SmaniaMusic by Chiara

Your image

Storie a sfondo musicale di una DJ della notte
rubrica a cura di Chiara Resenterra

 

𝐌𝐄𝐃𝐋𝐄𝐘:
𝐋’𝐈𝐒𝐎𝐋𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐂’𝐄’ (𝐁𝐞𝐧𝐧𝐚𝐭𝐨)
𝐄𝐗𝐓𝐑𝐀𝐓𝐄𝐑𝐑𝐄𝐒𝐓𝐑𝐄
(𝐅𝐢𝐧𝐚𝐫𝐝𝐢)
𝐄𝐍𝐆𝐋𝐈𝐒𝐇𝐌𝐀𝐍 𝐈𝐍 𝐍𝐄𝐖 𝐘𝐎𝐑𝐊 (𝐒𝐭𝐢𝐧𝐠)


𝑄𝑢𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑣𝑜𝑟𝑟𝑒𝑚𝑚𝑜 𝑠𝑐𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑒 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟 𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑢 𝑢𝑛 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑒𝑡𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜? 𝐸 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑒𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖𝑙 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒, 𝑑𝑖 𝑎𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑒𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎, 𝑡𝑒𝑟𝑧𝑎, 𝑞𝑢𝑎𝑟𝑡𝑎, 𝑞𝑢𝑖𝑛𝑡𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀? 𝐷𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑝𝑜𝑡𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑑𝑖𝑝𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑎 𝑠𝑐𝑖𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑎𝑐𝑐𝑎𝑟𝑐𝑖 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑟𝑛𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑙𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒? 𝐸, 𝑖𝑛𝑓𝑖𝑛𝑒, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑐𝑖 𝑠𝑎𝑙𝑣𝑎 𝑖𝑙 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑖𝑒𝑛𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎̀ 𝑜𝑑𝑖𝑒𝑟𝑛𝑎 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑣𝑎𝑙𝑒𝑟𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜? 𝑂𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑖𝑒𝑛𝑖 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑜𝑖 (𝑜 𝑐𝑖 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑜 𝑚𝑒𝑛𝑜 𝑣𝑜𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑟𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑡𝑎𝑙𝑖)?
𝑈𝑛 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑣𝑖𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑒𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑠𝑎 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑠𝑜𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜, 𝑟𝑖𝑠𝑐ℎ𝑖𝑜𝑠𝑒 𝑚𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑠𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑎𝑟𝑐𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑢𝑚𝑎𝑛𝑖𝑡𝑎̀, 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑒 𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑚𝑎, 𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖𝑙 𝑣𝑖𝑛𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝑜𝑝𝑒𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑖. 𝑃𝑒𝑟 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑎𝑑 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑎𝑝𝑒𝑟𝑡𝑖.

“SECONDA STELLA A DESTRA
QUESTO E’ IL CAMMINO
E POI DRITTO FINO AL MATTINO
NON TI PUOI SBAGLIARE PERCHE’
QUELLA E’ L’ISOLA CHE NON C’E’”

Quante volte ho immaginato di essere un po’ come Wendy, di affacciarmi alla finestra, osservare la sera aspettando le stelle e poi prendere il volo verso l’isola che non c’è.
Quel desiderio di fuggire alle routine, alle responsabilità, alle mie ansie quotidiane.
Quel desiderio di non vedere nessuno, di sfuggire le relazioni sociali impegnative, quelle che ti impongono di “essere sempre a posto”.
E magari volare via con un Peter Pan, un eterno ragazzino immaginario che ti conduce su quell’isola splendida e fantastica dove tutto è un po’ magia.
𝐇𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐦𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐢𝐬𝐨𝐥𝐞 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐮𝐠𝐢𝐚𝐫𝐦𝐢.

Eppure... in un dialogo immaginario di canzoni, quasi come se fossero unite in un’unica narrazione, mi suona nella mente il testo di Extraterrestre, di Eugenio Finardi, uno dei cantautori secondo più sottostimati nel panorama della musica italiana.

“EXTRATERRESTRE PORTAMI VIA VOGLIO UNA STELLA CHE SIA TUTTA MIA EXTRATERRESTRE VIENIMI A PIGLIARE VOGLIO UN PIANETA SU CUI RICOMINCIARE”

E poi, sempre lo stesso uomo, una volta esaudito e un po’ come accade a Wendy nella celebre fiaba della Disney

“SI SENTE CRESCERE DENTRO L’AMAREZZA
PERCHE’ ADESSO CHE IL SUO SCOPO E’ STATO REALIZZATO
SI ACCORGE CHE IN LUI NIENTE E’ CAMBIATO
CHE LE SUE PAURE NON SE NE SONO ANDATE
ANZI CHE SEMMAI SONO AUMENTATE
DALLA SOLITUDINE AMPLIFICATE
E ADESSO PASSA LA VITA A CERCARE ANCORA DI COMUNICARE”

E cerca l’extraterrestre, per tornare a casa, per darsi la possibilità di ricominciare.

𝐅𝐢𝐧𝐚𝐫𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐯𝐚 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐬𝐜𝐡𝐢𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐦𝐚𝐫𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐩𝐨𝐢 𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢 𝐬𝐮 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐬𝐨𝐥𝐚/𝐩𝐢𝐚𝐧𝐞𝐭𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞.

Se per Bennato, quindi, l’Isola che non c’è, il mondo utopico dove non ci sono NE’ LADRI NE’ GENDARMI resta una meta da inseguire con un po’ di follia, per l’uomo di Finardi la richiesta al suo extraterrestre si articola nei due tempi. 𝐈𝐥 𝐯𝐨𝐥𝐞𝐫 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨𝐯𝐞, 𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐚 “𝐜𝐚𝐬𝐚”.

Viene facile alla mente l’immagine di E.T. del celeberrimo film di Spielberg del 1982.

Peter Pan e ET... che splendide figure di bambini non bambini (ma in fondo molti adulti non rimangono tali a livello di sviluppo affettivo e sociale?) simili e contrapposti. Due fiabe, due storie con finali completamente diversi.

E infine, sulla scia di queste sovrapposizioni lessicali, musicali e di immagini, troviamo l’alieno di Sting

’M AN ALIEN, I’M A LEGAL ALIEN
I’M AN ENGLISHMAN IN NEW YORK

L’ alien di Sting è lo straniero, a legal alien, lo straniero perfetto. L’englishman che vuole sentirsi per scelta lo straniero perfetto, l’essere se stessi senza badare agli altri (BE YOURSELF NON MATTER WHAT THEY SAY).
Un’alienazione volontaria e costruita per non perdere l’identità... ma siamo davvero così sicuri che il confine con il fatto che sia la società ad alienarci non sia in fondo così sottile?

Tutto alla fine si gioca sotto il profilo di queste diadi, di queste doppie percezioni: noi e gli altri, noi e un altro pianeta (o isola).

La verità, o punto nodale, è che, nonostante tutto, abbiamo la necessità di stare con i nostri simili, di stare con gli uomini. Ma non è solo una questione di “sostare” con gli esseri della propria specie. Se non vogliamo continuamente sentire il bisogno di alienarci (o di sentirci alienati), l’obiettivo dovrebbe essere quello di trovare un modo positivo per convivere sullo stesso pianeta. Esiste? Io alla fine credo proprio di sì.

Esiste ogni volta che condividiamo progetti e scambi che hanno come fine non l’individualismo ma l’interesse comune, esiste quando l’altro non è alieno, ma un homo sapiens sapiens da supportare per avere uguali diritti e doveri. Esiste se c’è corresponsabilità e sintonia. 𝐄𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐞 𝐞 𝐥𝐢 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞.

Difficilissimo, okay, utopistico come l’isola che non c’è, ma se vogliamo stare bene in primis con noi stessi, il bene comune, il comprendere profondamente che siamo parte di un’unica specie, deve essere la priorità. Altrimenti sentiremo sempre il desiderio di fuggire, ci sentiremo sempre alieni e peggio, faremo sentire anche gli altri tali.

𝐄 𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐢𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐜’𝐞̀? 𝐈𝐨, 𝐨𝐯𝐯𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐝𝐞𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐚𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐭𝐢𝐯𝐚𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞. 𝐄’ 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐯𝐨𝐥𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐮𝐧𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐨 𝐢𝐦𝐦𝐚𝐠𝐢𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐨 che ci permetta di guardare le cose da un punto di vista diverso, che diventi un luogo, e qui realmente, in cui semplicemente sostare, ma non viverci, perché il posto in cui siamo chiamati a realizzare i sogni è la terra.

Viverci, sostarci per troppo tempo, potrebbe essere un’affascinante tentazione, ma talmente pericolosa che il rischio è la perdita di se stessi, l’infelicità, l’incapacità, o l’impossibilità, di poter poi tornare indietro.

Articolo e foto di ©Chiara Resenterra di - 12 novembre 2020

linda
 

L'ECCEZIONE

(Carmen Consoli)


“𝑆𝑜𝑓𝑓𝑟𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑡𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑒𝑟𝑒
𝐵𝑖𝑧𝑧𝑎𝑟𝑟𝑒 𝑚𝑜𝑣𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑖𝑛𝑑𝑜𝑡𝑡𝑒 𝑑𝑎 𝑢𝑛 𝑏𝑢𝑟𝑎𝑡𝑡𝑖𝑛𝑎𝑖𝑜 𝑠𝑐𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜
𝐸 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑖 𝑠𝑖𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑎 𝑎𝑚𝑚𝑖𝑟𝑒𝑣𝑜𝑙𝑒
𝐹𝑢𝑔𝑔𝑖𝑟𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜 𝑠𝑒𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑒 𝑣𝑖𝑔𝑖𝑙𝑒
𝐷𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑐𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎.”

Accettare se stessi è forse uno dei compiti più ardui che si affronta nella vita. E non una sola volta per sempre! Da quando si nasce e poi via via per tutto il percorso di crescita, fino all’invecchiamento, con dei seri picchi di fatica durante l’adolescenza, dove si inizia a costruire la propria identità, e nei momenti di crisi e cambiamento, che sono passaggi obbligatori per coloro che non vogliono restare ingabbiati nel proprio passato, reiterando se stessi all’infinito.

Crescere è cambiare.

Crescere è accettare i cambiamenti in un apprendimento continuo nell’accettare se stessi nei diversi ruoli che inevitabilmente si acquisiscono.

Quando penso all’accettarmi (e penso di essere in buona compagnia affermandone lo sforzo quotidiano) vedo, come nelle parole del testo della Consoli, il Burattinaio Scaltro, ossia la società e le persone che mi circondano, e lo sguardo severo e vigile della propria coscienza.

Questi due personaggi, Burattinaio e Coscienza, il Fuori e il Dentro di noi, sono, credo, i due maggiori ostacoli all’essere pienamente felice della persona che sono, perché l’accettarsi nasce dal confronto- scontro con l’Altro e con come gli altri vorremmo che fossimo, e dal confronto-scontro con noi stessi, in bilico continuo tra sé reale e sé ideale.

E tutto ciò vale, anche qui in una diade inscindibile, sia per il nostro corpo fisico, che nei suoi dettagli è sempre imperfetto, sia per la nostra anima, intesa come l’insieme di indole, carattere, inclinazioni, emozioni... insomma quel nucleo essenziale che fa di ogni persona ciò che è.

𝐈𝐥 𝐁𝐮𝐫𝐚𝐭𝐭𝐢𝐧𝐚𝐢𝐨 𝐒𝐜𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐜𝐢 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐚𝐧𝐨𝐧𝐢 𝐞𝐬𝐭𝐞𝐫𝐢𝐨𝐫𝐢 𝐞 𝐦𝐨𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐯𝐞𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞?
𝐎 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐝𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐢𝐨 𝐢𝐧𝐝𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐚𝐥𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐜𝐞𝐭𝐭𝐚𝐫𝐜𝐢?

Me lo sono spesso chiesta per me stessa. L’ansia di cui si soffre, male del Secolo e del Primo Mondo, non nasce molto spesso da questo conflitto, da questo nostro voler aderire a tutti i costi a modelli sociali preconfezionati?

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐞̀ 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐢𝐨̀?

Sicuramente da piccoli. Ci crescono così. E se da una parte è ovviamente necessario apprendere e aderire alle normali regole di convivenza sociale, saper distinguere e poi scegliere tra ciò che è bene e ciò che è male, dall’altra, parimenti, c’è il rischio di proiettare sui bambini aspettative e desideri, creare dei mini sé, quando invece i più piccoli dovrebbero essere, in primis, educati e cresciuti alla libera espressione di sé, fregandosene un po’ dei tanti, troppi, stereotipi sociali.

Ancora di più nell’adolescenza. Lavoro con i ragazzi da anni, dagli undicenni ai ventenni, e so, meglio ho imparato sulla mia pelle, che il mio primo compito è accettarli per ciò che sono. Gli adolescenti fanno gli adolescenti, l’adulto fa l’adulto. Accettarli per incontrarli, accettarli perché se una persona si sente accettata tende a inglobarti nel suo mondo, e di conseguenza, si può diventare un aiuto nella crescita, per farli sentire più sicuri, un po’ più forti, perché, diciamocelo, abbiamo dato loro un Mondo davvero complicato.

Accettarli per trasmettere loro che “vanno bene così”, con le loro insicurezze e fragilità, i loro slanci e amori idealizzati o fin troppo reali.

𝐒𝐞 𝐜’𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐨 𝐫𝐞𝐩𝐮𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐮𝐧 𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐞 𝐞̀ 𝐟𝐚𝐫 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 “𝐬𝐛𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐭𝐢” 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢, 𝐢𝐧𝐬𝐭𝐢𝐥𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐬𝐞 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐨 𝐩𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨, 𝐜𝐚𝐫𝐚𝐭𝐭𝐞𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞𝐫𝐨 𝐦𝐚𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐢𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐮𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞, perdendo di vista la persona nella sua interezza e complessità. Più una persona si sente accettata e empaticamente compresa, più saprà amarsi, e amare.

Accettarsi.

Già, quando incontri troppi burattinai che ti dicono che per essere Donna ti devi comportare in un determinato modo, che devi essere Madre, quasi che se tu non lo fossi ti manca necessariamente qualcosa (come se già, per molte donne, l’assenza di un figlio non sia dolorosa in sè), che se ami un’altra Donna, eh no... c’è qualcosa di sbagliato, che se non hai una famiglia, un lavoro sicuro, non credi in Dio, o, è imbarazzante dirlo e scriverlo ma succede, il tuo colore della pelle è diverso, allora un po’ sei sbagliato, il rischio enorme e inevitabile è che il burattinaio si trasforma anche in quella coscienza severa e vigile. Et voilà, i danni sono fatti. E la responsabilità non è del singolo, ma collettiva.
E così, io stessa, non avendo un compagno, figli, lavoro sicuro, insomma, non è che sia proprio allineata con quanto ci si aspettava da me, devo compiere il lavoro per accettarmi faticoso e continuo.

E quindi, ogni tanto, devo 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐭𝐭𝐚𝐫𝐦𝐢, nel senso di 𝐟𝐚𝐫𝐦𝐢 𝐚 𝐩𝐞𝐳𝐳𝐢, riguardare me stessa e ricollocarmi. Riascoltare chi sono, cosa veramente voglio e riprendere in mano i fili dell’esistenza. A volte questo comporta anche uno staccarsi momentaneo dal Mondo, da chi ci sta intorno, dalle voci esterne, per dare spazio, nel silenzio, a quelle interne. Quelle voci interiori positive, messaggi ascoltati e che risuonano se gli si dà il giusto spazio, il giusto ascolto.

Ho imparato ad accettarmi (nel duplice significato in questo caso) scrivendo, anche se resto convinta che ognuno può trovare la sua modalità, perché l’atto di scrivere mi consente anche di rileggermi e capirmi, mettere a fuoco i nodi per ripartire, a volte cambiata, a volte nella stessa direzione che ho già intrapreso, ma più consapevole, perché 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐜𝐞𝐭𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚.

E a proposito di voci interiori, ce n’è una in particolare che mi piace ascoltare quando mi sembra di essere sbagliata, ed è la voce di mio padre che trovandomi una mattina in lacrime, una di quelle mattinate terribili in cui cercavo di rielaborare una situazione relazionale complessa, mi ha detto la frase più semplice e vera di sempre:
“𝑺𝒆𝒊 𝒖𝒏𝒂 𝒈𝒓𝒂𝒏 𝒕𝒆𝒔𝒕𝒂 𝒅𝒊 𝒄𝒂𝒗𝒐𝒍𝒐, 𝒔𝒆𝒊 𝒖𝒏 𝒅𝒊𝒔𝒂𝒔𝒕𝒓𝒐 𝒊𝒏 𝒕𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒄𝒐𝒔𝒆, 𝒔𝒆𝒊 𝒕𝒖 𝒆 𝒔𝒆𝒊 𝒇𝒂𝒕𝒕𝒂 𝒄𝒐𝒔𝒊̀, 𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒓𝒊𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒔𝒆𝒊 𝒍𝒂 𝒎𝒊𝒂 𝒇𝒊𝒈𝒍𝒊𝒂 𝒑𝒆𝒓𝒇𝒆𝒕𝒕𝒂”.

Ecco. Io auguro veramente ad ogni bambino, ragazzo e adulto, di sentirsi dire almeno una volta nella vita quelle parole, perché sottintendono il messaggio più semplice. Sii te stesso, sempre, e non importa quello che gli altri possono pensare o proiettare su di te, perché basta anche solo una persona che creda che tu sia perfetto così.

𝐒𝐢𝐢, 𝐬𝐞 𝐭𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞, 𝐥’𝐞𝐜𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐝𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐞 𝐥𝐚 “𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀”.

“𝑆𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑑 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑟𝑖𝑛𝑢𝑛𝑐𝑖𝑎
𝐶𝑜𝑟𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑛𝑑𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑒𝑣𝑜𝑙𝑒
𝑀𝑎 𝑙’𝑒𝑐𝑐𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑔𝑜𝑙𝑎
𝐼𝑛𝑠𝑖𝑑𝑖𝑎 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑟𝑚𝑎
𝑆𝑒 𝑒̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑑 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑟𝑖𝑛𝑢𝑛𝑐𝑖𝑎
𝐶𝑜𝑟𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑛𝑑𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑒𝑣𝑜𝑙𝑒
𝑃𝑟𝑖𝑣𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎
𝐶𝑜𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑒𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑙𝑎𝑢𝑡𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑚𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎.”

Articolo e foto di ©Chiara Resenterra di - 1 ottobre 2020

linda
 

𝐈𝐋 𝐕𝐄𝐂𝐂𝐇𝐈𝐎 𝐄 𝐈𝐋 𝐁𝐀𝐌𝐁𝐈𝐍𝐎

(Francesco Guccini)

“𝑈𝑛 𝑣𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜 𝑒 𝑢𝑛 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜  𝑠𝑖 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑟 𝑝𝑒𝑟 𝑚𝑎𝑛𝑜
𝑒 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑎;
𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑙𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑟𝑜𝑠𝑠𝑎 𝑠𝑖 𝑎𝑙𝑧𝑎𝑣𝑎 𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜
𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑜𝑙𝑒 𝑏𝑟𝑖𝑙𝑙𝑎𝑣𝑎 𝑑𝑖 𝑙𝑢𝑐𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑒𝑟𝑎”

Una di queste sere estive sono passata a trovare i miei genitori che ormai, per la loro gioia, bisogna dirlo, sono occupati a tempo pieno nel mestiere di nonni. Nonni di due bimbetti fantastici: un maschietto di 6 anni e una “piccola giostraia”, come la definisco io, di tre anni.
Quando le campane battono le sei e mezza i bimbi sanno che è ora di incamminarsi verso casa. Il tragitto non è lunghissimo, ma mi è rimasta negli occhi quest’immagine che subito si è connessa logicamente alla famosa e 𝐆𝐮𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢 𝑰𝒍 𝒗𝒆𝒄𝒄𝒉𝒊𝒐 𝒆 𝒊𝒍 𝒃𝒂𝒎𝒃𝒊𝒏𝒐 (per inciso, non che mio padre sia così vecchio, anzi, ma la differenza d’età con i nipotini lo pone ormai irrimediabilmente in quella categoria): loro due che si prendono per mano e si incamminano.

Un’immagine di una Bellezza struggente, quella Bellezza che ti crea un nodo in gola e non sai se sei più preso dalla gioia per ciò che hai davanti, o da quella sorta di sentimento strano che è la malinconia.
Questo stato emotivo mi si genera in realtà anche ogni volta che ascolto questo pezzo. Mi fa letteralmente piangere, mi commuove in profondità: e come detto in un altro post, non è che la malinconia sia per forza uno stato negativo, anzi, resto convinta che vada coltivata, perché ci rende più sensibili ai dettagli, alle piccole cose della Vita, che poi sono anche le più grandi.
Mio papà è così bello quando fa il nonno, gli è cambiato lo sguardo, il tempo che è passato lo ha reso più dolce, più giocoso, più forte ma nello stesso tempo più fragile, perché si possono dire dei no (anche importanti e fermi) ai propri figli, ma non ai nipoti.

“𝐼 𝑑𝑢𝑒 𝑐𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑎𝑣𝑎𝑛, 𝑖𝑙 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑐𝑎𝑑𝑒𝑣𝑎,
𝑖𝑙 𝑣𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎𝑣𝑎 𝑒 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑔𝑒𝑣𝑎:
𝑐𝑜𝑛 𝑙’𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎 𝑎𝑠𝑠𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑐𝑜𝑛 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑏𝑎𝑔𝑛𝑎𝑡𝑖,
𝑠𝑒𝑔𝑢𝑖𝑣𝑎 𝑖𝑙 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑖𝑡𝑖 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑖”

Il punto è che c’è stato un purtroppo non lunghissimo periodo della mia vita in cui anche io ho avuto un nonno davvero speciale, che mi ha cresciuta praticamente, insieme a mia nonna. Soprattutto d’estate venivamo (io, mio fratello e mio cugino) affidati alle cure impavide, di questa coppia di eroi che in una società senza telefono, senza auto, senza milleottocento comfort e misure di sicurezza, si prendeva la responsabilità di portarci per oltre un mese in una sperduta casa in montagna, in un paesino del Piemonte che contava sì e no, nemmeno 100 anime.
E mio nonno era proprio così: ci raccontava le storie di quando era giovane lui, della vita nei campi e della vita in fabbrica, ci raccontava il linguaggio dei ruscelli, il linguaggio della natura, ma anche il linguaggio della storia, del post guerra. Non aveva studiato, ma mi ha insegnato, come il miglior pedagogista potrebbe certificare, a contare e a osservare il mondo, con un occhio pulito e onesto.
Ho imparato la storia prima di studiarla sui libri, ho imparato le scienze, prima di studiarle sui libri. Ma il linguaggio, così semplice, mentre si camminava, era quello adatto ad una bambina.

Quanto sono importanti i ricordi, quanto è importante collezionare ricordi. E secondo me c’è solo un modo per farlo: rallentare. Trovare il tempo di stare con calma con gli altri, soprattutto con persone molto più giovani, o molto più anziane di noi.

“𝐼𝑙 𝑏𝑖𝑚𝑏𝑜 𝑟𝑖𝑠𝑡𝑒𝑡𝑡𝑒, 𝑙𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜 𝑒𝑟𝑎 𝑡𝑟𝑖𝑠𝑡𝑒,
𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑚𝑎𝑖 𝑣𝑖𝑠𝑡𝑒
𝑒 𝑝𝑜𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝑎𝑙 𝑣𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑣𝑜𝑐𝑒 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑎𝑛𝑡𝑒:
𝑀𝑖 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑐𝑖𝑜𝑛 𝑙𝑒 𝑓𝑖𝑎𝑏𝑒, 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑒 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑒!”

Le fiabe, quante me ne sono state raccontate da piccola! E quante fiabe raccontano i miei genitori ai miei nipoti.
Fiabe lette, ma anche, tante, tantissime, fiabe o favole inventate: perché quando i nonni raccontano il famoso “Ai miei tempi...” nella mia testa risuonava (e a dire il vero risuona anche oggi) come il “C’era una volta...”.

Spesso la frase “Ai miei tempi...” è ascoltata con un’accezione negativa. Come una comparazione banale tra il passato ricco di valori e il presente povero di virtù. Insomma, un confronto tra ciò che era meglio e ciò che è “il peggio”.
Credo di essere stata fortunata, il tono che questa frase aveva in realtà non assumeva mai un valore morale, ma semmai disegnava la descrizione di qualcosa che era il suo mondo dei ricordi. Ai miei tempi c’era la guerra e la povertà, ma si viveva anche nei cortili e la nonna “comandava” in casa.

Le fiabe mi hanno aiutata a creare quel mondo di personaggi fantastici che ancora adesso vivono dentro di me. Le favole mi hanno insegnato la differenza tra il bene e il male. Le favole, che per me erano favole, e per mio nonno erano vita. Così come per i miei nipoti ora.

Forse tra le tante cose che non dovremmo mai smettere di fare, tra le tante cose che io auguro ai bambini, ai ragazzi, ma anche agli adolescenti, è di ascoltare ancora le favole degli “anziani”.

La verità è che quando entri in quel mondo, non hai più voglia di uscirne. Altro che realtà virtuale, altro che videogiochi. Se vogliamo, per i nostri ragazzi, recuperare e ampliare il lessico e il potere dell’immaginifico, abbiamo il dovere di insegnar loro ad ascoltare più e sempre di più storie dal sapore di poesia.

Articolo e foto di ©Chiara Resenterra di - 3 settembre 2020

linda
 

𝐔𝐍𝐀 𝐌𝐔𝐒𝐈𝐂𝐀 𝐏𝐔𝐎’ 𝐅𝐀𝐑𝐄
𝐒𝐀𝐋𝐕𝐀𝐑𝐓𝐈 𝐒𝐔𝐋𝐋’𝐎𝐑𝐋𝐎 𝐃𝐄𝐋 𝐏𝐑𝐄𝐂𝐈𝐏𝐈𝐙𝐈𝐎

(Max Gazzè)

Parto dalla premessa che per me Estate si identifica essenzialmente in una cosa da quando ero poco più che bambina: i concerti all’aperto.

L’estate 2020 me la ricorderò essenzialmente perché i tre biglietti acquistati con largo anticipo, o regalati (sì, con le mie amiche abbiamo da anni deciso di regalarci per Natale tempo speso bene insieme) più tutti gli eventi in cui sarei andata a sentire amici che suonano dal vivo nelle mille iniziative che allietano il territorio lombardo, sono stati annullati. Nella migliore delle ipotesi riprogrammati all’estate 2021.

Qualcosa, nel piccolo, sta ripartendo lentamente. Qualcosa si muove, ma è poco. Troppo poco per la mia fame di musica.

Non so dirvi a quanti concerti io sia stata. Non li conto. Ma ho il ricordo netto di alcuni episodi.

Primo concerto importante della mia vita: 𝑽𝒂𝒔𝒄𝒐 a Bergamo per il tour "𝑮𝒍𝒊 𝒔𝒑𝒂𝒓𝒊 𝒔𝒐𝒑𝒓𝒂”. 14 anni. Primi di giugno, scuola appena finita. E i miei genitori che mai e poi mai mi avrebbero lasciato andare da sola con la mia migliore amica. Risultato: mia mamma, allora 34enne decide di accompagnarci (probabilmente era anche il suo primo concerto). Adesso rido, allora avrei voluto piangere, dato che aveva organizzato lo zaino mettendo anche calzini di lana, viveri, e un sacco di ansie. La scena peggiore è quando è arrivata con del cotone per proteggere le nostre orecchie da suoni che lei riteneva troppo forti, e quando guardava con sospetto ragazzi accampati che rollavano sigarette. Ma poi, quando la musica è iniziata, anche lei è entrata in quel tutto che solo la Musica sa creare. E cantava anche se non conosceva le parole. Monitorandoci un po’ più a distanza. Alla fine era anche lei sudata, stanca e probabilmente felice. Anche se da lì in poi non mi ha accompagnata più a nessun concerto.

Concerto più emozionante...tanti, ma i 𝑴𝒆𝒕𝒂𝒍𝒍𝒊𝒄𝒂 che suonano 𝑶𝒏𝒆 al tramonto e io e una mia amica potevamo vederlo arrampicate sulla torretta dei fonici è indescrivibile. Quelle soprese che ti illuminano la giornata. Amica che mi scrive:
“𝐻𝑜 𝑑𝑢𝑒 𝑝𝑎𝑠𝑠 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑀𝑒𝑡𝑎𝑙𝑙𝑖𝑐𝑎 𝑎 𝑅ℎ𝑜 𝐹𝑖𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑠𝑒𝑟𝑎, 𝑟𝑖𝑒𝑠𝑐𝑖?”.
Io in ufficio... scatto dal mio “capo”, spiego la situazione e esco un’ora prima, vestita da ufficio e non nei panni della metallara mi precipito nel primo negozio in stile Bershka almeno per cambiare la camicetta. E’ un attimo, e sono in quell’atmosfera magica, dove rivedi facce da concerti che riesci a vedere solo d’estate, solo ai concerti, “una tribù che balla” per dirla alla Cherubini. Senti di appartenere veramente a un’umanità che parla la tua stessa lingua. E poi, l’arrampicata su quella torretta che regalava una prospettiva da sogno. E le lacrime. Di commozione, è qualcosa di ineffabile credo.

Concerto più impegnativo: 𝑩𝒊𝒈𝑭𝒐𝒖𝒓 a Zurigo, con viaggio organizzato in pullman. Finisco un dj set alle 3 di notte e dormo in pratica sul pullman. Chilometri a piedi per arrivare nella location, dove aveva piovuto e si era formata una poltiglia di fango di almeno 15 centimetri. 14 ore in piedi “solo” per sentire 𝑳𝒆𝒎𝒎𝒚 𝑲𝒊𝒍𝒎𝒊𝒔𝒕𝒆𝒓 dei 𝑴𝒐𝒕𝒐𝒓𝒉𝒆𝒂𝒅. Rientro con neve al passo del Gottardo. Ne valeva la pena (dato che ne pagai poi le conseguenze fisiche a distanza di pochi giorni?). Sì, la mia risposta è irrimediabilmente sì, e solo chi vive la Musica può capire perché è Sì. Per inciso piansi in metropolitana sommessamente quando seppi della notizia della morte di Lemmy.

E poi i concerti con mio fratello, più piccolo di me di pochi anni. La musica, in particolare gli 𝑰𝒓𝒐𝒏 𝑴𝒂𝒊𝒅𝒆𝒏, ci ha uniti ancora di più. Un momento tutto nostro. Ma aperto, a quelli che poi sono diventati amici comuni. E le ustioni sotto il sole... perché tra una birra e l’altra non ti accorgi che ti stai scottando, fino a quando il sole cala, fino a quando rientri a casa: sfatto e felice.

Ma i concerti sono anche questa cosa qui: il caldo, le ore in piedi, la voce che perdi, la sfida ai bagni chimici, per cui impari tecniche da equilibrista per smaltire la birra o l’acqua. Sono gli incontri, la condivisione, la felicità rubata, le parole che canti insieme a mille persone, perché sono le tue parole.

Insomma per raccontare di così tanta Vita potrei andare avanti all’infinito, potrei scrivere un libro effettivamente solo sulle esperienze che si vivono durante i concerti estivi, con quei palchi immensi per cui operatori lavorano per ore e ore per fare in modo che tutto sia perfetto.

Da 𝑴𝒂𝒅𝒐𝒏𝒏𝒂 a 𝑱𝒐𝒗𝒂𝒏𝒐𝒕𝒕𝒊, con lo show fantastico che li accompagna, da 𝑴𝒊𝒌𝒆 𝑷𝒂𝒕𝒕𝒐𝒏 a 𝑫𝒆 𝑮𝒓𝒆𝒈𝒐𝒓𝒊 , da 𝑺𝒕𝒊𝒏𝒈 ai 𝑷𝒆𝒂𝒓𝒍 𝑱𝒂𝒎, a 𝑴𝒂𝒙 𝑮𝒂𝒛𝒛𝒆̀, dai 𝑴𝒊𝒏𝒊𝒔𝒕𝒓𝒊 ai 𝑷𝒂𝒏𝒕𝒆𝒓𝒂, dalle location più grandi con più palchi, a quelle minori e più intimiste come il 𝒄𝒂𝒔𝒕𝒆𝒍𝒍𝒐 𝒅𝒊 𝑽𝒊𝒈𝒆𝒗𝒂𝒏𝒐 o il 𝑭𝒊𝒍𝒂𝒈𝒐𝒔𝒕𝒐, ma non per questo meno affascinanti... sono una di quelle persone che risparmia qualcosa per avere Quel Biglietto, Quei due, tre biglietti, che renderanno la mia estate unica.

Quindi...

La musica mi ha salvato spesso dall’orlo del precipizio: ogni volta che ero troppo stanca per sessioni di lavoro troppo intense, ogni volta che mi sono sentita troppo sola, ed è bastato un amico/a che mi ha detto “passo a prenderti e andiamo ad ascoltare questo gruppo”, ogni volta che il silenzio è stato troppo ingombrante, ogni volta... “𝑶𝒈𝒏𝒊 𝒗𝒐𝒍𝒕𝒂 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐...” per citare ancora 𝑽𝒂𝒔𝒄𝒐.

Ma l’estate del 2020 la ricorderò come l’estate in cui si sono invertite le parti:
𝐝𝐞𝐯𝐨 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐌𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐨𝐫𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐢𝐩𝐢𝐳𝐢𝐨.
Spesso come dj ho avuto l’occasione di vedere il dietro le quinte dell’organizzazione di eventi e so quante persone ci lavorano: la performance del gruppo o del cantante è la ciliegina sulla torta, il momento desiderato ma frutto del sudore di tante, tantissime altre persone.

Quindi credo che tutti noi che siamo fruitori di tanta Bellezza abbiamo il dovere per noi stessi e per tutti, in particolare per i più giovani che ancora troppo poco hanno partecipato a questo fantastico mondo, di contribuire e supportare locali e eventi con piccoli contributi.

Molti locali che vivevano sull’organizzazione in primis di concerti, stanno chiudendo, altrettanti si stanno reinventando, è un mondo che sta lottando per sopravvivere. Sono partite molte iniziative sui social che vale la pena di seguire e supportare.
Perché io, presto spero, vorrò essere la zia che accompagna i nipoti al loro primo concerto.
Sarà la tradizione, nuova di famiglia.

Articolo e foto di ©Chiara Resenterra  - 9 luglio 2020

linda
 

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI

(Antonello Venditti)

Gira che ti rigira sono fondamentalmente convinta che la Natura Umana, nei suoi aspetti soprattutto emotivi, sia sempre la stessa. Paure, preoccupazioni, entusiasmi, intimi segreti, tipici magari per ogni età e in costante evoluzione, si ripetono e accomunano le diverse generazioni.
Ed è per questo motivo che alcune canzoni restano eterne, perché sanno parlare ai ragazzi di oggi come a quelli di una, due, tre, quattro e via via generazioni fa.

La musica, l’arte, la poesia, il cinema, il teatro, occupandosi e rivolgendosi direttamente al nostro io più intimo e (spesso) migliore ci rendono tutti simili di fronte ad alcuni passaggi fondamentali dell’esistenza: il primo amore, il primo abbandono, il primo amico che ci tradisce, la prima amica che ci lascia e... la Maturità.
Perché, anche se si chiama Esame di Stato, nella coscienza collettiva usiamo sempre questa semplicissima parola/concetto che racchiude in sé mille immagini: i nostri ricordi, il nostro cambiamento, il passaggio dallo status di studenti a quello di universitari o lavoratori, l’età che avanza e le mille risposte che ruotano attorno alla fatidica domanda su cosa significhi esattamente essere Maturi. (Che se poi uno pensa alla frutta, la prima immagine che viene, è essere pronti per essere mangiati, o peggio, l’inizio del declino).

I miei ricordi passati legati alla Maturità sono in realtà dei piccoli flash, dei piccoli spot di pochi minuti che confermano che si sogna la Maturità anche a distanza di anni. Forse ce la si sogna, e la si rivive ancora, nelle sue componenti più ansiose, per tutta la vita.
Mi ricordo il caldo di luglio, i pomeriggi a studiare l’intero programma di storia e italiano (erano ancora i tempi in cui all’orale portavi solo due materie sperando fino all’ultimo che non te le cambiassero, e in cui l’intera commissione era esterna, facce sconosciute che incontravano altre facce sconosciute, e un unico membro interno, e un voto finale in 60esimi), mia mamma che mi dava bicchierini di “Vov” preparato in casa, un mix di uova, marsala e zucchero che secondo lei mi dava energia (secondo me, a distanza di anni, mi ha solo insegnato che le proteine danno energia e un po' di l’alcool aiuta, seda), la vera e propria iniziazione alle tazze di caffè e l’agitazione di fronte alla Commissione... anche se a distanza di anni non riesco a ricordarmi nemmeno un volto.
Solo un episodio: il commissario di italiano che mi chiede qual è stato il mio libro preferito. E io da sprovveduta, ho risposto, con l’ingenuità che mi contraddistingueva, esattamente il mio libro preferito di quegli anni (ma che in fondo lo è ancora): “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera. Peccato che mi ero preparata su Pratolini, su tutta la sua biografia, dal Metello a Cronache di Poveri Amanti. Ecco, questa cosa me la sogno ancora oggi... perché? Perché ho risposto “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, facendo balzare in piedi il commissario di filosofia che incomincia a farmi domande sul “Es muss sein” e io a farmi piccola piccola e rossa rossa in viso?

Ma la più grande lezione di vita, in realtà, la maturità te la dà il giorno stesso in cui espongono il tabellone con gli esiti. Lì emerge chiaro e tondo (ma lo capirai veramente solo con gli anni) che nella Vita tu non sarai mai quel numero. Che quel numero è un mero calcolo in cui anche il fattore umano gioca una parte non indifferente: dal proprio stato emotivo e capacità di eloquio, alla più o meno preparazione e severità della Commissione. Per la mia classe fu un disastro... ma nella vita, direi che poi ce la siamo tutti cavata bene.
In realtà, e grazie al cielo, sono riuscita a collezionare ricordi di maturità molto più vivi (anche perché recenti) da quando insegno. E lì, vivo con passione tutte le emozioni di ogni mio studente di quinta, anche di quello che fino all’ultimo giocava a fare il tipo “che cosa me ne frega a me” e alla fine si presenta in camicetta bianca, che nemmeno ti sognavi che ne avesse una (ed infatti non è sua, ma gliel’hanno prestata), che ti dice “Chiara, vero che ci sei?” e appena finisce il “tutto” se ne esce dall’aula quasi urlando un “è finita!” che fa un eco indescrivibile per tutti i corridoi della scuola. E tu lo sai, da prof, che è anche l’ultima volta che gli dici di non urlare.

Poi c’è chi piange... io in primis, piango sempre, mi commuovo, nel vedere che sì, ce l’hanno fatta, è davvero finita un’epoca per loro, ma anche per me. Non ci sarà settembre.

Io non ho mai avuto dei grandi buoni consigli da dare ai miei ragazzi, se non il fatto di viverselo quel momento, fino in fondo, di non uscire la sera prima, e di mantenere, almeno in quei giorni le energie e la lucidità...
E ogni anno, ormai, penso a “Notte prima degli esami” di Venditti, al nonno alla finestra, alle lacrime e alle preghiere (sì, è un dato di fatto, ogni studente si trasforma in fervente cattolico, la notte prima degli esami) e all’amore. Perché io lo so, ieri come oggi, la maturità, la scuola non sono il grande problema dei ragazzi. Il “grande problema” resta l’amore. E così, la Maturità resterà anche per loro un ricordo sfocato con pochi flash e qualche incubo, ma pur sempre il ricordo di un bel rito di passaggio che ti accompagna ad un cambiamento.

L’anno 2020 sarà ricordato come l’anno “Della maturità ai tempi del Coronavirus”.
Quindi, in bocca al lupo ragazzi, anche quest’anno, anche se sarà un anno diverso, il Covid 19, i guanti, la soluzione alcolica disinfettante, le mascherine, la distanza, non vi impediranno di provare quelle stesse paure e notti insonni che ho provato io, non vi impediranno di provare la gioia e il senso di liberazione a colloquio finito, la delusione o la conferma davanti al tabellone dei voti. E so che tra di voi, magari di nascosto, non vi farete mancare nemmeno gli abbracci... quelli mancheranno più a me, ma cercherò di abbracciarvi con gli occhi, con lo sguardo, con le parole.
Comunque sia anche quest’anno io, ormai un po’ per scaramanzia, vi invierò e posterò che “La matematica non sarà mai il mio mestiere”.

Articolo e foto di ©Chiara Resenterra - 11 giugno 2020

linda
 

WISH YOU WERE HERE

(Pink Floyd)

Sono le otto di sera di un non-so-più-nemmeno-io-quale-giorno di quarantena, o lockdown. Chiamatelo come volete.
Sono sul mio balcone, il mio piccolo e sempre più caro balcone. Una birra, le sigarette e grazie a Dio gli unici suoni che sto sentendo sono questi uccellini che ininterrottamente mischiano vocalizzi in un linguaggio che non intendo, gli stessi che mi svegliano all’alba di un nuovo giorno di smartworking, che mi ricordano che il mio vecchio, nuovo lavoro è ora davanti ad una videochat. In lontananza l’eco delle campane, fissa il tempo che scorre, me lo ricordano. Campane di cui ho imparato a riconoscere il messaggio. E infine voci, un chiacchiericcio di qualcuno che da qualche altro balcone si sta confessando.
Alzo lo sguardo dal mio bloc-notes e riconosco la fotografia che mentalmente sto imparando a scattare ogni sera: la maestosità verde di questi alberi intorno a me, inconsapevoli di ciò che agli umani sta accadendo, e se ne fregano, per fortuna, e vanno avanti a seguire la loro vita, fatta di fioriture e foglie che prima o poi cadranno.
Alzo lo sguardo e il sole, proprio come i miei amati alberi, sta calando illuminando come se nulla fosse le nubi grigie. Oggi sono grigie, ma già, stamani pioveva.
Questa è l’ora che preferisco, in realtà è sempre stata la mia prescelta. Il tramonto silenzioso di mezza primavera, nelle giornate più lunghe dell’anno.

Ho lacrime da asciugare. In fondo mi succede ogni giorno, almeno una volta al giorno, da quando? Forse da un paio di settimane a questa parte. Questa vulnerabilità violenta che via via ha trovato sempre più terreno fertile dentro di me.
C’è stato un passato prossimo, un tempo recente, in cui ho provato a contrastarla, a imprigionarla, attaccandomi come un’ostrica verghiana contemporanea a sessioni di webinar, ai social, alle videochat, agli aperitivi a distanza solitari, ai farmaci che tranquillizzano, al vino che regala euforia. Come dire, le ho provate tutte.
E alla fine mi sono arresa. E arrendermi è stata la cosa migliore che mi sto regalando in questi giorni.
Le lacrime quotidiane chiedevano una risposta, un pensiero, una riflessione. Anche il mio cuore, che ogni giorno pare voglia beffarsi di me trasmettendo al cervello pseudo segnali di infarto, forse sta solo cercando di attirare la mia attenzione.

E in questa mini oasi di pace apparente, dove anche gli insetti hanno incominciato a farsi sentire, ho lasciato trasformare le lacrime in parole scritte, perché dentro di me si sta combattendo la guerra delle paure.
Ci sarà un momento in cui uscirò di qui, molto probabilmente addirittura, me ne andrò da qui e non rivedrò alcune persone. Non potrò più incontrarle di nuovo. Amiche, amici, magari anche solo conoscenti con i quali avrò scambiato poche parole… di quelli per cui pensi, “la prossima volta che lo incontro devo ricordarmi di dirgli ‘sta cosa”.

Il dramma vero è che non ho potuto nemmeno salutarli, dargli il mio personale addio. Mi hanno lasciata in sospeso. Ho un conto aperto. Forse non riesco nemmeno a rendermene conto veramente, perché in certi istanti della giornata, così, con assoluta casualità, mi capita di pensare, “okay, adesso gli scrivo…”
Era già successo in passato. La Morte va sempre a braccetto con la Vita. Fa così paura nominarla. La Morte.
È lì, punto.
È lì, il punto.
Ma c’è quell’angoscia ancora più grande ora, la domanda tranello che, come un tarlo, sta disseminando le maglie della mia anima: chi altro mi capiterà di non rivedere?
Fintanto che ho soffocato questo pensiero in nome del Think Positive oltranzista, del, no, ma “andrà tutto bene”, ho soffocato anche le mie legittime paure. Ho provato ad ignorare l’ignoto che non merita un mio voltafaccia. Non ora.
Imparare a vivere anche la Malinconia. Il prendersi spazio per i pensieri tristi, visualizzarli, per poi giocarci insieme, manipolarli, addomesticarli… questo dovrebbe essere il Think Positive.
Il non dimenticare le persone, tenerle vive dentro di noi, e fuori di noi. Sempre.
Poter sorridere in dialoghi immaginari, perché la Malinconia non è un peccato, nemmeno la Nostalgia. Sono sentimenti. Dedicargli un po’ di tempo ci può dare la forza di rinascere diversi. Ogni giorno.
Perché il pensiero non si ferma mai. Il sole cala, la notte arriva con la prima stella che la illumina e domani mattina se, e solo se, avrò concesso il giusto spazio ad ogni stato d’animo e emozione di attraversarmi, avrò concesso anche a loro un po’ del mio preziosissimo tempo, allora la Paura non mi fagociterà interamente sotto forma di panico. Forse. Io lo voglio sperare.
Le ho guardate a viso aperto così bene queste emozioni, le ho nominate. E mi sveglierò comunque con loro sommessamente in parte, Paura e Ignoto, sono lì, sono compagne di viaggio. Non le posso negare, ma con loro so che ci sono anche Coraggio e Sogno, Desiderio e Speranza.
Ma soprattutto le ho sfidate.

Non le possiamo annientare, ma almeno, diciamocelo tra noi con lacrime o rabbia, amore incondizionato, chi vorremmo davvero fosse qui ora, o qui ora, ancora. Non neghiamoci il dolore di ogni perdita o mancanza fisica, di presenza che questo virus ci ha negato.

So… I WISH YOU WERE HERE.

Articolo di di ©Chiara Resenterra - 7 maggio 2020
foto di ©Gianni Caminiti.
La MUG che ritrae la copertina dell'album “Wish You Were Here” è stata dipinta dal nostro amico nonché musicista eccezionale, Viki Ferrara.

linda
 

SPECIAL NEEDS. 
SIAMO TUTTI IL BISOGNO SPECIALE DI QUALCUN ALTRO

(Placebo)

“Remember me when you're the one who's silver screen
Remember me when you're the one you always dreamed
Remember me when everyone's noses start to bleed
Remember me, special needs.”
Special Needs - PLACEBO

Special Needs è il titolo di uno dei maggiori successi dei Placebo (duo musicale britannico formatosi nel 1994 dal felice incontro tra Brian Molko – voce e chitarra – e Stefan Olsdal – basso, chitarra e tastiera – difficilmente inquadrabile in uno stile musicale definito, ma dalle sonorità britpop e postgrunge con una dose di glam, elettronica e sperimentazione), presente nell’album Sleeping with Ghosts del 2003.
Special Needs sono, in ambiente anglosassone, i cosiddetti “Bisogni Speciali”, e questa dicitura (coniata per la prima colta nel 1978 nel Rapporto Warnock in Inghilterra), che va a sostituire in una prima ottica inclusiva il termine handicap, sottolinea la necessità di rinnovamento in ambito pedagogico nei Paesi Europei. L’handicap infatti è l’ostacolo che la società costruisce, ostacolo da eliminare o aggirare affinché una persona con disabilità possa avere le stesse opportunità di realizzazione di una qualsiasi altra persona.

In Italia viene invece più spesso usato l’acronimo BES, ormai super conosciuto per chi bazzica in qualsiasi modo e a qualsiasi livello il mondo della scuola, che sta ad indicare il “Bisogno Educativo Speciale”. Il Bisogno Educativo Speciale comprende non solo la disabilità, ma anche la difficoltà e lo svantaggio socio-culturale.

L’iter legislativo, e prima ancora culturale, è recente: le classi “speciali” (o classi “ghetto”, che forse è un termine più realisticamente descrittivo) furono abolite in via definitiva solo nel 1992, con la legge quadro 104 che disciplinava tutta la materia afferente alla disabilità.
La legge sui Disturbi Specifici di Apprendimento è ancora più recente, del 2010 (L.170).
Una legge per tutelare ogni singolo alunno, o meglio, per promuovere le abilità di ogni singolo alunno, ognuno con i suoi bisogni educativi speciali, probabilmente io non avrò il piacere di vederla varata in questa vita.

Il termine INCLUSIONE a dire il vero, a me non piace molto. In matematica, e da dizionario, la definizione è: “l’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto, spesso contrapposto a esclusione.”
Incluso o escluso. In pratica è stato scelto un termine solo per contrapposizione.

Non saprei trovare un termine diverso da quello che la comunità scientifico/pedagogica ha scelto, ma quando penso alle mie classi, alla scuola come è nella mia visione, l’immagine che mi sovviene è quella del girasole.

Per due motivi.

Il girasole è solo in apparenza un fiore unico, in realtà è un fiore multiplo: la parte gialla più intensa al centro è un insieme di fiori disposti secondo un preciso schema a spirale, la bellezza che ne deriva è data quindi da questo insieme, dove la singola parte è a disposizione del tutto. E tutte le singole parti si nutrono della stessa quantità di luce, seguendo il sole.

Il secondo motivo è che, simbolicamente, regalare un girasole, significa regalare luce: il girasole è “portatore di luce”.

Quello che io profondamente credo è che solo un approccio didattico che valorizzi le singole personalità permetterà di superare anche il concetto di inclusione Vs esclusione. Ognuno di noi è in fondo il bisogno educativo speciale di qualcun altro, e dalla valorizzazione di questa differenza possiamo tutti trarne profondo miglioramento in termini umani. Basta un pizzico di buona volontà e empatia.

Facile, difficile… non è quello il punto: si potrebbe incominciare a prendere spunto, almeno per le prime classi, dal modello finlandese, che ha abolito il voto e ha creato classi di bambini di 7 e 8 anni, proprio ad evidenziare che i tempi per sviluppare le diverse competenze sono differenti. O dove gli insegnanti sviluppano un curriculum ad hoc per ogni bambino implementando le competenze (anche soprattutto artistiche) per creare le basi una sana autostima.
Si dovrebbe portare la scuola italiana nella condizione di affrontare l’arduo compito di preparare ogni bambino, ogni persona, alla vita e non al semplice test (o esame) che poco mostra quanto l’individuo è in grado davvero di compiere. Con passione e motivazione, con la possibilità di sbagliare e, soprattutto, esplorare per conoscere davvero la Realtà.

Articolo e foto di ©Chiara Resenterra - 30 marzo 2020

linda
 

IL MESTIERE DEL PIZZAIOLO

Sin da bambina, una delle figure che più mi ha incantata è quella del pizzaiolo.
Ancora oggi amo frequentare le pizzerie in cui si può vedere il pizzaiolo all’opera, quelle con il vetro, per intenderci, che mostra il forno, il banco di lavoro pieno di coloratissimi ingredienti, disposti ben ordinati, e quell’uomo vestito di bianco e di farina che impasta, stende, lancia e condisce quella piccola palla iniziale, mix sapiente di farina, acqua, olio, lievito e sale.

Si narra che il “primo” pizzaiolo riconosciuto tale fu nel 1889 il cuoco Raffaele Esposito, che cucinò per la Regina Margherita di Savoia la prima omonima pizza, che stava a simboleggiare il tricolore italiano: rosso il pomodoro, bianco la mozzarella e verde il basilico.

Da lì in poi fare la pizza è diventata un’arte: una delle tante arti connesse ai mestieri, mestieri che sembra quasi stiano scomparendo in un sistema economico sempre più accelerato dal bisogno spasmodico di produrre e consumare.

Il pizzaiolo, invece pare non soccombere a questa industrializzazione: c’è una continua richiesta di mani abili e creative, perché, nel tempo, la ricerca in questo settore è diventata via via sempre più ampia. Farine diverse, ingredienti nuovi, a volte anche costosi (si pensi alle pizze gourmet) forme e spessori differenti.
Un’arte appunto, che soddisfa la vista, l’olfatto e il palato. Un sogno per alcuni poterlo diventare.

Qualche anno fa, un mio studente del quinto anno, alla domanda “cosa vuoi fare dopo la maturità?” mi rispose, quasi sottovoce e temendo le risatine dei compagni, “il pizzaiolo”.
Io ero ovviamente entusiasta, e insegnando comunicazione e marketing, presi spunto per agganciare ogni nozione alla sua scelta futura. Perché nella vita non ci si improvvisa nemmeno pizzaioli, soprattutto quando si vuole avviare un’attività commerciale.
Ma, nella società che sembra volere i nostri figli tutti laureati, mi chiedo se abbia avuto abbastanza forza e passione per seguire il suo sogno. I genitori, e spesso noi adulti in generale, dimentichiamo che svolgere un qualsiasi mestiere che necessità di una buona manualità, creatività, passione non è “svalutante”, ma tutt’altro. Anzi molto altro.

Nelle mie ricerche per questo articolo ho scovato, quasi casualmente, un pezzo musicale che racconta esattamente quanto sto esprimendo: “Realitaly”, degli Eva e la Mela, una band italiana di Prato. Il brano è del loro primo album “La soluzione” del 2012.

“Realitaly” racconta la storia di un concorrente di un reality, che dopo una breve notorietà mediatica, veloce e effimera, è costretto a cercare un lavoro, e diventa pizzaiolo, scoprendo in questo ruolo un’inaspettata e vera notorietà, frutto di talento e non più solo di apparenza.

(fonte: https://www.rockit.it/evaelamela/album/la-soluzione/23060).
“Poi impastando la realtà,
con farina e volontà
son diventato una celebrità
ora i critici e gli dei
vivono dentro i giorni miei
Now I wanna be a Star.
Mi guardano.” (Realitaly – Eva e la Mela).

A tutti i pizzaioli, quindi, un grazie grande perché per me svolgono uno dei mestieri più belli del mondo.
E ai pizzaioli di PizzAut nutriamo l'inclusione… beh… Siete (e sarete) delle Star

Articolo di ©Chiara Resenterra - 2 marzo 2020
Foto di ©Chiara Resenterra - in foto Il pizzaiolo Italo Cortiana
Editing della foto Chiara Resenterra

linda
 

HAI PAURA DEL BUIO?

“[…]
The unknown troubles on your mind
Maybe your mind is playing tricks
You sense and suddenly eyes fix
On dancing shadows from behind

Fear of the dark, fear of the dark
I have the constant fear that someones only near
Fear of the dark, fear of the dark
I have a phobia that someone’s always there

When I’m walking a dark road
I am a man who walks alone”

Questi sono gli ultimi versi di quello che io reputo uno dei migliori pezzi dell’heavy metal dei primi anni ’90, per l’esattezza, usciva nel 1992 l’album degli Iron Maiden “Fear of the Dark”, da cui l’omonimo pezzo scritto dal bassista Steve Harris.

Non so quanti dj set ho concluso con questo pezzo, che suonato a tarda notte, mi accompagnava poi a casa: “quando sto camminando per una strada oscura, sono un uomo che cammina da solo”.
E non lo nego, la paura del buio per la strada scura e deserta descritta, mi ha sempre accompagnata con la stessa immagine, sentire qualcuno vicino o presente. Ovviamente non una presenza rassicurante.
E, contemporaneamente, il verso finale, rappresenta la metafora di camminare da sola sulla strada della vita.
È un po’ così che ci si sente in certe notti. Questa paura della solitudine, quando la musica finisce.

Da bambina avevo paura del buio, ad essere onesta, sono davvero tante le paure che mi accompagnano (o mi hanno pervasa) quotidianamente: paura della sofferenza, paura dell’abbandono, paura del vuoto, paura dei ragni e degli insetti… che se andassi avanti, anche solo elencandole, mi rendo conto che la mia vita dovrebbe essere un incubo.

In realtà la paura ha una serie di caratteristiche che ci permettono di condurre anche una vita normale.
In primis la paura è un’emozione definita primaria: le emozioni hanno la caratteristica di essere delle reazioni dell’organismo a uno stimolo inatteso, reale o immaginario, ma comunque di breve durata. In pratica non sono un sentimento duraturo nel tempo. Alcune paure ci salvano letteralmente la vita, non permettendoci di compiere gesti che potrebbero risultare fatali. Inoltre, altrettante paure possono essere conosciute e affrontate. Basta guardarle in faccia e dar loro un nome.

Ci sono così paure che ho superato, come la paura del buio. Altre che ho deciso di non affrontare, come la paura di attraversare un ponte a piedi.
Altre ancora che sono talmente ataviche, come la paura dell’abbandono o della solitudine, per cui sono obbligata “ad attraversarle” ogni volta, inventandomi soluzioni di “convivenza” più o meno pacifica.

La paura del buio è stata davvero ingombrante fino quasi a dodici, forse tredici anni: dormivo sempre con una lucina accesa, per l’ansia che qualcuno potesse entrare in camera e farmi del male. Fino a quando una frase di “non mi ricordo chi” mi ha fatto cambiare prospettiva: “Al buio tu non vedi l’altro, ma nemmeno l’altro vede te.” Fatto sta che da lì in poi ho trovato per anni più rassicurante la totale oscurità. Almeno in camera da letto per addormentarmi.

La paura dei ponti è invece connessa ad un “simpatico” aneddoto che mi accomuna anche ad altri componenti della mia famiglia. Abitando in prossimità del fiume Adda, da piccola, mia nonna, probabilmente per prevenire il fatto che potessimo metterci in pericolo sporgendoci dal parapetto del ponte sul fiume, ci diceva che “l’acqua chiama” ovvero che l’acqua ha una capacità attrattiva sulle nostre menti, tanto da poterci invitare a fare il salto. Accompagnava questa immagine, ricordandoci che in particolar modo l’Adda, da tradizione popolare, ogni anno voleva il “suo affitto”, cioè la morte suicida di qualcuno. (Cosa che per altro è confermata dal numero di suicidi in quel punto particolare.)

Ergo, io non attraverso quel ponte a piedi.

Sull’abbandono, chi può dirlo, è legato a svariati fattori, compreso il modello culturale della “Brava Bambina”. Si ha paura del giudizio degli altri sul nostro essere e agire, per il semplice fatto che perdere questo amore o stima significa sentirsi abbandonati.

Ma c’è un fattore che accomuna tutte queste paure: “The unknown troubles on your mind”, ovvero “L’ignoto che crea problemi alla tua mente”.

Dietro ad ogni nostra più profonda paura (la morte compresa) si nasconde l’ignoto, ciò che non conosciamo. E questo ignoto, se non scoperto o riconosciuto, può creare, e temo stia producendo, enormi problemi di carattere sociale.

Perché se a crearci paura è tutto ciò che non conosciamo, allora incomincia a farci paura anche tutto ciò che è diverso da noi, prima di tutto le persone che non corrispondono alla nostra cultura, le persone con disabilità, le persone genericamente a cui affibbiamo arbitrariamente l’etichetta di “DIVERSO”.

Una paura non riconosciuta resta in balìa poi di azioni fuori dal nostro controllo, ed è per questo che ritengo prioritario, in questi anni ’20 che stiamo attraversando, riprendere in mano la via della conoscenza: di se stessi, guardandosi dentro con onestà, e dell’altro.

Non mi fa più paura il buio, non perché penso ancora di essere invisibile per l’altro. Non mi fa più paura il buio perché ho cercato di comprenderlo, di rendermelo amico e complice. Ecco. Forse dovremmo incominciare ad approcciarci al “diverso da noi” con sete di conoscenza, vedendo l’aspetto di somiglianza e affinità, per renderlo amico e complice.

Perché la paura, se rimane tale, in realtà non ci aiuta a stare meglio. Né con noi stessi, né con chi c’è accanto.

Articolo ed editing della foto di © Chiara Resenterra - 17 febbraio 2020

marco
 

LET’S GET TOGETHER
AND FEEL ALL RIGHT 
UNIAMOCI E
SENTIAMOCI BENE

La parola RELAZIONE, nella lingua italiana, ha molteplici significati, ma quello di cui più mi interessa parlare riguarda la connessione o corrispondenza, in modo essenziale o accidentale, tra gli esseri umani.

La relazione, quindi, nei suoi aspetti sociali.
“Essenziale o accidentale”, scrive il dizionario.

Due termini che mi hanno fatto riflettere: tutti abbiamo bisogno di metterci in relazione con l’altro, è un fattore essenziale perché, come diceva Aristotele, “l’uomo è un animale sociale”. Accidentale: non sempre, anzi, secondo me quasi mai, scegliamo le nostre relazioni. Per la maggior parte sono il frutto di incontri casuali, a cui noi poi cerchiamo di attribuire senso e continuità.
La scelta avviene in quel momento, ma il primo incontro è assolutamente fortuito.
Detto per inciso, nemmeno abbiamo scelto la famiglia in cui nascere, la società in cui vivere, con tutto ciò che da questa condizione di partenza deriva: stile di vita, ricchezza o povertà, possibilità di crescita scolastica, lavorativa, eccetera, eccetera, eccetera.

Ma l’uomo, in quanto essere sociale, ha la grande responsabilità di determinare la qualità delle relazioni, responsabilità e libertà.
Nella società attuale ci muoviamo in una rete sconfinata di relazioni: primarie, familiari e amicali o affettive, secondarie, dai rapporti di lavoro all’incontro con la cassiera del supermercato o con il barista, che tutte le mattine prepara il caffè. Dal fidanzato al giornalaio.

E poi ci sono le sempre più diffuse relazioni virtuali: un mondo globalizzato in cui diventa sempre più difficile capire quali relazioni sono reali e quali basate esclusivamente su di un’immagine fittizia di noi o dell’altro.
Praticamente, letta in questo modo, dall’uomo sociale all’uomo social è stato un attimo, e il sapersi districare diventa un grande caos.

Lo vedo ogni giorno sulla mia pelle, lo vedo nelle storie dei miei ragazzi: forse ancora di più in loro.
E mi sento responsabile di questa confusione relazionale in cui li vedo crescere.

Che fare?

Mentre pensavo al termine relazione, la prima canzone che mi è suonata in testa è stata “One Love” di Bob Marley. Il testo, scritto a metà degli anni ’60 ma che raggiunse il successo e la fama solo nel 1977 quando fu inserito nell’album “Exodus”, è una sorta di preghiera, ma anche un inno alla pace e alla fratellanza.
Che criterio usare per saper scegliere le relazioni?
Ecco, io credo, che sia il principio di sentirsi bene e far star bene attraverso semplici ma concreti gesti quotidiani: basta un grazie in più al barista, un sorriso alla cassiera, una telefonata alla mamma… e il rifuggire da quella parte social, che non ci consente di avere a che fare con la persona fisica.

Perché la relazione sia significativa le persone devono avere una fisicità reale, essere percepite attraverso tutti i canali sensoriali. Perché la relazione sia significativa dobbiamo avere la forza quotidiana di metterci in gioco continuamente. Di sentirci parte di un tutto in cui abbiamo un ruolo propositivo.

Non siamo spettatori, siamo attori.

A volte le relazioni finiscono, scemano nel tempo. Anche se magari sono state importanti e significative.
Penso a quanti colleghi stupendi e amici mi hanno accompagnata per pezzi di strada della vita e che oggi sento meno. Ma anche ad incontri accidentali, scambi di frasi e opinioni che mi hanno arricchita e segnata positivamente.
Credo che resti però quel “One Love, One Heart”.
Con questa piccola folla di persone continua ad esserci una relazione, o forse meglio, una correlazione esistenziale, perché di esse non solo custodisco il ricordo, ma soprattutto perché ne conservo l’esperienza relazionale, che orienta anche il presente.

Ai miei ragazzi auguro una collezione di relazioni di senso. Un bagaglio che possano portare con sé crescendo. Ma soprattutto auspico che siano loro i primi a creare una rete vera e non virtuale di gentilezza, amore, e rispetto quotidiano, tra di loro, e con chiunque decideranno di far transitare o restare nella loro esistenza.

Articolo e editing della foto di © Chiara Resenterra - 3 febbraio 2020

Linda's Stories
 

DA MASLOW AI LINKING PARK:
“I WANT TO FEEL LIKE
I’M SOMEWHERE I BELONG.”

(Voglio sentirmi come se fossi da qualche parte a cui appartengo)

L’enciclopedia Treccani riporta due significati del sostantivo “appartenenza”: il fatto di appartenere a qualcuno o ad un gruppo sociale e ciò che invece ci appartiene, la proprietà, la spettanza di qualcosa. L’appartenenza è in realtà un concetto di gran lunga più complesso, una delle domande esistenziali in cui ci si imbatte prima o poi nella vita, o meglio ancora, più e più volte lungo il corso dell’esistenza, a partire dall’adolescenza in poi.

Il bisogno di appartenenza è innato nella condizione umana, dalla nascita fino alla morte. Per i bambini, la mamma è una loro proprietà, naturale e primordiale, anche solo per il fatto che è (o quantomeno dovrebbe esserlo) garante di sopravvivenza.
“E’ la MIA mamma!”

Ma per i miei adolescenti, tutto cambia: diventa un bisogno di appartenere e all’inizio non se lo spiegano bene, è istintiva la ricerca di un’identità attraverso i vari gruppi cui vogliono aderire, che siano di tendenza o controtendenza. E’ per questo che amo insegnare la Piramide di Maslow.

Abraham Maslow teorizzò nel 1954 un modello motivazionale dello sviluppo umano che si basa su una gerarchia di bisogni, per cui, soddisfatti quelli legati alla sopravvivenza e alla sicurezza, nell’essere umano sorgono bisogni legati alla soddisfazione di esigenze immateriali, ma fondamentali per il benessere.
Per sentirsi in pace con se stessi. Ed è strettamente legato al bisogno d’amore e di stima: tutti desideriamo essere amati, appartenere a qualcuno che ci accolga per ciò che veramente siamo, senza finzioni, senza maschere. Da ciò deriva la nostra felicità.
E ognuno poi, nella vita, se la risolve a modo suo, ma la ricerca è perennemente in quella direzione.

La perdita di senso in ciò che facciamo, e la relativa devastante tristezza che ne consegue, spesso dipende da questa assenza, confusione, per non sentirci parte del mondo in cui viviamo.

Somewhere I Belong, dei Linkin Park, gruppo Nu Metal statunitense formatosi nel 1996, descrive, secondo me, realisticamente uno stato d’animo in cui spesso ci si rispecchia.

“When this began/ I had nothing to say/ and I get lost in the nothingness inside of me/ I was confused/ and I let it all out to find/ That I’m not the only person with these things in mind/ Inside of me/ […] / Nothing to lose/ Just stuck, hollow and alone/ And the fault is my own/ […] I wanna heal, I wanna feel like I’m close to something real/ I wanna find something I’ve wanted all along/ somewhere I belong.”

“Quando questo ebbe inizio, non avevo nulla da dire e ero perso nel nulla dentro di me/ Ero confuso e ho gettato tutto fuori per trovare che non sono l’unica persona con queste cose in testa, dentro di me. […] Niente da perdere, solo bloccato, vuoto e solo, e la colpa è solo mia. […] Io voglio guarire, voglio sentire che sono vicino a qualcosa di reale, voglio trovare quello che ho voluto per tutto questo tempo, un posto cui appartenere.”

Cercare un posto cui appartenere, è cercare se stessi, le proprie relazioni sociali, staccandosi da stereotipi o da ciò che gli altri vorrebbero che noi fossimo, per trovare il proprio senso.
E’ il momento in cui finisce l’adolescenza, per lasciar spazio al nostro essere adulti, per iniziare a diventare noi il “Luogo” in cui l’Altro può dire di sentirsi a casa.
Diventare luoghi di vera appartenenza.

Articolo e editing della foto di © Chiara Resenterra - 15 gennaio 2020

Linda's Stories
 

IO, BATTIATO E LA GRANDE TRUFFA DELL’INVERNO

“…Mi ripetevi, sai che d’inverno si vive bene come di primavera? Sì sì è proprio così.”
Ci hanno truffati, o meglio, mentre guidavo stamattina, e i miei pensieri come sempre si rincorrevano, ho capito che l’inverno, così come me lo hanno insegnato, è una truffa.

Il primo motivo: l’inverno non è l’ultima stagione dell’anno.
Iniziando con il solstizio del 21 dicembre in realtà del vecchio anno si è preso solo dieci giorni, gli altri 80 sono i primi giorni di questo nuovo anno.
Peccato che noi chiamiamo inverno da Halloween in poi quel tempo, a seconda di quante luci natalizie incominciano ad apparire o delle prime spolverate di neve.
Quello è ancora autunno!
E’ quindi l’inverno la prima stagione dell’anno? Il nuovo, quella idea mentale e sociale radicata di risveglio e rinascita? No, questo bellissimo concetto continua legittimamente ad appartenere alla primavera.

C’è di più: l’inverno non è nemmeno la stagione con le giornate più corte.
Sempre dal 21 dicembre in poi il dì inizia a riprendersi i suoi spazi di luminosità, ad allungarsi lievemente: il sole sorge giusto quel minuto prima e cala quel minuto dopo.

Ma, allora, come ricolloco l’inverno?
Nella mia mente è diventata quindi la stagione del passaggio, quella della creazione nascosta, una sorta di gravidanza, in cui poi, con la primavera, le “cose” ritrovano o trovano piena luce.

E direi che, a questo punto, la grande truffa dell’inverno è ancora più evidente.
Cosa fanno molti mammiferi d’inverno?
Semplicemente vanno in letargo. Dormono per recuperare energie. Il freddo li conduce più volentieri nelle loro tane, per più e più ore quotidianamente. Ed in fondo, è quello che vorremmo fare anche noi comuni mortali… trovare il tempo del riposo, seguire il ritmo dì-notte come facevano i nostri nonni, le nostre radici contadine. Trovare il tempo per stare al riparo, godere della “morbidosità” del calore affettivo e materiale.
Chi, la domenica (perché nella società attuale forse solo quella e non a tutti per altro, ci è rimasta) non vorrebbe restare sotto un piumone caldo, fare l’amore o coccolarsi i figli, leggere un buon libro, godersi un film sorseggiando un tè bollente (o un buon bicchiere di vino) o ridere con i bimbi riscoprendo vecchi e nuovi giochi in scatola?
Ecco, credo che quando questo desiderio si manifesta, anche solo per un attimo, è il nostro istinto, il nostro essere naturale che ci sta chiamando, riportando a noi.
E invece, in questa truffa, cosa abbiamo fatto? Abbiamo acceso così tante luci artificiali, dal calore lunare, da farci quasi venire la nausea. Mio padre mi direbbe semplicemente: “L’ENEL ringrazia!”

A questo punto, io credo che sia giunto il momento di riappropriarci dell’inverno, ristabilire una “non attività”. O più adeguatamente, un’attività diversa, silente, accogliente come un abbraccio. Un’attività di riflessione rigenerante, con ritmi meno frenetici e più rassicuranti, che vedrà sbocciare nuove idee quando ormai, senza accorgercene, usciremo dagli uffici e ci sarà ancora così tanto sole da pensare di avere una seconda giornata davanti a noi.

E così chiudo con le parole del Maestro Franco Battiato, con un pezzo (Alexanderplatz- 1982), ambientato a Berlino Est, riprendendo un’altra canzone di Alfredo Cohen, (“Valery” – 1978) , in cui l’inverno è la cornice della storia di una coppia che decide di vivere in una città non loro, per scegliere una vita diversa in contrapposizione con il consumismo occidentale. (fonte: https://www.musicaememoria.com/franco_battiato_alexander_pl…)

“E ti piaceva Spolverare fare i letti
Poi restartene in disparte come vera principessa
Prigioniera del suo film […]
Alexander Platz aufwiederseen
C'era la neve
Ci vediamo questa sera fuori dal teatro
"Ti piace Schubert?"

Articolo ed editing della foto di © Chiara Resenterra - 2 gennaio 2020

Linda's Stories
 

L’ANNO CHE VERRA’ 

“Caro Amico ti scrivo,
così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano
più forte ti scriverò…”

“Caro amico, si sta concludendo un altro anno e, diciamocelo, su questo Pianeta le cose non si stanno mettendo propriamente bene.
Viviamo in un stato di continua emergenza, almeno così ci dice la televisione ogni giorno.
Emergenza climatica.
Emergenza sociale.
Emergenza immigrazione.
Emergenza stupri.
Emergenza economica…
Tutti ne parlano, alcuni con un odio sconosciuto prima, altri con la saccenza di chi ha scoperto l’acqua calda.
Infiniti botta e risposta tra gente sconosciuta. In un immenso Bar di Paese globalizzato.

A me viene solo da dire che forse la vera emergenza è quella comunicativa.
Quella di tornare a comunicare con Educazione.
Con Intelligenza Emotiva.

Caro Amico, ma sai cosa mi viene da pensare ogni tanto?
Penso alle parole di Gaber, per il quale, basta che ad ognuno di noi faccia male un dente, che l’unica emergenza che sentiamo reale è quella di trovare un dentista!
(cit: “Mi fa male più che altro il fatto, che basta che mi faccia male un dente che non mi fa più male il mondo” G.Gaber – Mi fa male il mondo [seconda parte ]).

Caro amico ti scrivo,
così mi distraggo dal mio dente dolorante e dalle emergenze mediatiche.
Ti scrivo per raccontarti che mi sono fermato, non sto correndo, e al nuovo anno ci voglio pensare senza lasciarmi trascinare, ci voglio pensare con lo sguardo di chi osserva le giornate di nuovo allungarsi e con la voglia e l’intenzione di diventare un bravo dentista.

Caro Amico, anche se lontano,
spero tu possa avere il mio stesso intento:
diventare degli ottimi dentisti.”

Articolo e editing Christmas Postcard di © Chiara Resenterra - 31 dicembre 2019

Linda's Stories
 

LE DUE FACCE DEL NATALE

Natale, un’altra volta, ed è già passato un anno.
Sembra ieri, o forse è lontanissimo: quante cose accadono in un anno, positive, che ci riempiono di gioia, o insopportabili, pesanti, come spesso avviene più passano gli anni.
Organizzare il tempo natalizio è quasi una sfida. Tanto è vero che spesso il 27 di dicembre appaiono post irriverenti dalla scritta: “E anche questo Natale ce lo siamo tolti dalle palle!”.
Sì, perché il Natale, più di altre festività, ha due facce: una luminosa e una con un lato oscuro importante.
Non ce ne accorgiamo, perché il clima festoso che ci circonda riempie ogni spazio e tempo, il rumore, le mille luci, i regali, i negozi, cene e pranzi. E per quanto tutto ciò sembri unificare le persone, spesso in frasi fatte che si possono riassumere in un “Volemose bene”, se scaviamo un pochino oltre, scopriamo che in realtà il Natale amplifica la felicità di chi è già felice, e altrettanto dilata la tristezza di chi è più solo e si trova a fingere sorrisi…perché almeno (o particolarmente) a Natale, la richiesta sociale è la gioia.
Persone che hanno perso per strada amici o familiari che amavano, e con abbattimento guarderanno quel posto vuoto a tavola, quel piccolo regalo che avrebbe dovuto essere lì, pensato e mai comprato.
Persone sole che si confondono nel caos e, forse, brindano un po’ di più, per non pensare che un altro Natale è già arrivato e che il sogno che attendevano non si è realizzato, o non hanno avuto abbastanza forza per realizzarlo.
Persone che si perdono davanti alla Tv o a Internet, spiando le fake-life di altre persone, chiedendosi; “Ma quando sarà il mio turno di felicità?” Tristezza, o meglio, una sorta di malinconia.
Ed è subito il 25 dicembre.
One more time…

Io con il Natale forse ci ho fatto pace.
Ci ho fatto pace quando ho deciso di allargare lo sguardo, di viverlo nel presente, con la mia solitudine a braccetto con i miei Amori, le persone che vorrei (ancora e nonostante tutto qui), e quelle presenti.
Ma soprattutto, vi ho fatto pace quando ho accolto quella Malinconia, accorgendomi semplicemente che faccio parte di un Tutto, di un Mondo che, come me, prova tristezza E gioia, stupore E disgusto, impotenza E coraggio.
Perché se è vero che le lucine artificiali rendono un po’ più magiche le atmosfere, nulla scalda di più della Luce che puoi lasciar brillare incrociando lo sguardo con l’Altro.
Con un sorriso E una lacrima, se scende. Le emozioni, tutte, hanno legittimità di esistere ed essere condivise anche a Natale.
Soprattutto a Natale.

Scriveva John Lennon in Imagine, quando i Beatles già si erano sciolti:
“I hope someday you will join us and the world will be as one.”
“SPERO CHE UN GIORNO VI UNIRETE A NOI ED IL MONDO SARÀ COME UN’UNICA ENTITÀ”.

Articolo ed editing della foto di © Chiara Resenterradi - 17 dicembre 2019

Linda's Stories

Usiamo i cookies in questo sito per migliorare l'esperienza dell'utente. Per informazioni aggiuntive sui cookie e come eliminarli visita la nostra pagina cookie e privacy.

  Continuando accetti i cookie del sito.
EU Cookie Directive plugin by www.channeldigital.co.uk