SmaniaMusic by Chiara

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Storie a sfondo musicale di una DJ della notte
rubrica a cura di Chiara Resenterra

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI

di ©Chiara Resenterra - 11 giugno 2020

Gira che ti rigira sono fondamentalmente convinta che la Natura Umana, nei suoi aspetti soprattutto emotivi, sia sempre la stessa. Paure, preoccupazioni, entusiasmi, intimi segreti, tipici magari per ogni età e in costante evoluzione, si ripetono e accomunano le diverse generazioni.
Ed è per questo motivo che alcune canzoni restano eterne, perché sanno parlare ai ragazzi di oggi come a quelli di una, due, tre, quattro e via via generazioni fa.

La musica, l’arte, la poesia, il cinema, il teatro, occupandosi e rivolgendosi direttamente al nostro io più intimo e (spesso) migliore ci rendono tutti simili di fronte ad alcuni passaggi fondamentali dell’esistenza: il primo amore, il primo abbandono, il primo amico che ci tradisce, la prima amica che ci lascia e... la Maturità.
Perché, anche se si chiama Esame di Stato, nella coscienza collettiva usiamo sempre questa semplicissima parola/concetto che racchiude in sé mille immagini: i nostri ricordi, il nostro cambiamento, il passaggio dallo status di studenti a quello di universitari o lavoratori, l’età che avanza e le mille risposte che ruotano attorno alla fatidica domanda su cosa significhi esattamente essere Maturi. (Che se poi uno pensa alla frutta, la prima immagine che viene, è essere pronti per essere mangiati, o peggio, l’inizio del declino).

I miei ricordi passati legati alla Maturità sono in realtà dei piccoli flash, dei piccoli spot di pochi minuti che confermano che si sogna la Maturità anche a distanza di anni. Forse ce la si sogna, e la si rivive ancora, nelle sue componenti più ansiose, per tutta la vita.
Mi ricordo il caldo di luglio, i pomeriggi a studiare l’intero programma di storia e italiano (erano ancora i tempi in cui all’orale portavi solo due materie sperando fino all’ultimo che non te le cambiassero, e in cui l’intera commissione era esterna, facce sconosciute che incontravano altre facce sconosciute, e un unico membro interno, e un voto finale in 60esimi), mia mamma che mi dava bicchierini di “Vov” preparato in casa, un mix di uova, marsala e zucchero che secondo lei mi dava energia (secondo me, a distanza di anni, mi ha solo insegnato che le proteine danno energia e un po' di l’alcool aiuta, seda), la vera e propria iniziazione alle tazze di caffè e l’agitazione di fronte alla Commissione... anche se a distanza di anni non riesco a ricordarmi nemmeno un volto.
Solo un episodio: il commissario di italiano che mi chiede qual è stato il mio libro preferito. E io da sprovveduta, ho risposto, con l’ingenuità che mi contraddistingueva, esattamente il mio libro preferito di quegli anni (ma che in fondo lo è ancora): “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera. Peccato che mi ero preparata su Pratolini, su tutta la sua biografia, dal Metello a Cronache di Poveri Amanti. Ecco, questa cosa me la sogno ancora oggi... perché? Perché ho risposto “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, facendo balzare in piedi il commissario di filosofia che incomincia a farmi domande sul “Es muss sein” e io a farmi piccola piccola e rossa rossa in viso?

Ma la più grande lezione di vita, in realtà, la maturità te la dà il giorno stesso in cui espongono il tabellone con gli esiti. Lì emerge chiaro e tondo (ma lo capirai veramente solo con gli anni) che nella Vita tu non sarai mai quel numero. Che quel numero è un mero calcolo in cui anche il fattore umano gioca una parte non indifferente: dal proprio stato emotivo e capacità di eloquio, alla più o meno preparazione e severità della Commissione. Per la mia classe fu un disastro... ma nella vita, direi che poi ce la siamo tutti cavata bene.
In realtà, e grazie al cielo, sono riuscita a collezionare ricordi di maturità molto più vivi (anche perché recenti) da quando insegno. E lì, vivo con passione tutte le emozioni di ogni mio studente di quinta, anche di quello che fino all’ultimo giocava a fare il tipo “che cosa me ne frega a me” e alla fine si presenta in camicetta bianca, che nemmeno ti sognavi che ne avesse una (ed infatti non è sua, ma gliel’hanno prestata), che ti dice “Chiara, vero che ci sei?” e appena finisce il “tutto” se ne esce dall’aula quasi urlando un “è finita!” che fa un eco indescrivibile per tutti i corridoi della scuola. E tu lo sai, da prof, che è anche l’ultima volta che gli dici di non urlare.

Poi c’è chi piange... io in primis, piango sempre, mi commuovo, nel vedere che sì, ce l’hanno fatta, è davvero finita un’epoca per loro, ma anche per me. Non ci sarà settembre.

Io non ho mai avuto dei grandi buoni consigli da dare ai miei ragazzi, se non il fatto di viverselo quel momento, fino in fondo, di non uscire la sera prima, e di mantenere, almeno in quei giorni le energie e la lucidità...
E ogni anno, ormai, penso a “Notte prima degli esami” di Venditti, al nonno alla finestra, alle lacrime e alle preghiere (sì, è un dato di fatto, ogni studente si trasforma in fervente cattolico, la notte prima degli esami) e all’amore. Perché io lo so, ieri come oggi, la maturità, la scuola non sono il grande problema dei ragazzi. Il “grande problema” resta l’amore. E così, la Maturità resterà anche per loro un ricordo sfocato con pochi flash e qualche incubo, ma pur sempre il ricordo di un bel rito di passaggio che ti accompagna ad un cambiamento.

L’anno 2020 sarà ricordato come l’anno “Della maturità ai tempi del Coronavirus”.
Quindi, in bocca al lupo ragazzi, anche quest’anno, anche se sarà un anno diverso, il Covid 19, i guanti, la soluzione alcolica disinfettante, le mascherine, la distanza, non vi impediranno di provare quelle stesse paure e notti insonni che ho provato io, non vi impediranno di provare la gioia e il senso di liberazione a colloquio finito, la delusione o la conferma davanti al tabellone dei voti. E so che tra di voi, magari di nascosto, non vi farete mancare nemmeno gli abbracci... quelli mancheranno più a me, ma cercherò di abbracciarvi con gli occhi, con lo sguardo, con le parole.
Comunque sia anche quest’anno io, ormai un po’ per scaramanzia, vi invierò e posterò che “La matematica non sarà mai il mio mestiere”.

foto di ©Chiara Resenterra

linda

WISH YOU WERE HERE

di ©Chiara Resenterra - 7 maggio 2020

Sono le otto di sera di un non-so-più-nemmeno-io-quale-giorno di quarantena, o lockdown. Chiamatelo come volete.
Sono sul mio balcone, il mio piccolo e sempre più caro balcone. Una birra, le sigarette e grazie a Dio gli unici suoni che sto sentendo sono questi uccellini che ininterrottamente mischiano vocalizzi in un linguaggio che non intendo, gli stessi che mi svegliano all’alba di un nuovo giorno di smartworking, che mi ricordano che il mio vecchio, nuovo lavoro è ora davanti ad una videochat. In lontananza l’eco delle campane, fissa il tempo che scorre, me lo ricordano. Campane di cui ho imparato a riconoscere il messaggio. E infine voci, un chiacchiericcio di qualcuno che da qualche altro balcone si sta confessando.
Alzo lo sguardo dal mio bloc-notes e riconosco la fotografia che mentalmente sto imparando a scattare ogni sera: la maestosità verde di questi alberi intorno a me, inconsapevoli di ciò che agli umani sta accadendo, e se ne fregano, per fortuna, e vanno avanti a seguire la loro vita, fatta di fioriture e foglie che prima o poi cadranno.
Alzo lo sguardo e il sole, proprio come i miei amati alberi, sta calando illuminando come se nulla fosse le nubi grigie. Oggi sono grigie, ma già, stamani pioveva.
Questa è l’ora che preferisco, in realtà è sempre stata la mia prescelta. Il tramonto silenzioso di mezza primavera, nelle giornate più lunghe dell’anno.

Ho lacrime da asciugare. In fondo mi succede ogni giorno, almeno una volta al giorno, da quando? Forse da un paio di settimane a questa parte. Questa vulnerabilità violenta che via via ha trovato sempre più terreno fertile dentro di me.
C’è stato un passato prossimo, un tempo recente, in cui ho provato a contrastarla, a imprigionarla, attaccandomi come un’ostrica verghiana contemporanea a sessioni di webinar, ai social, alle videochat, agli aperitivi a distanza solitari, ai farmaci che tranquillizzano, al vino che regala euforia. Come dire, le ho provate tutte.
E alla fine mi sono arresa. E arrendermi è stata la cosa migliore che mi sto regalando in questi giorni.
Le lacrime quotidiane chiedevano una risposta, un pensiero, una riflessione. Anche il mio cuore, che ogni giorno pare voglia beffarsi di me trasmettendo al cervello pseudo segnali di infarto, forse sta solo cercando di attirare la mia attenzione.

E in questa mini oasi di pace apparente, dove anche gli insetti hanno incominciato a farsi sentire, ho lasciato trasformare le lacrime in parole scritte, perché dentro di me si sta combattendo la guerra delle paure.
Ci sarà un momento in cui uscirò di qui, molto probabilmente addirittura, me ne andrò da qui e non rivedrò alcune persone. Non potrò più incontrarle di nuovo. Amiche, amici, magari anche solo conoscenti con i quali avrò scambiato poche parole… di quelli per cui pensi, “la prossima volta che lo incontro devo ricordarmi di dirgli ‘sta cosa”.

Il dramma vero è che non ho potuto nemmeno salutarli, dargli il mio personale addio. Mi hanno lasciata in sospeso. Ho un conto aperto. Forse non riesco nemmeno a rendermene conto veramente, perché in certi istanti della giornata, così, con assoluta casualità, mi capita di pensare, “okay, adesso gli scrivo…”
Era già successo in passato. La Morte va sempre a braccetto con la Vita. Fa così paura nominarla. La Morte.
È lì, punto.
È lì, il punto.
Ma c’è quell’angoscia ancora più grande ora, la domanda tranello che, come un tarlo, sta disseminando le maglie della mia anima: chi altro mi capiterà di non rivedere?
Fintanto che ho soffocato questo pensiero in nome del Think Positive oltranzista, del, no, ma “andrà tutto bene”, ho soffocato anche le mie legittime paure. Ho provato ad ignorare l’ignoto che non merita un mio voltafaccia. Non ora.
Imparare a vivere anche la Malinconia. Il prendersi spazio per i pensieri tristi, visualizzarli, per poi giocarci insieme, manipolarli, addomesticarli… questo dovrebbe essere il Think Positive.
Il non dimenticare le persone, tenerle vive dentro di noi, e fuori di noi. Sempre.
Poter sorridere in dialoghi immaginari, perché la Malinconia non è un peccato, nemmeno la Nostalgia. Sono sentimenti. Dedicargli un po’ di tempo ci può dare la forza di rinascere diversi. Ogni giorno.
Perché il pensiero non si ferma mai. Il sole cala, la notte arriva con la prima stella che la illumina e domani mattina se, e solo se, avrò concesso il giusto spazio ad ogni stato d’animo e emozione di attraversarmi, avrò concesso anche a loro un po’ del mio preziosissimo tempo, allora la Paura non mi fagociterà interamente sotto forma di panico. Forse. Io lo voglio sperare.
Le ho guardate a viso aperto così bene queste emozioni, le ho nominate. E mi sveglierò comunque con loro sommessamente in parte, Paura e Ignoto, sono lì, sono compagne di viaggio. Non le posso negare, ma con loro so che ci sono anche Coraggio e Sogno, Desiderio e Speranza.
Ma soprattutto le ho sfidate.

Non le possiamo annientare, ma almeno, diciamocelo tra noi con lacrime o rabbia, amore incondizionato, chi vorremmo davvero fosse qui ora, o qui ora, ancora. Non neghiamoci il dolore di ogni perdita o mancanza fisica, di presenza che questo virus ci ha negato.

So… I WISH YOU WERE HERE.

foto di ©Gianni Caminiti.
La MUG che ritrae la copertina dell'album “Wish You Were Here” è stata dipinta dal nostro amico nonché musicista eccezionale, Viki Ferrara.

linda

SPECIAL NEEDS 
SIAMO TUTTI IL BISOGNO SPECIALE DI QUALCUN ALTRO

di ©Chiara Resenterra - 30 marzo 2020

“Remember me when you're the one who's silver screen
Remember me when you're the one you always dreamed
Remember me when everyone's noses start to bleed
Remember me, special needs.”
Special Needs - PLACEBO

Special Needs è il titolo di uno dei maggiori successi dei Placebo (duo musicale britannico formatosi nel 1994 dal felice incontro tra Brian Molko – voce e chitarra – e Stefan Olsdal – basso, chitarra e tastiera – difficilmente inquadrabile in uno stile musicale definito, ma dalle sonorità britpop e postgrunge con una dose di glam, elettronica e sperimentazione), presente nell’album Sleeping with Ghosts del 2003.
Special Needs sono, in ambiente anglosassone, i cosiddetti “Bisogni Speciali”, e questa dicitura (coniata per la prima colta nel 1978 nel Rapporto Warnock in Inghilterra), che va a sostituire in una prima ottica inclusiva il termine handicap, sottolinea la necessità di rinnovamento in ambito pedagogico nei Paesi Europei. L’handicap infatti è l’ostacolo che la società costruisce, ostacolo da eliminare o aggirare affinché una persona con disabilità possa avere le stesse opportunità di realizzazione di una qualsiasi altra persona.

In Italia viene invece più spesso usato l’acronimo BES, ormai super conosciuto per chi bazzica in qualsiasi modo e a qualsiasi livello il mondo della scuola, che sta ad indicare il “Bisogno Educativo Speciale”. Il Bisogno Educativo Speciale comprende non solo la disabilità, ma anche la difficoltà e lo svantaggio socio-culturale.

L’iter legislativo, e prima ancora culturale, è recente: le classi “speciali” (o classi “ghetto”, che forse è un termine più realisticamente descrittivo) furono abolite in via definitiva solo nel 1992, con la legge quadro 104 che disciplinava tutta la materia afferente alla disabilità.
La legge sui Disturbi Specifici di Apprendimento è ancora più recente, del 2010 (L.170).
Una legge per tutelare ogni singolo alunno, o meglio, per promuovere le abilità di ogni singolo alunno, ognuno con i suoi bisogni educativi speciali, probabilmente io non avrò il piacere di vederla varata in questa vita.

Il termine INCLUSIONE a dire il vero, a me non piace molto. In matematica, e da dizionario, la definizione è: “l’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto, spesso contrapposto a esclusione.”
Incluso o escluso. In pratica è stato scelto un termine solo per contrapposizione.

Non saprei trovare un termine diverso da quello che la comunità scientifico/pedagogica ha scelto, ma quando penso alle mie classi, alla scuola come è nella mia visione, l’immagine che mi sovviene è quella del girasole.

Per due motivi.

Il girasole è solo in apparenza un fiore unico, in realtà è un fiore multiplo: la parte gialla più intensa al centro è un insieme di fiori disposti secondo un preciso schema a spirale, la bellezza che ne deriva è data quindi da questo insieme, dove la singola parte è a disposizione del tutto. E tutte le singole parti si nutrono della stessa quantità di luce, seguendo il sole.

Il secondo motivo è che, simbolicamente, regalare un girasole, significa regalare luce: il girasole è “portatore di luce”.

Quello che io profondamente credo è che solo un approccio didattico che valorizzi le singole personalità permetterà di superare anche il concetto di inclusione Vs esclusione. Ognuno di noi è in fondo il bisogno educativo speciale di qualcun altro, e dalla valorizzazione di questa differenza possiamo tutti trarne profondo miglioramento in termini umani. Basta un pizzico di buona volontà e empatia.

Facile, difficile… non è quello il punto: si potrebbe incominciare a prendere spunto, almeno per le prime classi, dal modello finlandese, che ha abolito il voto e ha creato classi di bambini di 7 e 8 anni, proprio ad evidenziare che i tempi per sviluppare le diverse competenze sono differenti. O dove gli insegnanti sviluppano un curriculum ad hoc per ogni bambino implementando le competenze (anche soprattutto artistiche) per creare le basi una sana autostima.
Si dovrebbe portare la scuola italiana nella condizione di affrontare l’arduo compito di preparare ogni bambino, ogni persona, alla vita e non al semplice test (o esame) che poco mostra quanto l’individuo è in grado davvero di compiere. Con passione e motivazione, con la possibilità di sbagliare e, soprattutto, esplorare per conoscere davvero la Realtà.

foto: ©Chiara Resenterra

linda

IL MESTIERE DEL PIZZAIOLO

di ©Chiara Resenterra - 2 marzo 2020

Sin da bambina, una delle figure che più mi ha incantata è quella del pizzaiolo.
Ancora oggi amo frequentare le pizzerie in cui si può vedere il pizzaiolo all’opera, quelle con il vetro, per intenderci, che mostra il forno, il banco di lavoro pieno di coloratissimi ingredienti, disposti ben ordinati, e quell’uomo vestito di bianco e di farina che impasta, stende, lancia e condisce quella piccola palla iniziale, mix sapiente di farina, acqua, olio, lievito e sale.

Si narra che il “primo” pizzaiolo riconosciuto tale fu nel 1889 il cuoco Raffaele Esposito, che cucinò per la Regina Margherita di Savoia la prima omonima pizza, che stava a simboleggiare il tricolore italiano: rosso il pomodoro, bianco la mozzarella e verde il basilico.

Da lì in poi fare la pizza è diventata un’arte: una delle tante arti connesse ai mestieri, mestieri che sembra quasi stiano scomparendo in un sistema economico sempre più accelerato dal bisogno spasmodico di produrre e consumare.

Il pizzaiolo, invece pare non soccombere a questa industrializzazione: c’è una continua richiesta di mani abili e creative, perché, nel tempo, la ricerca in questo settore è diventata via via sempre più ampia. Farine diverse, ingredienti nuovi, a volte anche costosi (si pensi alle pizze gourmet) forme e spessori differenti.
Un’arte appunto, che soddisfa la vista, l’olfatto e il palato. Un sogno per alcuni poterlo diventare.

Qualche anno fa, un mio studente del quinto anno, alla domanda “cosa vuoi fare dopo la maturità?” mi rispose, quasi sottovoce e temendo le risatine dei compagni, “il pizzaiolo”.
Io ero ovviamente entusiasta, e insegnando comunicazione e marketing, presi spunto per agganciare ogni nozione alla sua scelta futura. Perché nella vita non ci si improvvisa nemmeno pizzaioli, soprattutto quando si vuole avviare un’attività commerciale.
Ma, nella società che sembra volere i nostri figli tutti laureati, mi chiedo se abbia avuto abbastanza forza e passione per seguire il suo sogno. I genitori, e spesso noi adulti in generale, dimentichiamo che svolgere un qualsiasi mestiere che necessità di una buona manualità, creatività, passione non è “svalutante”, ma tutt’altro. Anzi molto altro.

Nelle mie ricerche per questo articolo ho scovato, quasi casualmente, un pezzo musicale che racconta esattamente quanto sto esprimendo: “Realitaly”, degli Eva e la Mela, una band italiana di Prato. Il brano è del loro primo album “La soluzione” del 2012.

“Realitaly” racconta la storia di un concorrente di un reality, che dopo una breve notorietà mediatica, veloce e effimera, è costretto a cercare un lavoro, e diventa pizzaiolo, scoprendo in questo ruolo un’inaspettata e vera notorietà, frutto di talento e non più solo di apparenza.

(fonte: https://www.rockit.it/evaelamela/album/la-soluzione/23060).
“Poi impastando la realtà,
con farina e volontà
son diventato una celebrità
ora i critici e gli dei
vivono dentro i giorni miei
Now I wanna be a Star.
Mi guardano.” (Realitaly – Eva e la Mela).

A tutti i pizzaioli, quindi, un grazie grande perché per me svolgono uno dei mestieri più belli del mondo.
E ai pizzaioli di PizzAut nutriamo l'inclusione… beh… Siete (e sarete) delle Star

foto di ©Chiara Resenterra - in foto Il pizzaiolo Italo Cortiana
editing della foto Chiara Resenterra

linda

HAI PAURA DEL BUIO?

di ©Chiara Resenterra - 17 febbraio 2020

“[…]
The unknown troubles on your mind
Maybe your mind is playing tricks
You sense and suddenly eyes fix
On dancing shadows from behind

Fear of the dark, fear of the dark
I have the constant fear that someones only near
Fear of the dark, fear of the dark
I have a phobia that someone’s always there

When I’m walking a dark road
I am a man who walks alone”

Questi sono gli ultimi versi di quello che io reputo uno dei migliori pezzi dell’heavy metal dei primi anni ’90, per l’esattezza, usciva nel 1992 l’album degli Iron Maiden “Fear of the Dark”, da cui l’omonimo pezzo scritto dal bassista Steve Harris.

Non so quanti dj set ho concluso con questo pezzo, che suonato a tarda notte, mi accompagnava poi a casa: “quando sto camminando per una strada oscura, sono un uomo che cammina da solo”.
E non lo nego, la paura del buio per la strada scura e deserta descritta, mi ha sempre accompagnata con la stessa immagine, sentire qualcuno vicino o presente. Ovviamente non una presenza rassicurante.
E, contemporaneamente, il verso finale, rappresenta la metafora di camminare da sola sulla strada della vita.
È un po’ così che ci si sente in certe notti. Questa paura della solitudine, quando la musica finisce.

Da bambina avevo paura del buio, ad essere onesta, sono davvero tante le paure che mi accompagnano (o mi hanno pervasa) quotidianamente: paura della sofferenza, paura dell’abbandono, paura del vuoto, paura dei ragni e degli insetti… che se andassi avanti, anche solo elencandole, mi rendo conto che la mia vita dovrebbe essere un incubo.

In realtà la paura ha una serie di caratteristiche che ci permettono di condurre anche una vita normale.
In primis la paura è un’emozione definita primaria: le emozioni hanno la caratteristica di essere delle reazioni dell’organismo a uno stimolo inatteso, reale o immaginario, ma comunque di breve durata. In pratica non sono un sentimento duraturo nel tempo. Alcune paure ci salvano letteralmente la vita, non permettendoci di compiere gesti che potrebbero risultare fatali. Inoltre, altrettante paure possono essere conosciute e affrontate. Basta guardarle in faccia e dar loro un nome.

Ci sono così paure che ho superato, come la paura del buio. Altre che ho deciso di non affrontare, come la paura di attraversare un ponte a piedi.
Altre ancora che sono talmente ataviche, come la paura dell’abbandono o della solitudine, per cui sono obbligata “ad attraversarle” ogni volta, inventandomi soluzioni di “convivenza” più o meno pacifica.

La paura del buio è stata davvero ingombrante fino quasi a dodici, forse tredici anni: dormivo sempre con una lucina accesa, per l’ansia che qualcuno potesse entrare in camera e farmi del male. Fino a quando una frase di “non mi ricordo chi” mi ha fatto cambiare prospettiva: “Al buio tu non vedi l’altro, ma nemmeno l’altro vede te.” Fatto sta che da lì in poi ho trovato per anni più rassicurante la totale oscurità. Almeno in camera da letto per addormentarmi.

La paura dei ponti è invece connessa ad un “simpatico” aneddoto che mi accomuna anche ad altri componenti della mia famiglia. Abitando in prossimità del fiume Adda, da piccola, mia nonna, probabilmente per prevenire il fatto che potessimo metterci in pericolo sporgendoci dal parapetto del ponte sul fiume, ci diceva che “l’acqua chiama” ovvero che l’acqua ha una capacità attrattiva sulle nostre menti, tanto da poterci invitare a fare il salto. Accompagnava questa immagine, ricordandoci che in particolar modo l’Adda, da tradizione popolare, ogni anno voleva il “suo affitto”, cioè la morte suicida di qualcuno. (Cosa che per altro è confermata dal numero di suicidi in quel punto particolare.)

Ergo, io non attraverso quel ponte a piedi.

Sull’abbandono, chi può dirlo, è legato a svariati fattori, compreso il modello culturale della “Brava Bambina”. Si ha paura del giudizio degli altri sul nostro essere e agire, per il semplice fatto che perdere questo amore o stima significa sentirsi abbandonati.

Ma c’è un fattore che accomuna tutte queste paure: “The unknown troubles on your mind”, ovvero “L’ignoto che crea problemi alla tua mente”.

Dietro ad ogni nostra più profonda paura (la morte compresa) si nasconde l’ignoto, ciò che non conosciamo. E questo ignoto, se non scoperto o riconosciuto, può creare, e temo stia producendo, enormi problemi di carattere sociale.

Perché se a crearci paura è tutto ciò che non conosciamo, allora incomincia a farci paura anche tutto ciò che è diverso da noi, prima di tutto le persone che non corrispondono alla nostra cultura, le persone con disabilità, le persone genericamente a cui affibbiamo arbitrariamente l’etichetta di “DIVERSO”.

Una paura non riconosciuta resta in balìa poi di azioni fuori dal nostro controllo, ed è per questo che ritengo prioritario, in questi anni ’20 che stiamo attraversando, riprendere in mano la via della conoscenza: di se stessi, guardandosi dentro con onestà, e dell’altro.

Non mi fa più paura il buio, non perché penso ancora di essere invisibile per l’altro. Non mi fa più paura il buio perché ho cercato di comprenderlo, di rendermelo amico e complice. Ecco. Forse dovremmo incominciare ad approcciarci al “diverso da noi” con sete di conoscenza, vedendo l’aspetto di somiglianza e affinità, per renderlo amico e complice.

Perché la paura, se rimane tale, in realtà non ci aiuta a stare meglio. Né con noi stessi, né con chi c’è accanto.

editing della foto Chiara Resenterra

marco

LET’S GET TOGETHER AND FEEL ALL RIGHT 
UNIAMOCI E SENTIAMOCI BENE

di ©Chiara Resenterra - 3 febbraio 2020

La parola RELAZIONE, nella lingua italiana, ha molteplici significati, ma quello di cui più mi interessa parlare riguarda la connessione o corrispondenza, in modo essenziale o accidentale, tra gli esseri umani.

La relazione, quindi, nei suoi aspetti sociali.
“Essenziale o accidentale”, scrive il dizionario.

Due termini che mi hanno fatto riflettere: tutti abbiamo bisogno di metterci in relazione con l’altro, è un fattore essenziale perché, come diceva Aristotele, “l’uomo è un animale sociale”. Accidentale: non sempre, anzi, secondo me quasi mai, scegliamo le nostre relazioni. Per la maggior parte sono il frutto di incontri casuali, a cui noi poi cerchiamo di attribuire senso e continuità.
La scelta avviene in quel momento, ma il primo incontro è assolutamente fortuito.
Detto per inciso, nemmeno abbiamo scelto la famiglia in cui nascere, la società in cui vivere, con tutto ciò che da questa condizione di partenza deriva: stile di vita, ricchezza o povertà, possibilità di crescita scolastica, lavorativa, eccetera, eccetera, eccetera.

Ma l’uomo, in quanto essere sociale, ha la grande responsabilità di determinare la qualità delle relazioni, responsabilità e libertà.
Nella società attuale ci muoviamo in una rete sconfinata di relazioni: primarie, familiari e amicali o affettive, secondarie, dai rapporti di lavoro all’incontro con la cassiera del supermercato o con il barista, che tutte le mattine prepara il caffè. Dal fidanzato al giornalaio.

E poi ci sono le sempre più diffuse relazioni virtuali: un mondo globalizzato in cui diventa sempre più difficile capire quali relazioni sono reali e quali basate esclusivamente su di un’immagine fittizia di noi o dell’altro.
Praticamente, letta in questo modo, dall’uomo sociale all’uomo social è stato un attimo, e il sapersi districare diventa un grande caos.

Lo vedo ogni giorno sulla mia pelle, lo vedo nelle storie dei miei ragazzi: forse ancora di più in loro.
E mi sento responsabile di questa confusione relazionale in cui li vedo crescere.

Che fare?

Mentre pensavo al termine relazione, la prima canzone che mi è suonata in testa è stata “One Love” di Bob Marley. Il testo, scritto a metà degli anni ’60 ma che raggiunse il successo e la fama solo nel 1977 quando fu inserito nell’album “Exodus”, è una sorta di preghiera, ma anche un inno alla pace e alla fratellanza.
Che criterio usare per saper scegliere le relazioni?
Ecco, io credo, che sia il principio di sentirsi bene e far star bene attraverso semplici ma concreti gesti quotidiani: basta un grazie in più al barista, un sorriso alla cassiera, una telefonata alla mamma… e il rifuggire da quella parte social, che non ci consente di avere a che fare con la persona fisica.

Perché la relazione sia significativa le persone devono avere una fisicità reale, essere percepite attraverso tutti i canali sensoriali. Perché la relazione sia significativa dobbiamo avere la forza quotidiana di metterci in gioco continuamente. Di sentirci parte di un tutto in cui abbiamo un ruolo propositivo.

Non siamo spettatori, siamo attori.

A volte le relazioni finiscono, scemano nel tempo. Anche se magari sono state importanti e significative.
Penso a quanti colleghi stupendi e amici mi hanno accompagnata per pezzi di strada della vita e che oggi sento meno. Ma anche ad incontri accidentali, scambi di frasi e opinioni che mi hanno arricchita e segnata positivamente.
Credo che resti però quel “One Love, One Heart”.
Con questa piccola folla di persone continua ad esserci una relazione, o forse meglio, una correlazione esistenziale, perché di esse non solo custodisco il ricordo, ma soprattutto perché ne conservo l’esperienza relazionale, che orienta anche il presente.

Ai miei ragazzi auguro una collezione di relazioni di senso. Un bagaglio che possano portare con sé crescendo. Ma soprattutto auspico che siano loro i primi a creare una rete vera e non virtuale di gentilezza, amore, e rispetto quotidiano, tra di loro, e con chiunque decideranno di far transitare o restare nella loro esistenza.

editing della foto Chiara Resenterra

Linda's Stories

DA MASLOW AI LINKING PARK:
“I WANT TO FEEL LIKE I’M SOMEWHERE I BELONG.”

(Voglio sentirmi come se fossi da qualche parte a cui appartengo)

di ©Chiara Resenterra - 15 gennaio 2020

L’enciclopedia Treccani riporta due significati del sostantivo “appartenenza”: il fatto di appartenere a qualcuno o ad un gruppo sociale e ciò che invece ci appartiene, la proprietà, la spettanza di qualcosa. L’appartenenza è in realtà un concetto di gran lunga più complesso, una delle domande esistenziali in cui ci si imbatte prima o poi nella vita, o meglio ancora, più e più volte lungo il corso dell’esistenza, a partire dall’adolescenza in poi.

Il bisogno di appartenenza è innato nella condizione umana, dalla nascita fino alla morte. Per i bambini, la mamma è una loro proprietà, naturale e primordiale, anche solo per il fatto che è (o quantomeno dovrebbe esserlo) garante di sopravvivenza.
“E’ la MIA mamma!”

Ma per i miei adolescenti, tutto cambia: diventa un bisogno di appartenere e all’inizio non se lo spiegano bene, è istintiva la ricerca di un’identità attraverso i vari gruppi cui vogliono aderire, che siano di tendenza o controtendenza. E’ per questo che amo insegnare la Piramide di Maslow.

Abraham Maslow teorizzò nel 1954 un modello motivazionale dello sviluppo umano che si basa su una gerarchia di bisogni, per cui, soddisfatti quelli legati alla sopravvivenza e alla sicurezza, nell’essere umano sorgono bisogni legati alla soddisfazione di esigenze immateriali, ma fondamentali per il benessere.
Per sentirsi in pace con se stessi. Ed è strettamente legato al bisogno d’amore e di stima: tutti desideriamo essere amati, appartenere a qualcuno che ci accolga per ciò che veramente siamo, senza finzioni, senza maschere. Da ciò deriva la nostra felicità.
E ognuno poi, nella vita, se la risolve a modo suo, ma la ricerca è perennemente in quella direzione.

La perdita di senso in ciò che facciamo, e la relativa devastante tristezza che ne consegue, spesso dipende da questa assenza, confusione, per non sentirci parte del mondo in cui viviamo.

Somewhere I Belong, dei Linkin Park, gruppo Nu Metal statunitense formatosi nel 1996, descrive, secondo me, realisticamente uno stato d’animo in cui spesso ci si rispecchia.

“When this began/ I had nothing to say/ and I get lost in the nothingness inside of me/ I was confused/ and I let it all out to find/ That I’m not the only person with these things in mind/ Inside of me/ […] / Nothing to lose/ Just stuck, hollow and alone/ And the fault is my own/ […] I wanna heal, I wanna feel like I’m close to something real/ I wanna find something I’ve wanted all along/ somewhere I belong.”

“Quando questo ebbe inizio, non avevo nulla da dire e ero perso nel nulla dentro di me/ Ero confuso e ho gettato tutto fuori per trovare che non sono l’unica persona con queste cose in testa, dentro di me. […] Niente da perdere, solo bloccato, vuoto e solo, e la colpa è solo mia. […] Io voglio guarire, voglio sentire che sono vicino a qualcosa di reale, voglio trovare quello che ho voluto per tutto questo tempo, un posto cui appartenere.”

Cercare un posto cui appartenere, è cercare se stessi, le proprie relazioni sociali, staccandosi da stereotipi o da ciò che gli altri vorrebbero che noi fossimo, per trovare il proprio senso.
E’ il momento in cui finisce l’adolescenza, per lasciar spazio al nostro essere adulti, per iniziare a diventare noi il “Luogo” in cui l’Altro può dire di sentirsi a casa.
Diventare luoghi di vera appartenenza.

editing della foto Chiara Resenterra

Linda's Stories

IO, BATTIATO E LA GRANDE TRUFFA DELL’INVERNO

di ©Chiara Resenterra - 2 gennaio 2020

“…Mi ripetevi, sai che d’inverno si vive bene come di primavera? Sì sì è proprio così.”
Ci hanno truffati, o meglio, mentre guidavo stamattina, e i miei pensieri come sempre si rincorrevano, ho capito che l’inverno, così come me lo hanno insegnato, è una truffa.

Il primo motivo: l’inverno non è l’ultima stagione dell’anno.
Iniziando con il solstizio del 21 dicembre in realtà del vecchio anno si è preso solo dieci giorni, gli altri 80 sono i primi giorni di questo nuovo anno.
Peccato che noi chiamiamo inverno da Halloween in poi quel tempo, a seconda di quante luci natalizie incominciano ad apparire o delle prime spolverate di neve.
Quello è ancora autunno!
E’ quindi l’inverno la prima stagione dell’anno? Il nuovo, quella idea mentale e sociale radicata di risveglio e rinascita? No, questo bellissimo concetto continua legittimamente ad appartenere alla primavera.

C’è di più: l’inverno non è nemmeno la stagione con le giornate più corte.
Sempre dal 21 dicembre in poi il dì inizia a riprendersi i suoi spazi di luminosità, ad allungarsi lievemente: il sole sorge giusto quel minuto prima e cala quel minuto dopo.

Ma, allora, come ricolloco l’inverno?
Nella mia mente è diventata quindi la stagione del passaggio, quella della creazione nascosta, una sorta di gravidanza, in cui poi, con la primavera, le “cose” ritrovano o trovano piena luce.

E direi che, a questo punto, la grande truffa dell’inverno è ancora più evidente.
Cosa fanno molti mammiferi d’inverno?
Semplicemente vanno in letargo. Dormono per recuperare energie. Il freddo li conduce più volentieri nelle loro tane, per più e più ore quotidianamente. Ed in fondo, è quello che vorremmo fare anche noi comuni mortali… trovare il tempo del riposo, seguire il ritmo dì-notte come facevano i nostri nonni, le nostre radici contadine. Trovare il tempo per stare al riparo, godere della “morbidosità” del calore affettivo e materiale.
Chi, la domenica (perché nella società attuale forse solo quella e non a tutti per altro, ci è rimasta) non vorrebbe restare sotto un piumone caldo, fare l’amore o coccolarsi i figli, leggere un buon libro, godersi un film sorseggiando un tè bollente (o un buon bicchiere di vino) o ridere con i bimbi riscoprendo vecchi e nuovi giochi in scatola?
Ecco, credo che quando questo desiderio si manifesta, anche solo per un attimo, è il nostro istinto, il nostro essere naturale che ci sta chiamando, riportando a noi.
E invece, in questa truffa, cosa abbiamo fatto? Abbiamo acceso così tante luci artificiali, dal calore lunare, da farci quasi venire la nausea. Mio padre mi direbbe semplicemente: “L’ENEL ringrazia!”

A questo punto, io credo che sia giunto il momento di riappropriarci dell’inverno, ristabilire una “non attività”. O più adeguatamente, un’attività diversa, silente, accogliente come un abbraccio. Un’attività di riflessione rigenerante, con ritmi meno frenetici e più rassicuranti, che vedrà sbocciare nuove idee quando ormai, senza accorgercene, usciremo dagli uffici e ci sarà ancora così tanto sole da pensare di avere una seconda giornata davanti a noi.

E così chiudo con le parole del Maestro Franco Battiato, con un pezzo (Alexanderplatz- 1982), ambientato a Berlino Est, riprendendo un’altra canzone di Alfredo Cohen, (“Valery” – 1978) , in cui l’inverno è la cornice della storia di una coppia che decide di vivere in una città non loro, per scegliere una vita diversa in contrapposizione con il consumismo occidentale. (fonte: https://www.musicaememoria.com/franco_battiato_alexander_pl…)

“E ti piaceva Spolverare fare i letti
Poi restartene in disparte come vera principessa
Prigioniera del suo film […]
Alexander Platz aufwiederseen
C'era la neve
Ci vediamo questa sera fuori dal teatro
"Ti piace Schubert?"

editing della foto Chiara Resenterra

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L’ANNO CHE VERRA’ 

di ©Chiara Resenterra - 31 dicembre 2019

“Caro Amico ti scrivo,
così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano
più forte ti scriverò…”

“Caro amico, si sta concludendo un altro anno e, diciamocelo, su questo Pianeta le cose non si stanno mettendo propriamente bene.
Viviamo in un stato di continua emergenza, almeno così ci dice la televisione ogni giorno.
Emergenza climatica.
Emergenza sociale.
Emergenza immigrazione.
Emergenza stupri.
Emergenza economica…
Tutti ne parlano, alcuni con un odio sconosciuto prima, altri con la saccenza di chi ha scoperto l’acqua calda.
Infiniti botta e risposta tra gente sconosciuta. In un immenso Bar di Paese globalizzato.

A me viene solo da dire che forse la vera emergenza è quella comunicativa.
Quella di tornare a comunicare con Educazione.
Con Intelligenza Emotiva.

Caro Amico, ma sai cosa mi viene da pensare ogni tanto?
Penso alle parole di Gaber, per il quale, basta che ad ognuno di noi faccia male un dente, che l’unica emergenza che sentiamo reale è quella di trovare un dentista!
(cit: “Mi fa male più che altro il fatto, che basta che mi faccia male un dente che non mi fa più male il mondo” G.Gaber – Mi fa male il mondo [seconda parte ]).

Caro amico ti scrivo,
così mi distraggo dal mio dente dolorante e dalle emergenze mediatiche.
Ti scrivo per raccontarti che mi sono fermato, non sto correndo, e al nuovo anno ci voglio pensare senza lasciarmi trascinare, ci voglio pensare con lo sguardo di chi osserva le giornate di nuovo allungarsi e con la voglia e l’intenzione di diventare un bravo dentista.

Caro Amico, anche se lontano,
spero tu possa avere il mio stesso intento:
diventare degli ottimi dentisti.”

Articolo e editing Christmas Postcard: Chiara Resenterra

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LE DUE FACCE DEL NATALE

di ©Chiara Resenterra - 17 dicembre 2019

Natale, un’altra volta, ed è già passato un anno.
Sembra ieri, o forse è lontanissimo: quante cose accadono in un anno, positive, che ci riempiono di gioia, o insopportabili, pesanti, come spesso avviene più passano gli anni.
Organizzare il tempo natalizio è quasi una sfida. Tanto è vero che spesso il 27 di dicembre appaiono post irriverenti dalla scritta: “E anche questo Natale ce lo siamo tolti dalle palle!”.
Sì, perché il Natale, più di altre festività, ha due facce: una luminosa e una con un lato oscuro importante.
Non ce ne accorgiamo, perché il clima festoso che ci circonda riempie ogni spazio e tempo, il rumore, le mille luci, i regali, i negozi, cene e pranzi. E per quanto tutto ciò sembri unificare le persone, spesso in frasi fatte che si possono riassumere in un “Volemose bene”, se scaviamo un pochino oltre, scopriamo che in realtà il Natale amplifica la felicità di chi è già felice, e altrettanto dilata la tristezza di chi è più solo e si trova a fingere sorrisi…perché almeno (o particolarmente) a Natale, la richiesta sociale è la gioia.
Persone che hanno perso per strada amici o familiari che amavano, e con abbattimento guarderanno quel posto vuoto a tavola, quel piccolo regalo che avrebbe dovuto essere lì, pensato e mai comprato.
Persone sole che si confondono nel caos e, forse, brindano un po’ di più, per non pensare che un altro Natale è già arrivato e che il sogno che attendevano non si è realizzato, o non hanno avuto abbastanza forza per realizzarlo.
Persone che si perdono davanti alla Tv o a Internet, spiando le fake-life di altre persone, chiedendosi; “Ma quando sarà il mio turno di felicità?” Tristezza, o meglio, una sorta di malinconia.
Ed è subito il 25 dicembre.
One more time…

Io con il Natale forse ci ho fatto pace.
Ci ho fatto pace quando ho deciso di allargare lo sguardo, di viverlo nel presente, con la mia solitudine a braccetto con i miei Amori, le persone che vorrei (ancora e nonostante tutto qui), e quelle presenti.
Ma soprattutto, vi ho fatto pace quando ho accolto quella Malinconia, accorgendomi semplicemente che faccio parte di un Tutto, di un Mondo che, come me, prova tristezza E gioia, stupore E disgusto, impotenza E coraggio.
Perché se è vero che le lucine artificiali rendono un po’ più magiche le atmosfere, nulla scalda di più della Luce che puoi lasciar brillare incrociando lo sguardo con l’Altro.
Con un sorriso E una lacrima, se scende. Le emozioni, tutte, hanno legittimità di esistere ed essere condivise anche a Natale.
Soprattutto a Natale.

Scriveva John Lennon in Imagine, quando i Beatles già si erano sciolti:
“I hope someday you will join us and the world will be as one.”
“SPERO CHE UN GIORNO VI UNIRETE A NOI ED IL MONDO SARÀ COME UN’UNICA ENTITÀ”.

Editing della foto: Chiara Resenterra

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