𝐀𝐓𝐄𝐍𝐀

Le donne del Mito

Valentina Finocchiaro

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β€œSono Atena,
Non una figlia qualunque di Zeus.
Non sono l’unica, ma sono nata da lui letteralmente.
Il suo utero maschile? La sua testa.
Sono nata da un mal di testa e da una testa rotta, a voler ben vedere.
Forse ancora oggi creo questo inconveniente a chi ha a che fare con me: sono impegnativa.
Da mia madre Metis, ho ereditato la sapienza, l’intelligenza e la saggezza; troppo pericolosa lei, perchΓ© Zeus le permettesse di vivere nel Mondo, β€œcolei che sa piΓΉ cose e che sa assumere qualsiasi forma”.
Non ci ha pensato due volte mio padre: l’ha sposata e poi, una volta rimpicciolita con l’inganno, l’ha mangiata.
Ma lei era giΓ  incinta e ci ha pensato Efesto a spaccargli la testa e a tirarmi fuori.
Timida e indifesa bambina? Non direi; invece, adulta guerriera e armata di tutto punto.
Forse Γ¨ di questo che si ha bisogno per vivere nel Mondo.
Poi gli uomini mi hanno dato altri nomi e mi hanno attribuito simboli.
β€œPallade”, dal gigante sconfitto in duello, del quale porto la pelle come un trofeo sulle spalle.
β€œGlaucopide”, per i miei occhi azzurri o per il mio muso β€œda civetta”-divenuta poi anche un altro mio contrassegno-.
Ancora, il telaio e la spola, a ricordare la mia vittoria contro Aracne, rea di avermi sfidato nell’arte della tessitura e per questo trasformata suo malgrado in un ragno.
Autocontrollo ed equilibrio sono le virtΓΉ che coltivo, non Γ¨ previsto che mi innamori e questo preserva la mia condizione perpetua di vergine.

La mia vita esige rigore, sempre.”

La statua di Atena troneggia oggi in tante universitΓ  come simbolo della sapienza.
Non si trattava perΓ² all’inizio, come si potrebbe pensare, di una conoscenza filosofica o intellettuale.
Ma di una conoscenza molto pratica (la mΓ©tis), unita al kairos, l’occasione buona.
La capacitΓ  di cogliere l’attimo con intelligenza.

Forse a volte nella vita Γ¨ proprio questo, quello che ci vuole.ΒΉ

Il secondo paio di occhi Γ¨ quello di una ragazza.Β²
Come tante?
Non saprei dire.
Da un lato, per quello che ha passato spero di no, mentre dall’altro vorrei che fosse cosΓ¬.
Sempre piΓΉ spesso sento dire che la generazione Z fornisce ampi esempi di apertura e figure pronte al dibattito su temi importanti.
In particolare sulle differenze, sulle dipendenze da tecnologia, sulla paritΓ  di genere.
Ma la mia?
I trentenni cresciuti guardando “Ritorno al futuro” e facendo gli Scooby doo da attaccare alle chiavi del cinquantino? (che per la cronaca hanno ricominciato a fare anche i quindicenni di oggi).
Noi siamo anche quelli dei Nirvana, di β€œTrainspotting”e di β€œFight club” e gli ultimi che sanno cosa sia il Club 27 o “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. Siamo quelli dei disturbi alimentari.
Non siamo i giovani delle crisi adolescenziali, perché così giovani non siamo più.
Siamo quelli che adesso si aprono ai problemi, quelli reali.
Quelli degli adulti.
Le sconfitte vere, le perdite, i lutti, i sacrifici, le sofferenze.
Siamo quelli che, anche con le spalle ben salde e con una squadra pronta ad aiutarli, ad accompagnarli e sostenerli, sentono di dover ormai fronteggiare i problemi, quelli che fanno paura sul serio, da soli.
Le questioni non si risolvono in breve tempo, e anche se si va avanti e si ricomincia daccapo, gli strascichi di ciΓ² che Γ¨ stato prima non mollano, ti seguono come ombre dalle quelli non riesci a scappare.
Altro che Peter Pan.
Silvia ha festeggiato pochi giorni fa il suo personale traguardo, dieci anni dall’uscita da un DCA importante.
PiΓΉ di una volta ho colto quella β€œmΓ©tis” e quel β€œkairos”, quando racconta di aver preso la decisione di salvarsi la vita.
Avevo giΓ  avuto occasione di parlare di lei in classe anni fa, nell’ambito di una prova interdisciplinare come esempio positivo di rapporto con il proprio corpo e di utilizzo dei social.
Lo fa nel “modo-social”, poco comprensibile per le generazioni di molto antecedenti alla Z?
Forse.
Arriva a chi la segue, parlando di temi importanti, che vanno oltre la mera esposizione di sΓ© e il tentativo di β€œessere visti” nel proprio cambiamento, andando invece a piantare dei semi, in chi magari non sa da dove iniziare per poter cambiare le cose?

Secondo me, sì.

Cosa la accomuna ad Atena?
Una profonda consapevolezza di sΓ©, il tentativo di raggiungere l’equilibrio e la consapevolezza che il percorso per quelli che non si sentono mai arrivati va avanti sempre, a suon di batoste e di attimi di felicitΓ , a prescindere da ciΓ² che succede.
Per concludere userei una metafora, divenuta poi un suo simbolo riconoscibile.

Come una fenice, pronta a rinascere per tutta la vita, sempre.

Β 

note:
1) Liberamente tratto da β€œOlympos: vizi, amori e avventure degli antichi dei”, Giorgio IeranΓ², Sonzogno, 2011.
immagine di 2022Β© Valentina Finocchiaro

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