimento, quello che da piccoli naturalmente avevano e che magari hanno perso strada facendo.
Non è solo o sempre "colpa" loro.
Non "impegno". O almeno non evochiamo solo quello.
Insegniamo l'Amore per l'apprendimento amando l'insegnamento. A scuola, a casa, nello sport, ovunque.
Quando c'è di nuovo Amore per l'apprendimento le cose tornano a girare per il verso giusto.

LA MATERNITA'

di ©Gianni Caminiti- 12 maggio 2019

La maternità.
É abbracciare cosi forte da render capaci un giorno di volare via.

TARPARE LE ALI IN BUONA FEDE

di ©Gianni Caminiti- 4 maggio 2019

Tentare di frenare qualcuno, pur in buona fede, nel raggiungimento della propria auto realizzazione, parla più delle nostre ansietà, paure, fallimenti o, peggio, del nostro non averci mai provato piuttosto che della reale impossibilità per quel qualcuno di raggiungere i propri obiettivi.
Questo diventa ancor più grave quando lo facciamo a persone a noi vicine. Spesso lo facciamo inconsapevolmente ai nostri figli o ai nostri allievi.

CE LA FAI O CE LA FARAI

di ©Gianni Caminiti- 3 maggio 2019

Per aiutare qualcuno a fare qualcosa si possono dire due tipi di cose.
Complimentarsi e festeggiare con qualcuno quando ce l'ha fatta.
Sostenerlo quando non ce l'ha ancora fatta e ricordargli che, se continuerà ad amare ciò che sta provando a fare, ce la farà.
Ovvero dire che o lo sai fare o lo saprai fare.
Vale per un genitore.
Vale per un docente.

I BUONI LIBRI

di ©Gianni Caminiti- 23 aprile 2019

Scegliete quei libri che una volta terminati continueranno a leggersi da soli dentro, fino a cambiarvi.

MIO FIGLIO E' STATO RIMANDATO O BOCCIATO

di ©Gianni Caminiti- 20 aprile 2019
Articolo scritto per Ed. Pearson

È arrivata la fine della scuola e con questa le sentenze per i nostri ragazzi.
Per alcuni sono sentenze negative definitive, per l’anno in corso; per altri, moltissimi, sono previsti appelli a settembre.
Bocciature e debiti formativi sono gli eventi in fondo a un anno scolastico che provocano emozioni negative nei ragazzi e nelle loro famiglie, sia per chi deve metabolizzare una bocciatura sia per chi dovrà affrontare un periodo di studio estivo per recuperare le lacune.
In entrambi i casi si verifica per i ragazzi un picco negativo di autostima, soprattutto per coloro che si fossero impegnati nello studio.
E questo influirà sulla loro vita: se sarà un influsso solo nell'immediato o più duraturo nel tempo dipenderà da come verrà affrontato questo momento difficile.
Cercherò allora di descrivere che cosa capita a livello psicologico nello studente, così da permettere ai genitori di affiancarlo nel modo migliore.


La metafora della gamba ingessata
Considererò innanzitutto alcuni strumenti a cui si ricorre per colmare le lacune scolastiche.
E lo farò parlando di autostima.
Utilizzerò una metafora per facilitare la comprensione, metafora che sarà utile ora, per affrontare questo momento difficile, ma anche per organizzare il prossimo anno scolastico.
Immaginiamo che un atleta si fratturi una gamba: verrà sottoposto a ingessatura e poi a un ciclo di fisioterapia.
Passato questo momento critico l'atleta si dedicherà ad allenamenti di rinforzo, magari con un allenatore specifico, e successivamente tornerà a essere autonomo.
Per lo studente è lo stesso: se non è “infortunato”, non occorrono allenatori di rinforzo. Invece molte famiglie affiancano per tutto l'anno al figlio un tutor, di solito uno studente universitario o un professore, per “rinforzarlo”. Questo non solo non è positivo ma può anzi causare problemi.
Chi ingesserebbe una gamba sana? La gamba immobilizzata regredirebbe quanto a forza e muscolatura.
Analogamente lo studente sempre affiancato tende ad attribuire i propri successi alla diade, ovvero “per forza ho preso un bel voto, è merito di...”, e ad attribuire a se stesso l'insuccesso: “devo proprio essere stupido se anche affiancato non riesco”.
Morale: bisogna scegliere gli aiuti giusti al momento giusto.
In questa fase dell’anno siamo proprio nel momento in cui occorre stabilire, per bocciati e rimandati, le “ingessature” e le “fisioterapie” necessarie.
E una non vale l'altra.


Che cosa succede in un ragazzo quando non riesce in una materia?
Il picco negativo di autostima provocato da un esito negativo a fine anno – che sia bocciatura o debito formativo – non è l’unico nella vita scolastica dei nostri ragazzi, ma si inserisce in uno storico che si forma e consolida durante l’intero anno scolastico.
Quello che introdurrò ora è un principio controintuitivo.
Perché gli studenti tendono a non impegnarsi nelle materie che dovrebbero recuperare?
Perché a nessuno piace sentirsi inadeguato e spesso il senso di inefficacia che si accompagna a prestazioni scadenti porta lo studente a fare l'esatto contrario di quello che dovrebbe per superare la difficoltà.
Tutti, professori e genitori, gli richiedono maggiore impegno.
Ma per impegnarsi maggiormente lo studente deve affrontare di più proprio quella materia che al momento non gli riesce.
Di solito il ragazzo percepisce questa richiesta in termini soprattutto quantitativi, ovvero impiegare un maggior tempo dedicato, ma anche in senso qualitativo, cioè legato al metodo di studio.
Lo studente subisce un effetto tipico della diminuzione di autostima: sentirsi inefficaci una prima volta, magari per aver preso una grave insufficienza, porta di solito, nell'immediato, a un maggiore impegno.
Ma che cosa succede quando alla prova successiva, dopo uno sforzo supplementare, le cose non migliorano?
Lo studente si sente incapace e può reagire in modi diversi; e molte di queste reazioni sono riconducibili all’istinto di conservazione della propria autostima: è come se lo studente, inconsapevolmente, smettesse di applicarsi alla disciplina che ha generato in lui la sensazione di essere incapace.
Tenderà anzi a studiare di più le materie in cui riesce bene, perché nutrono la sua autostima, e posticiperà o tralascerà del tutto quella che gli ha prodotto sensazioni negative.
E naturalmente questo innesca un circolo vizioso in cui i risultati sono sempre più negativi e l’autostima decresce parallelamente.


Se una cosa piace, la si fa meglio
Per disinnescare questo meccanismo sia gli insegnanti sia i genitori dovrebbero dunque attivare strategie diverse, non limitandosi a richiedere al ragazzo un incremento dell'impegno.
Ma cosa fare concretamente?
In genere quando i risultati scolastici non migliorano la soluzione più frequente sono le cosiddette ripetizioni.
Partiamo proprio da questa parola.
Quando insegnavo invitavo sempre i miei studenti a fare la domanda giusta.
Se mi chiedevano: “Non ho capito, me lo ripete?”, rispondevo loro: “Siate onesti: se eravate disattenti ripeto volentieri. Se eravate attenti e non avete capito, allora fate la domanda giusta”. Ovvero: “Non ho capito, me lo direbbe in un modo diverso e magari con un esempio o una applicazione pratica?”.
Sì, perché non serve “ripetere”.
Serve fare in un modo diverso le cose che non ci sono riuscite.
La prima cosa allora che un genitore o un insegnante dovrebbe chiedersi di fronte a un ragazzo in difficoltà a scuola è se non ci sia una mancanza di piacere, più che di motivazione.
Per quanto una materia possa non essere interessante per uno studente, non ne conosco nessuno che non provi piacere nel padroneggiarla.
E questo è un bene, perché quando ti vengono bene dieci cose, puoi permetterti di capire che cosa ti viene bene e anche ti piace e che cosa invece ti viene solo bene ma non necessariamente ti piace.
Succede infatti che se uno studente riesce bene solo in una o due cose tenderà a dedicarsi, negli studi futuri e poi nella scelta della professione, a un settore solo perché gli riesce, anche se magari non è ciò che più gli piace.
Quindi come genitori e come docenti dobbiamo impegnarci affinché i ragazzi riescano bene nel maggior numero di attività. Perché possano scegliere dove applicarsi di più nel futuro, ricavandone non solo successo ma anche piacere.
Se una cosa piace ci si dedica più tempo, la si fa meglio, con minor fatica e con migliori risultati e soddisfazioni.
La motivazione a fare bene è scritta nel nostro DNA.
Se non la si sente più, significa che è avvenuto qualche incidente.
Ogni studente può riuscire a padroneggiare sufficientemente tutte le discipline.
E riuscendo in tutte, poi, sceglierà quella che più gli piace.
Questo ha poco a che vedere con il solo impegno – che certamente serve ma che spesso è l'unico aspetto considerato – ma piuttosto con il piacere.
Ai nostri ragazzi non fa paura, per esempio, la fatica degli allenamenti quando fanno uno sport agonistico piacevole.
Dunque quando un ragazzo si trova di fronte a qualche difficoltà in una materia l’aiuto consiste nel fargli cambiare approccio nell’affrontarla, così da avvicinarlo in modo diverso, cambiando prospettiva, alla disciplina.

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