SmaniaMusings by Vale

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Le storie e riflessioni di una professoressa atipica
rubrica a cura di Valentina Finocchiaro

 

𝐒𝐔𝐋𝐋𝐄 𝐎𝐑𝐌𝐄 𝐃𝐄𝐋 𝐐𝐔𝐀𝐃𝐑𝐎: 𝐃𝐀𝐋𝐋𝐀 𝐑𝐀𝐏𝐏𝐑𝐄𝐒𝐄𝐍𝐓𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐀𝐋𝐋’𝐈𝐃𝐄𝐀 𝐃𝐈 𝐒𝐄’


𝑃𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖? 𝑈𝑛 𝑣𝑖𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑑𝑟𝑜: 𝑑𝑎𝑙 𝑛𝑎𝑟𝑐𝑖𝑠𝑖𝑠𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑵𝒂𝒓𝒄𝒊𝒔𝒐, 𝑎𝑙 𝑑𝑜𝑝𝑝𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑫𝒐𝒓𝒊𝒂𝒏 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑟𝑖𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑹𝒐𝒍𝒂𝒏𝒅 𝑩𝒂𝒓𝒕𝒉𝒆𝒔.
𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑒 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑐𝑖 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑎 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑢 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑒 𝑎𝑑 𝑎𝑝𝑝𝑟𝑜𝑓𝑜𝑛𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑠𝑒’, 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑣𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖: 𝒂𝒃𝒃𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒓𝒂 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒓𝒂𝒑𝒑𝒓𝒆𝒔𝒆𝒏𝒕𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒆 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊 𝒑𝒆𝒓 𝒅𝒊𝒓𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒐𝒔𝒂 𝒅𝒊 𝒏𝒐𝒊.

𝐐𝐔𝐀𝐃𝐑𝐎
Parola semplice, lessico quotidiano. Il termine si usa anche in teatro, come sinonimo di atto, oppure in medicina per indicare la situazione clinica di un paziente.
E’ utilizzata anche comunemente in qualche modo di dire.
Ad esempio, fare il “quadro della situazione” per indicare la spiegazione di una circostanza a qualcuno.
Oppure “sembrare un quadro”: che detto di un paesaggio ne indica la particolare bellezza, mentre di una donna, generalmente ne sottolinea il trucco troppo vistoso.
Definiremmo questa una persona narcisista?

Leggo nel dizionario Treccani online a proposito del termine narcisismo:
“𝑡𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝑐ℎ𝑖 𝑓𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑒́ 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜, 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎, 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑓𝑖𝑠𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑙𝑙𝑒𝑡𝑡𝑢𝑎𝑙𝑖, 𝑖𝑙 𝑐𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑒𝑠𝑐𝑙𝑢𝑠𝑖𝑣𝑜 𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑚𝑖𝑛𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑒𝑠𝑠𝑒 𝑒 𝑙’𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑖𝑎𝑐𝑖𝑢𝑡𝑎 𝑎𝑚𝑚𝑖𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑜 𝑚𝑒𝑛𝑜 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑖, 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑎 𝑜 𝑑𝑖𝑠𝑝𝑟𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑖𝑙 𝑣𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑒 𝑙𝑒 𝑜𝑝𝑒𝑟𝑒.”

Molti ricorderanno il famoso 𝐪𝐮𝐚𝐝𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐂𝐚𝐫𝐚𝐯𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨, dipinto alla fine del Cinquecento. I
n una cupa quanto tipica atmosfera caravaggesca, 𝐍𝐚𝐫𝐜𝐢𝐬𝐨 si specchia in una pozza e s’innamora del suo riflesso. Poco dopo cadrà, cercando di toccare quello che crede essere un bellissimo giovane e invece si rivela essere semplicemente la sua immagine.

Come i più certamente sanno, questo quadro prende spunto da un mito, contenuto all’interno della fonte classica mitologica forse più famosa: le 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐦𝐨𝐫𝐟𝐨𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐎𝐯𝐢𝐝𝐢𝐨.
La sua conclusione recita così:
𝑈𝑛 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜, 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑏𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑣𝑖𝑛𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑠𝑖 𝑏𝑎𝑔𝑛𝑎𝑣𝑎 𝑖𝑛 𝑢𝑛 𝑓𝑖𝑢𝑚𝑒, 𝑣𝑖𝑑𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙'𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎 𝑙𝑖𝑚𝑝𝑖𝑑𝑎 𝑙'𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑣𝑖𝑠𝑜. 𝑆𝑒 𝑛𝑒 𝑖𝑛𝑛𝑎𝑚𝑜𝑟𝑜̀ 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑢𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑎𝑣𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑣𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑓𝑖𝑢𝑚𝑒 𝑎𝑑 𝑎𝑚𝑚𝑖𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑟𝑒𝑑𝑑𝑎 𝑓𝑖𝑔𝑢𝑟𝑎.
𝑀𝑎 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑒𝑛𝑑𝑒𝑣𝑎 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑡𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑖 𝑎𝑓𝑓𝑒𝑟𝑟𝑎𝑟𝑙𝑎, 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑝𝑒𝑟𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑎𝑐𝑞𝑢𝑎 𝑠'𝑖𝑛𝑐𝑟𝑒𝑠𝑝𝑎𝑣𝑎, 𝑜𝑛𝑑𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎𝑣𝑎 𝑒 𝑙'𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑒 𝑠𝑝𝑎𝑟𝑖𝑣𝑎.
𝑈𝑛𝑎 𝑚𝑎𝑡𝑡𝑖𝑛𝑎, 𝑝𝑒𝑟 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜, 𝑠𝑖 𝑠𝑝𝑜𝑟𝑠𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑒 𝑑𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑓𝑖𝑛𝑐ℎ𝑒́ 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑒 𝑙'𝑒𝑞𝑢𝑖𝑙𝑖𝑏𝑟𝑖𝑜 𝑐𝑎𝑑𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑎𝑐𝑞𝑢𝑒, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑟𝑖𝑛𝑐ℎ𝑖𝑢𝑠𝑒𝑟𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑙𝑢𝑖.”

Quello che spesso viene tralasciato a proposito di questo racconto mitologico è la prima parte, quella in cui Narciso giovinetto dalla bellezza straordinaria e che mai invecchia, attira l’attenzione della ninfa Eco.
Lei s’innamora perdutamente ma lui la ignora, perciò Eco decide di seguirlo ovunque anche solo per osservarlo da lontano.
Il dolore per questo amore non ricambiato, spinge la ninfa a nascondersi in una caverna, finché il suo corpo non si dissolve e ne rimane solo la voce.
Avendo perso tutta la sua forza per invocare l’amato, Eco si limita da allora a ripetere l’ultima sillaba pronunciata dai viandanti, che passano lì vicino e chiamano a gran voce.

La storia di due individui, che si vedono da lontano, si sfiorano ma non si incontrano mai.
𝐿𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑖𝑡𝑢𝑑𝑖𝑛𝑖 𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑖.

Pensandoci bene, questa è la caratteristica che più mi stupisce se penso a qualcuno che definirei “narciso”: la scelta di se stessi in modo così totalizzante, che finisce inevitabilmente per mette da parte gli altri.
Perché?

Come spesso accade, nelle situazioni di dubbio mi viene in aiuto la 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚.
Nel 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒔𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒐 𝒑𝒖𝒐̀ 𝒔𝒖𝒄𝒄𝒆𝒅𝒆𝒓𝒆: l’immagine nella pozza può muoversi, pensare, parlare e vivere. In quel caso Narciso avrebbe avuto qualcuno da amare nella realtà.
Quella che era nata come una rappresentazione del se’ esce dal quadro e prende vita, diventando 𝐝𝐨𝐩𝐩𝐢𝐨.

A questo punto, un altro quadro si fa spazio nella mia mente, preda delle brutture di una vita dissoluta, rinchiuso in una soffitta e nascosto per sempre alla vista di tutti.
Un quadro figlio di un accordo con la fonte di tutti i mali, che raccoglie gli esiti della decadenza morale del suo protagonista fino alla morte: 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐃𝐨𝐫𝐢𝐚𝐧 𝐆𝐫𝐞𝐲.
Il capostipite dei 𝐝𝐚𝐧𝐝𝐲 scampa al passare del tempo demandando l’invecchiamento e gli inevitabili segni delle sue azioni alla sua rappresentazione, ben conservata lontano dagli occhi di tutti.
Ma si tratta ancora una volta di letteratura, il luogo dove tutto può essere.
Nella realtà quello che facciamo, come ci sentiamo e quello che pensiamo di noi si riflette inevitabilmente su questo nostro corpo, che non possiamo far altro che mostrare agli altri.
Chiaramente una mostra di se’ che non può fare a meno del vestiario: un altro tema strettamente legato a questa figura.

Il critico 𝐑𝐨𝐥𝐚𝐧𝐝 𝐁𝐚𝐫𝐭𝐡𝐞𝐬 si è occupato della scomparsa di questa figura ottocentesca, approfondendone dapprima le radici storiche.
In un periodo come quello in cui il dandismo si diffonde, vale a dire dopo la Rivoluzione francese, il vestito è ben lungi dal perdere la connotazione sociale, che aveva avuto per lungo tempo.
L’essenza di questo particolare soggetto sociale sta in un’idea del se’ che passa dall’infinita ricerca di tratti distintivi nuovi e che gli permette di uscire dalle classificazioni sociali per opporre il singolo a tutti gli altri.
Ben presto questi “altri” diverranno una società di massa, ma il dandy non avrà modo di sopravvivere all’avvento della moda e a quella che Barthes chiama 𝐛𝐮𝐫𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐢𝐧𝐠𝐨𝐥𝐚𝐫𝐢𝐭𝐚̀.Il dandy deve trovare un suo spazio e necessita che sia particolare e diverso da tutti gli altri: per questo motivo si concentra non tanto sul vestiario, quanto sui dettagli.

A questo punto, seguendo le orme della parola “quadro” non possiamo che arrivare al Novecento: l’epoca della massa, della conformità (se volessimo introdurre il discorso dei totalitarismi ne avremmo di cose da dire…!) ma soprattutto, l’epoca della rappresentazione.
Dopo un’intera storia dell’uomo in cui miliardi di persone hanno trascorso la vita senza vedersi- e qui torniamo al nostro Narciso- e farsi rappresentare era decisamente un fatto che riguardava le 𝑒́𝑙𝑖𝑡𝑒𝑠, grazie all’avvento della fotografia il corpo diviene immagine e cambia la percezione che l’uomo ha di se’.
Barthes a questo punto pone un quesito, che lui chiama 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐞𝐟𝐟𝐢𝐠𝐢𝐞.
Le fotografie di corpi non solo belli ma perfetti e l’unione di questa rappresentazione con la pubblicità, che ne produce l’infinita riproducibilità, crea desiderio, ovvero la rinascita del narcisismo ma una sorta di fenomeno trasversale che riguarda non più il singolo ma la specie umana.
“𝑆𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑠𝑖 ℎ𝑎 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑙’𝑖𝑚𝑝𝑟𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑠𝑖 𝑒̀ 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑚𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑎𝑟𝑒. 𝐸’ 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑙𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑚𝑎𝑠𝑠𝑎”:
con queste parole conclude il discorso il nostro Barthes.

Io mi chiedo quanto queste riflessioni siano attuali.
𝑷𝒐𝒓𝒕𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒕𝒓𝒂𝒄𝒄𝒊𝒂 𝒅𝒊 𝒄𝒊𝒐̀ 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒆𝒏𝒔𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒅𝒊 𝒏𝒐𝒊?
Torniamo a quella donna troppo truccata. Pensiamo a ciò che viene detto spesso di donne e uomini troppo alti, bassi, magri, grassi, con troppi piercing, tatuaggi, con i capelli colorati, con un abbigliamento considerato fuori dall’ordinario.
Arrivo rapidamente a oggi, per ricordare che solo pochi giorni fa abbiamo visto un’ex-modella, che ha bisogno nell’anno 2020 non tanto di comparire sulla rivista di un giornale senza veli per mostrare il suo corpo senza vergognarsene, quanto di commentare la cosa spiegando che ha tutto il diritto di vivere il proprio corpo come vuole, senza pensare ai commenti altrui e di mostrarlo così com’è.
𝐈𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐞𝐩𝐨𝐜𝐚 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐧𝐝𝐨?
Quello che posso dire è che abbiamo ancora bisogno della rappresentazione e degli altri per dire qualcosa di noi stessi ma come dico sempre ai miei studenti, solo chi verrà dopo di noi potrà dare un nome a questo tempo e potrà finalmente fare chiarezza.

foto e articolo di ©Valentina Finocchiaro - 15 ottobre 2020

marco
 

𝐑𝐈-𝐒𝐄𝐋𝐅𝐈𝐄 𝐃𝐈 𝐒𝐄’


Autoritratto.
Un genere artistico, generalmente pittorico, in cui l’autore si autorappresenta.
Spesso i pittori nell’antichità mostravano se stessi in un quadro, dipingendo il proprio volto tra quelli dei personaggi.
Una firma, prima dell’abitudine codificata di firmare i propri quadri. E poi c’è il corrispettivo letterario: la confessione o il diario, in cui ci si narra.
Si aprono le porte della propria coscienza al mondo e si racconta di sé, delle proprie aspirazioni, dei desideri, di ciò che siamo e di come vorremmo essere.

Il corrispettivo contemporaneo giovanile – ma non solo- di tutto ciò? Il 𝐬𝐞𝐥𝐟𝐢𝐞 e la descrizione della foto.
Noi siamo autori e al contempo protagonisti di un ritratto fotografico.
Noi decidiamo posa, costumi, scenografia, messaggio che vogliamo trasmettere a chi guarda.
Non siamo molto convinti di ciò che stiamo postando? Nessun problema!
In due parole: Instagram’s Story.
La rappresentazione diventa effimera, passeggera.
L’apoteosi della riproducibilità tecnica: la foto viene fatta, quindi riprodotta su un Social, per poi sparire entro 24 ore.
Cosa direbbe 𝑾𝒂𝒍𝒕𝒆𝒓 𝑩𝒆𝒏𝒋𝒂𝒎𝒊𝒏?

C’è poi un’altra questione: sui Social noi non siamo solo autori ma anche spettatori.
Se si pensa ad un quadro, il tempo era un fattore chiave, che interveniva di fatto nel modificare l’opera.
Di mezzo c’era un consistente momento di riflessione.
La distanza temporale tra l’idea, la ricerca di un mecenate e dei materiali, la creazione (molte volte modificata, come dimostrano i disegni, che spesso si trovano al di sotto della pittura sopra la tela) e l’esposizione al pubblico poteva essere di mesi o addirittura anni. Oggi non c’è intervallo di tempo tra l’ideazione, la produzione e la fruizione della foto, se non lo spazio dei pochi secondi necessari per postarla.
Il nostro cervello riesce davvero a elaborare tutte le azioni meccaniche che compiamo quando passiamo dall’apprezzamento di una nostra foto alla pubblicazione?

Davvero tante sono gli interrogativi in merito alla questione.
Chi siamo VERAMENTE? e chi VOGLIAMO essere?
Come ci raccontiamo agli altri?
Quanto di ciò che includiamo nella nostra foto e di quello che scriviamo è orientato a presentarci agli altri o a mostrare un’immagine ideale di sé?

Non so voi ma com’è evidente io sono piena di domande: sarebbe bello poter riflettere su questi temi con un confronto.
Ancora meglio, sarebbe bellissimo avere qualcuno che fin da piccoli ci guidi in modo cosciente alla fruizione della nostra immagine.
Qualcuno che ci racconti una favola su come volerci bene.


foto e articolo di ©Valentina Finocchiaro - 17 settembre 2020

marco
 

𝐒𝐏𝐄𝐂𝐂𝐇𝐈𝐎, 𝐒𝐏𝐄𝐂𝐂𝐇𝐈𝐎 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐌𝐈𝐄 𝐁𝐑𝐀𝐌𝐄...

Bambini.
Generalmente entrano nella tua vita da adulto quando diventi zio o zia. Dopo alcuni anni passati a osservare i “bambini degli altri” e le facce da conseguente stanchezza di cognati e parenti, mista alla gioia infinita di una vita nuova e 15 mesi a rimpiangere la tranquillità perduta per l’arrivo di un cucciolo decisamente impegnativo, mio marito ed io abbiamo cominciato a pensare al futuro, come famiglia che andasse oltre la nostra unione.
In questo clima di speranze, recentemente mi è tornato alla mente dal passato e senza alcuna particolare occasione un ritornello, che fa più o meno così: “Noi siamo i cuccioli di mamma coccoli, siamo adorabili, papapapapà!”.
Una cassetta rossa, di quelle da ascoltare in loop nei viaggi in macchina e che quando veniva fuori la pellicola interna, per riavvolgerla si sistemava con la penna.
Niente spazio e tempo ma solo suoni, colori e una sensazione di familiarità: a volte i ricordi sono così.

Le favole solitamente fanno parte dell’infanzia.
Ognuno si avvicina a questi testi in vari modi, dai libri di gomma da portare in vasca per il bagnetto, a quelli sonori, alle prime letture a scuola o alla sera sul divano, ognuno con il suo libro, aspettando che papà torni dal lavoro, alle fiabe raccontate prima di dormire.
Favole e fiabe.
Nel linguaggio comune, sono divenute decisamente sinonimi ma quando se ne parla dal punto di vista tecnico, spesso ci si chiede quale sia davvero la differenza.
Le diversità riguardano principalmente i personaggi e l’ambientazione. I protagonisti sono umani e i luoghi e il tempo sono realistici per la fiaba, mentre nella favola agiscono gli animali, seppur quasi sempre personificati, e lo scenario è solitamente fantastico.
Il punto centrale però, riguarda una componente del tutto assente nella fiaba e presente invece nella favola fin dalle sue origini antiche: la morale. Vale a dire il messaggio, o meglio l’insegnamento che l’autore vuole trasmettere raccontando la sua favola.

Quando cresci nessuno più ti racconta le favole, semmai le persone non vedono l’ora di raccontarti la loro storia, discorso ben diverso.
Inoltre, con l’adolescenza comincia la consapevolezza di se’ e con essa nasce un discorso interiore, la favola che racconti a te stesso.
Non sempre per “insegnarti” qualcosa, a volte solo per fermarti a osservare ciò che capita, a te o agli altri.
In qualche momento questa conversazione interiore s’interrompe, lasciando spazio alla vita. In altri casi, diventa il discorso di qualcun altro, anche se per un breve istante, come quando vedi un film o leggi un libro. Per questo motivo, la componente dell’immedesimazione diviene essenziale in questo tipo di esperienza.
Ti immergi nella vita di un’altra persona e magicamente accedi anche alla sua “chiacchierata interiore”.

Nella vita adulta, quale miglior momento per soffermarsi su ciò che ci diciamo, di quando ci guardiamo allo specchio?
Cosa vedi quando ti guardi? Solo il tuo aspetto? Io non credo. Credo che quando osservi la tua immagine riflessa, al contempo ascolti il tuo discorso interiore e questo modifica ciò che vedi.
Una frase che può sembrare banale, come quella presa da una fiaba: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”, nasconde in se’ il segreto della rappresentazione.
Non vedi solo te stesso ma intravedi l’altra faccia della tua immagine: come vorresti essere.

Voi che favola vi raccontate?


Articolo di ©Valentina Finocchiaro - 16 luglio 2020
foto di © Chiara Resenterra

marco
 

L'INIZIO SENZA FINE

“Ma la scuola è finita!”

Tipica frase da ultimo giorno di lezioni.
E poi un continuo susseguirsi di queste stesse parole, pronunciate da bocche diverse nei giorni successivi alla comunicazione di ogni incombenza da portare a termine.
Scrutini, pagelle, Piani di apprendimento individualizzato, verbali, programmazioni, relazioni finali, colloqui, collegio docenti.
NO.
Per noi, la scuola non è finita.

In ordine di “fortuna” si continua così.
Pausa estiva e richiesta di disoccupazione per due mesi.
Eesami di idoneità: si prosegue fino a inizio luglio o, in alternativa come quest’anno per qualcuno, si fa una pausa e si torna a scuola a luglio.
Esami di maturità: si continua ancora, se va bene fino a metà luglio.
“Ad agosto: ferie!”.
Certo ma, diciamocelo, questo accade un po’ in tutti i lavori da dipendente.

“Ma voi state a casa tutto il mese!”
Dopo la metà di agosto solitamente comincia l’organizzazione dei debiti, quest’anno gli alunni che hanno insufficienze tornano a scuola il 1 settembre.
Questo vuole dire riunioni, nuove lezioni da preparare, recuperi da organizzare.
NO.
Per noi la scuola non inizia il 12 settembre.

“Ma voi lavorate metà giornata!”
Questo è proprio un grande classico, che si ripropone nei secoli dei secoli.
Per quella performance, che dura 6 ore ci si prepara.
Se non sei pronto (e a volte malgrado tutto l’impegno capita!) ti ritrovi a dover gestire mediamente 25 personcine che ti osservano e vogliono-sapere-da-te-cosa-si-fa-subito!
Gli insegnanti sono continuamente posti di fronte al problem solving: imprevisti, mail a tutte le ore, attività nuove da assimilare e riorganizzare, ragazzi da spronare e genitori da rassicurare, a volte veri e propri cataclismi da gestire.
Ah sì, le verifiche e i compiti da preparare e poi da correggere, programmazioni iniziali, Piani didattici personalizzati, Piani formativi personalizzati, riunioni, verbali.
Piccoli dettagli.
NO.
Noi non lavoriamo metà giornata.

E poi c’è la migliore, quella fresca fresca di Covid.
“Ma con la DAD non avete fatto granché!”.
E qui ti parte l’embolo.
Vale la pena spiegare? Io davvero non lo so.
Non sono sicura che si possa parlare di Didattica a distanza, quando sono ancora così forti ignoranza e pregiudizi sulla didattica in sé.
Gli insegnanti non conoscono il lavoro altrui? Certamente.
Ma quante volte avete visto un docente sentenziare sul lavoro altrui, forse non molte?
Senza voler ovviamente generalizzare troppo, quello che un buon docente quasi sicuramente sa è che non si dovrebbe parlare di argomenti sui quali non si è abbastanza preparati.

Allora che si fa?
Diamoci un obiettivo, un compito.
Anche se la fine vera a oggi non si vede, l’inizio ci sarà e le incognite sono ancora molte.
Le preoccupazioni, anche.
Non mi occupo degli aspetti psicologici perché, per l’appunto, non mi competono ma ci sono e ci saranno.
Tornare in classe per qualcuno sarà entusiasmante, per qualcun altro decisamente faticoso.

Il compito estivo dei docenti potrebbe riassumersi in un imperativo verbale:
IMMAGINARE.
Immaginare una didattica nuova, efficace, non del tutto in presenza e non del tutto a distanza.
Immaginare situazioni integrate, che permettano la collaborazione senza l’assembramento.
Immaginare soluzioni per prevenire situazioni di disagio, per chi sarà a casa e per chi sarà a scuola.
Immaginare attività che non riaprano ferite ma che creino condivisione di progetti.
Immaginare il futuro.

Non è quello che facciamo ogni volta che contempliamo ognuno dei nostri studenti?


𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑖 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑎 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑎𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜
𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑖 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀
𝑆𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑖 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑎 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑎𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜
𝐸 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑎 𝑐ℎ𝑖 𝑡𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑠𝑖̀
𝐸 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑎 𝑐ℎ𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑖
(Luciano Ligabue)

Articolo e foto di © Valentina Finocchiaro - 25 giugno 2020

marco
 

DIDATTICA A DISTANZA O DISTANZA DIDATTICA?

Si parla tanto di didattica in questo periodo.
O meglio, tutti ne parlano.
Chiunque si senta “lanciato” nel tema, legittimato o addirittura esperto oramai, perché questa ha perso la sua sede originaria, la scuola per entrare nelle nostre case.
Non è proprio una novità: va di gran moda oggi il “tutti parlano di tutto” dal virus ai decreti legge, qual che sia l’argomento del giorno.
La didattica, da febbraio 2020 in poi, ha assunto una strana forma liquida, che nel passaggio telematico dalle case dei docenti a quelle degli studenti si trasforma e diventa altro.

Ricominciamo allora dalle basi: cos’è la didattica?
“Quella parte dell’attività e della teoria educativa che concerne i metodi di insegnamento”.
Detta così sembra un’idea statica e stantia, che qualcuno ha elaborato in un lontano universo socratico e che si ripete all’infinito, sempre uguale a se stessa.
A settembre i docenti arrivano a scuola, belli freschi e riposati, un mesetto per conoscere i nuovi alunni e poi via andare, davanti al pc a scrivere una programmazione, che durerà per l’intero anno scolastico: nero su bianco.
Copia, incolla e modifica dall’anno precedente e via lavoro fatto, passiamo ad altro.
Quanto stabilito si riprenderà in mano solo a maggio, per verificare che gli argomenti previsti siano stati effettivamente svolti e stilare nuovi documenti.
In questo particolare momento storico siamo passati a una didattica diversa, che dovrebbe in teoria accorciare le distanze per entrare nelle case degli studenti e invece nella pratica per tanti si è dimostrata faticosa e a tratti perturbante.
In altri casi ancora peggiori poi, questa ha creato distanza: alunni scomparsi dalle video chat, che non fanno lezione e non consegnano i compiti….genitori? Spariti anche loro.

La didattica, al contrario di quello che si possa pensare, è invece una cosa viva.
Molto lontana dai libri e dalle pagine dei registri elettronici dove si compilano gli argomenti svolti di giorno in giorno e dalle cartellette in cui si conservano i programmi cartacei.
La didattica respira, si muove e si trasforma, almeno quanto i soggetti che la attraversano.

Respira attualità e confronto, nuovi metodi d’insegnamento e di verifica, nuove tecnologie.
Si muove tra i docenti e le materie e tra le proposte di contenuti inediti e di approfondimenti.
Infine si trasforma, quando diventa interdisciplinare e quando assume il carattere della condivisione tra docenti e con gli studenti.
Quando poi si compie la sua metamorfosi definitiva e lo scambio avviene tra alunni, allora i docenti assistono al “salto” di chi ha saputo scavalcare la barricata e arrivare dall’altra parte.
I docenti possono anch’essi assumere un ruolo vivo.
Il loro compito sarà di dare un esempio, accompagnare i ragazzi nell’esplorazione della conoscenza, guidarli attraverso gli strumenti critici a disposizione, illuminare la via per la costruzione di un’opinione originale e personale.

Sarà come leggere nei loro occhi queste nuove consapevolezze: “il protagonista del mio apprendimento sono io, la curiosità mi porterà lontano, lo spirito critico guiderà le mie scoperte.”
La didattica è una cosa viva, e come tale va nutrita, cresciuta e curata, finché i ragazzi di oggi non saranno pronti ad uscire dalla crisalide e spiccare il volo, per diventare i nuovi adulti di domani.

“La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma, come legna da ardere, ha bisogno solo di una scintilla che la accenda, che vi infonda l'impulso alla ricerca e il desiderio della verità.”
(Plutarco- De liberis educandis )

Articolo e foto di ©Valentina Finocchiaro - 14 maggio 2020
(nella foto una sessione di lavoro online con classe virtuale di Valentina)

marco
 

LE MIE PAURE SONO UGUALI A QUELLE DEGLI ALTRI?

Mi chiedo se la paura sia un sentimento tanto soggettivo, da non poter essere perfettamente spiegato, compreso o condiviso.
Si può tentare di descriverne le manifestazioni, gli effetti collaterali; o ancora individuarne l’oggetto e le circostanze.
Ho la strana sensazione, però, che sia una di quelle cose difficili da identificare.
Il significato è chiaro: basta leggerlo su un dizionario.
Affine al mondo dell’interiorità più profonda, mi appare come un concetto alquanto relativo.

"Profe, io ho paura di salire in autobus da sola"
Così mi dice una mia allieva: un momento di recupero diviene subito un’occasione di dialogo, di condivisione.
Pongo domande, cerco di capire meglio le angosce di chi è adolescente oggi e mi astengo quanto più possibile dai commenti.
Potrebbe sembrare un turbamento innocuo o infantile.
Un fatto è che alcuni timori, talvolta, quando esternati ci appaiano più “sopportabili”.
Entro la mattinata la mia studentessa aveva già trovato una compagna con la stessa paura.
Chissà se proveranno a prendere il pullman “da sole ma insieme”: ognuno con la propria paura.
Potrebbe essere davvero un bel primo passo.

E se avessimo le stesse paure dall’inizio alla fine della nostra vita?
Oppure dal principio alla conclusione di qualcosa: una relazione, un percorso, un passaggio, un momento di transizione.
Sicuramente riusciremmo meglio ad affrontare i nostri timori, a smorzarli oppure - alla peggio!- a conviverci.
Sarebbe bello, ma purtroppo così non è: le ansie peggiori sono infide, sono furbe.
Mutano, si trasformano, talvolta diventano sottili come ombre al sole e in altri casi, al contrario si amplificano. Cala la sera e il terrore si intensifica.
Credo proprio che stia qui la fregatura: ogni giorno si deve cominciare daccapo.
Eppure la “Sera” per molti autori è stata in letteratura fonte di sollievo più che di paura.
Il momento del riposo dalla fatica del vivere.

Ah sì, poi ci sono QUELLE paure.
Quelle indicibili.

"Vede questa parte? E’ l’ippocampo. In quest’area si trovano i ricordi più recenti, saranno quelli i primi che perderà. Poi sarà colpita la parte frontale: l’elaborazione del ragionamento logico, compromettendo la sua capacità di risolvere i problemi. Poi sarà la volta della parte posteriore del cervello, dove sono conservati i ricordi più vecchi. Ha capito la situazione?"
"Esiste una cura?"
"No, no mi spiace".
(dal film Vivere due volte” – Maria Ripoll – 2020)

Solo per fare un esempio.
Mi verrebbe da dire che forse queste sono le vere paure universali.
Quelle di serie A: tutti le comprendiamo e le condividiamo.
Ci scavano dentro con un lavorio silenzioso ma nessuno ne vuole parlare.

Voi di cosa avete paura?


Articolo e foto di ©Valentina Finocchiaro - 19 febbraio 2020
editing della foto Chiara Resenterra

marco
 

DOVE ANDATE A
SAN VALENTINO?

Incubo.
Per chi è accoppiato e chi non lo è.
Per chi festeggia e quindi deve ne-ces-sa-ria-men-te trovare un posto per cena…libero!
Per chi non lo festeggia e chi è felicemente single: quindi non gliene può fregare di meno.
Per tutti, ma proprio tutti, quando al telegiornale arriva l’immancabile servizio, su cioccolatini e tavolini a lume di candela.

Mi sono chiesta perché proprio san Valentino? Diciamo che la mia motivazione è un po’ più ampia.
Quasi ontologica direi, ma in fondo ho già parlato della mia passione per il naming.
Il mio nome lo scelse mio papà e l’alternativa sarebbe stata “Ugo”- non ho mai capito se mi prende in giro quando lo dice-. Forse ora avrò occasione di chiederglielo e domandargli anche perché proprio Valentina.
Il primo riferimento letterario che collega il santo all’amore, si trova nel poema “The Parliament of Fowls” di Geoffrey Chaucer, che in italiano suona più o meno come “Il Parlamento degli Uccelli”.
Davvero poco romantico!

In questi versi San Valentino da Terni, che aveva consacrato l’amore di una cristiana e un romano sposandoli, è associato alla figura di Cupido e come tale collegato all’amore.
Questa relazione contrastata non poteva che farmi pensare a Shakespeare.
Strano che mi venga in mente un’opera tanto tragica.
Può essere un’esperienza leggere un testo teatrale: immaginare situazioni e dare forma ai personaggi, quando sono poco descritti ma contornati attraverso i dialoghi e i movimenti sulla scena.

“Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?
Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,
oppure, se non vuoi, giura che sei mio e smetterò d’essere una Capuleti.”

Questi i versi più famosi: rinunciare al proprio nome, in nome dell’amore.
Chi lo farebbe?

Penso che in fondo il mio nome mi rispecchi, in qualche modo mi rappresenti.
Sarebbe bello scegliersi il nome da soli, nel momento in cui arriva la consapevolezza giusta.
Ma così passeremmo un bel pezzo di vita (per qualcuno magari anche tutta!) senza sapere davvero chi siamo.
Forse, se potessi, lo sceglierei anch’io per me.
Valentina.
Chi ti dà il nome dà vita ad una relazione profonda e radicata.
Ti apre una strada, ti mostra una possibilità: poi sta a te.
Qui sembra davvero che il concetto di fato, tante volte spiegato in classe, prenda vita letteralmente.

Comunque vada questo ennesimo san Valentino, la fortuna di amarsi, amare ed essere amati si festeggia anche solo guardandosi in viso, con un grosso sorriso e gli occhi che brillano.
È bellissimo poter essere in due a farlo, ma questo si può fare anche da soli, guardandosi in uno specchio.
Da ripetere ogni mattina, appena svegli.

“But don’t change your hair for me
Not if you care for me
Stay little Valentine, stay
Each day is Valentines day”.

“My funny Valentine” – Frank Sinatra


Articolo di ©Valentina Finocchiaro - 14 febbraio 2020
editing della foto Chiara Resenterra

marco
 

APPARTENERE O NO?

Io oggi dico senza dubbio appartenerSI.
Dove quel “SÌ” non è altro da noi stessi.

Motorino F10. 120 mila chilometri. Nel frattempo è pure fallita la Malaguti. Dopo 15 anni ho dovuto salutarlo e mi è costato davvero tanta, tanta fatica.

L’esame per il patentino, l’appuntamento al semaforo per percorrere la strada insieme con la compagna vicina di casa, le corse per arrivare puntuale a scuola la mattina e i ciottoli che ti facevano sballottolare per salire in città alta. L’iniziale e totale incapacità nell’usare la pedalina e gli implacabili raffreddori e dolori intercostali.
Un solo incidente, una sola volta senza benzina, un’unica occasione in cui mi hanno fermato i vigili.
Le buche e i dossi che, presi in velocità, ti regalavano botte da orbi sul naso e sulla faccia, che immancabilmente andavano a sbattere sul parabrezza.
L’incredibile accensione immediata, dopo tre giorni nella neve fuori da scuola.
Penso di sfuggita al buon vecchio Alex e a “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, penso ad Ambra che cantava “T’appartengo e io ci tengo e se prometto, poi mantengo. Giura!”.
Ricordi adolescenziali che ti riportano indietro, la potenza di un libro e di una canzone.
Non immaginavo; ma infondo so il perché mi sia costato tanto questo congedo.

A volte gli oggetti, specialmente quelli che conserviamo con cura da tanto tempo, nascondono un valore affettivo in cui ci riconosciamo, in cui vediamo noi stessi in un periodo della nostra vita.
Malgrado la voglia di rimanere ancorata ad un periodo che di fatto non c’è più, malgrado quella resistenza al cambiamento che si ripropone ciclicamente, questo passo andava fatto.
Non stavo semplicemente salutando un motorino, stavo dicendo addio alla mia adolescenza.

Ripenso con tenerezza alla ragazzina che ero e che ha sempre cercato di colmare, un po’ come tutti, con la presenza altrui il suo bisogno di appartenenza.
La famiglia, l’amore, il gruppo di amici, le amiche più strette, i colleghi.

Poi qualcuno mi ha fatto notare con semplicità che potevo essere io quella presenza, che potevo bastare a me stessa.
Ho promesso che ci avrei riflettuto e ho fatto i compiti a casa. La mia prospettiva è cambiata.

Aggiungo solo che secondo me per “appartenersi” davvero è necessario essere se stessi.
Non si può fingere, non ci sono scorciatoie ma quando ti riconosci, senti nel bene e nel male di appartenerTI davvero.

“Presto sarebbe volato via pure quello stupido febbraio e il vecchio Alex si sentiva profondamente infelice ma in modo distaccato, come se la sua vita appartenesse - sensazione fin troppo tipica e cruda ne convengo - a qualcun altro [...]”.
Jack Frusciante è uscito dal gruppo – Enrico Brizzi, 1994

Articolo e foto di ©valentina Finocchiaro - 30 gennaio 2020
editing della foto Chiara Resenterra

Linda's Stories
 

SARÀ FINALMENTE
L’ANNO DELLA RINASCITA?

Non ricordo esattamente quando sia iniziata questa tradizione.
Ricordo un bigliettino su un armadio che non esiste più, in una camera di nessuno.
Nottate agitate e sveglia presto, per ripassare la cellula eucariote o la ricerca sui denti, nel terrore più nero della prof. di Scienze.
Un augurio che è diventato un mantra, anno dopo anno.
Questo sarà “l’anno della rinascita!”.
Quasi dovessimo riprenderci da chissà quale avvenimento sconvolgente o dimostrare al mondo e alla vita di essere donne forti.
Due ragazzine con i jeans a vita bassa, la maglietta bianca e la felpa grigia, che si scambiavano i vestiti nella toilette del Ciao.
A distanza di anni, la frase si ripete nei biglietti d’auguri e, pensandoci bene, forse un anno della rinascita non c’è mai stato. La vita, però, ci ha spinto a fare, a migliorarci, a volere di più e poi a fermarci, a pensare, a prenderci cura di noi e di altri.

Donne forti, nel nostro piccolo, lo siamo diventate. Ho sempre amato dare un nome alle cose.

Definire ogni cosa con il proprio nome mi dà un senso di pienezza, di completezza, di giustizia. Ripenso a discorsi recenti, in cui cerco di definire me stessa con i ragazzi, attraverso il mio ruolo, la mia funzione sociale.
Loro sono come un grande specchio: inflessibili e implacabili nel pretendere verità.
Meglio: con loro cerco di precisare quello che essere insegnante vuol dire PER ME.
Ho definito me stessa mediatore culturale: <<un po' come i Fenici>> ho detto.
E poi ho spiegato che non faccio ricerca storica, non scrivo grandi opere letterarie, non sono un critico e non sono un giornalista.
Raccolgo il pensiero altrui e cerco di portarlo all’attenzione, di renderlo affascinante, di avvicinarlo all’esperienza di ragazzi molto spesso, loro malgrado, poco interessati. E a volte ci riesco.
Una grande, immensa soddisfazione.
“Profe, in fondo i Promessi sposi non sono così male!” e un grande “EVVIVA!” dentro di me.

Per il nuovo anno non mi faccio auguri particolari, non ho Grandi Speranze. Mi ritengo davvero molto fortunata già così.
Ho piccoli desideri nascosti, che spero troveranno modo di esaudirsi. Ma se non sarà così, andrà bene lo stesso.
Spero ci saranno un altro anno, diverse prospettive, nuovi incontri e inedite opportunità da cogliere.
Per il nuovo anno mi auguro di avere la forza di fare ancora un piccolo passo avanti. Poter percorrere ancora una breve parte di quella strada verso la consapevolezza di ME.
Saper dire “Io ci sono, sono questo e vorrei diventare così”.

VOI COSA VI AUGURATE PER IL NUOVO ANNO?


Articolo di ©Valentina Finocchiaro - 27 dicembre 2019
Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories
 

ALL I WANT FOR
CHRISTMAS IS?

Sono in aeroporto.
Ho paura perché il tempo ancora una volta non mi accompagna e prendere l’aereo da sola in questi momenti proprio non mi va.
Due ragazzi vicino a me parlano di matrimoni e penso che questi giorni di toccata e fuga dal sud, non abbiano nulla a che fare con i ricordi delle due interminabili settimane di vacanze natalizie.
E allora penso, proprio quest’anno che ho deciso di scappare, che per Natale vorrei impacchettare le persone.

Vorrei far tornare chi non c’è più e chi è andato via troppo presto.
Pensandoci bene le persone le “impacchettiamo” comunque e in ogni momento dell’anno.
Le ricopriamo di ricordi, le avvolgiamo nelle situazioni già vissute, le contorniamo delle nostre esperienze passate e le filtriamo attraverso le nostre emozioni.
La verità è che per Natale vorrei spacchettare i ricordi e trovare, oltre alle persone, le feste che non ci sono più.
Il profumo di mare e la salsedine sui vetri della sala, il pendolo che suona forte all’ingresso, le frittelle della Vigilia, il pomeriggio con papà a fare i pacchetti, il brodo di Santo Stefano, con i gamberoni per antipasto.
Chi arriva la mattina chiedendo un panino con il tonno e chi spara i botti a capodanno con l’elmetto del nonno in testa.
I grandi saloni illuminati con lo scalone, da percorrere appiccicate per terra gradino per gradino, fino ad arrivare al grande albero illuminato e alla macchinina rossa a pedali.
Interminabili sessioni di apertura regali, che terminavano con scambi di agende e oggetti più disparati, venuti fuori dagli immancabili pacchi aziendali.
E poi le poesie e le canzoni dei bimbi, con i primi cellulari e il piccolo della famiglia, che pieno di gioia parla con “Babbo Natale” al telefono e gli chiede:
“Come stai?”.
Vorrei correre per gli ultimi doni a cercare le persone che non ci sono più. Poi penso che in realtà per qualcuno che non c’è, tanti altri sono arrivati. È un Natale diverso quello degli ultimi anni.
Li osservo di sottecchi mentre siamo tutti riuniti, generalmente attorno a tavolate incasinate, con il cane che, in un momento di distrazione generale, agguanta mezzo salame e cerca di ingoiarlo intero. Sono indifferentemente del nord e del sud, italiani e stranieri, vicini e lontani.
Tutti pronti a condividere se stessi e il proprio affetto, i ricordi e le risate. Stavolta il salone è il mio, il tavolo grande sta per arrivare.
Aspetto la prossima cena di Natale per riunirli tutti, ma proprio tutti e già m’immagino come sarà festeggiare di nuovo insieme.
Chi lo è diventato per davvero e chi è come se lo fosse da una vita.
Chi è arrivato da poco, chi è tornato e chi si è riscoperto.
Sono loro a creare nuovi ricordi, sono loro che mi fanno sperare che Natale possa essere ancora la felicità colorata e rassicurante di un tempo ma con la consapevolezza di oggi.
Senza mai dimenticare gli affetti più cari, presenti e passati, gli amici sono la mia famiglia.

E il vostro Natale com’è?

Articolo di ©Valentina Finocchiaro - 16 dicembre 2019
Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories
 

ANSIA DA REGALI DI NATALE. L’AVETE MAI PROVATA?

Me la immagino come il personaggio di un libro: un’ombra oscura e allungata, dalla forma simile a quella di Jack Skeletron, che insolitamente quest’anno mi sta seguendo, mi sta scrutando da lontano e sta aspettando il momento giusto per farmi un agguato.

Eppure un tempo era facile pensare a qualcosa di azzeccato per ogni persona speciale. Qualche volta ho pensato davvero di essere brava: avevo trovato il regalo che in quel momento sembrava perfetto. Il gatto mi guarda con fare interrogativo e sembra dirmi:
“Quante volte pensavi fosse il regalo giusto e ti sei sbagliata?”
E’ un attimo: il dono esce dai tuoi pensieri e si materializza come troppo, troppo poco, inadeguato e sbagliato, tanto che vorresti impacchettarlo di nuovo e riportarlo in negozio. Oppure sotterrarti quando l’altra persona lo apre e, con fare goffo, abbozza un mezzo sorriso ma con evidente imbarazzo.

Forse quello che manca davvero oggi è il tempo per scegliere.
Non arraffare cose all’ultimo momento in un centro commerciale affollato, ma scoprire piccoli oggetti della felicità nei negozietti del centro.
Scovare il mercatino giusto, con oggetti particolari per non esser banali. Evitare di regalare ogni anno il classico maglione; magari con le renne. Prendersi tempo per cercare, per farsi consigliare, per meditare: un pensiero speciale per ogni persona del cuore.

E poi c’è tutta la storia dei pacchetti.
Perché dedicarcisi di fretta il giorno prima della Vigilia, quando avranno solo un breve momento di vita per essere poi scartati, con un evidente e inutile sperpero?
Quindi pensiamo al packaging ecologico, tanto di moda oggi.
A che scopo sprecare carte patinate e costosissime, quando si può riutilizzare quella dei giornali o dei volantini usati?
Quei tabloid nell’angolo del salotto, abbandonati da un mese, perché letti e riletti o i flyer con le offerte o la settimana enigmistica, cominciata in aereo e mai finita.
Pacchetti contornati di nastri riutilizzati e ninnoli decorativi e colorati.

Quando ci prendiamo il giusto tempo per la cura nel fare i regali, in fondo è come se ci mettessimo un po’ di noi stessi.
E allora la verità è che secondo me a volte gli oggetti sono doni inadeguati: forse da questo deriva il mio disagio di quest’anno.
Sento che regalare oggetti sarebbe come travisare il vero senso delle feste: colmare il bisogno di presenza con un’effimera materialità.
Quello che vorrei fare quest’anno è prendere scatole di cartone e riempirle di tempo e di pensieri, metterle sotto l’albero e vedere la faccia di amici e parenti nell’aprire scatole vuote di oggetti ma piene della volontà di stare insieme e ricordarsi, a Natale più che mai, che ciò di cui abbiamo veramente bisogno e che cerchiamo tutti è attenzione, cura e amore e che confinare tutte queste cose in un regalo impacchettato è maledettamente difficile.


Articolo di ©Valentina Finocchiaro - 2 dicembre 2019
Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories
 

AVETE PRESENTE
“GHIACCIO BOLLENTE?”

Come dimenticare l’esempio più quotato dai docenti dell’ossimoro?
Le tanto odiate figure retoriche: incubo perfino degli studenti più bravi, quando dovevi studiare a memoria un esempio per ognuna di esse.
Un po’ come i verbi irregolari in inglese, formule di matematica, chimica e fisica.
I teoremi di geometria e le declinazioni di latino e tedesco.
E si potrebbe andare avanti ancora.

Le figure retoriche non mi piacciono.
In sostanza un ossimoro, detto da una che ha fatto dell’insegnamento e per di più dell’italiano metà del suo lavoro.
Può darsi che la pensi così perché non ho mai amato particolarmente la poesia.
Perfino quando trovo una figura retorica in un testo di prosa, ne apprezzo la bellezza ma se diventano troppe, mi disturbano.
L’ossimoro, poi, è una di quelle che m’inquietano proprio.
Probabilmente è l’idea di due concetti racchiusi in uno o che un’unità sia anche implicitamente e profondamente duale.

Trasposto in prosa, a me sicuramente più congeniale, l’ossimoro è assimilabile al concetto di doppio.
Intere lezioni di letteratura inglese della Violi, una professoressa che portava in se’, ma nella sua figura proprio, le tematiche dei suoi corsi.
Irrimediabilmente vestita di nero, occhi verdi e capelli neri raccolti, cappotto lungo, sopra abiti altrettanto lunghi e neri: unico colore, un rossetto rosso sangue.
Seguivamo tutti rapiti le sue lezioni; quasi si potesse, seguendola, avere accesso a un mondo altro e oscuro.
Il gotico era il suo argomento preferito: il perturbante uno dei concetti più ricorrenti.

Allora forse è questo che mi disturba tanto dell’ossimoro.
L’altra metà di qualcosa, che non è completezza ma contrapposizione. Come quando vedo i telefilm su delitti e criminali ma poi la notte non dormo.
L’ombra che segue il personaggio, ma non è altro che la proiezione del suo lato oscuro.
Il gemello cattivo.
Il quadro che invecchia in soffitta al suo posto.
Per esserlo davvero, il perturbante deve essere affascinante, attrarti e portarti nel suo mondo, annullando in un secondo tutte le tue certezze.

Non ci faccio ancora pace con QUEL lato di me.
Quello che trasforma una persona generalmente mite in una furia.
Quello che quando tento di correre, ma qualcosa non va, mi blocca il fiato in gola.
Quello che mi fa svegliare preoccupata al mattino senza un perché.
Quello che mi fa lacrimare e mi strozza le parole in gola, quando canto canzoni che parlano per me.
Perennemente alla ricerca di un equilibrio che non arriva mai, il lato oscuro si manifesta nei momenti più insospettabili, mi colpisce e mi lascia senza forze.
Come uno schiaffo in piena faccia.
E io rimango inerme.

Forse non arriverà mai la fine di questa storia, Voldemort non sarà mai sconfitto, non ci sarà un ultimo capitolo in cui il bene trionfa, un momento catartico.
Perché una parte di te non la puoi eliminare premendo il tasto “cancella”, per poi andare avanti come se niente fosse.
Come quel difetto fisico che nascondiamo con tanta fatica e che con altrettanta prontezza ritorna ciclicamente a mostrarsi, anche con un semplice ricordo.

E allora che fare?
Fuggiamo.
A gambe levate proprio.
Non vogliamo vedere, non vogliamo sentire, non vogliamo essere.

Ci sarà mai una fine?
Forse una fine no, ma una resa sì.
Accogliere quelle sensazioni permettere loro di vivere, di attraversarci e di sconvolgerci.

Che fare?
Teniamoci ben saldi, aggrappiamoci a chi sa riportarci con i piedi per terra, a quelle persone che quando le vedi ti sollevano e ti fanno sentire leggero, a quella parte di noi che sa ridere, gioire e voler bene e accettiamoci.
O meglio, dovrei dire ACCOGLIAMOCI.
Vogliamoci bene anche per questo convivente cattivo.
Per il diverso che ci abita e ci permette di essere altro da noi.
Giusta o sbagliata, buona o cattiva che sia, quella rimane comunque una parte di noi.
A volte vien fuori incontrollata e libera, priva di quella ferma e costante motivazione a essere come si vorrebbe.
Slegata dai vincoli delle regole sociali e di quelli che noi imponiamo a noi stessi, sarà pur sempre parte della nostra unicità.

E voi come affrontate il vostro ossimoro quotidiano?

Articolodi ©Valentina Finocchiaro - 26 novembre 2019
Editing della foto di Chiara Resenterra

Smanimusings Vale
 

“I LIBRI PARLANO?”

Mi cade l’occhio sulla libreria. Brutta.
Non l’ho scelta io, l’ho trovata in casa – la mia nuova meravigliosa casa – ma questa è un’altra storia.
Lo vedo, lo osservo. Un volume vecchio, smangiato da un coniglio, regalo di compleanno e avuto in casa per poco. Lo apro. “Ad Anna, con affetto Eugenia”: non so chi siano.
Data: 14-11-1983. Non ero nemmeno nata.
Sulla copertina ingiallita un disegno di montagne, alberi e uccelli, il titolo e l’autore in corsivo.

“Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcìa Màrquez.”
Ho la netta sensazione che questo libro mi stia chiamando. Ora.
Prepotentemente.
Non mi capita da molto tempo e quasi mai con libri già letti.
Ma dopo forse quindici anni da quando ne rimasi folgorata, mi trovo a chiedermi perché quel libro mi aveva colpito così tanto, da farmi produrre per l’insegnante di italiano – in cui, mio malgrado, ultimamente mi rivedo e specialmente negli scleri quotidiani- una scheda libro con la ricostruzione di tutto l’albero genealogico della famiglia.
“Come si chiamava?”
Devo aprirlo e cercare.
Ma cosa cerco veramente?
Cerco il SENSO. Il mio.
A volte la passività è puramente mentale: rifugiarsi nel fare, fare, fare senza fermarsi a pensare.
Darsi il tempo di capire, farsi un’idea propria: tutto questo richiede fatica. “José Arcadio Buendìa. Macondo. Melquìades.”
Nomi già sentiti, vaghi ricordi.
Non credo questo libro potrà parlarmi facilmente di nuovo.
Lo apro e mi preparo a rileggere queste 400 pagine.
Mi preparo a ricordare ma soprattutto a dare un significato nuovo.

Alla fine Cent’anni di solitudine ha trovato il modo di parlarmi.
Ho intravisto il senso che cercavo e l’ho capito.
Ma andiamo con ordine.
Ho letto un centinaio di pagine.
Inizialmente è stato confortante immergermi nuovamente nelle vicende dei personaggi in quel di Macondo.
Ma poi la mia prospettiva è cambiata, leggere è diventato faticoso.
In fondo, una vocina nella testa mi diceva che non avrei finito di rileggerlo ora.
E così è stato.
Quel libro, pur senza arrivare alla fine, mi ha dato le risposte che stavo cercando.

Uno.
Il mio mood adolescenziale introspettivo e riservato era sicuramente più in linea con l’atmosfera di confusione solitaria del libro; in cui i personaggi si avvicendano e, uno dopo l’altro, si fanno spazio nel testo. Tutti per ribadire il concetto secondo cui, per quanto contornati di persone, alla fine non viviamo che nella nostra solitudine.

Due.
Posso chiedere del tempo per me.
Posso chiudere la porta, lasciare faccende, lavoro, famiglia, tutto da parte e chiedere un po’ di tempo per me.
Mi è concesso ora. Senza aspettare domani o il weekend.
Anche se poi si riduce a mezz’ora, perché alle 21 sto già crollando dal sonno.
Non importa: sarà stato tempo per me.

Prendo atto del fatto che sono cambiata e mi appello al mio diritto di lettore.
Secondo Daniel Pennac il numero tre: “Il diritto di non finire un libro”.
Chissà se Cent’anni di solitudine mi chiamerà nuovamente, quando sarò una vecchia gattara, che trascorre le giornate sulla sedia a dondolo vicino alla finestra a leggere, con gli occhiali sul naso e la copertina rattoppata sulle spalle.
Lo spero, perché sono sicura che, pur nel turbine di personaggi che vorticano da una generazione all’altra e nella ripetizione interminabile degli stessi nomi, quel libro mi suggerirà ancora qualcosa di importante. Mi svelerà qualcosa di nuovo su di me.

Articolo di ©Valentina Finocchiaro - 18 novembre 2019
Editing della foto di Chiara Resenterra

Linda's Stories
 

SIAMO ANIME GEMELLE?

Due metà della mela.
Il completamento l’uno dell’altra.
E viceversa.
Se fossimo continenti, non potremmo essere ai poli più opposti della Terra.

Tento affannosamente di mantenere un po’ di ordine in casa.
Arriva alle 17, molla tutto in giro, fa saltare i cuscini fuori dal letto “faccio una partitina!” e chi lo vede più fino a ora di cena.
Lo aspetto tutto il giorno per cenare insieme.
“Stasera mi fermo al pub, c’è la partita. Torno tardi”.
Cambiamo casa! Un numero infinitamente alto di annunci di immobiliari online e due anni per trovarla.
Altri sei mesi per entrare.
Dobbiamo comprare il tavolo nuovo. Nulla: finché non ha girato un’intera lista di negozi di mobili e chiesto preventivi in tutto il circondario di tre regioni italiane, per farsi odiare da mille commessi diversi.
Chissà perché si ricordano tutti di lui quando torna.
C’è il ponte: weekend fuori!
Nei ponti c’è traffico, stiamo a casa.
Vorrei prendere il cane.
Per prendere il cane dobbiamo avere il giardino.
Ho aspettato sei anni, forse di più.
L’abbiamo preso ma è sfortunatamente pazzoide.
Me lo rinfaccia da sei mesi. Come finirà?
Sabato andiamo da qualche parte?
C’è il battesimo di nostro nipote.
Vero. Quello successivo?
E’ il compleanno di mio papà.
Ok. Quello ancora dopo?
Ma poi mio padre parte, dobbiamo salutarlo.
E poi?
Mia mamma è da sola, andiamo a pranzo da lei!
Per proseguire, rivedere tre domande sopra e ripetere la lettura daccapo.

E poi ci sono io. La sua lista sarebbe altrettanto lunga, ne sono sicura – sorrido-.

E poi ci sono gli altri.
“Altri” importanti, che non puoi ignorare.
Venite a fare colazione? Venite a pranzo?
Venite a cena?
Venite in vacanza con noi?
Non ci vediamo mai!
Quando sistemate il giardino?
Quando ti danno l’indeterminato?
Quando fate addestrare questo cane?
QUANDO FATE UN NIPOTINO???

Insomma, anni e anni di un marasma incredibile.

Poi ti guardo di nascosto, fai le solite cose da una vita.
Dici persino le solite cose.
Canti le stesse canzoni con le stesse parole sbagliate.
“Con la mia palla lanciata un po’ più in su…” e via al Principe di Bel Air.
“Mi dispiace devo andareeeeeee”, ogni volta che esci di casa.
Io rido ogni volta. Mi vedi ridere e ridi anche tu.
Potrei finire le tue frasi, come so quando non pensi a nulla e mi dici “Penso ai piccioni!”.
Sei arrivato, in ritardo, un pomeriggio di marzo “perché stavo vincendo un torneo alla Play” –certe cose davvero non cambiano mai!- e sono passati 14 anni così.
In un soffio.
Più della metà della mia vita l’ho passata con te e come fosse prima, ora non lo ricordo più.

Non so se rispecchiamo semplicemente un cliché.
Un amore stereotipato alla “Sandra e Raimondo”, per capirci.
Magari è il presupposto ad essere sbagliato.
Abbiamo un’idea dell’amore che ricalca quella dei film, o meglio, quella delle favole poi riproposta identica in moltissimi film: lui incontra lei, si innamorano e vissero tutti felici e contenti.
In realtà non siamo la metà di nulla, se non la metà di un caos, che spesso fatica a trovare un centro.
Però siamo noi. E siamo così.
Ci affanniamo a cercare qualcuno che ci completi ma forse abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci accompagni.
Un compagno, o una compagna, per tutta la vita. O magari solo per una parte.
Ma che sia disposto, scendendo almeno un milione di scale ad arrivare fino in fondo con noi.

Chi è il vostro compagno di vita?

Articolo di ©Valentina Finocchiaro - 11 novembre 2019
Editing della foto di Chiara Resenterra

un frame del film "ombra e il Poeta"
 

I PROFESSORI SI ANNOIANO?

Da studenti vi annoiavate a scuola?
I più credono che il tema “La noia a scuola” riguardi alunni svogliati, incapaci di trovare stimoli culturali o sociali, che non risiedano in mezzi tecnologici. Ragazzi che solitamente passano ore davanti a pc programmati per riempire giornate già piene di sport e corsi vari, scelti per lo più dai genitori e, per di più, persino odiati dai figli.
Ma gli insegnanti si annoiano?
SORPRESA!
Sì. La differenza è che gli studenti si aspettano che il professore arrivi in classe sempre con la passione in tasca: che sia mosso tutti i giorni dall’entusiasmo di condividere il proprio sapere, con studenti incuriositi e propositivi. Nella realtà però spesso i docenti non sono così appassionati e gli alunni vivono le lezioni con passività.
L’entusiasmo si scontra con il mostro cieco e sordo della quotidianità. C’è chi ha figli, c’è chi ha un cane “pazzo-mangia tutto”, c’è chi ha il tennis del lunedì sera o la palestra “perché se no mi viene mal di schiena”, c’è chi ha la casa da pulire, la mamma ingombrante, il papà che vive fuori e la sorella che “tra un mese ci sposiamo!”.
“E allora?” Direbbe qualcuno.
“Con tutto il tempo libero che avete voi insegnanti, vi manca pure la passione di insegnare?”
A volte sì.
Ma poi anche in quelle giornate storte, metti un piede in classe.
Posi le immancabili borse-mattone con cui vai in giro (perché della schiena degli insegnanti non si interessa nessuno) e ti siedi.
Vorresti cominciare ma le immancabili domande, richieste, battute e perplessità te lo impediscono.
E poi c’è il registro elettronico, la segretaria che entra in classe con la circolare urgente e ancora l’alunno, che immancabilmente arriva in ritardo.
Ma poi cominci.
Una parola dietro l’altra.
Si susseguono con una naturalezza che in prima battuta ti stupisce, poi ti dà confidenza e infine soddisfazione. Anche oggi ho fatto quello che mi piace.
La passione dell’insegnamento a volte arriva dopo. Ma quando arriva ti colpisce con un’immediatezza che ti fa pensare, al limite tra la sorpresa e l’incredulità: “Davvero tutto questo succede grazie a me?”.
La risposta è no.
E allora torniamo a quegli alunni, non tutti svogliati, non tutti addormentati e non tutti stanchi “perché è l’ultima ora”. Gli studenti collaborativi, che ascoltano e rispondono con il loro interesse spontaneo, fanno domande e propongono attività.
Ti chiedono “Perché?” e ti spingono ad approfondire, a non accontentarti di ciò che sai già.
La noia soccombe alla passione, che genera motivazione e ti spinge a fare meglio, a stare meglio.

E voi come combattete la noia sul lavoro?

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