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articoli di approfondimento

SmaniaMusings by Vale
SIETE MAI STATI IN TRENO DA SOLI?

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di ©Valentina Finocchiaro - 28 ottobre 2019

Ma sì, certo!
Già può risultare imbarazzante stare in treno soli e provare quella sensazione di “essere osservati dal vicino”, che magari poi si sta facendo bellamente gli affari suoi.
Un treno affollato, oppure mediamente popolato da persone: estranei.
E allora ti affretti a tirare fuori il libro, il pc o gli appunti da studiare, perché non vuoi essere da meno e dimostrare che “sì, il treno l’ho preso ma ho mille cose da fare anche io”.

Oppure sei uno di quelli che, cellulare alla mano, infila le cuffie nelle orecchie e si estranea dal mondo. Inevitabile guardare fuori il paesaggio che scorre: tutto molto poetico.
Ma essere in treno completamente soli?

Un treno che sfreccia, sentire il silenzio delle persone assenti ma il frastuono dei vagoni che si muovono sulle rotaie, mentre il paesaggio spoglio e triste macina migliaia di chilometri, che passano senza fermate.
Non trovare via d’uscita, chiamare a gran voce senza risposta.
Fino a perdere la voce, fino a perdere le speranze.
Senso di abbandono. Totalizzante.
Un vero incubo.
Questo è quello che ho provato per tutti i lenti minuti, che trascorrono poco dopo l’inizio del film “Lion”.
Ho seguito le vicende del bambino, che poi diventa ragazzo e cerca la sua famiglia, fino a dimenticarmi del titolo: ma perché “Lion”? A voi scoprirlo.
A me questo film ha fatto piangere.
Non la lacrimuccia che umidiccia scende un po’ sul lato dell’occhio e che asciughi velocemente al cinema per non farti vedere ma un pianto vero: liberatorio.
Una mattina, in un giorno libero, seduta in cucina da sola.
Ho seguito le vicende di “Saroo” fino alla fine, con un senso di attesa e di vuoto, colmato solo con l’epilogo.
Infine, rendendomi conto che il film mi era piaciuto particolarmente, mi sono chiesta il perché mi avesse così coinvolto, trasportandomi in un tempo e in uno spazio così altri da me.
Più di tutto mi aveva avvolto quel senso di abbandono, come d’inverno un maglione caldo ma terribilmente scomodo.
Nonostante la catarsi finale a cui avevo genuinamente partecipato, quel vuoto mi rimaneva addosso.
Quindi ho pensato: “Ma il mio di vuoto?”
E allora ho cominciato a pensare che forse anche io come Saroo, seppur magari inconsapevolmente, trascorro le giornate aspettando di tornare e dire a qualcuno “son qui”.
E nel bene o nel male, nella difficoltà del vivere un qui e ora sempre in attesa, nel domandarmi se mai quel vuoto andrà via, mi godo quel momento e penso che per me quel qualcuno è “casa”.
E per voi chi è “casa”?

Linda’s Stories
COME FA UNO A SAPERE SE E' INNAMORATO DI UN'ALTRA PERSONA?

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di ©Linda Foglieni - 23 ottobre 2019

Che l'amore è semplice è l'unica cosa che ho capito dell'amore.
Quando sembra difficile è perché i conti non tornano: un fallo della gelosia, un'ossessione che si mette di traverso, un gioco scorretto dell'Ego che sbrodola sulla vita dell'altro.
Ma non è l'amore ad essere difficile.
È la strada che porta all'amore ad essere un casino: quel momento in cui lo vedi per la prima volta e decidi che te lo vuoi portare a casa con te.

È un casino perché la strada che porta all'amore è una roba che ha a che fare con la comunicazione e con quella cosa lì gli esseri umani non è che ci abbiano ancora fatto pace.

Per noi nati negli anni '80, poi, la faccenda è parecchio complicata.
Veniamo da un tempo in cui per metterti in contatto con uno che ti piaceva dovevi essere un eroe del ciclo bretone che sfidava mille avversità: "Vado e la affronto faccia a faccia, GLIELO DICO", per i più temerari; "GLI TELEFONO E LO INVITO FUORI!" Per i meno coraggiosi, che però dovevano essere abili detective, armarsi di ELENCO DELLA SIP e sperare che l'altra metà del cielo non si chiamasse ROSSI.
Giornate di tentativi tipo PRONTO, CASA ROSSI?-SÌ-C'È VATTELAPESCA?-NON ABITA NESSUN VATTELAPESCA QUI, finché a un certo punto, quando VATTELAPESCA viveva finalmente lì, magari rispondeva il PADRE di VATTELAPESCA e allora doveva essere vero amore per resistere alla tentazione di buttar giù la cornetta al fatidico CHI LO DESIDERA?
LO desidero davvero? Ma chi cazzo me l'ha fatto fare... SBAM cornetta in faccia e amore finito in un TUUT TUUT TUUT.
E poi c'era l'ultima strada, quella dei sedicenti romantici, che a volte erano solo un filo cagasotto: LA LETTERA. Vergata a mano. Che nel tempo che ti convincevi a scriverla, compravi busta e francobollo, il postino la recapitava e lui si decideva a rispondere, se non era vero amore finiva che ti scocciavi e mandavi tutto a quell'altro paese.

Oggi le cose sono più semplici :
"com'è che si chiama quello lì? " " VATTELAPESCA FERRAGNI". Butti tutto sui social e SBAM. Eccoti lì un archivio infinito di tutto quello che volevi sapere, ma non hai mai osato chiedere, e un contatto diretto con l'amore. Che è sempre Amore con la A maiuscola. Perché sui social siamo tutti più belli che nella vita reale e, se è stato amore a prima vista, la sua bacheca Instagram ti può solo confermare seduta stante che È QUELLO PER TE, FATTO APPOSTA PER TE. Fino al prossimo FATTO APPOSTA per te che contatterai in meno di 7 minuti. Più facile che trovare i calzini spaiati nel cassetto. Milioni di anime gemelle da portarsi a casa come la pizza surgelata al supermercato. È che noialtri degli anni Ottanta non ci siamo mica ancora abituati: la comunicazione così ci spiazza. Non la sappiamo accettare la semplicità dopo tutta quella fatica.
E allora eccoci qui a trasformare i nostri antichi gesti eroici in filologia della faccina giusta, teorie e tecniche del like al momento più opportuno e Metodologia del buongiorno la mattina senza sembrare mia zia che manda le gif animate di Gesù risorto.
E alla fine, in tutto questo delirio, è impossibile non avere un po' di nostalgia per quei tempi là, in cui tutto era difficile, sì, ma le regole erano chiare e alla fine l'amore, anche quando non lo era, finiva per sembrarti quello vero.

QUANTE VOLTE SEI STATO IL PEGGIOR GIUDICE DI TE STESSO?

IL PROCESSO SUL GRANDE SCHERMO

di ©Gianni Caminiti - 18 ottobre 2019

 Il processo giudiziario è un tema ricorrente nel cinema e nella letteratura.
Soprattutto gli americani hanno da sempre amato questo genere che vede per lo più impegnati avvocati difensori che cercano in ogni modo di salvare dalla pena i loro clienti. Gli intrecci del tipico film americano vedono “spacciati” gli accusati in partenza ma, nel tipico gusto USA del finale lieto, al termine del procedimento, alla fine i loro “innocenti” assistiti sono liberi da ogni accusa. Ovviamente molto irreale ma evidentemente è un genere che funziona perchè muove nel pubblico la sete di giustizia e la speranza intima che la verità in fondo vinca sempre. Chiaramente non è affatto così nella realtà ma quel sogno da sempre incatena gli spettatori a migliaia di pellicole.

 

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"Un modo di realizzare questo genere, molto più asciutto e spesso senza i colpi di scena tipici dei film a lieto fine, è stato realizzato in TV.
Processo in TV per anni è significato un nome: Perry Mason, che portava in televisione lo stesso modo di fare fiction processuale a lieto fine (infatti è un difensore).
Molto più tardi, il modello che si è imposto con moltissimi anni di programmazione è più crudo: quello della serie TV Law and Order. Anche in questa serie si sprecano ovviamente le imprecisioni legali e sicuramente quello che si vede sullo schermo nulla ha a che fare con ciò che accade realmente in un procedimento ma lo stile scarno e asciutto ha dato a questa serie una impronta di “realismo” che in tempi più disincantati ha avuto un successo enorme. Non a caso, in questa serie, il processo è visto dal lato della pubblica accusa.

Le più famose opere rock, genere a noi di cineSmania molto caro, hanno al loro interno un processo.
La più celebre è certamente JC Superstar che nel brano “Trial before Pilate” mette in scena il processo a Gesù. Le parole del librettista Tim Rice, ricalcano il più possibile le parole dei vangeli.
In Pink Floyd “The wall”, nel brano “The Trial”, l'autore, Roger Waters, fa processare il protagonista, Pink, da un giudice “Verme” e mette sul banco dell'accusa la moglie e il professore delle elementari. Waters svelerà che The Wall nasce da un suo bruttissimo gesto verso un suo fan. Quando si riconobbe come altèro, infatti arrivò a sputare in faccia a un suo fan, espiò la sua colpa autoprocessandosi, poiché riconosceva che il suo essere rockstar l'aveva “rinchiuso in un una stanza irreale”.
Più celato è il processo nella rock opera, Evita. In questo caso il giudizio è nella voce del narratore, il CHE (che nell'opera rappresenta la STORIA), che mette a nudo l'arrivismo della first lady, che dai bassifondi, letto dopo letto, arriva con una scalata orizzontale ad essere la moglie di Peron. Il giudizio si conclude con la pena di morte, provocata Sì da una malattia, ma che è simbolo di una punizione più alta alla sua ingordigia.
In Notre Dame de Paris, opera finora rimasta a teatro, si assiste ad un processo, sul palco.
Anche nel film della nostra rock opera, Ombra e il Poeta, c'è un processo. Va in scena il processo alla vita del protagonista Icaro, processo irreale e interiore e per questo forse più drammatico.

Perchè tanto interesse del cinema e TV per il processo?
Credo che uno dei fondamentali motivi sia legato alla nostra cultura: il timore del giudizio dell'ultimo giorno, l'espiazione della pena in terra per poter essere accolti in paradiso.
Ogni essere umano ha in fondo un giudice mattutino costituito dallo specchio. In bagno mentre ci si lava, ci si trucca o ci si rade ognuno guarda un se stesso oggettivato e il giudice talvolta è un assolutore incallito, quando dall'altra parte dello specchio c'è un narcisista, un corrotto o un delinquente, in altro caso un tremendo e severo censore, quando c'è una persona a bassa autostima, insicura e depressa.
Ci processiamo quotidianamente in un'aula in cui siamo contemporaneamente l'accusato, il giudice, il difensore e la pubblica accusa e le nostre voci interiori, sedimentate per i ricordi dei nostri errori, fallimenti e azioni di cui non andiamo fieri, sono i testimoni chiamati dall'accusa.
Alla fin fine però almeno un difensore nella nostra mente c'è. Citato proprio in “The trial” di The Wall, è la mamma. Una madre che ha messo al mondo un innocente ma che si è poi via via corrotto.

FANTOZZI E L'INCOMPRENSIBILE CORAZZATA POTËMKIN

di ©Gianni Caminiti - 10 ottobre 2019

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Il Ragioniere Ugo Fantozzi, nel nostro immaginario collettivo, è l'impiegato insoddisfatto, represso, con l'autostima sotto i piedi. Ma è anche un esempio figurativo di resistenza e resilienza che sembra mai arrendersi alle numerosissime batoste che la vita gli porta quotidianamante.
Nella sua storia lavorativa si alternano direttori megagalattici e capi improbabili che obbligano lui e gli altri dipendenti alle loro manie individuali, caricature grottesche di reali relazioni lavorative.
Entrato in azienda col ruolo di “spugnetta leccafrancobolli” fa pian piano tutti i gradini bassi della scala gerarchica senza mai affacciarsi lontanamente alla carriera vera e propria, quella che è riservata ad altri.
E' un esempio vivente di come si possa essere totalmente succubi di una persona ritenuta “superiore”. Una vera e propria sudditanza psicologica è ritratta da Paolo Villaggio nei suoi fortunati romanzi, divenuti poi campioni d'incasso al cinema.
Assunto in quell'infimo ruolo solo grazie ad una “soffiata” sui gusti cinefili dal primo dei suoi capi, il prof. Riccardelli, Fantozzi si ritrova ad assistere a tutta una serie di proiezioni di Film della prima era cinematografica, per lui noiosissimi e, soprattutto, lontani anni luce dalla cultura popolare, di cui egli fa parte. Ogni settimana i dipendenti, che al massimo di loro spontanea volontà assistevano a proiezioni come “Giovannona coscialunga” e “La polizia si incazza”, si trovano così a vedere Film d'autore a loro incomprensibili. Il più famoso dei quali è “La corazzata Potëmkin” di Ėjzenštejn che, anche grazie a Fantozzi, è diventata famosissima al grande pubblico italiano per la celebre battuta: “Per me la corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca”. In quella scena, che tutti ricordiamo, sembrerebbe essere in atto una parvenza di ribellione. Questa però è attuata non per rivendicazioni di altro profilo ma soltanto per ritorsione per aver perso alla Tv la partita dell'Italia.
Il calcio, distrattore di massa già negli anni settanta, è da sempre la metafora dell'arena dove “moderni gladiatori” sconfiggono i “leoni” e vincono, in vece nostra, le proprie e nostre paure. Tolto questo anestetico la ribellione esplode in tutta la sua violenza, sia pur comica, e finalmente i dipendenti capeggiati dal “liberto” Fantozzi mostrano finalmente i loro gusti, specchio del loro ceto economico e culturale. E finalmente possono vedersi a rotazione filmetti di basso spessore culturale.
Prima di questa ribellione, come accade a volte oggi sulle pagine social dedicate al cinema, i dipendenti colleghi del Ragioniere, privi di qualsiasi cultura cinematografica, si sperticano, nel dibattito finale, in complimenti compiacenti a dir poco estasiati, utilizzando un gergo tecnico che non solo non appartiene loro ma che probabilmente non comprendono nemmeno. Frasi riprese tout court da libri di professori di cinema ad uso universitario.
I colleghi di Fantozzi in questa scena sicuramente incarnano l'italiano medio che spesso, anche tutt'ora, recita la parte del colto, cavalcando l'onda dei festival e l'opinione di critici cinematografici, pur non apprezzando minimamente quello che passa davanti ai suoi occhi e attraverso le orecchie ma non opponendosi all'opinione autorevole per timore di essere considerato ignorante. Una certa provincialità di cui spesso i festival italiani sono accusati è, per esempio, quella di dare spazio al cinema dell'Asia molto lontano da gusti e modi di intendere il cinema dalle nostre parti. Cinema che risulta incomprensibile ai più ma, nonostante ciò, osannato anche da coloro che non hanno apprezzato.
Perchè accade? Perchè abbiamo la necessità di appartenere o di sognare di appartenere a qualcosa di più grande, elevato, anche in termini economici. Anche quando non si sa bene a che cosa appartenere. Abbiamo la necessità di compiacere, soprattutto chi desideriamo avvicinare. E anche sfruttare. Per percorrere almeno qualche piano di quella scala sociale che sembra impossibile da salire. Pur restando comunque sempre ai piani bassi. Del resto, oggi come allora, l'ascensore sociale italiano sembra essere “fermo al piano”.

FANTOZZI, IL LAVORO E L'ATTESA DEL FUTURO

di ©Gianni Caminiti - 14 ottobre 2019

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Fantozzi è un lavoratore insoddisfatto, l'uomo qualunque, che attende il venerdì sera sin dalla 8:01 del lunedì mattina. Non che nel Weekend abbia molto da gioire. La sua vita lavorativa è passata in attesa del fine settimana che però non lo ricarica granchè, stretto nella morsa dalla sua altrettanto insoddisfacente vita familiare, tra una moglie, Pina, che “stima” ma non ama più, e una figlia, Mariangela, che persino gli adulti bullizzano, sfogando la loro aggressività repressa, chiamadola “Cita Hayworth”, a causa della sua tutt'altro che gentile figura estetica (simile a ciò che accade in questi giorni con Greta Thunberg, per esempio).
Fantozzi è la caricatura grottesca di quell'uomo-lavoratore che, completamente soggiogato, sogna comunque un riscatto di vita ma che non riesce ad ottenerlo perchè la bassa autostima lo porta ad attribuire esternamente a sé la possibilità di un reale cambiamento di vita. E lo affida così alla fortuna, alla “schedina”. O alla “conoscenza” di qualche potente come nel momento della sua assunzione.
E' la rappresentazione, pur nella esagerazione cinematografica messa in scena da Villaggio, del sistema clientelare italiano.
Ma il vantaggio della potente raccomandazione si esaurisce nell'entrata in una "famiglia" di cui non sarà mai davvero figlio. Non può scalare le pareti lisce del potere. Come in un sistema di caste ad ognuno è riservato un posto-mansione che non potrà mai aspirare davvero a cambiare. Le parvenze di carriera, ai gradi bassi della casta sociale di cui Fantozzi fa parte, sono al massimo simboleggiate dall'arredo e piante presenti nell'ufficio. Non in un reale cambiamento di status.
Anche questo tema è attualissimo. L'ascensore sociale, dicevo nel primo articolo su Fantozzi, sembra essere inesistente in Italia, se non per qualche eccezione che conferma la regola, anche ora come negli anni settanta ritratta dal ragioniere più famoso d'Italia. La propria vita, autenticità, soddisfazione, autostima sono così sacrificate in onore al posto fisso, "centro di gravità permanente" nella vita e nell'immaginario collettivo di quegli anni, il cui emblema era il sogno del "posto in banca”.
Il tema del lavoro alieneante e insoddisfacente ma “sicuro”, è stato trattato ampiamente dal cinema sorattutto di qualche anno fa, a partire dal celeberrimo film di Chaplin “Tempi Moderni”. È stato ripreso recentemente, dopo la crisi economica del 2008, da una serie di Film, di cui il più noto sicuramente è il campione di incassi “Quo vado” di Checco Zalone.
Insoddisfatti ma incapaci di andarsene.
Sentirsi da una parte intrappolati in una vita che non ci appartiene ma contemporaneamente non riuscire (ma nemmeno in fondo volere) a sottrarci al “nostro destino” è sicuramente un sentimento comune nel nostro paese.
La domanda che tutti sembrano porsi, solo interiormente, dal lunedì al venerdì è:
“Come possiamo darci seconde possibilità, realizzare quei cambiamenti che ci donerebbero finalmente una vita pienamente soddisfacente?”.
Questo cambamento però lo si pensa attuabile solo domani. Non oggi. Anzi nel fine settimana.
E' una cosa in fondo molto frequente. Ci sembra fattibile programmare cose come “da lunedì mi metto a dieta” o “da lunedì vado in palestra”, per poi fallire miseramente al bar davanti all'ufficio il lunedì mattina, quando si cede alla tentazione del bombolone alla crema. Allo stesso modo le persone che attendono il Weekend per iniziare il riscatto non creano quasi mai le condizioni per attuarlo. Sono presi da altro. E finiscono per non cambiare mai.
Tutti noi ci barcameniamo in problemi di questo tipo. Moltissimi restano schiacciati tra l'attesa di quello che potrebbe essere e quello che poi in realtà è. E probabilmente sarà.
Nella patria delle partite IVA così ci ritrova a sognare, ora come allora, il posto fisso nella prima azienda “NormalWork” disponibile ad assumerci, non credendo di avere la possibilità e nemmeno la capacità di essere artefici della nostra sorte. Così la vita diventa un doloroso tormento fatto di calda ma soffocante sicurezza.
E cosa meglio del cinema o della letteratura può dare voce a questi tormenti? Pur tra risate sguaiate, quelli di Fantozzi non sono tuttavia film “leggeri”.
Scegliendo volutamente il linguaggio comico, forse per avvicinare più facilmente il sentire degli spettatori potenziali di “Giovannona coscialunga”, nel disegnare caricaturalmente il ragioniere Ugo Fantozzi, Villaggio ha ritratto un tratto culturale italiano diffusissimo.
I suoi film, soprattutto i primi, per la loro capacità di descrivere la realtà del nostro popolo, pur in modo esagerato e grottesco, vale la pena di studiarceli.

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