βSono Atena,
Non una figlia qualunque di Zeus.
Non sono l’unica, ma sono nata da lui letteralmente.
Il suo utero maschile? La sua testa.
Sono nata da un mal di testa e da una testa rotta, a voler ben vedere.
Forse ancora oggi creo questo inconveniente a chi ha a che fare con me: sono impegnativa.
Da mia madre Metis, ho ereditato la sapienza, lβintelligenza e la saggezza; troppo pericolosa lei, perchΓ© Zeus le permettesse di vivere nel Mondo, βcolei che sa piΓΉ cose e che sa assumere qualsiasi formaβ.
Non ci ha pensato due volte mio padre: lβha sposata e poi, una volta rimpicciolita con lβinganno, lβha mangiata.
Ma lei era giΓ incinta e ci ha pensato Efesto a spaccargli la testa e a tirarmi fuori.
Timida e indifesa bambina? Non direi; invece, adulta guerriera e armata di tutto punto.
Forse Γ¨ di questo che si ha bisogno per vivere nel Mondo.
Poi gli uomini mi hanno dato altri nomi e mi hanno attribuito simboli.
βPalladeβ, dal gigante sconfitto in duello, del quale porto la pelle come un trofeo sulle spalle.
βGlaucopideβ, per i miei occhi azzurri o per il mio muso βda civettaβ-divenuta poi anche un altro mio contrassegno-.
Ancora, il telaio e la spola, a ricordare la mia vittoria contro Aracne, rea di avermi sfidato nellβarte della tessitura e per questo trasformata suo malgrado in un ragno.
Autocontrollo ed equilibrio sono le virtΓΉ che coltivo, non Γ¨ previsto che mi innamori e questo preserva la mia condizione perpetua di vergine.
La mia vita esige rigore, sempre.β
La statua di Atena troneggia oggi in tante universitΓ come simbolo della sapienza.
Non si trattava perΓ² allβinizio, come si potrebbe pensare, di una conoscenza filosofica o intellettuale.
Ma di una conoscenza molto pratica (la mΓ©tis), unita al kairos, lβoccasione buona.
La capacitΓ di cogliere lβattimo con intelligenza.
Forse a volte nella vita Γ¨ proprio questo, quello che ci vuole.ΒΉ
Il secondo paio di occhi Γ¨ quello di una ragazza.Β²
Come tante?
Non saprei dire.
Da un lato, per quello che ha passato spero di no, mentre dall’altro vorrei che fosse cosΓ¬.
Sempre piΓΉ spesso sento dire che la generazione Z fornisce ampi esempi di apertura e figure pronte al dibattito su temi importanti.
In particolare sulle differenze, sulle dipendenze da tecnologia, sulla paritΓ di genere.
Ma la mia?
I trentenni cresciuti guardando “Ritorno al futuro” e facendo gli Scooby doo da attaccare alle chiavi del cinquantino? (che per la cronaca hanno ricominciato a fare anche i quindicenni di oggi).
Noi siamo anche quelli dei Nirvana, di βTrainspottingβe di βFight clubβ e gli ultimi che sanno cosa sia il Club 27 o “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. Siamo quelli dei disturbi alimentari.
Non siamo i giovani delle crisi adolescenziali, perché così giovani non siamo più.
Siamo quelli che adesso si aprono ai problemi, quelli reali.
Quelli degli adulti.
Le sconfitte vere, le perdite, i lutti, i sacrifici, le sofferenze.
Siamo quelli che, anche con le spalle ben salde e con una squadra pronta ad aiutarli, ad accompagnarli e sostenerli, sentono di dover ormai fronteggiare i problemi, quelli che fanno paura sul serio, da soli.
Le questioni non si risolvono in breve tempo, e anche se si va avanti e si ricomincia daccapo, gli strascichi di ciΓ² che Γ¨ stato prima non mollano, ti seguono come ombre dalle quelli non riesci a scappare.
Altro che Peter Pan.
Silvia ha festeggiato pochi giorni fa il suo personale traguardo, dieci anni dall’uscita da un DCA importante.
PiΓΉ di una volta ho colto quella βmΓ©tisβ e quel βkairosβ, quando racconta di aver preso la decisione di salvarsi la vita.
Avevo giΓ avuto occasione di parlare di lei in classe anni fa, nell’ambito di una prova interdisciplinare come esempio positivo di rapporto con il proprio corpo e di utilizzo dei social.
Lo fa nel “modo-social”, poco comprensibile per le generazioni di molto antecedenti alla Z?
Forse.
Arriva a chi la segue, parlando di temi importanti, che vanno oltre la mera esposizione di sΓ© e il tentativo di βessere vistiβ nel proprio cambiamento, andando invece a piantare dei semi, in chi magari non sa da dove iniziare per poter cambiare le cose?
Cosa la accomuna ad Atena?
Una profonda consapevolezza di sΓ©, il tentativo di raggiungere lβequilibrio e la consapevolezza che il percorso per quelli che non si sentono mai arrivati va avanti sempre, a suon di batoste e di attimi di felicitΓ , a prescindere da ciΓ² che succede.
Per concludere userei una metafora, divenuta poi un suo simbolo riconoscibile.
Come una fenice, pronta a rinascere per tutta la vita, sempre.
Β
note:
1) Liberamente tratto da βOlympos: vizi, amori e avventure degli antichi deiβ, Giorgio IeranΓ², Sonzogno, 2011.
immagine di 2022Β© Valentina Finocchiaro