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ARTICOLI DI APPROFONDIMENTO

Linda's Stories -  23 gennaio 2020

CHE COSA È IN FONDO L’APPARTENENZA?

di ©Linda Foglieni

L'altro giorno mi è capitato di inciampare in un pezzo di Gaber che non ricordavo per niente.
Devo averla ascoltata da qualche parte in passato, perché mi è subito suonata familiare, ma la musica deve avermi distolto dal significato del testo. Si intitola "Canzone della non appartenenza" e a un certo punto dice (vado a memoria) che l'appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, né il conforto di un normale voler bene, ma che appartenenza significa avere gli altri dentro di sé.

Mi sarebbe piaciuto ascoltarla da adolescente, quando mi dannavo per appartenere a qualcosa senza riuscirci mai e mi sentivo sempre non abbastanza.
Non mi sentivo abbastanza punk per ballare Anarchy in the UK in mezzo alla pista, ma neanche sufficientemente Hippie per lasciarmi crescere i capelli e abbandonarmi al caldo abbraccio di Joni Mitchell che sventola la sua chioma bionda parlando di una Woodstock a cui non è mai stata.
Non mi sentivo abbastanza studente universitaria, perché passavo la maggior parte della mia giornata a fare un lavoro che adoravo. Appena mi capitava di iniziare a sentire di appartenere a qualcosa, scivolavo come un'anguilla nel mio nuovo percorso.
Non sono mai stata nulla di quello che sono stata al cento per cento e credo che non proverò mai questa sensazione. Le anime inquiete hanno sempre un piede nella prossima avventura: perché un piede salva l'altro, te lo spiegano ancora prima che inizi la partita.

Eppure sbagliavo quando sentivo di non appartenere a nulla, sbagliavo di brutto; perché ogni giorno mi guardo allo specchio e ci ritrovo tutto quanto: un mosaico coloratissimo di tutte le persone che sono stata e di tutto ciò a cui sono appartenuta e che ora mi appartiene.
Quell'appartenenza reale, che ti fa spuntare le radici sotto la suola delle scarpe; quella di Gaber, che significa davvero avere gli altri dentro sé.

editing della foto Chiara Resenterra

Linda's Stories

SmaniaMusic by Chiara- 15 gennaio 2020

DA MASLOW AI LINKING PARK:
“I WANT TO FEEL LIKE I’M SOMEWHERE I BELONG.”

(Voglio sentirmi come se fossi da qualche parte a cui appartengo)

di ©Chiara Resenterra

L’enciclopedia Treccani riporta due significati del sostantivo “appartenenza”: il fatto di appartenere a qualcuno o ad un gruppo sociale e ciò che invece ci appartiene, la proprietà, la spettanza di qualcosa. L’appartenenza è in realtà un concetto di gran lunga più complesso, una delle domande esistenziali in cui ci si imbatte prima o poi nella vita, o meglio ancora, più e più volte lungo il corso dell’esistenza, a partire dall’adolescenza in poi.

Il bisogno di appartenenza è innato nella condizione umana, dalla nascita fino alla morte. Per i bambini, la mamma è una loro proprietà, naturale e primordiale, anche solo per il fatto che è (o quantomeno dovrebbe esserlo) garante di sopravvivenza.
“E’ la MIA mamma!”

Ma per i miei adolescenti, tutto cambia: diventa un bisogno di appartenere e all’inizio non se lo spiegano bene, è istintiva la ricerca di un’identità attraverso i vari gruppi cui vogliono aderire, che siano di tendenza o controtendenza. E’ per questo che amo insegnare la Piramide di Maslow.

Abraham Maslow teorizzò nel 1954 un modello motivazionale dello sviluppo umano che si basa su una gerarchia di bisogni, per cui, soddisfatti quelli legati alla sopravvivenza e alla sicurezza, nell’essere umano sorgono bisogni legati alla soddisfazione di esigenze immateriali, ma fondamentali per il benessere.
Per sentirsi in pace con se stessi. Ed è strettamente legato al bisogno d’amore e di stima: tutti desideriamo essere amati, appartenere a qualcuno che ci accolga per ciò che veramente siamo, senza finzioni, senza maschere. Da ciò deriva la nostra felicità.
E ognuno poi, nella vita, se la risolve a modo suo, ma la ricerca è perennemente in quella direzione.

La perdita di senso in ciò che facciamo, e la relativa devastante tristezza che ne consegue, spesso dipende da questa assenza, confusione, per non sentirci parte del mondo in cui viviamo.

Somewhere I Belong, dei Linkin Park, gruppo Nu Metal statunitense formatosi nel 1996, descrive, secondo me, realisticamente uno stato d’animo in cui spesso ci si rispecchia.

“When this began/ I had nothing to say/ and I get lost in the nothingness inside of me/ I was confused/ and I let it all out to find/ That I’m not the only person with these things in mind/ Inside of me/ […] / Nothing to lose/ Just stuck, hollow and alone/ And the fault is my own/ […] I wanna heal, I wanna feel like I’m close to something real/ I wanna find something I’ve wanted all along/ somewhere I belong.”

“Quando questo ebbe inizio, non avevo nulla da dire e ero perso nel nulla dentro di me/ Ero confuso e ho gettato tutto fuori per trovare che non sono l’unica persona con queste cose in testa, dentro di me. […] Niente da perdere, solo bloccato, vuoto e solo, e la colpa è solo mia. […] Io voglio guarire, voglio sentire che sono vicino a qualcosa di reale, voglio trovare quello che ho voluto per tutto questo tempo, un posto cui appartenere.”

Cercare un posto cui appartenere, è cercare se stessi, le proprie relazioni sociali, staccandosi da stereotipi o da ciò che gli altri vorrebbero che noi fossimo, per trovare il proprio senso.
E’ il momento in cui finisce l’adolescenza, per lasciar spazio al nostro essere adulti, per iniziare a diventare noi il “Luogo” in cui l’Altro può dire di sentirsi a casa.
Diventare luoghi di vera appartenenza.

editing della foto Chiara Resenterra

Linda's Stories

SmaniaTea by Jurga- 14 gennaio 2020

KŪČIUKAI
MINI GRISSINI LITUANI RIVISITATI AL TÈ MATCHA

(Voglio sentirmi come se fossi da qualche parte a cui appartengo)

di ©Jurga Po

"Mamma, perché li fai solo alla Vigilia? Vorremmo mangiarli tutti, tutti i giorni!"

Noi bambini che ogni anno tentavamo di sovvertire la tradizione e far sbarcare nel menù della quotidianità quelli che sono considerati il simbolo della Vigilia lituana: i kūčiukai, mini grissini ai semi di papavero serviti immersi in una scodella di latte vegetale di papavero. Ma niente da fare, la risposta della mamma arrivava sempre uguale, invariabile come le dosi di farina e lievito:

"Se li faccio tutti i giorni, smetteranno di essere kūčiukai".
Amen.
Poi, 30 anni dopo, un pensiero:
"Ma se ci aggiungo del tè Matcha? Un po' deus ex machina, un po' una licenza poetica, grazie alla quale i kūčiukai diventerebbero normalissimi (o quasi) grissini (sempre)verdi."
Hallelujah!

Ecco la ricetta.
Ingredienti:
- 250 g di farina
- 125 ml di latte (ok anche acqua)
- 10 g di lievito fresco
- 50 g di zucchero
- 1 cucchiaino di sale
- 2 cucchiai di olio evo
- 25 g di semi di papavero
- 1 cucchiaino di tè verde Matcha

Procedimento:
1. Setacciare la farina.
2. Far sciogliere il lievito con poco zucchero e un cucchiaio di latte tiepido.
3. Mescolare il restante latte con sale, zucchero e olio; unire il lievito sciolto; aggiungere un po' di farina e lasciare a lievitare per mezz'ora in un posto tiepido e riparato.
4. Aggiungere la restante farina, semi di papavero e la polvere del Matcha; lavorare l'impasto con le mani fino a ottenere un composto omogeneo e elastico. Coprirlo e lasciarlo lievitare per 1,5 ore.
5. Trascorso il tempo di lievitazione, prelevare una piccola parte di impasto e stenderlo con le punte delle dita per ottenere dei filoncini, spessi 1 cm, e tagliarli a tocchetti. Procedere così con il resto dell'impasto.
6. Cuocere al forno a 190°C per 6-10 minuti.
7. Servire immersi in un bicchiere di latte di papavero al tè Matcha.

Siete pronti a provarli?

foto di ©Jurga Po - blog Prima Infusione
editing della foto Chiara Resenterra

Linda's Stories

SmaniaTales by Gianni - 13 gennaio 2020

L'INVERNO NELL'ANIMA

di ©Gianni Caminiti

Ogni anno il freddo dell'inverno lo sento di più.
Eppure le statistiche dicono che l'inverno è sempre più mite, anno dopo anno.

Stamattina la mia auto non partiva, il gasolio per il freddo si è paraffinato.
Ecco, raccontaglielo a lei che fa meno freddo.

Sono rientrato in casa ad aspettare che la temperatura salisse un poco.
Rientrando ho guardato in giardino. La salvia è morta nel vaso. Non ha retto al gelo invernale.
Lei non conosce la statistica. Il gelo se l'è presa.

Ho acceso la radio per sentire le notizie mentre mi bevevo un caffè bollente.
Un senzatetto. Stecchito davanti ad un hotel 5 stelle. Ha tentato di scaldarsi con del vino. Invece è morto di freddo.
Non sapeva che il vino ti fa sentire Sì il caldo ma è solo perchè l'ultimo barlume dell'estate ti sta uscendo attraverso la pelle lasciando entrare una volta di troppo l'inverno.
E il suo sangue si è paraffinato, come il gasolio della mia auto. Ha iniziato a scorrere più lentamente.
Si è fermato. Come l'acqua nella roggia di fronte a casa mia.
E' andato via. Davanti ad un hotel da 500€ a notte. Lui che era sdraiato su un cartone sotto un'unica coperta.
Aveva molte più coperte ieri. E un sacco a pelo. Ma un uomo, un politico, gliele ha buttate nel cassonetto.
Lui col suo brick di vino da 1€, l'unica sua arma spuntata contro l'inverno.
Un inverno mite.

Dopo un'ora sono finalmente riuscito a far partire l'auto. A momenti mi si scaricava la batteria.
Il parabrezza è così sporco che non vedo quasi fuori. Schiaccio la pompetta.
Nulla. L'acqua nel serbatoio è congelata. Così come le cannette.
Ecco cosa devo fare. Mi fermerò a comprare dell'antigelo.

Mi fermo al supermercato a poca distanza da casa.
Sto entrando. Mi ferma un uomo.
Ha fame. Non gli do mai soldi. Gli porterò come tutte le volte fuori del cibo.
Lo sa già, mi conosce. Mi saluta col suo solito “Ciao capo”.
Devo dirgli come mi chiamo un giorno di questi. Capo non è nemmeno il mio cognome.

Vado alla cassa col mio antigelo e un sacchetto con una focaccia.
Esco e non trovo quell'uomo. Poi lo vedo che si allontana velocemente.
Una signora ha chiamato la polizia locale.
“Non se ne può più di questi accattoni, ad ogni angolo della strada. E pensare che il Sindaco aveva promesso che avrebbe ripulito le strade.”
La mia focaccia resta mia per oggi. E la sua pancia resta vuota.

Sono arrivato a lavoro.
Una casa di riposo. Due ospiti sono nell'atrio. Sono vicini e silenziosi. Non sanno più cosa dirsi.

Entro nel mio ufficio.
Alla porta c'è scritto Direttore. Non Capo. Semplicemente Direttore.
Davanti alla mia scrivania c'è un anziano. E' venuto già altre volte da me. Sempre con la stessa richiesta.

“Cosa c'è che non va? Ha ancora freddo?”
“Si, tanto”
“Ma ho fatto alzare la temperatura ieri di un altro grado.” -Che poi non lo sa che questo inverno è mite?-
“Ho ancora freddo.”
Ha una lacrima congelata al lato dell'occho destro. Anche quella lacrima non è bene informata su questo inverno evidentemente.
Ma forse c'è altro.
“E' venuto a trovarla suo figlio questa settimana?”
“È più di un mese che non viene nessuno.”
Gli prendo le mani. Le ha freddissime effettivamente.
“Le va una focaccia?”
Mi fa un sorriso appena accennato. Prende il sacchetto ed esce.

Maledetto gasolio.
Maledetta salvia.
Maledetto vino.
Maledetta focaccia.
Maledetta lacrima. Anche quella al lato del mio occhio. Ignorante congelata.

Ogni anno il freddo dell'inverno lo sento di più.
Da quando L'inverno mi è entrato nell'anima.

editing della foto Chiara Resenterra

SmaniaTales By Gianni

SmaniaPerspectives by Marco - 10 gennaio 2020

INVERNO

di ©Marco Facoetti

La stagione invernale secondo me è una stagione “negativa”.

Provando a descrivere l’inverno sarebbe più facile infatti dire cosa non c’è, rispetto a quello che c’è. Il paragone con le altre stagioni rende bene l’idea: la primavera con il primo caldo porta nuova vita alla natura, l’estate è il manifestarsi pieno della natura, l’autunno raccoglie i frutti del caldo estivo. D’inverno niente di tutto questo. I bambini, con il loro modo di pensare semplice ma efficace ci possono essere molto d’aiuto; quando imparano la ciclicità delle stagioni, la rappresentano con i disegni degli alberi: un albero in fiore per la primavera, un albero pieno di foglie verdi per l’estate, un albero con meno foglie ma gialle e rosse per l’autunno. L’inverno, invece, è rappresentato da un albero senza foglie.

Un altro ambito significativo in questo senso è quello dell’agricoltura. Tralasciando le coltivazioni su grandi quantità, chi tra noi ha la passione dell’orto sa che questa stagione è forse la stagione in cui si può fare di meno: non nasceranno nuovi germogli né ci saranno frutti da raccogliere. Bisogna solo proteggere dal freddo e attendere.

Come spesso capita, la natura è un riflesso di quello che tutti possiamo vivere interiormente. In inverno le basse temperature e le condizioni climatiche più avverse scoraggiano dall'uscire e trascorrere tempo fuori.
La poca luce a disposizione durante il giorno fa emergere di più la nostra stanchezza.
Gli animali infatti vanno in letargo, noi, presi dalle nostre quotidiane attività, non ce lo possiamo permettere ma ci capita di sentire il bisogno di ritagliarci del tempo per noi stessi.
Queste condizioni obbiettive sembrerebbero la premessa per un periodo triste e negativo. Ma il limite può diventare una possibilità.

Quando la natura ci priva del superfluo, delle cose in più che solitamente abbiamo, ci ricordiamo di cosa è davvero importante per noi. Troviamo il tempo per mangiare qualcosa insieme alle persone che più ci sono care; condividiamo le cose belle che ci capitano con chi davvero ci sta a cuore, gustiamo di più i momenti che condividiamo. Quando fuori fa freddo, è naturale andare dalle persone a cui più teniamo per condividere con loro un po' di calore umano, che solo le relazioni vissute a pieno possono dare. L’inverno dunque ci toglie alcune cose.
Ma chi l’ha detto che sia una cosa negativa? Quando infatti perdiamo o scegliamo di fare a meno delle cose superficiali della nostra vita allora abbiamo l’occasione di chiederci: chi e che cosa conta davvero per me? Se sappiamo accogliere questa provocazione come un dono, allora potremo gustare un po' più a fondo la bellezza dell’inverno. Perché ogni limite ha sempre in sé una grande possibilità.

editing della foto Chiara Resenterra

Smania Perspective By marco

SmaniaStories by Vilma - 9 gennaio 2020

GIOCARE IN CASA D’INVERNO? LE IDEE DI UNA NONNA

di ©Vilma Mapelli

In questo periodo invernale, le giornate sono più lunghe da trascorrere in casa con i nipotini. che al giorno d'oggi sembrano avere incorporate le Duracell e non essere mai stanchi nonostante le ore trascorse all'asilo.

“Il suo papà era più tranquillo!” è il mio pensiero quotidiano.
Chissà perché si ricordano i figli come bambini calmi, ma ripensandoci bene, forse è solo perché da genitori si era fuori casa tutto il giorno e divisi poi tra pulizie, lavatrici da caricare, biancherie da stirare, spesa e cibi da cucinare e quando si tornava dal lavoro i piccoli avevano già giocato abbastanza e poi, dopo cena, l'ora della nanna era tassativa.

Oggi, nelle vesti di nonni, tutto passa in secondo ordine, il tempo e le attenzioni sono solo per loro, appena arrivano ci si mette a disposizione per diventare compagni di giochi, ma soprattutto si fa tornare a galla il bambino che è dentro di noi divertendoci senza pregiudizi.
Al rientro dall'asilo, per il mio nipotino la frase:
“Nonno, nonna a cosa giochiamo?”
sembra essere diventata la parola d'ordine che apre le danze dopo la merenda.
...hai voglia a far volare la fantasia…

Un giorno siamo sulla nave dei pirati in cerca del tesoro.
Un giorno siamo in un'aula con dei fantomatici compagni, tra cui Alessandro Manzoni, Nicolò Paganini e perché no Henri Matisse, che dopo il rigoroso appello, lo eleggono capoclasse.
Un giorno siamo al supermercato a fare la spesa.
Un giorno organizziamo la mostra dei disegni.

Un giorno abbiamo letto la favola della lepre e la tartaruga e novità ...l'abbiamo recitata!
Ovviamente lui impersona la tartaruga e io nonna la lepre: partiamo insieme quando lo starter-nonno dà il via, ma poi devo fermarmi e, considerata la sua andatura al rallentatore, (quanto sono ridicole le sue movenze, e a noi nonni tocca ridere sotto i baffi!) mi posso permettere uno spuntino, una bevuta rigorosamente di succo di carote, un pisolino con tanto di sogno declamato ad alta voce; di sottecchi devo controllare il percorso e quando sta per raggiungere il traguardo stabilito devo svegliarmi e, urlando una meraviglia spropositata, con un sobbalzo, cercare di raggiungerlo, ma il danno è fatto il nipotino-tartaruga ha vinto!
Un grande coro (nonno e nonna!) a gran voce acclama la tartaruga vincitrice che si profonde in inchini e segni di vittoria. ...quanto è raggiante!... tanto che si replica anche due o tre volte di seguito.
Ho tentato di invertire ogni tanto le parti, non fosse che anatomicamente la tartaruga è più vecchia della lepre, ma è fuori discussione: il ruolo della tartaruga è solo suo!
Onestamente mi piace anche impersonare la lepre, basta giocare, e questa delle favole recitate è una trovata divertente che riempie qualche oretta di un pomeriggio.
Abbiamo tanti libri di fiabe a disposizione in casa e non c'è che l'imbarazzo della scelta.

Ma mi viene un dubbio: se un giorno leggessi Hansel e Gretel come mi toccherebbe finire? Forse arrosto?

editing della foto Chiara Resenterra

Smania Stories By Vilma

Linda's Stories - 7 gennaio 2020

GLI INVERNI CON LA NEVE

di ©Linda Foglieni

È semplice disegnare un fiocco di neve: basta tracciare un asterisco su un foglio e aggiungere ad ogni braccio due accenti laterali.
Grave e acuto.
Grave e acuto.
Puoi farlo su un foglio bianco, con una penna Bic, frettolosamente; puoi comprare un cartoncino nero e riempirlo di asterischi colorati, puoi costruirlo con carta e forbici, piegando con pazienza in tanti triangoli bianchi un foglio quadrato e tagliando con perizia gli intarsi; puoi anche tracciarlo su un vetro appannato, con le dita.
È un disegno molto semplice, ma anche incredibilmente elegante, elegante nella sua simmetria. Come la neve, quella vera, quando d'inverno si appoggia sulle cose e le trasforma.
Delle cose che cadono la neve è quella che preferisco, perché non fa rumore.
L'altra notte sono andata a camminare qualche chilometro su una montagna non troppo distante da casa, c'era un silenzio lunare, col naso rivolto all'insù ho guardato il numero spropositato di stelle che l'assenza di luce regala.
La cintura di Orione, Beltegeuse, Bellatrix, Saiph e Rigel.
Avevo freddo al naso e i vestiti imbottiti come quando da bambina ti bardavano per andare a giocare per venti minuti in cortile.
Gli inverni con la neve: mio padre che mi trascina usando una pala come slittino, io che rido, le palle di neve ghiacciate, i geloni alle mani, guarda quella è una discesa!
E poi di corsa in casa perché "non vedi che hai le labbra blu e le dita raggrinzite?". La stessa frase: in estate per la piscina, in inverno per la neve.
Subito in casa.
Un bagno caldo.
Il camino.
Un film alla TV.
Che l'inverno è così: il caldo dentro, quando fuori è il gelo.

editing della foto Chiara Resenterra

Linda's Stories

SmaniaMusings by Vale - 5 gennaio 2020

L’INVERNO STA PASSANDO?

di ©Valentina  Finocchiaro

“Arrivò l’inverno e la neve coprì la terra. Non era rimasto più nulla da mettere sotto i denti.
La cicala batteva i denti dal freddo e aveva una gran fame. Un giorno, sotto la neve, raggiunse una casetta piccina; guardò dentro, passando accanto alla finestra e vide la formica che stava al calduccio riparata dalla neve, sgranocchiando i chicchi di grano che aveva messo da parte.
Infreddolita, la cicala bussò alla porta.

“Chi bussa?”
“Sono la cicala; sto morendo di freddo e non ho più niente da mangiare”.
“Mi ricordo di te: quest’estate, mentre io lavoravo duramente per prepararmi all'inverno, tu cosa facevi?”
“Ho cantato!”
“Hai cantato?” rispose la formica “E allora adesso balla!”

Da quello che racconta mia madre, a questo punto della storia mia sorella ed io scoppiavamo a piangere, in preda alla disperazione più nera per la sorte della cicala.
Forse è da qui che cominciano i miei ricordi tragici dell’inverno.
Ricordo il freddo.
Quello vero, che ti entra nelle ossa e ti lascia stordito tutto il giorno.
Ricordo che tornavo a casa e mettevo il pigiama, m’infilavo nel letto e leggevo.
Da adolescente la cosa è peggiorata, se così si può dire.
Introversa e riflessiva, mi rifugiavo nelle storie dei romanzi.
Sessioni interminabili di letture.
Generalmente avvenivano per periodi definiti: avventure, gialli, fantasy, classici.

Mi ricordo i tre giorni di nevicata alle superiori.
Ero felicissima: con la scuola chiusa, potevo rintanarmi sotto le coperte a leggere “Il Signore degli anelli” fino alla fine.

Poi le cose sono cambiate.
Non saprei dire esattamente quando.
Ho sentito che le mie necessità erano nuove.
Principalmente era il mio corpo, che mi faceva pagare anni di inattività con un mal di schiena precoce e quindi ho dovuto prendere la via del movimento.
La lettura mi è risultata impegnativa, difficile trovare il giusto raccoglimento, faticoso ritagliarmi il tempo e la tranquillità necessari.

Ora cerco di recuperare.
Chiara mi ha fatto ricordare il vero piacere della lettura e del tempo dedicato a me stessa, facendo la cosa che più piace fare a ME.
Ho trovato anche un compromesso: sembrerà una blasfemia ai fanatici della consistenza materiale del libro (appellativo nel quale mi ritrovo anch'io) ma ho capito che posso “muovermi ascoltando”.
Certo, il piacere è un po’ diverso e concentrarmi è più difficile, essendo il mio senso dell’udito meno sviluppato rispetto alla vista ma qualche esperienza dello scorso anno scolastico mi ha fatto capire che ascoltare è altrettanto importante.
Così sono riuscita a soddisfare il mio bisogno di evasione, di storie e di racconti, seppur in modo diverso: ho conquistato un pezzetto di maturità conciliando le mie necessità fisiche e intellettuali con i tempi e i modi dell’oralità.

Questo rende l’inverno meno pesante, le giornate trascorrono prima e anche quando arriva il buio, posso uscire a fare due passi con il cane in compagnia di una voce sempre nuova, che mi racconta una storia, un po’ come quando ero bambina.
Sperando di non finire in lacrime come la cicala.

Voi come superate l’inverno?
Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino.
Rilassati.
Raccogliti.
Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto.
(“Se una notte d’inverno un viaggiatore” – Italo Calvino).

editing della foto Chiara Resenterra

SmaniaMusings by Vale

SmaniaMusic by Chiara- 2 gennaio 2020

IO, BATTIATO E LA GRANDE TRUFFA DELL’INVERNO

di ©Chiara Resenterra

“…Mi ripetevi, sai che d’inverno si vive bene come di primavera? Sì sì è proprio così.”
Ci hanno truffati, o meglio, mentre guidavo stamattina, e i miei pensieri come sempre si rincorrevano, ho capito che l’inverno, così come me lo hanno insegnato, è una truffa.

Il primo motivo: l’inverno non è l’ultima stagione dell’anno.
Iniziando con il solstizio del 21 dicembre in realtà del vecchio anno si è preso solo dieci giorni, gli altri 80 sono i primi giorni di questo nuovo anno.
Peccato che noi chiamiamo inverno da Halloween in poi quel tempo, a seconda di quante luci natalizie incominciano ad apparire o delle prime spolverate di neve.
Quello è ancora autunno!
E’ quindi l’inverno la prima stagione dell’anno? Il nuovo, quella idea mentale e sociale radicata di risveglio e rinascita? No, questo bellissimo concetto continua legittimamente ad appartenere alla primavera.

C’è di più: l’inverno non è nemmeno la stagione con le giornate più corte.
Sempre dal 21 dicembre in poi il dì inizia a riprendersi i suoi spazi di luminosità, ad allungarsi lievemente: il sole sorge giusto quel minuto prima e cala quel minuto dopo.

Ma, allora, come ricolloco l’inverno?
Nella mia mente è diventata quindi la stagione del passaggio, quella della creazione nascosta, una sorta di gravidanza, in cui poi, con la primavera, le “cose” ritrovano o trovano piena luce.

E direi che, a questo punto, la grande truffa dell’inverno è ancora più evidente.
Cosa fanno molti mammiferi d’inverno?
Semplicemente vanno in letargo. Dormono per recuperare energie. Il freddo li conduce più volentieri nelle loro tane, per più e più ore quotidianamente. Ed in fondo, è quello che vorremmo fare anche noi comuni mortali… trovare il tempo del riposo, seguire il ritmo dì-notte come facevano i nostri nonni, le nostre radici contadine. Trovare il tempo per stare al riparo, godere della “morbidosità” del calore affettivo e materiale.
Chi, la domenica (perché nella società attuale forse solo quella e non a tutti per altro, ci è rimasta) non vorrebbe restare sotto un piumone caldo, fare l’amore o coccolarsi i figli, leggere un buon libro, godersi un film sorseggiando un tè bollente (o un buon bicchiere di vino) o ridere con i bimbi riscoprendo vecchi e nuovi giochi in scatola?
Ecco, credo che quando questo desiderio si manifesta, anche solo per un attimo, è il nostro istinto, il nostro essere naturale che ci sta chiamando, riportando a noi.
E invece, in questa truffa, cosa abbiamo fatto? Abbiamo acceso così tante luci artificiali, dal calore lunare, da farci quasi venire la nausea. Mio padre mi direbbe semplicemente: “L’ENEL ringrazia!”

A questo punto, io credo che sia giunto il momento di riappropriarci dell’inverno, ristabilire una “non attività”. O più adeguatamente, un’attività diversa, silente, accogliente come un abbraccio. Un’attività di riflessione rigenerante, con ritmi meno frenetici e più rassicuranti, che vedrà sbocciare nuove idee quando ormai, senza accorgercene, usciremo dagli uffici e ci sarà ancora così tanto sole da pensare di avere una seconda giornata davanti a noi.

E così chiudo con le parole del Maestro Franco Battiato, con un pezzo (Alexanderplatz- 1982), ambientato a Berlino Est, riprendendo un’altra canzone di Alfredo Cohen, (“Valery” – 1978) , in cui l’inverno è la cornice della storia di una coppia che decide di vivere in una città non loro, per scegliere una vita diversa in contrapposizione con il consumismo occidentale. (fonte: https://www.musicaememoria.com/franco_battiato_alexander_pl…)

“E ti piaceva Spolverare fare i letti
Poi restartene in disparte come vera principessa
Prigioniera del suo film […]
Alexander Platz aufwiederseen
C'era la neve
Ci vediamo questa sera fuori dal teatro
"Ti piace Schubert?"

editing della foto Chiara Resenterra

Linda's Stories

SmaniaMusic by Chiara- 31 dicembre 2019

L’ANNO CHE VERRA’ 

di ©Chiara Resenterra

“Caro Amico ti scrivo,
così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano
più forte ti scriverò…”

“Caro amico, si sta concludendo un altro anno e, diciamocelo, su questo Pianeta le cose non si stanno mettendo propriamente bene.
Viviamo in un stato di continua emergenza, almeno così ci dice la televisione ogni giorno.
Emergenza climatica.
Emergenza sociale.
Emergenza immigrazione.
Emergenza stupri.
Emergenza economica…
Tutti ne parlano, alcuni con un odio sconosciuto prima, altri con la saccenza di chi ha scoperto l’acqua calda.
Infiniti botta e risposta tra gente sconosciuta. In un immenso Bar di Paese globalizzato.

A me viene solo da dire che forse la vera emergenza è quella comunicativa.
Quella di tornare a comunicare con Educazione.
Con Intelligenza Emotiva.

Caro Amico, ma sai cosa mi viene da pensare ogni tanto?
Penso alle parole di Gaber, per il quale, basta che ad ognuno di noi faccia male un dente, che l’unica emergenza che sentiamo reale è quella di trovare un dentista!
(cit: “Mi fa male più che altro il fatto, che basta che mi faccia male un dente che non mi fa più male il mondo” G.Gaber – Mi fa male il mondo [seconda parte ]).

Caro amico ti scrivo,
così mi distraggo dal mio dente dolorante e dalle emergenze mediatiche.
Ti scrivo per raccontarti che mi sono fermato, non sto correndo, e al nuovo anno ci voglio pensare senza lasciarmi trascinare, ci voglio pensare con lo sguardo di chi osserva le giornate di nuovo allungarsi e con la voglia e l’intenzione di diventare un bravo dentista.

Caro Amico, anche se lontano,
spero tu possa avere il mio stesso intento:
diventare degli ottimi dentisti.”

Articolo e editing Christmas Postcard: Chiara Resenterra

Linda's Stories

SmaniaTales by Gianni- 30 dicembre 2019

SEI MAI STATO SULLA LUNA?
Intervista (im)possibile a Neil Armstrong.

di ©Gianni Caminiti

Accendo il registratore.
Sei pronto? Dai, presentati al pubblico.

Mi chiamo Neil Armstrong, e sono il primo dei 12 uomini che camminarono sul suolo lunare.
Era il 21 luglio del 1969.

Chi da bambino non ha sognato di andare sulla luna?
Ci hai detto al telefono che oggi avresti raccontato qualcosa di nuovo e di diverso dalle centinaia di interviste che hai già fatto. Sarà uno scoop?

Si lo sarà, almeno lo credo.

Bene, allora raccontaci.
Di cosa vuoi parlarci?

Voglio raccontarvi del cosa succede dopo.

Quando sei tornato a casa?

No. Il dopo inizia prima, molto prima.
Apollo 11 sta per staccarsi da terra. Io e i miei due compagni di viaggio, tremiamo ma non solo per la paura.
Il razzo potentissimo fa vibrare tutto. Sembra che tutto debba scoppiare da un momento all'altro.
Per un momento passa per la testa, ad ognuno di noi, che dovremmo essere a casa, a fare i padri, a leggere il giornale sul divano in attesa di vedere in collegamento internazionale altre persone che rischiano la pelle per un sogno.
Poi non c'è stato più tempo per pensare e quel sogno è tornato impellente. L'adrenalina fa il suo lavoro e la voglia di staccarsi da terra si fa di nuovo forte.
Sono trascorsi interminabili 4 giorni di volo. 4 giorni di domande che si affollano nella mente.
E se qualcosa va storto?
E se ci schiantiamo?
Senza più adrenalina in circolo ritorna la paura e con essa di nuovo la voglia di essere su quel divano, a casa, al sicuro.
Poi la discesa sulla luna.
Un altro tremendo rischio. L'adrenalina pompa forte. Si sta per compiere quel sogno.
Siamo allunati.
Ora fremo dal desiderio di congiungermi a lei.
Sono stato scelto per essere il primo a scendere sulla luna. 6 interminabili ore sul suolo lunare prima che io abbia la possibilità di scendere e poggiare il piede sulla Luna.
Quella luna che sognavo da bambino, che guardavo sognante col naso all'insù, è ora sotto i miei piedi.
Non vi posso descrivere le emozioni. Sono troppo intense.
Due ore e mezza a saltellare e a raccogliere rocce, poi l'inizio del rientro.
Ora ho voglia di casa, di mogli e figli da abbracciare ma prima di questi, folle oceaniche di ex bambini che vogliono abbracciare me e con me il desiderio che avevano da bambini.
Era tutta la vita che lo desideravo e i miliardi di bambini che vivevano in me hanno realizzato il loro sogno.

Meraviglioso vero?

Si, lo è stato.

Ma hai detto che avresti raccontato del dopo. Cosa intendevi?

Sì, è di questo che voglio parlare.
Quando tornai a casa, dopo molti giorni a dire il vero, quarantena, visite mediche, relazioni interminabili, colloqui estenuanti con supervisori, rientrai davvero a casa.
Mi sedetti sul mio divano e abbracciai forte i miei figli.
Il più piccolo, Mark, di 6 anni, mi portò per mano fuori e mi indicò la luna.
“Papà eri lassù?”
“Si”
“C'era Karen*?”.
Stetti per un po' in silenzio a quella ingenua domanda di Mark.
“No, non c'era Karen ma c'erano rocce, polvere e silenzio.
La terra, azzurra, splendeva per metà. Era bellissima.”
“Mi vedevi papà?”
“No, sei piccolino”
“Io Sì, ti vedevo”
“Davvero?”
“Sì in TV. Eri grande così!”
“Vuoi andarci anche tu?”
“No, papà”
“Perchè?”
“Io voglio andare su Marte”
Lo presi in braccio e lo portai a letto. Si addormentò quasi subito.
Tornai in giardino, sorridevo ancora per le parole di Mark.
Mi sedetti e guardai in su come non facevo da anni.
La luna la vedevo ormai sempre su schermi e monitor. Tutto preso dal preparare la missione non mi era più capitato di guardare la luna dal giardino di casa mia. Come chiunque.
Divenni tristissimo.

Perchè Neil?

Col naso all'insù ricordai che quando avevo l'età di Mark dissi alla mamma:
“Voglio andare sulla Luna”.
Lei ridacchiò un po', come avevo appena fatto io con Mark, e mi portò a letto.
Di colpo, quella notte nel mio giardino realizzai che non ci sarei mai più andato sulla Luna.
One shot. Più non si torna.
Di colpo invecchiai di 33 anni.
Mi resi conto che una parte di me era ancora come Mark. O meglio lo era fino al momento in cui appoggiai il piede sulla Luna.
Poi si modificò. Probabilmente successe subito ma, preso com'ero, me ne accorsi solo quella notte in giardino dopo aver portato a letto mio figlio.
Il momento in cui appoggiai il piede sulla Luna coincise col momento di maggior gioia.
Perchè ci ero arrivato.
E di maggior dolore.
Perchè ci ero arrivato.
E quella notte in giardino, di maggior tristezza.

Perchè non ci saresti più tornato?

No, lasciai io stesso la Nasa poco dopo. Non mi interessava fare altre missioni.

E allora perchè eri triste?

Perchè non avevo più un sogno così grande come quello che avevo quando ero piccolo come Mark.

* la piccola Karen, sua figlia, morì a soli due anni.

Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories

Linda’s stories - 28 dicembre 2019

ANNO NUOVO VIENI AVANTI, TI FAN FESTA TUTTI QUANTI

di ©Linda Foglieni

Era un uomo bellissimo mio nonno Piero: alto, capelli bianchissimi e un portamento naturalmente elegante; era a suo modo un rivoluzionario: da ragazzo era stato il primo a liberarsi della mezzadria, a cui era legata la sua famiglia da generazioni, andando a lavorare alla Dalmine.
Conosceva tantissime storie, barzellette e filastrocche.
C'era quella di Pierino senza la carta igienica in mezzo agli ufficiali dell'esercito tedesco, c'era quella del bambino così brutto che i genitori l'avevamo buttato in pattumiera, c'era quella di Giovannino senza paura e della strada che solo lui conosceva e poi c'era la filastrocca che tutti gli anni ripeteva il giorno dell'ultimo dell'anno.
"L'anno vecchio se ne va e mai più ritornerà. Anno nuovo vieni avanti, ti fan festa tutti quanti".
Mi piaceva tantissimo eppure, ci pensavo poco fa, non ha nulla di particolarmente entusiasmante al suo interno.
C'è l'anno vecchio che se ne va e la garanzia che mai più ritornerà e non c'è nemmeno un augurio per l'anno nuovo, che ha solo la caratteristica di essere festeggiato da tutti coloro che speranzosi lo attendono. Ma da nessuna parte è scritto che tutto andrà bene.
Mi ha ricordato il dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere di Leopardi, che ogni anno faccio leggere ai ragazzi accompagnato dalla versione cinematografica di Olmi; nel quale il passeggere giunge alla conclusione che la felicità consiste nell’attesa di qualcosa che non si conosce, nella speranza di un futuro diverso e migliore del passato e del presente. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.
La fine dell'anno è un momento speciale perché è la nostra occasione di ricominciare, non festeggiamo altro che la nostra speranza e la rinnovata occasione di riempirla di momenti felici.
E allora eccoci lì a mettere in fila ogni anno i nostri sogni e quei noi stessi futuri che siamo certi che prima o poi incontreremo. L'anno prossimo sarò sempre puntuale, risolverò quel problema che da mesi non mi fa dormire la notte, leggerò tantissimo, userò meno i social, andrò in palestra regolarmente, farò meno aperitivi e smetterò di fumare.
L'anno prossimo saremo i noi stessi che non abbiamo ancora avuto il coraggio di diventare.
E sta tutta lì la magia.
In quel possibile che continuiamo a credere fermamente che prima o poi sarà.
Felice anno nuovo, felice speranza a tutti.
Diventeremo tutto quello che vorremo diventare.

Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories

SmaniaMusings by Vale - 27 dicembre 2019

SARÀ FINALMENTE L’ANNO DELLA RINASCITA?

di ©Valentina Finocchiaro

Non ricordo esattamente quando sia iniziata questa tradizione.
Ricordo un bigliettino su un armadio che non esiste più, in una camera di nessuno.
Nottate agitate e sveglia presto, per ripassare la cellula eucariote o la ricerca sui denti, nel terrore più nero della prof. di Scienze.
Un augurio che è diventato un mantra, anno dopo anno.
Questo sarà “l’anno della rinascita!”.
Quasi dovessimo riprenderci da chissà quale avvenimento sconvolgente o dimostrare al mondo e alla vita di essere donne forti.
Due ragazzine con i jeans a vita bassa, la maglietta bianca e la felpa grigia, che si scambiavano i vestiti nella toilette del Ciao.
A distanza di anni, la frase si ripete nei biglietti d’auguri e, pensandoci bene, forse un anno della rinascita non c’è mai stato. La vita, però, ci ha spinto a fare, a migliorarci, a volere di più e poi a fermarci, a pensare, a prenderci cura di noi e di altri.

Donne forti, nel nostro piccolo, lo siamo diventate. Ho sempre amato dare un nome alle cose.

Definire ogni cosa con il proprio nome mi dà un senso di pienezza, di completezza, di giustizia. Ripenso a discorsi recenti, in cui cerco di definire me stessa con i ragazzi, attraverso il mio ruolo, la mia funzione sociale.
Loro sono come un grande specchio: inflessibili e implacabili nel pretendere verità.
Meglio: con loro cerco di precisare quello che essere insegnante vuol dire PER ME.
Ho definito me stessa mediatore culturale: <<un po' come i Fenici>> ho detto.
E poi ho spiegato che non faccio ricerca storica, non scrivo grandi opere letterarie, non sono un critico e non sono un giornalista.
Raccolgo il pensiero altrui e cerco di portarlo all’attenzione, di renderlo affascinante, di avvicinarlo all’esperienza di ragazzi molto spesso, loro malgrado, poco interessati. E a volte ci riesco.
Una grande, immensa soddisfazione.
“Profe, in fondo i Promessi sposi non sono così male!” e un grande “EVVIVA!” dentro di me.

Per il nuovo anno non mi faccio auguri particolari, non ho Grandi Speranze. Mi ritengo davvero molto fortunata già così.
Ho piccoli desideri nascosti, che spero troveranno modo di esaudirsi. Ma se non sarà così, andrà bene lo stesso.
Spero ci saranno un altro anno, diverse prospettive, nuovi incontri e inedite opportunità da cogliere.
Per il nuovo anno mi auguro di avere la forza di fare ancora un piccolo passo avanti. Poter percorrere ancora una breve parte di quella strada verso la consapevolezza di ME.
Saper dire “Io ci sono, sono questo e vorrei diventare così”.

VOI COSA VI AUGURATE PER IL NUOVO ANNO?


Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories

SmaniaPoems by Gianni - 23 dicembre 2019

POVERO, VIECCHIE E SULO. 'O NATALE 'E NISCIUNO

Una poesia in lingua napoletana (con traduzione)

di ©Gianni Caminiti

DUE PENSIERI E UNA POESIA.
Vi auguro buone feste.
Con due pensieri e una poesia che spero leggerete fino in fondo.
Due pensieri.
Annidati uno dentro l’altro.

Il primo.
Cercate se potete di rendere il Mondo vicino a voi un posto migliore.
Non crediate sia impossibile farlo.
È impossibile se pensiamo che sia solo una goccia d’acqua in un oceano.
Parlo con te che mi leggi. Con ognuno.
Perché non ti sembri per niente una cosa impersonale. É molto personale invece.
Non ti preoccupare se è solo una goccia.
Quella goccia disseterà qualcuno.
E se qualcuno starà meglio avrai fatto la tua parte.

Il secondo.
State vicino agli anziani.
I vostri e magari qualcuno che non conoscete molto ma che sapete solo.

Sono due pensieri annidati perché il secondo potrebbe forse rappresentare la tua “goccia”.

Perché ho scelto il napoletano per una poesia triste di NAtale?
Per la capacità che i napoletani hanno di sorridere
anche quando hanno occhi pieni di lacrime.


POVERO, VIECCHIE E SULO.
'O NATALE 'E NISCIUNO


Buon Natale.
Buon Natale, ddoje parole songo,
Buon Natale.

Quanno era piccerille
a Natale i regali erano
ddoje noci e 'nu mandarino.
E 'nuje piccerille eramo cuntente
Comme 'na festa 'e Pasca!

Mo' è 'nata cosa,
mo' è diverso.
Natale quanno si viecchie e sulo
po' esse pure 'na maledizione.

Natale erano 'e carezze da' mamma.
Nun me ricordo cchiù
da quanno nun mi fann 'na carezza,
nun me ricord, ma... so' anni.

Mo' 'o Natale so' regali ricchi,
non so' cchiù carezze,
noci e mandarine.
Natale, quanno si' povero e sulo
è meglio ca te miette
rinto 'a n'angulillo.

Si tu si' pover nun puo' ffa' regali.
e cosa strana assai è
che quanno sì povero
'e regali nummanco te n'arrivano

pecche'
si si' povero, viecchio e sulo
nun te vo' cchiù niscuno.

E accussì oggi
'o mercato
p'arricurdarme quanno ero piccerille
me songo accattato
ddoje noci e 'nu mandarino.
'U mandarino se n'è gghiuto
a' metà do' regalo mio 'e Natale
eh

Uè, allora ve saluto
cu 'e pparole che sentevo da piccerille
'e sentevo sempre da Totò.
'e sentevo comme fosse 'na poesia

Mo vene natale
nun tengo danaro
me magno ddoje noci
e 'me vaco a curca'


TRADUZIONE:
POVERO, VECCHIO E SOLO.
IL NATALE DI UN NESSUNO.

Buon Natale.
Buon Natale, sono solo due parole,
Buon Natale.

Quando ero bambino
a Natale i regali erano
due noci e un mandarino.
E noi bambini eravamo felici.
Come una Pasqua.

Adesso è tutt'altra cosa,
adesso è diverso.
Natale quando sei vecchio e solo
puo' essere pure una maledizione.

Natale erano le carezze di mamma.
Non mi ricordo più
da quando non mi fanno una carezza,
non mi ricordo, ma sono anni.

Adesso il Natale sono regali costosi,
non sono più carezze, noci e mandarini.
Natale, se sei povero e solo
è meglio che te ne stai in un angolino

Se sei povero non puoi fare regali.
La cosa strana è che quando sei povero
di regali neppure te ne arrivano
perchè
se sei povero, vecchio e solo
non ti vuole più nessuno.

E così oggi al mercato
per ricordarmi di quando ero un bambino
mi son comprato due noci e un mandarino.
Il mandarino se n'è già andato,
la metà del mio regalo di Natale.
eh

Uè, allora vi saluto
con le parole che ascoltavo da bambino.
Le ascoltavo sempre da Totò.
Le ascoltavo come fossero una poesia.

Ora viene Natale.
Non ho soldi.
Mi mangio due noci
e me ne vado a dormire.

Foto di ©Gianni Caminiti
Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories

TEA ADVENT CALENDAR:
CONTARE I GIORNI AL NATALE A SORSI DI TÈ

SmaniaTea by Jurga  - 20 dicembre 2019

di ©Jurga Po - prima infusione

Di cosa è fatto il calendario dell’Avvento?

Sto scrivendo questo post con voluto ritardo: parlare dell’calendario dell’Avvento il 20 dicembre non ha molto senso - se per senso si intende la promozione del xmas shopping. Ma l'unica promo che interessa a me è quella di diffondere la cultura e l'♡ del tè.

Di cosa è fatto quindi il classico calendario dell'avvento? Vediamo un po': "
1° dicembre: zucchero, burro di cacao, latte intero in polvere, pasta di cacao, grasso vegetale, lattosio, latte scremato in polvere, nocciole, lecitina di soia, estratto di malto d’orzo, aromi. Cacao 30% minimo.
2 dicembre: zucchero, burro di cacao, latte intero in polvere, pasta di cacao, grasso vegetale, lattosio, latte scremato in polvere, nocciole, lecitina di soia, estratto di malto d’orzo, aromi. Cacao 30% minimo.
3 dicembre: zucchero, burro di cacao, latte intero in polvere, pasta di cacao, grasso vegetale, lattosio, latte scremato in polvere, nocciole, lecitina di soia, estratto di malto d’orzo, aromi. Cacao 30% minimo."
- Lista ingredienti, Lindt Advent Calendar
E così per i successivi 21 giorni, ogni anno, per anni – con tutto quel grasso di palma 😱
Ok, sotto il punto di vista de gustibus non si può dire niente, ma il momento de ingredientibus, secondo me, è migliorabile. Perché se è proprio necessario condire l’attesa di Natale con degli ingredienti, preferisco sceglierli con un po' di fantasia.
Considerate questi esempi:
"6 dicembre: Rooibos, cannella, zenzero, carota – Rooibos Carot Cake.
8 dicembre: fiori di ibisco, pezzi di mela, scorze di rosa canina, pezzi di zenzero, aromi, petali di fiori – Carcadet Noel à Paris.
11 dicembre: tè verde, citronella, aromi (kiwi, cetriolo, mela verde) – Happy Green."
- Lista ingredienti, Dammann Frères Tea Advent Calendar
E così per i successivi 21 + 1* giorni, in cui si alternano tè neri e verdi, bianchi e olong, rooibos e tisane, e infusi di frutta.
I Tea Advent Calendar fanno parte dei cosiddetti calendari dell’Avvento alternativi (alternativi cioè ai "cacao 30% minimo”). Ce ne sono tanti, tantissimi - per tutti i gusti e per tutte le tasche. Oltre al bellissimo calendario della casa francese Dammann Frères, trovo stupendi quelli di Fortnum & Mason, Palais des Thés, Pukka ecc.
"Where there's is tea, there's hope",
recita il celebre slogan - parlare della speranza, quando se non a Natale ;
* La 25ma finestrella non è presente in tutti i Tea Advent Calendars;
in quello di Dammann c'è.

Un po’ di storia Inizio dalla mia personale:
nella mia bianconera infanzia sovietica non c'erano calendari dell’avvento.
L'unico avvento riconosciuto era quello del C, ma le sue finestre era meglio non aprirle, anzi sarebbe stato meglio murarle del tutto.
Sarà per questo che non ho sviluppato un legame affettivo con le 24 finestrelle dell'Avvento.

Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories

STORIA DI TRADIZIONI CASALINGHE

Linda's Stories  - 18 dicembre 2019

di ©Linda Foglieni

Negli anni '80 l'inizio del Natale era sancito ufficialmente dalla proiezione della storia del Piccolo Lord Fauntleroy. Erano giorni di impegnative maratone televisive quelli delle vacanze natalizie, la TV generalista dava il meglio di sé e tu bambino non potevi che piazzarti davanti alla TV e usufruire di tutto quel bendidio dribblando i "Guarda che c'era un bambino a cui a forza di guardare i cartoni è venuta la testa a forma di televisione" di tua madre.
Willy Wonka, Mary Poppins, Santa Claus, Beetlejuice, Topolino, il Cowboy dal velo da sposa, ET, John e Solfami, i Gremlins, Tutti insieme appassionatamente, Pomi d'ottone e manici di scopa, Pollyanna... La tv ti regalava TUTTI i tuoi classici preferiti e tu te li sorbivi tutti d'un fiato.

Tra una maratona e l'altra arrivava anche il momento degli addobbi natalizi. A casa Foglieni avevamo un albero rosa shocking addobbato con gli addobbi di cioccolato portati da Santa Lucia. La tentazione di sfilarne qualcuno era costante, il trucco era sfilare il cioccolato dalla stagnola colorata in modo da simulare la presenza del cioccolato al suo interno.
Essendo noi 4 fratelli succedeva che intorno al 25 l'albero finiva per essere custode di una serie di cadaverini di stagnola variopinta a testimonianza della nostra assoluta incapacità di resistere alle tentazioni. L'altro pezzo forte degli addobbi di casa Foglieni era il presepe. Un capolavoro di ingegneria la cui realizzazione prevedeva diversi step:
1. "Facciamo il presepe?"
"Domani, oggi non ho tempo". "
Dai facciamo il presepe!"
X 20 ripetizioni:
"Iniziate a tirar fuori le statuine".
Tripudio di gioia. C'erano le statuine di gesso ereditate dalla nonna, qualcuna più recente in plastica, una capanna spolverata di neve finta. Poi c'erano le pecore, tantissime, le mie preferite erano quelle col collare rosa, sebbene non abbia mai ben capito perché le pecore dovessero indossare un collare. Infine la star. Gesù bambino. Custodito in un bicchierino di vetro nella credenza in attesa di fare la sua entrata trionfale a mezzanotte del 24 dicembre.
2.Fase 2: Carta, scotch, muschio e lucine.
Ovvero: la storia infinita. La carta per coprire la base era sempre troppo corta, lo scotch era sempre all'ultimo giro, il muschio era sottoposto a razionamento poiché, nonostante l'acquisto a scadenza annuale, FINIVA.
Ancora oggi mi spiego come possa il muschio finire e immagino elfi notturni che ne sottraggono un pezzetto alla volta. E poi le lucine. Ce n'era sempre una fila che si rifiutava di brillare.
La fase logistica poteva durare anche un paio di giorni, ma inevitabilmente portava alla...
3. FASE TRE: LA REALIZZAZIONE.
Come dicevo il nostro presepe era un capolavoro di ingegneria: per simulare la presenza dell'acqua la statuina col pozzo doveva coincidere con le lucine blu e ogni specchio d'acqua era segnalato dalla presenza di un pezzo di stagnola, il fuoco corrispondeva con le luci rosse. Per montagne veniva approntata un'apposita carta modellabile e i re magi facevano UN PASSO AL GIORNO per arrivare in tempo alla capanna per l'Epifania.
Una volta pronto, il presepe diventava parte della vita della casa e teatro dei miei giochi preferiti. Il vecchio con le fascine identico al nonno di Heidi diventava il fratello segreto del fabbro innamorato della lavandaia che dimenticando il secchio al pozzo aveva incontrato un angelo che gli aveva detto che sarebbe nato Gesù. "
Non spostare tutto"
"Poi metto a posto!".
L'altro giorno guardavo mio nipote immobile davanti a quello stesso presepe con due dita su una pecora in attesa di spostarla chissà dove. Pensavo alle tradizioni, a come ognuno di noi si porti dentro le proprie e alla terra sotto i piedi che viene a mancare quando si interrompono. Ti sembra che nulla potrà più essere lo stesso.
Poi ti alzi una mattina e realizzi di aver iniziato una nuova tradizione, diversa sì, ma altrettanto bella. Perché le tradizioni in fondo sono quello che ricorderemo della nostra storia e quando cambiano significano che ci stiamo muovendo. Che siamo vivi.
Buon natale a tutti. Vi auguro.

Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories

LE DUE FACCE DEL NATALE

SmaniaMusic by Chiara - 17 dicembre 2019

di ©Chiara Resenterra

Natale, un’altra volta, ed è già passato un anno.
Sembra ieri, o forse è lontanissimo: quante cose accadono in un anno, positive, che ci riempiono di gioia, o insopportabili, pesanti, come spesso avviene più passano gli anni.
Organizzare il tempo natalizio è quasi una sfida. Tanto è vero che spesso il 27 di dicembre appaiono post irriverenti dalla scritta: “E anche questo Natale ce lo siamo tolti dalle palle!”.
Sì, perché il Natale, più di altre festività, ha due facce: una luminosa e una con un lato oscuro importante.
Non ce ne accorgiamo, perché il clima festoso che ci circonda riempie ogni spazio e tempo, il rumore, le mille luci, i regali, i negozi, cene e pranzi. E per quanto tutto ciò sembri unificare le persone, spesso in frasi fatte che si possono riassumere in un “Volemose bene”, se scaviamo un pochino oltre, scopriamo che in realtà il Natale amplifica la felicità di chi è già felice, e altrettanto dilata la tristezza di chi è più solo e si trova a fingere sorrisi…perché almeno (o particolarmente) a Natale, la richiesta sociale è la gioia.
Persone che hanno perso per strada amici o familiari che amavano, e con abbattimento guarderanno quel posto vuoto a tavola, quel piccolo regalo che avrebbe dovuto essere lì, pensato e mai comprato.
Persone sole che si confondono nel caos e, forse, brindano un po’ di più, per non pensare che un altro Natale è già arrivato e che il sogno che attendevano non si è realizzato, o non hanno avuto abbastanza forza per realizzarlo.
Persone che si perdono davanti alla Tv o a Internet, spiando le fake-life di altre persone, chiedendosi; “Ma quando sarà il mio turno di felicità?” Tristezza, o meglio, una sorta di malinconia.
Ed è subito il 25 dicembre.
One more time…

Io con il Natale forse ci ho fatto pace.
Ci ho fatto pace quando ho deciso di allargare lo sguardo, di viverlo nel presente, con la mia solitudine a braccetto con i miei Amori, le persone che vorrei (ancora e nonostante tutto qui), e quelle presenti.
Ma soprattutto, vi ho fatto pace quando ho accolto quella Malinconia, accorgendomi semplicemente che faccio parte di un Tutto, di un Mondo che, come me, prova tristezza E gioia, stupore E disgusto, impotenza E coraggio.
Perché se è vero che le lucine artificiali rendono un po’ più magiche le atmosfere, nulla scalda di più della Luce che puoi lasciar brillare incrociando lo sguardo con l’Altro.
Con un sorriso E una lacrima, se scende. Le emozioni, tutte, hanno legittimità di esistere ed essere condivise anche a Natale.
Soprattutto a Natale.

Scriveva John Lennon in Imagine, quando i Beatles già si erano sciolti:
“I hope someday you will join us and the world will be as one.”
“SPERO CHE UN GIORNO VI UNIRETE A NOI ED IL MONDO SARÀ COME UN’UNICA ENTITÀ”.

Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories

ALL I WANT FOR CHRISTMAS IS…?

SmaniaMusings by Vale - 16 dicembre 2019

di ©Valentina Finocchiaro

Sono in aeroporto.
Ho paura perché il tempo ancora una volta non mi accompagna e prendere l’aereo da sola in questi momenti proprio non mi va.
Due ragazzi vicino a me parlano di matrimoni e penso che questi giorni di toccata e fuga dal sud, non abbiano nulla a che fare con i ricordi delle due interminabili settimane di vacanze natalizie.
E allora penso, proprio quest’anno che ho deciso di scappare, che per Natale vorrei impacchettare le persone.

Vorrei far tornare chi non c’è più e chi è andato via troppo presto.
Pensandoci bene le persone le “impacchettiamo” comunque e in ogni momento dell’anno.
Le ricopriamo di ricordi, le avvolgiamo nelle situazioni già vissute, le contorniamo delle nostre esperienze passate e le filtriamo attraverso le nostre emozioni.
La verità è che per Natale vorrei spacchettare i ricordi e trovare, oltre alle persone, le feste che non ci sono più.
Il profumo di mare e la salsedine sui vetri della sala, il pendolo che suona forte all’ingresso, le frittelle della Vigilia, il pomeriggio con papà a fare i pacchetti, il brodo di Santo Stefano, con i gamberoni per antipasto.
Chi arriva la mattina chiedendo un panino con il tonno e chi spara i botti a capodanno con l’elmetto del nonno in testa.
I grandi saloni illuminati con lo scalone, da percorrere appiccicate per terra gradino per gradino, fino ad arrivare al grande albero illuminato e alla macchinina rossa a pedali.
Interminabili sessioni di apertura regali, che terminavano con scambi di agende e oggetti più disparati, venuti fuori dagli immancabili pacchi aziendali.
E poi le poesie e le canzoni dei bimbi, con i primi cellulari e il piccolo della famiglia, che pieno di gioia parla con “Babbo Natale” al telefono e gli chiede:
“Come stai?”.
Vorrei correre per gli ultimi doni a cercare le persone che non ci sono più. Poi penso che in realtà per qualcuno che non c’è, tanti altri sono arrivati. È un Natale diverso quello degli ultimi anni.
Li osservo di sottecchi mentre siamo tutti riuniti, generalmente attorno a tavolate incasinate, con il cane che, in un momento di distrazione generale, agguanta mezzo salame e cerca di ingoiarlo intero. Sono indifferentemente del nord e del sud, italiani e stranieri, vicini e lontani.
Tutti pronti a condividere se stessi e il proprio affetto, i ricordi e le risate. Stavolta il salone è il mio, il tavolo grande sta per arrivare.
Aspetto la prossima cena di Natale per riunirli tutti, ma proprio tutti e già m’immagino come sarà festeggiare di nuovo insieme.
Chi lo è diventato per davvero e chi è come se lo fosse da una vita.
Chi è arrivato da poco, chi è tornato e chi si è riscoperto.
Sono loro a creare nuovi ricordi, sono loro che mi fanno sperare che Natale possa essere ancora la felicità colorata e rassicurante di un tempo ma con la consapevolezza di oggi.
Senza mai dimenticare gli affetti più cari, presenti e passati, gli amici sono la mia famiglia.

E il vostro Natale com’è?

Editing della foto: Chiara Resenterra

Linda's Stories

STORIA DI NONNI ALLE PRESE CON GLI ADDOBBI DI NATALE

SmaniaStories by Vilma - 6 dicembre 2019

di ©Vilma Mapelli

"Oddio è già dicembre... dobbiamo addobbare la casa, allestire il presepio, fare l'albero... il mio nipotino mi ha chiesto le “palline di natale” già due mesi fa!!!
Per lui è un gioco, come quando apriamo la “scatola dei ricordi” e rovesciamo tutto il contenuto sul tappeto: c'è un po’ di tutto, perfino un lecca lecca a forma di cuore che è lì da trentanni.
Si ma adesso servono gli scatoloni che abbiamo riposto l'anno scorso, e qui comincia il bello: dove? In cantina? Nel garage sotto casa, in quello nell'altra via?

“Nonno dove sono le palline da appendere?”
“Tesoro prima dobbiamo trovare l'albero...”
“Nonno le luci? E le statuine del presepio? E la capanna?”
“Ehi calma, una cosa alla volta.”

E via il nonno su e giù per le scale a portare scatole, per fortuna su qualcuna c'è l'elenco del contenuto.

“Questa è l'ultima, non ne ho trovate altre...” ansima un pochino.
Mano a mano che arrivano, vengono aperte e svuotate da quelle manine che vi rovistano freneticamente. Che confusione!! Il pavimento è tutto tappezzato!!
Dai si cominciaaaaaaa!!!!!
Apri l'albero, appendi le palline, rosse, dorate, a specchio, a una si stacca l'anellino (forse è in servizio da troppi anni...) poi, in formato mini, una fascina di legna con il fiocchetto rosso, un babbo natale, una trombetta, tre meline bianche laccate, una lunga fila di perle rosse, nastri di pizzo dorati, il puntale sul punto più alto e…
oh noooo... fermi tutti...le luci ...le luci andavano messe per prime!!!

Piano piano si cerca di posizionarle senza disfare quello che ormai sembrava un capolavoro finito, ma le manine non hanno tempo di aspettare e sono già passate a scartare le statuine.
Sbuca il taglialegna con l'ascia alzata, la donnina con la scopa (magari oggi avrebbe un'aspirapolvere), il pescatore con il cesto pieno di pesci, la nonnina che fila, (in che epoca!) il pastore con il gregge, il pizzaiolo, una fila di oche e poi cavalli, maialini, galline, cagnolini, c'è anche un bisonte e un leone che probabilmente si sono persi! Il villaggio prende forma ora che anche le case vi trovano posto, ci sta anche il ponte con quel pezzetto di carta stagnola a fare il fiume e una piccola oasi con tre palme.
Ma è la capanna il pezzo forte (occupava una scatola intera): sul tetto ci sono le tegole in rilievo e nel mezzo spunta un comignolo al quale appendiamo un angelo, all'interno il bue, l'asino, Maria e Giuseppe ci stanno comodamente, tutti attorno a una piccola culla dove mio nipotino mette Gesù Bambino già da oggi, invano cerco di convincerlo che Lui nasce la notte di Natale, non c'è verso: Gesù Bambino fa parte del gruppo da subito.
Siamo a buon punto, domani sistemerò il vassoio con le candele, i babbi natale di varie grandezze, gli angeli e le campanelle, i festoni d'oro alle pareti e anche per quest'anno è tutto a posto... o no? ... per oggi è tutto a posto!
Già, per il piccolo di casa il presepio è un campo di gioco, domani le pecore incontreranno i cavalli, il pizzaiolo sfamerà la nonnina che fila, il taglialegna andrà al fiume, la donnina con la scopa pulirà la capanna, Maria e Giuseppe passeggeranno sotto le palme e Gesù Bambino ...chissà lo metterà?
Ogni giorno esce dalla sua culla e sta in un posto diverso!

Ma forse ha ragione il mio piccolo...con quelle braccine protese e il viso sorridente Lui sembra proprio dire:
“DA CHI MI PORTI OGGI?

Linda's Stories


editing della foto di Chiara Resenterra

“NATALE NON È NATALE SENZA REGALI- BORBOTTÒ JO, STESA SUL TAPPETO."
“Piccole Donne” L.M.Alcott

Linda’s Stories - 5 dicembre 2019

di ©Linda Foglieni

Avevo sette anni quando ho letto per la prima volta le Piccole donne ed ero perfettamente d'accordo con Jo.
Tutti gli anni dopo il pranzo di Natale dai nonni, tutti gli zii sfoderavano pacchettini coloratissimi con il nome di ciascuno di noi scritto sopra. Spesso ci trovavi un paio di calzini, mutande natalizie, guanti, piccole cose che acquistavano valore solo per il fatto di averle ricevute in dono. A caval Donato non si guarda in bocca. La regola di mia madre che non capivo proprio ancora alla perfezione: perché mai un cavallo dovrebbe chiamarsi Donato?

La smania dei regali di Natale non mi è passata, crescendo si è però adattata alla forma che ha preso la mia vita: un saliscendi indefinito di corse che non si sa dove andranno a finire. L'unica forma di progettualità legata al natale, per quanto mi riguarda, sono le lucine appese al balcone fino all'anno successivo. Che ogni anno la sorpresa natalizia più grande è scoprire che funzionano ancora. Tutto quello che non corrisponde a lucine, abbandonate a temprarsi l'animo nelle intemperie, lo lascio al caso, che non di rado genera meravigliosi MOSTRI: alberi smontati a ridosso della Pasqua, pacchetti confezionati la mattina di Natale litigando con lo scotch che si appiccica alle calze da ventordici euro comprate per l'occasione.

Ma la vera follia la raggiungo con l'acquisto dei regali vero e proprio, che si dipana su un filo cronologico che copre tutti i mesi dell'anno. Proverò a sintetizzarlo attraverso i momenti più salienti.

Gennaio:
Saldo bancario.
Lo osservo, mi chiedo cosa sia andato storto nell'acquisto.
"Sai Beppe? L'anno prossimo dovrò proprio organizzarmi meglio".
"Mi sembra un'ottima idea Linda"

Luglio e Agosto.
Bancarelle al festival.
"Ma che cose bellissime, non sarebbe meraviglioso farle come regali di Natale? Quasi quasi le compro.No Beppe?"
"Sì Linda".
"Ma no dai, troppo presto, al massimo chiedo un biglietto da visita"
"Mi sembra un'ottima idea Linda".
Biglietto che va a creare uno strato sul fondo della borsa, insieme a tutto il resto del ciarpame.

Novembre:
Black friday.
"Sai Beppe, penso che quest'anno prenderò i regali online, così risparmio qualcosina e posso dedicare i giorni prima del natale a fare i pacchetti!"
"Sì Linda".
Amazon, carrello, 238,84 euro.
"Sai Beppe, non è che mi convinca molto questa cosa dell'online. E poi Amazon sfrutta i dipendenti, non mi sembra etico"
"Hai ragione Linda".
Svuota carrello.

... 24 Dicembre:
"Beppe, sai una cosa? non ho ancora preso i regali di Natale. Mi sa che oggi dobbiamo andare all' Orio Center".

Linda's Stories


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ANSIA DA REGALI DI NATALE. L’AVETE MAI PROVATA?

SmaniaMusings by Vale- 2 dicembre 2019

di ©Valentina Finocchiaro

Me la immagino come il personaggio di un libro: un’ombra oscura e allungata, dalla forma simile a quella di Jack Skeletron, che insolitamente quest’anno mi sta seguendo, mi sta scrutando da lontano e sta aspettando il momento giusto per farmi un agguato.

Eppure un tempo era facile pensare a qualcosa di azzeccato per ogni persona speciale. Qualche volta ho pensato davvero di essere brava: avevo trovato il regalo che in quel momento sembrava perfetto. Il gatto mi guarda con fare interrogativo e sembra dirmi:
“Quante volte pensavi fosse il regalo giusto e ti sei sbagliata?”
E’ un attimo: il dono esce dai tuoi pensieri e si materializza come troppo, troppo poco, inadeguato e sbagliato, tanto che vorresti impacchettarlo di nuovo e riportarlo in negozio. Oppure sotterrarti quando l’altra persona lo apre e, con fare goffo, abbozza un mezzo sorriso ma con evidente imbarazzo.

Forse quello che manca davvero oggi è il tempo per scegliere.
Non arraffare cose all’ultimo momento in un centro commerciale affollato, ma scoprire piccoli oggetti della felicità nei negozietti del centro.
Scovare il mercatino giusto, con oggetti particolari per non esser banali. Evitare di regalare ogni anno il classico maglione; magari con le renne. Prendersi tempo per cercare, per farsi consigliare, per meditare: un pensiero speciale per ogni persona del cuore.

E poi c’è tutta la storia dei pacchetti.
Perché dedicarcisi di fretta il giorno prima della Vigilia, quando avranno solo un breve momento di vita per essere poi scartati, con un evidente e inutile sperpero?
Quindi pensiamo al packaging ecologico, tanto di moda oggi.
A che scopo sprecare carte patinate e costosissime, quando si può riutilizzare quella dei giornali o dei volantini usati?
Quei tabloid nell’angolo del salotto, abbandonati da un mese, perché letti e riletti o i flyer con le offerte o la settimana enigmistica, cominciata in aereo e mai finita.
Pacchetti contornati di nastri riutilizzati e ninnoli decorativi e colorati.

Quando ci prendiamo il giusto tempo per la cura nel fare i regali, in fondo è come se ci mettessimo un po’ di noi stessi.
E allora la verità è che secondo me a volte gli oggetti sono doni inadeguati: forse da questo deriva il mio disagio di quest’anno.
Sento che regalare oggetti sarebbe come travisare il vero senso delle feste: colmare il bisogno di presenza con un’effimera materialità.
Quello che vorrei fare quest’anno è prendere scatole di cartone e riempirle di tempo e di pensieri, metterle sotto l’albero e vedere la faccia di amici e parenti nell’aprire scatole vuote di oggetti ma piene della volontà di stare insieme e ricordarsi, a Natale più che mai, che ciò di cui abbiamo veramente bisogno e che cerchiamo tutti è attenzione, cura e amore e che confinare tutte queste cose in un regalo impacchettato è maledettamente difficile.

Linda's Stories


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AVETE PRESENTE “GHIACCIO BOLLENTE?”

SmaniaMusings by Vale- 26 novembre 2019

di ©Valentina Finocchiaro

Come dimenticare l’esempio più quotato dai docenti dell’ossimoro?
Le tanto odiate figure retoriche: incubo perfino degli studenti più bravi, quando dovevi studiare a memoria un esempio per ognuna di esse.
Un po’ come i verbi irregolari in inglese, formule di matematica, chimica e fisica.
I teoremi di geometria e le declinazioni di latino e tedesco.
E si potrebbe andare avanti ancora.

Le figure retoriche non mi piacciono.
In sostanza un ossimoro, detto da una che ha fatto dell’insegnamento e per di più dell’italiano metà del suo lavoro.
Può darsi che la pensi così perché non ho mai amato particolarmente la poesia.
Perfino quando trovo una figura retorica in un testo di prosa, ne apprezzo la bellezza ma se diventano troppe, mi disturbano.
L’ossimoro, poi, è una di quelle che m’inquietano proprio.
Probabilmente è l’idea di due concetti racchiusi in uno o che un’unità sia anche implicitamente e profondamente duale.

Trasposto in prosa, a me sicuramente più congeniale, l’ossimoro è assimilabile al concetto di doppio.
Intere lezioni di letteratura inglese della Violi, una professoressa che portava in se’, ma nella sua figura proprio, le tematiche dei suoi corsi.
Irrimediabilmente vestita di nero, occhi verdi e capelli neri raccolti, cappotto lungo, sopra abiti altrettanto lunghi e neri: unico colore, un rossetto rosso sangue.
Seguivamo tutti rapiti le sue lezioni; quasi si potesse, seguendola, avere accesso a un mondo altro e oscuro.
Il gotico era il suo argomento preferito: il perturbante uno dei concetti più ricorrenti.

Allora forse è questo che mi disturba tanto dell’ossimoro.
L’altra metà di qualcosa, che non è completezza ma contrapposizione. Come quando vedo i telefilm su delitti e criminali ma poi la notte non dormo.
L’ombra che segue il personaggio, ma non è altro che la proiezione del suo lato oscuro.
Il gemello cattivo.
Il quadro che invecchia in soffitta al suo posto.
Per esserlo davvero, il perturbante deve essere affascinante, attrarti e portarti nel suo mondo, annullando in un secondo tutte le tue certezze.

Non ci faccio ancora pace con QUEL lato di me.
Quello che trasforma una persona generalmente mite in una furia.
Quello che quando tento di correre, ma qualcosa non va, mi blocca il fiato in gola.
Quello che mi fa svegliare preoccupata al mattino senza un perché.
Quello che mi fa lacrimare e mi strozza le parole in gola, quando canto canzoni che parlano per me.
Perennemente alla ricerca di un equilibrio che non arriva mai, il lato oscuro si manifesta nei momenti più insospettabili, mi colpisce e mi lascia senza forze.
Come uno schiaffo in piena faccia.
E io rimango inerme.

Forse non arriverà mai la fine di questa storia, Voldemort non sarà mai sconfitto, non ci sarà un ultimo capitolo in cui il bene trionfa, un momento catartico.
Perché una parte di te non la puoi eliminare premendo il tasto “cancella”, per poi andare avanti come se niente fosse.
Come quel difetto fisico che nascondiamo con tanta fatica e che con altrettanta prontezza ritorna ciclicamente a mostrarsi, anche con un semplice ricordo.

E allora che fare?
Fuggiamo.
A gambe levate proprio.
Non vogliamo vedere, non vogliamo sentire, non vogliamo essere.

Ci sarà mai una fine?
Forse una fine no, ma una resa sì.
Accogliere quelle sensazioni permettere loro di vivere, di attraversarci e di sconvolgerci.

Che fare?
Teniamoci ben saldi, aggrappiamoci a chi sa riportarci con i piedi per terra, a quelle persone che quando le vedi ti sollevano e ti fanno sentire leggero, a quella parte di noi che sa ridere, gioire e voler bene e accettiamoci.
O meglio, dovrei dire ACCOGLIAMOCI.
Vogliamoci bene anche per questo convivente cattivo.
Per il diverso che ci abita e ci permette di essere altro da noi.
Giusta o sbagliata, buona o cattiva che sia, quella rimane comunque una parte di noi.
A volte vien fuori incontrollata e libera, priva di quella ferma e costante motivazione a essere come si vorrebbe.
Slegata dai vincoli delle regole sociali e di quelli che noi imponiamo a noi stessi, sarà pur sempre parte della nostra unicità.

E voi come affrontate il vostro ossimoro quotidiano?

Smanimusings Vale


editing della foto di Chiara Resenterra

“I LIBRI PARLANO?”

CineSmaniaMusings by Vale - 18 novembre 2019

di ©Valentina Finocchiaro

Mi cade l’occhio sulla libreria. Brutta.
Non l’ho scelta io, l’ho trovata in casa – la mia nuova meravigliosa casa – ma questa è un’altra storia.
Lo vedo, lo osservo. Un volume vecchio, smangiato da un coniglio, regalo di compleanno e avuto in casa per poco. Lo apro. “Ad Anna, con affetto Eugenia”: non so chi siano.
Data: 14-11-1983. Non ero nemmeno nata.
Sulla copertina ingiallita un disegno di montagne, alberi e uccelli, il titolo e l’autore in corsivo.

“Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcìa Màrquez.”
Ho la netta sensazione che questo libro mi stia chiamando. Ora.
Prepotentemente.
Non mi capita da molto tempo e quasi mai con libri già letti.
Ma dopo forse quindici anni da quando ne rimasi folgorata, mi trovo a chiedermi perché quel libro mi aveva colpito così tanto, da farmi produrre per l’insegnante di italiano – in cui, mio malgrado, ultimamente mi rivedo e specialmente negli scleri quotidiani- una scheda libro con la ricostruzione di tutto l’albero genealogico della famiglia.
“Come si chiamava?”
Devo aprirlo e cercare.
Ma cosa cerco veramente?
Cerco il SENSO. Il mio.
A volte la passività è puramente mentale: rifugiarsi nel fare, fare, fare senza fermarsi a pensare.
Darsi il tempo di capire, farsi un’idea propria: tutto questo richiede fatica. “José Arcadio Buendìa. Macondo. Melquìades.”
Nomi già sentiti, vaghi ricordi.
Non credo questo libro potrà parlarmi facilmente di nuovo.
Lo apro e mi preparo a rileggere queste 400 pagine.
Mi preparo a ricordare ma soprattutto a dare un significato nuovo.

Alla fine Cent’anni di solitudine ha trovato il modo di parlarmi.
Ho intravisto il senso che cercavo e l’ho capito.
Ma andiamo con ordine.
Ho letto un centinaio di pagine.
Inizialmente è stato confortante immergermi nuovamente nelle vicende dei personaggi in quel di Macondo.
Ma poi la mia prospettiva è cambiata, leggere è diventato faticoso.
In fondo, una vocina nella testa mi diceva che non avrei finito di rileggerlo ora.
E così è stato.
Quel libro, pur senza arrivare alla fine, mi ha dato le risposte che stavo cercando.

Uno.
Il mio mood adolescenziale introspettivo e riservato era sicuramente più in linea con l’atmosfera di confusione solitaria del libro; in cui i personaggi si avvicendano e, uno dopo l’altro, si fanno spazio nel testo. Tutti per ribadire il concetto secondo cui, per quanto contornati di persone, alla fine non viviamo che nella nostra solitudine.

Due.
Posso chiedere del tempo per me.
Posso chiudere la porta, lasciare faccende, lavoro, famiglia, tutto da parte e chiedere un po’ di tempo per me.
Mi è concesso ora. Senza aspettare domani o il weekend.
Anche se poi si riduce a mezz’ora, perché alle 21 sto già crollando dal sonno.
Non importa: sarà stato tempo per me.

Prendo atto del fatto che sono cambiata e mi appello al mio diritto di lettore.
Secondo Daniel Pennac il numero tre: “Il diritto di non finire un libro”.
Chissà se Cent’anni di solitudine mi chiamerà nuovamente, quando sarò una vecchia gattara, che trascorre le giornate sulla sedia a dondolo vicino alla finestra a leggere, con gli occhiali sul naso e la copertina rattoppata sulle spalle.
Lo spero, perché sono sicura che, pur nel turbine di personaggi che vorticano da una generazione all’altra e nella ripetizione interminabile degli stessi nomi, quel libro mi suggerirà ancora qualcosa di importante. Mi svelerà qualcosa di nuovo su di me.

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editing della foto di Chiara Resenterra

CHE COSA E’ LA SOLITUDINE?

Linda's Stories - 13 novembre 2019

di ©Linda Foglieni

La benzina finisce sempre quando sei di fretta e hai un appuntamento a cui è importante arrivare in orario .
È scientificamente provato.
Mi è successo un paio di mattine fa. È tardissimo, esco di casa con il cappotto sul braccio e senza mascara che "lo metto dopo in macchina", chiudo la porta con la chiave blu a forma di chitarra elettrica, entro in macchina correndo; come accade due volte su tre, gratto il fondo della portiera sul gradino accanto allo scivolo, maledizione... accendo e... la benzina! L'icona del serbatoio lampeggia e domani c'è pure sciopero dei benzinai. Devo fermarmi assolutamente.
Arrivo davanti al benzinaio, apro l'antellino, prendo la pompa e mi ricordo persino di digitare il pulsante 20 euro sul display. Sono velocissima! Richiudo tutto e mi avvio in cassa a pagare, noto un po' di trambusto e uno sguardo spiritato da parte del ragazzo davanti a me che sventola una banconota da 10 euro alla cassiera senza essere preso in considerazione. Succede che la cassiera e la ragazza che si occupa di fare i caffè stanno litigando. Urlano.

"TI HO DETTO CHE IO ALLA TUA ETÀ LA PENSAVO COME TE MA POI HO CAMBIATO IDEA."
"IO NON POTREI MAI RINUNCIARE A ME STESSA E ALLA MIA DIGNITÀ PER UN UOMO."
"ALLA TUA ETÀ LA PENSAVO COME TE. MA POI LE COSE CAMBIANO"

Urlano sempre più forte, si avvicinano, la tensione è davvero alle stelle.
La cassiera inizia a urlare che dalla morte di sua madre non può tollerare chi se la prende per futilità come l'amore, piange, la barista non molla. È ferita.
Gli avventori sono increduli, il tizio davanti a me continua a sventolare la banconota da 10 euro. Io medito di fuggire senza pagare: sono in un ritardo stratosferico. Finalmente il signor benzinaio con la tuta d'ordinanza mette fine al delirio e posso andarmene dopo che la cassiera con lo sguardo torvo e ancora singhiozzante mi ha concesso di saldare il mio debito.
Esco.
Ma non riesco a smettere di ripensare alla scena.
Quello che mi ha colpito non sono state le parole: ormai i litigi hanno tutti la stessa patina dei talk show che ci hanno insegnato ad urlarci addosso. Mi hanno colpito le voci, le facce vicinissime tra loro, la sofferenza. Ho pensato che queste due ragazze si stessero urlando addosso tutta la propria solitudine. Loro inanellavano parole su parole e tutto quello che riuscivo a sentire era SONO SOLA.
CAZZO SONO SOLA ANCHE IO.

È la grande paura, il cancro insidioso del nostro tempo. La solitudine. Siamo bombardati da modelli perfetti a cui dovremmo aspirare e che prevedono la solitudine solo nel caso in cui tu sia un single in carriera con un lavoro da 80 zilioni di dollari. La famiglia felice, la coppia innamorata. Perfino la pubblicità non vende più prodotti ma status sociali inarrivabili.
Concetti.
Siamo così bombardati da questo modo in cui dovremmo essere che quando la nostra vita non somiglia a uno spot pubblicitario ci sentiamo soli.
L'altra sera mi sono fatta un minestrone surgelato a casa da sola e devo dire che ero piuttosto soddisfatta, finché non ho avuto la sensazione di essere in uno di quei film che vedi nei festival cinematografici in cui un tizio polacco si mangia una minestrina e l'inquadratura si stringe su di lui: gli guardi le rughe accanto agli occhi, il cucchiaio che si avvicina alla bocca e fa un rumore fastidiosissimo, pensi a quanto cazzo è solo e ti sembra anche un po' patetico.
Eppure non è giusto. Non è quella la solitudine reale.
La solitudine, quella vera, credo di averla capita. È l'incapacità di stare bene con sé stessi, la ricerca spasmodica di compagnia anche quando non ne hai davvero bisogno, solo per zittire quella voce che ti dice che no, c'è qualcosa che ti manca.
E invece quella voce la dobbiamo ascoltare, dobbiamo smettere di soffocarla con tutto quello che ci capita a tiro: realtà virtuale, surrogati di amore che di amore non hanno nulla, false amicizie, lavoro senza sosta. Perché ascoltare quella voce che cerchiamo continuamente di zittire significa imparare a soddisfare i nostri bisogni. Cosa ti manca? Un amico, chiamalo! Cosa ti manca? La felicità, lavora per ottenerla.
Ascoltarci significa darci la possibilità di curarci, di amarci, di perfezionarci. Di regalare a noi stessi la migliore compagnia di cui abbiamo bisogno: la nostra.

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editing della foto di Chiara Resenterra

SIAMO ANIME GEMELLE?

SmaniaMusings by Vale  - 11 novembre 2019

di ©Valentina Finocchiaro

Due metà della mela.
Il completamento l’uno dell’altra.
E viceversa.
Se fossimo continenti, non potremmo essere ai poli più opposti della Terra.

Tento affannosamente di mantenere un po’ di ordine in casa.
Arriva alle 17, molla tutto in giro, fa saltare i cuscini fuori dal letto “faccio una partitina!” e chi lo vede più fino a ora di cena.
Lo aspetto tutto il giorno per cenare insieme.
“Stasera mi fermo al pub, c’è la partita. Torno tardi”.
Cambiamo casa! Un numero infinitamente alto di annunci di immobiliari online e due anni per trovarla.
Altri sei mesi per entrare.
Dobbiamo comprare il tavolo nuovo. Nulla: finché non ha girato un’intera lista di negozi di mobili e chiesto preventivi in tutto il circondario di tre regioni italiane, per farsi odiare da mille commessi diversi.
Chissà perché si ricordano tutti di lui quando torna.
C’è il ponte: weekend fuori!
Nei ponti c’è traffico, stiamo a casa.
Vorrei prendere il cane.
Per prendere il cane dobbiamo avere il giardino.
Ho aspettato sei anni, forse di più.
L’abbiamo preso ma è sfortunatamente pazzoide.
Me lo rinfaccia da sei mesi. Come finirà?
Sabato andiamo da qualche parte?
C’è il battesimo di nostro nipote.
Vero. Quello successivo?
E’ il compleanno di mio papà.
Ok. Quello ancora dopo?
Ma poi mio padre parte, dobbiamo salutarlo.
E poi?
Mia mamma è da sola, andiamo a pranzo da lei!
Per proseguire, rivedere tre domande sopra e ripetere la lettura daccapo.

E poi ci sono io. La sua lista sarebbe altrettanto lunga, ne sono sicura – sorrido-.

E poi ci sono gli altri.
“Altri” importanti, che non puoi ignorare.
Venite a fare colazione? Venite a pranzo?
Venite a cena?
Venite in vacanza con noi?
Non ci vediamo mai!
Quando sistemate il giardino?
Quando ti danno l’indeterminato?
Quando fate addestrare questo cane?
QUANDO FATE UN NIPOTINO???

Insomma, anni e anni di un marasma incredibile.

Poi ti guardo di nascosto, fai le solite cose da una vita.
Dici persino le solite cose.
Canti le stesse canzoni con le stesse parole sbagliate.
“Con la mia palla lanciata un po’ più in su…” e via al Principe di Bel Air.
“Mi dispiace devo andareeeeeee”, ogni volta che esci di casa.
Io rido ogni volta. Mi vedi ridere e ridi anche tu.
Potrei finire le tue frasi, come so quando non pensi a nulla e mi dici “Penso ai piccioni!”.
Sei arrivato, in ritardo, un pomeriggio di marzo “perché stavo vincendo un torneo alla Play” –certe cose davvero non cambiano mai!- e sono passati 14 anni così.
In un soffio.
Più della metà della mia vita l’ho passata con te e come fosse prima, ora non lo ricordo più.

Non so se rispecchiamo semplicemente un cliché.
Un amore stereotipato alla “Sandra e Raimondo”, per capirci.
Magari è il presupposto ad essere sbagliato.
Abbiamo un’idea dell’amore che ricalca quella dei film, o meglio, quella delle favole poi riproposta identica in moltissimi film: lui incontra lei, si innamorano e vissero tutti felici e contenti.
In realtà non siamo la metà di nulla, se non la metà di un caos, che spesso fatica a trovare un centro.
Però siamo noi. E siamo così.
Ci affanniamo a cercare qualcuno che ci completi ma forse abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci accompagni.
Un compagno, o una compagna, per tutta la vita. O magari solo per una parte.
Ma che sia disposto, scendendo almeno un milione di scale ad arrivare fino in fondo con noi.

Chi è il vostro compagno di vita?

un frame del film "ombra e il Poeta"


editing della foto di Chiara Resenterra

COME COMBATTEVI LA NOIA MENTRE I PROF SPIEGAVANO A SCUOLA?

Linda's Stories  - 8 novembre 2019

di ©Linda Foglieni

Sono trentun anni che ogni giorno della mia vita, fatta eccezione per le vacanze e le feste comandate, la mattina mi sveglio, preparo tutte le mie cosine e vado a scuola.
sono stata da studente: tutto il pacchetto completo, elementari, medie, superiori e università.
Ci sono stata da educatrice a supporto delle autonomie di ragazzi con disabilità e ho seguito le lezioni dei docenti delle loro classi, più o meno su tutto lo scibile umano: italiano, storia, latino, matematica, scienze, inglese, francese, spagnolo, tecnologie meccaniche, economia aziendale, disegno tecnico... perché l’assistente educatore tutto sa, e quello che non sa...tocca studiarlo.

Da tre anni, poi, sono passata dall’altra parte della barricata, quella a cui tocca il privilegio della prospettiva migliore sulle ugole scoperte degli sbadigli sgraziati, quando tu, la prof. ,ti dilunghi su quel particolare di cui ti sei innamorata e la tua banda di “desperados” sta bramando semplicemente il suono della campana per accaparrarsi un pezzo di pizza. Che se tu decidessi di mangiare a quell’ora del mattino, come minimo ti ritroveresti con il peso di un tir a schiacciarti l’esofago per le due settimane successive.
Della noia di quando l’ugola sgraziata era la mia, custodisco però dei ricordi meravigliosi, perché è lì che il vero genio emerge, nel tentativo di sganciarti dal controllo dell’adulto che cerca di insinuare la cultura nel tuo cervellino refrattario.
Che poi, ricordo anche lezioni di docenti meravigliosi, sono certa di essermi persa dissertazioni più che affascinanti, ma la noia è a prescindere, si acquatta nei luoghi più inaspettati e l’impazienza di sfuggirle ti conduce in universi paralleli inimmaginati.
Ho stretto le mie amicizie migliori durante i momenti di noia a scuola e collezionato i rimproveri più esilaranti.
Uno su tutti durante un’infinita lezione di Francese sui paradigmi dei verbi.

Prima fila della classe di un istituto scolastico della bergamasca- interno giorno.
“FOGLIENI METTI VIA QUEL DIARIO” - per inciso, ho prodotto delle Smemoranda che meriterebbero il fregio di una personale in un museo di arte contemporanea -.
“OK PROF.“
“FOGLIENI SMETTILA DI FARE RUMORE E METTI VIA QUELL’ASTUCCIO.”
“OK PROF.”
Serie di rimproveri similari. Banco ormai vuoto. Sgranchisco le gambe e mi accorgo che con la lunghezza mediocre dei miei arti inferiori posso, senza troppa fatica, stenderli sulla parte anteriore della cattedra. Ci provo. Urto inavvertitamente gli arti inferiori del docente che assume un’aria paonazza.
“FOGLIENI, NON È POSSIBILE, PORTAMI QUEL DIARIO!
LO PRENDO PROF. È CHE L’AVEVO APPENA MESSO VIA, MA ARRIVO.”

E poi le produzioni meravigliose di quegli anni, con la mia amica Marta costruimmo una casa delle bambole fatta interamente di fogli di bloc-notes assemblati con la colla PRIT, era una meraviglia di architettura dettagliatissima che comprendeva persino sanitari e mini-rotoli di carta igienica.
Giuro.
E le conversazioni tramite “pizzini” mica le ha inventate Provenzano, io e la mia amica Ramona eravamo maestre di comunicazione, all’epoca li conservavo tutti, sai mai che un giorno divento famosa e li pubblicano in un volume unico di scambi epistolari, come le lettere della Sibilla Aleramo con Dino Campana.
E la musica ascoltata di nascosto, i testi ricopiati con la precisione certosina degli amanuensi, i libri letti di nascosto, le lettere d’amore, gli scarabocchi a margine del manuale di Italiano...

Che Dio la benedica la noia a scuola, che in quello spazio da cui pensavo di fuggire è finita che sono inciampata dentro di me.

un frame del film "ombra e il Poeta"


editing della foto di Chiara Resenterra

HALLOWEEN CON MORALE
NON TUTTI I CAPPELLI A CONO SONO DA STREGA.
LA VERA STORIA DIETRO LA FOTO “WITCHES TEA PARTY”

SmaniaTea by Jurga - 31 ottobre 2019

di ©Jurga Po - blog primainfusione

Trick or treat, or… tea?
Una domanda che nella testa di una tea lover sorge spontanea con l’avvicinarsi della festa più macabra dell’anno. Ma mentre penso alle miscele più indicate per un Vamp Tea Cocktail da accompagnare il party della notte del 31 ottobre, mi balza alla memoria un’immagine, quella delle otto anziane vestite di nero con lunghi cappelli a cono, sedute ad un tavolo all’aperto a prendere il tè.

Ce l’avete presente?
Su Google è conosciutissima: è il primo risultato che restituisce digitando “Witches Tea Party”.

Ma sono streghe?
Beh, ovvio. Vecchie, avvolte nei mantelli neri e con in testa quei cappelli a cono, chi altro possono essere? Gli occhi di tutte, tranne una che fissa dritto l’obbiettivo, sono puntati su quella che sta seduta a capotavola (a destra) e che dà l’aria di essere più ricca, più a suo agio, rispetto alle socie. La tradisce anche la sua scarpa, lucida e appuntita, che spunta da sotto il tavolo, quasi fosse un essere autonomo. Ricoperto di broccato pesante, il tavolo invece è spoglio di ogni elemento must dei tea time all’inglese: non ci sono teiere né zuccheriere e non c’è una traccia di biscotti o scones.
Solo due libri – uno aperto, l’altro chiuso – poggiati sui lati del tavolo.
Dettagli sufficienti per innescare la nostra immaginazione che ci porta a vedere una congrega delle streghe!
C’è un ma, però. Ed è racchiuso nel titolo originale della fotografia (datata anni ’20) che recita:
“Not a modern witches’ council but members of the Holy and Undivided Trinity of Castle Rising, Norfolk, England”. (Non un consiglio delle streghe moderne ma membre della Santa e Indivisa Trinità di Castle Rising, un villaggio della contea del Norfolk, Inghilterra.)
Dalle streghe alle… beneficiarie di carità.
Il titolo rivela quindi un contesto diametralmente opposto. Altro che streghe e la magia nera!
Le vecchiette erano beneficiarie della carità dell’Ordine della Santa e Indivisa Trinità, fondato dalla Chiesa Cattolica nel 1610 con lo scopo di aiutare donne anziane in povertà.
Che tipo di aiuto? Cibo, alloggio e un nuovo completo di vestiti. Quel loro outfit nero – che in realtà era rosso ma la fotografia a colori negli anni Venti era ancora un divenire – fungeva da divisa e facilitava la loro identificazione come beneficiarie di carità. I mantelli e i cappelli lunghi erano pratici, relativamente economici – vista l’età delle vecchiette, spesso venivano indossati per un anno o massimo due e poi passavano alle new old entry – e in linea con l’abbigliamento delle donne nel ‘600. E così di generazione in generazione, fino a giungere al 1920…
A proposito del Vamp Tea Cocktail
Se proprio volete cimentarvi nella preparazione di un tea cocktail un po’ spooky, vi lascio un paio di link:
• Twilight Tea Cocktail di Gordon Ramsay (a base di Lapsang Souchong, vodka e puree di zucca) (https://www.gordonramsayrestaurants.com/…/twilight-tea-coc…/)
• The Vampire’s Dinner (a base di Rooibos, rum e arance rosse), The Goblin’s Lunch (Earl Grey e Vodka) e The Ghost’s Breakfast (a base di Chai, whiskey e latte) di Numitea (https://blog.numitea.com/tea-infused-halloween-cocktails/)
Buon Halloween!

un frame del film "ombra e il Poeta"


editing della foto di Chiara Resenterra

ANCHE TU HAI AVUTO (E HAI) UNA MADRE CON L’”ANSIA DA CONTROLLO”?

Linda's Stories - 29 ottobre 2019

di ©Linda Foglieni

Da prof. di madri ne vedo praticamente ogni giorno. Ho una collezione Panini delle tipologie più assurde, che per anni hanno rifornito costantemente il repertorio di aneddoti da sfoderare nel momento in cui la conversazione langue e hai bisogno del racconto brillante da buttar lì sul tavolo come il tre di briscola. 10 punti secchi e un paio d'ore di conversazione garantita. Perché, quando si tratta di genitori, ognuno ha il proprio personale ricordo esilarante da sfoderare prontamente dalla tasca del cappotto.
Le riserve migliori però le prendo dalla pregiata cantina delle mie personali memorie adolescenziali.
A giustificare le trovate ingegnose della mia genitrice c'è il fatto che la sottoscritta non è che fosse proprio una figlia modello. Diciamo che nell'arazzo degli episodi più divertenti, il filo l'ho generalmente fornito io. Ero il tipo di giovane donna che durante la tardoadolescenza si nutriva di cassette punk e sfoderava un abbigliamento degno del genere.
Mia madre, con grande scaltrezza e abilità sartoriali, cercava di controllare la faccenda intervenendo sui miei abiti durante la notte. Capitava di ritirare i miei jeans preferiti dallo stendibiancheria e di ritrovarli irrimediabilmente mutati: da lunghissimi, sfilacciati e calpestati come piacevano me, al momento di indossarli me li ritrovavo di dieci centimetri più corti, di gran moda oggi, passibili di denuncia da parte di tutte le tue compagne di classe all'epoca: CAZZO C'HAI, L'ACQUA IN CASA?
L'apice è stato raggiunto il giorno in cui ritirando la mia maglietta preferita fresca di bucato, quella con le maniche lunghe lunghe e un buco in cui infilavo i pollici, mi sono ritrovata con un inserto in jeans (giuro) che trasformava la mia meravigliosa maglia un po' grunge in un'esemplare hippie con le estremità A ZAMPA.
Pazienza.
Ero anche quel tipo di adolescente che piuttosto che andare a scuola si intratteneva in lunghe conversazioni culturali, politiche e pseudofilosofiche nei bar del centro, che ospitavano esemplari suoi simili. Per stanarmi mia madre era solita rovistare nelle tasche dei jeans come una novella Perry Mason e additare l'orario incriminato. DOV'ERI? MERCOLEDÌ ALLE 9.45?
A scuola?
E ALLORA PERCHÉ HAI UNO SCONTRINO CHE DICE CHE ERI IN UN BAR IN CENTRO?
Seguono scontri poco divertenti.
L'episodio più eclatante risale però all' occupazione della scuola. Al Secco Suardo le aspiranti maestre non è che fossero proprio delle impegnate attiviste. Ma quel 1998 avevano deciso di occupare finalmente l'istituto per lamentare qualcosa che non ricordo più, facendosi aiutare dai più impegnati vicini del Lussana. Pur non essendo tra gli organizzatori, ero ancora quindicenne e con scarsissima attitudine al comando, mi era arrivata voce dell'azione e mi trovavo in prima linea la mattina dell'occupazione.
Il bidello aveva ceduto le chiavi. L'azione aveva lasciato fuori tutti i docenti, mentre svelte ci apprestavamo a ricoprire le vetrate dell'entrata con la carta dei giornali. Un ragazzo alla porta vietava l'accesso agli adulti e lasciava passare gli studenti.
Ce l'avevamo fatta. Il mondo era fuori e noi avevamo il controllo.
Una mano mi bussa alla spalla sinistra e mi chiama per nome.
Mi volto.
ERA MIA MADRE.
Mamma. Cosa ci fai qua dentro? NIENTE, SONO QUI PER IL COLLOQUIO CON I PROFESSORI.
Ancora non so come fosse riuscita ad entrare. Quello che ricordo è mia madre che nell'atrio della scuola parla con la mia prof di matematica dei due 4 presi nelle verifiche precedenti.
Quel momento lì, in cui ho sentito le sue dita bussare alla mia spalla destra è esattamente quello in cui ho capito che non c'è niente da fare. Puoi diventare anche l'amministratore delegato di una multinazionale dell'Indocina, ma di una madre non ti liberi.
MAI.

un frame del film "ombra e il Poeta"


editing della foto di Chiara Resenterra

QUAL E’ LA VOSTRA “MASCHERA” MIGLIORE?

SmaniaTales by Gianni - 25 ottobre 2019

di ©Gianni Caminiti


La mia prima regista in uno spettacolo teatrale amatoriale fu Marzia. Ero talmente piccolo che non mi ricordo più il suo cognome.
Ci convinse che mettere in scena “il Piccolo Principe” fosse una cosa non solo possibile. Ci disse che era giusto farlo alla nostra età.
Fummo entusiasti dell'idea, ma la metà di noi alla fin fine non sapeva perchè aveva accettato e l'altra metà era lì nella speranza di essere notato dalla ragazza di turno. Ah sì, a quel giro eravamo tutti maschi.
“Che ci vorrà mai? Basta dire le battute”.
Effettivamente la maggior parte di noi pensava che recitare fosse imparare a memoria le battute e ripeterle. Più o meno tutte declamate con lo steso tono. Sia che si parlasse di una gioiosa giornata all'aria aperta o del funerale dello zio Arturo.
Un po' come quelli che quando vogliono imparare a ballare ti chiedono solo la sequenza e la direzione dei passi.
Anche quelli, ora che ricordo bene, eravamo noi.
Noi che eravamo stati educati con testa e corpo ben separati.
Noi che eravamo stati spesso derisi dai nostri stessi familiari sulle nostre goffaggini senza sapere, vista la zero cultura psicopedagogica, che ci avrebbero rovinati pressoché a vita.
Noi che il sesso era tabù e non se ne poteva parlare in casa.
Noi che eravamo legati. Negati. Intimoriti e mai incoraggiati.

Dovete provare “non a dire” quelle parole, ma ad “esprimere” quello che quelle parole hanno dentro.
Ok, riproviamo. Uguale a prima. Nessun cambiamento nel tono della voce o nella postura.
Sembravamo tutti impalati e trapanati sul palco.
Avevamo sì voglia ma anche terrore.

Una sera Marzia, credo ormai al colmo della disperazione del tipo “mannaggia a me e a quando ho pensato di far fare teatro a questi pali del telegrafo”, provò a fare qualcosa di diverso.
Prima della prova che si concentrava sul finale della storia, quando il Piccolo Principe sta per lasciare la terra, morendo e tutto sommato “risorgendo”, mi invitò a prendere la chitarra e a sedermi sul palco.
Mi chiese di arpeggiare un brano molto triste per alcuni minuti. Poi disse qualcosa sulle emozioni e la tristezza di quella scena e mi chiese di suonare ancora qualche minuto sempre lo stesso brano straziante.
I due personaggi dopo quell'ascolto recitarono in modo diverso. Anzi a dire il vero recitarono, credo, per la prima volta.
La musica era penetrata dentro di loro toccando corde intime che immediatamente trapelarono nel tono di voce, nella postura, nei movimenti.
Fu la prima volta che ebbi la netta percezione che la musica nel teatro e soprattutto nel cinema fosse talmente importante da essere la metà di quella emozione. Avevo da poco visto Jesus Christ Superstar al cinema e mi ero ripromesso che avrei scritto qualcosa di simile, tutto cantato e suonato.
Ma questa è un'altra storia.

Dopo quella prima esperienza di cose ne ho imparate.
Soprattutto che se vuoi interpretare una parte non devi imitare.
Devi viverla.
C'è sempre una emozione dentro di noi legata ad un ricordo che può tirare fuori una configurazione simile a quella richiesta da una scena.
Fare teatro è anche una potente terapia che ti permette di entrare in contatto con alcuni vissuti della tua vita e prestarli ad una storia.

In quel momento, con la chitarra classica in mano, intuii per la prima volta che per indossare la maschera giusta non la devi prendere da fuori ma da dentro.
Da ciò che hai realmente vissuto.

un frame del film "ombra e il Poeta"


editing della foto di Chiara Resenterra

GLI AMICI A VOLTE LI PERDI

di ©Gianni Caminiti - 20 ottobre 2017

prefazione al libro "Istantanee"
di Mario Biancardi - cineSmania Edizioni


GLI AMICI A VOLTE LI PERDI

Conosco Mario dai tempi del liceo.
Entrambi affamati di vita. Entrambi con sogni in testa e dubbi sul come realizzarli.
Io volevo essere con tutto me stesso un musicista. Lui un fotoreporter.
Entrambi avevamo le idee chiare ma chiare erano anche le paure.
Ogni giorno ci martellavano da più parti. “Fai un lavoro sicuro. Dalle 8 alle 17. Fino alla pensione.”
Oggi dopo tanti anni posso guardare indietro sorridendo ma a quei tempi, invece, la paura più grande era che gli altri avessero ragione. Una paura che nascondevamo a tutti. Anche a noi stessi. Ci dimostravamo sicuri quando in fondo non lo eravamo affatto.
Le paure degli altri ci avevano comunque contagiato.
Poi la vita ci ha diviso a lungo. Ognuno ha saputo sprazzi della vita dell'altro di rimbalzo. Senza più entrare a contatto. Per un'eternità. Più un giorno.
Ogni tanto quando arrivava qualche notizia dai Balcani, non c'era ancora la rete cellulare o internet, pensavo a lui. Sapevo che era fotografo in quelle zone, zone di guerra vera, con elmetto, piastrine e giubbotto antiproiettile.
Me lo immaginavo in pericolo. Temevo che lo avrei rivisto solo coi piedi in avanti. Con gli occhi chiusi. Quegli occhi.
I suoi occhi di ghiaccio mi avevano sempre incuriosito, atterrito, intenerito.
Uno sguardo sgranato sul mondo. Spalancava i suoi grandi occhi bambini e ritraeva quello che solo lui sapeva vedere.
Se non hai prima di tutto quella curiosità negli occhi non puoi scattare delle foto di vera intensità.
Io da giovane mi ero seriamente interessato di fotografia, certamente mai ai suoi livelli. Mi aveva passato alcuni suoi segreti. Mi piaceva quel suo modo di stanare lo scatto. Lo scatto perfetto.
Molti oggi pensano che se hai una bella macchina scatterai belle foto.
Un vero fotografo è altro. La foto la annusa, la evoca, la scopre; la inventa. Ce l'ha dentro spesso prima di appoggiare l'indice sul pulsante di scatto. Altre volte invece il fiuto lo porta altrove. A ghermire l'attimo fuggente. Tutti guardano verso un punto. Lui invece ne ha scrutato un altro. Quel punto da cui saprà ritrarre ciò che gli altri non potrebbero vedere.
Questo era Mario. Già tanti anni fa.


GLI AMICI A VOLTE LI RITROVI

La mia vita mi aveva portato altrove.
Ero diventato un musicista professionista, come avevo sempre sognato, ma anche uno psicologo.
La vita ordinaria aveva rischiato di inghiottirmi più e più volte ma sempre ero riuscito a divincolarmi dalla presa mortale e a tornare ai miei sogni.
Anzi bisogni.
L'arte. La musica. La poesia. La scrittura.
E in ultimo è arrivato il cinema.
Quando decisi di affrontare la mia prima opera cinematografica, un'opera rock in film, iniziai a ricercarlo attivamente.
I social Network di oggi permettono questa meraviglia che è il ritrovarsi mentre troppi oggi li utilizzano per perdersi. E a noi avvenne la prima cosa.
Lo ritrovai. E lo chiamai.
Gli dissi che volevo i suoi occhi sul film. Volevo soprattutto lui per avere quel duplice sguardo di cui avevo un desiderio enorme. Lo sguardo nitido del Poeta e lo sguardo contorto di Ombra. Due in uno. Però in quegli occhi di ghiaccio volevo ritrovare prima l'amico del fotografo. E ho ritrovato entrambi.
Io avevo bisogno anche della sua follia.
Tutti mi dicevano che ero matto a tentare un'opera rock in film.
Una sola altra volta era successo in Italia, quasi mezzo secolo fa, che un'opera rock diventasse un film. Quindi ero un matto che per realizzare un sogno aveva bisogno di altri matti. E Mario, almeno quel Mario che avevo perso per tanti anni, ricordavo che lo fosse abbastanza.
In un momento in cui tutti si lanciavano, in pieno Yuppismo, a cercare nell'edonismo sfrenato la risposta alla propria vita, lui se ne andava con 3 reflex al collo, obiettivi e pellicole per un mondo da cui gli stessi suoi amici fuggivano. Se vai oggi in Croazia ci vai per startene sdraiato a pancia in su, in spiaggia. Negli stessi luoghi tanti anni fa anch'egli era sdraiato a terra, ma pancia sotto. Accanto a soldati col mitra e fucile puntato in avanti, nella stessa posizione lui aveva ben altro archibugio in mano. Una macchina fotografica. Per ritrarre la follia della guerra attraverso occhi altrettanto folli. Però di passione.
Questo è il lavoro duro che aveva scelto. Ritrarre Si la morte ma con la passione che al contrario ha il sapore della vita.
Era lui che speravo di ritrovare. Ed è lui che ho ritrovato.
Venne a trovarmi in studio dopo il mio invito.
Gli anni ci avevano invecchiato, ingrassati e provati.
La vita però non ci aveva inghiottiti. Mai del tutto.
Speravo rivedendolo dopo tanto tempo che gli occhi fossero gli stessi di un tempo.
Lo erano.
Dopo pochi tentennamenti il suo sguardo gelido si trasformò in quell'altro. Rividi quel bambino curioso.
Decise che avrebbe seguito il film dal primo all'ultimo giorno di set.
Anzi fin dai sopralluoghi.


OCCHI DENTRO GLI OCCHI

Altri avrebbero potuto ritrarre questo film. Certamente. Tecnicamente si. Ma io non volevo altri che lui.
Quel mio film che avevo sognato da sempre, l'opera rock, aveva bisogno dei suoi occhi. Solo dei suoi occhi. Anzi, anche dei suoi. Dei nostri quatto occhi. Gli occhi di quell'amico e i miei occhi.
La terribile storia che stavamo per raccontare insieme, dietro obiettivi e sensori diversi, quello della cinepresa e della macchina fotografica, doveva essere raccontata da chi conosce il dolore, perchè descrivere e raccontare il dolore è per chi il dolore l'ha vissuto in prima persona e lo ha scavato nel profondo dell'anima.
La vita ci aveva toccato e segnato. Entrambi.
E per raccontare la vita del Poeta Icaro, travolto dai suoi desideri non realizzati, eravamo forse quelli giusti.
Devi aver rischiato di perderti per capire il valore del ritrovarti. E a noi era successo più e più volte.
I nostri sogni ci avevano abbandonato ed eravamo andati più volte a riprenderli. Rincorrendoli. Rincorrendoci.
A ritrarre questo nostro nuovo incontro, in una scena intensissima del film, ho voluto che i nostri sguardi si incrociassero intensamente, che ci specchiassimo l'uno nell'altro, ad esplorarci dentro; sguardi fatti di luce ed ombra.
Sguardi di Paura e di follia.
Questo libro nasce così. Da queste antitesi.
Da Luce. Da Ombra. Il bianco e nero era quindi perfetto. Una scelta pressoché obbligata.
Credo troverete senza difficoltà quello sguardo, giocoso e bambino, triste e centenario, sano e illuminato, folle e oscuro in questi scatti che abbiamo scelto insieme per raccontarvi il lato nascosto della vita del nostro set.

un frame del film "ombra e il Poeta"


nella foto: un frame del film "Ombra e il Poeta"

IL SIGNORE DELLE POIANE

di ©Gianni Caminiti -  6 gennaio 2017

articolo scritto per il libro "L'uomo che vola con i falchi"
di Elvio Bernardi e Cesare De Agostini - ed. Negri

Sample title

"Quando due esseri volanti si incontrano è bene che si studino prima di avvicinarsi. Soprattutto quando sono entrambi piuttosto selvaggi.
Poi vinta la resistenza le due creature alate possono arrivare addirittura ad intimità.


Elvio e Gianni sono due rapaci, uno col piumaggio in livrea invernale, l'altro in estiva.

Quale miglior luogo possono scegliere due esseri piumati per incontrarsi che una montagna incantata, di quelle che si incontrano in alta Valle Poesia? "



Foto di Mario Biancardi - ©2014 Mario Biancardi/cineSmania™



Queste le poche righe che scrissi la prima volta che incontrai fisicamente Elvio.
Lui Emiliano, io Milanese della provincia, conobbi Elvio, come molti, attraverso il telegiornale. Una fortunata casualità visto che non posseggo la televisione da anni. Ma come molte notizie curiose anche questa è rimbalzata sulla rete fino ad arrivare a me.
In quei giorni stavo girando il mio film “Ombra e il Poeta”, di prossima uscita, di cui dirò due parole dopo solo per spiegare il perché inizialmente mi interessai ad Elvio. Fu solo un inizio perché poi l'amicizia è sbocciata e proseguita ben oltre i confini del set.
Nel mio film erano previste molte ali di piume e molte ali tecnologiche. Quando vidi Elvio con le sue poiane in quel servizio del TG era proprio il momento giusto. Una casualità che sapeva di destino. Ali di piume e tecnologiche insieme.
La mattina successiva avevo una riunione al Cineporto di Cologno Monzese con il mio staff.
Dissi loro: “ho visto un servizio al TG, non ho fatto in tempo a capire il nome ma.... c'è un uomo che vola col parapendio e tre poiane. Per favore trovatemelo”. Dieci minuti dopo i miei ragazzi mi avrebbero dato il suo nome. Elvio Bernardi. Ancora qualche minuto ed ecco il suo profilo su un social network. Immediatamente ne chiesi l'amicizia e lui quasi subito accettò. Quella sera stessa, senza ulteriori preliminari, ci conoscemmo via videoconferenza. E dopo pochi istanti di studio reciproco, fu amore. Amore a prima vista.
Lo ricordo coi capelli sciolti davanti alla webcam. Di fronte aveva un'altra persona coi capelli sciolti. “Entrambi piuttosto selvaggi”. Entrambi coi capelli sciolti. Solo di colori diversi. Due rapaci con livree in abito estivo ed invernale.
Due sognatori arsi dal desiderio di volare, sia pur in modi diversi.
Elvio è un entusiasta di natura.
Si fece raccontare il progetto del film e immediatamente si decise per un incontro fisico. Tre giorni dopo salimmo insieme in Valtaleggio, la location principale del film, per un sopralluogo e fummo ospitati nella baita di Davide Arrigoni, prima di tutto un buon amico e poi anche sponsor del film.
Davide poco dopo sarebbe volato via da questa terra senza preavviso, lasciandoci tutti sgomenti.
La baita di Davide sorge in un luogo particolare. Sotto di lei si ammira la vetta dello Zucco, una montagna tra i protagonisti importanti del film.
Questa montagna, dalla valle, dal versante di Taleggio, pare una pinna di squalo. Una montagna inquietante e magnetica allo stesso tempo. Dall'alto della baita di Davide lo squalo faceva meno timore. Ma le correnti di quella montagna e le sue pareti scoscese non ne fanno un posto sicuro per un parapendio.
Elvio esplorò il versante a valle, verso Pizzino, un canalone con correnti imprevedibili.
Come un esperto predatore Elvio si mise al vento come per saggiarne la qualità, lui che col vento ci convive. Con le mani disegnava traiettorie possibili ma il suo volto scavato raccontava della preoccupazione per quel volo.
Come ogni grande dell'avventura Elvio sa quando è il caso di tentare e quando non lo è.
Immediatamente iniziò a pensare alla soluzione alternativa adatta alla difficile scena che gli prospettavo. E la trovò.
Quella montagna sarebbe stata più tardi sorvolata a volo d'ala da un altro amico, Stefano Venturi, da Elvio convocato per una manovra, quella richiesta dalla sceneggiatura del film, eseguibile in sicurezza solo col parapendio a motore.
Quella immagine, di Mario Biancardi, fotografo di cineSmania e mio amico di lunga data, quella foto testa a testa, fieri e sorridenti, ritrae bene quella giornata del nostro primo incontro.
Passarono soli altre tre giorni e questa volta fu il turno del rapace in livrea estiva di recarsi nei luoghi del rapace in livrea invernale. Una magnifica giornata sui rilievi romagnoli cari ad Elvio e alle sue ali di piume e tessuto tecnico.
Andammo ad Onferno, la palestra preferita da Elvio.
Lì ci presentò le sue amiche poiane, Luna, Jimmy e Jenny. Dico per il momento la parola amiche perché è davvero arduo tentare di descrivere il rapporto che Elvio ha con loro. Con quelli che sbrigativamente qualcuno potrebbe definire solo “animali”. Ma ci proverò ugualmente facendo riferimento a quello che ho visto e vissuto in prima persona.
Soprattutto con Luna, una magnifica ed imponente femmina di Poiana di Harris, apparsa più volte nel film, Elvio ha instaurato un rapporto di puro amore. Luna ha eletto Elvio a suo partner. E non lo dico per fare il romantico tout court. Luna per gelosia è arrivata persino ad uccidere altre poiane di Elvio. Vuole un rapporto esclusivo, non tollera altri pretendenti. Quando Elvio si avvicina lei si mette in posizione di accoppiamento. Fedele gli vola accanto e sopra la testa ogni volta che Elvio si stacca dal suolo. Gli si appoggia sul casco e sulla spalla mentre sono a cento metri sopra la terra percorrendo insieme, sulla stessa ala, a volo planato lunghi tratti, seduti l'uno accanto all'altra. Quell'ala diventa così una romantica suite matrimoniale volante.
Una inquadratura del film ritrae l'istante in cui le poiane si appoggiano in volo su Elvio.
Devo dire che a volte sono stato io geloso della sua compagna alata. Del rapporto intenso che hanno instaurato. Geloso del suo volo nuziale.
Da quel secondo appuntamento ho incontrato più volte Luna. Ogni volta che Elvio è venuto a trovarmi in “Valle Poesia” lo ha fatto sempre con lei. Una inseparabile compagna. E Luna, Luna-shin il suo nome completo, ha condiviso gli spazi della casa con noi. Dormendo con noi. Ho avuto il privilegio di poterla frequentare direttamente e siccome Elvio era calmo e contento lo era anche lei. E allora Luna diventava docile anche con me e si lasciava prendere, accarezzare e volava appoggiandosi su di me obbedendo a comandi mai impartiti. Guardavo la spalla sinistra e lei magicamente si appoggiava proprio lì. Porgevo un braccio e lei vi saliva.
Ho i segni dei suoi artigli sulle spalle e sulla testa, come graffi impressi da una appassionata amante, perché nonostante sia lieve e attenta, ha artigli affilati come bisturi e basta che ti sfiori perché ti laceri la pelle. Graffi che ho vissuto come un regalo.
Ogni cicatrice che porto addosso parla di momenti importanti della mia vita. Parla di avventure vissute intensamente e talvolta pericolosamente. L'incontro con questa coppia di esseri alati è uno dei regali ricevuti in questa mia vita.
Il sogno del volo ha sempre affascinato l'uomo. Il rapporto di qualche essere umano con un rapace, che del volo rappresenta certamente la forma più sublime, riesce per qualche istante a lenire l'insoddisfazione per la nostra condizione terrena. Anche la mia condizione terrena.
Io ho affidato alla mia penna, alla musica e alle parole il compito di farmi volare. Un volo fatto quasi sempre ad occhi chiusi. Sulle ali della poesia e della musica. Quando chiudo gli occhi inizio a volare tra parole e note e quando li riapro le riverso su carta e sulla tastiera del pianoforte. Così è nato il mio film. Un film completamente musicale, un'opera rock, tutta cantata dall'inizio alla fine. Un film che parla di desideri. Desideri da cui non si può fuggire. Un thriller drammatico che narra del desiderio di volare e di scrivere poesia.
In una storia così Elvio non poteva non esserci. Lui che la poesia e la musica la scrive col vento. Se lo avessi conosciuto dopo aver chiuso il film mi sarei dispiaciuto insopportabilmente.
Elvio ha sconfitto la limitazione della condizione terrena.
Direte probabilmente che non è l'unico. È vero molti volano. Molti si staccano da terra. Alcune forme del volo umano più di altre, il deltaplano prima, le tute alate poi, per la posizione dell'umano simile a quella di un rapace, hanno fatto somigliare l'uomo agli uccelli. Ma sono tuttavia uomini che volano come uccelli negli spazi destinati a loro, i cieli.
Non è così per lui.
Elvio ha vinto ancor più questa limitazione. Lui non imita i rapaci con cui vola. È un rapace anch'esso. Un capo stormo.
Seguito e riconosciuto come leader dai suoi rapaci.
Quando ti capitasse di incontrarli, osservali volare insieme. Se vuoi un consiglio, non guardarli attraverso il display dello smartphone, con cui catturi qualche istantanea da mostrare agli amici. Mettiti in ascolto. Quando sentirai il suono del vento e i richiami che emettono ti renderai conto di essere di fronte a qualcosa di inusitato.
Vedrai un uomo che non vola semplicemente coi suoi rapaci. Egli di loro ha perso ogni invidia. È il sogno del volo incarnato. Un conto è volare “come un rapace”, un conto è essere rapace tra i rapaci.
Ricordo quel suono ad Onferno la prima volta. Ho visto tantissimi rapaci nella mia vita e non solo in falconerie. In montagna soprattutto ho osservato innumerevoli volte maestose aquile volare sopra di me e talvolta sotto di me, fortunato, quando ero in vetta. Sensazioni certamente magnifiche. Ma non paragonabili a quello che ho visto e vissuto con Elvio.
Ho conosciuto molti falconieri che amano e conoscono profondamente i loro rapaci. Ci convivono e affidano alle loro ali i loro desideri. I cacciatori con enormi aquile in Mongolia ne sfruttano le doti di caccia e dei loro uccelli hanno una sorta di venerazione divina. E come potenti Dei affidano alle loro ali intime preghiere. Ma tutte queste cose ed altre ancora che ho visto e conosciuto nella mia vita sono molto diverse da quello che ho sperimentato con Elvio.
Diverso, prima di tutto, perché lui ci convive, come fratelli o amanti.
E le sue ali enormi, quando si leva con loro in volo, devono apparire a Luna e alle altre poiane di Elvio come quelle di un gigantesco pterodattilo sopravvissuto miracolosamente all'estinzione.
Si ha l'impressione di assistere all'incontro tra esseri normali e una divinità.
Le poiane di Elvio riconoscono in lui una sorta di Dio del volo e ad esso si consegnano con fiducia smisurata. Fino a desiderarne la possessione carnale.
In un brano del film, Selene, la moglie del poeta canta al suo amore, il poeta Icaro, queste parole:
“Io vorrei come te avere grandi ali, per volare in altri mondi come fai tu”
Le parole rivolte da Selene al poeta alato, ben si adattano ad Elvio. Anzi sembrano scritte apposta per lui.
Ogni volta che nella mia vita ho incrociato i miei passi con qualcuno che mi ha toccato profondamente il cuore ho scritto parole; che fosse un lui o una lei. Ho sempre considerato un privilegio lo scrivere in sé. Ancora più alto è il privilegio quando scrivo pensando a qualcuno o per qualcuno che reputo degno delle più alte note.
Ho conosciuto quest'uomo. Ho conosciuto le sue ali. Gli ho chiesto di partecipare al mio film perché era la persona giusta ma non sapevo che avrei trovato in lui un amico. È stato un privilegio averlo con me, con noi, a condividere la poesia del volo e il volo nella poesia.
E dopo aver ricevuto questo dono mi è stato fatto questo altro regalo. Di poter scrivere qualche riga sul libro che di lui racconta. Un privilegio così è davvero per pochi. E spero di essere riuscito almeno in parte a cogliere e a comunicarvi la sua essenza con le mie parole.
Non posso che concludere questo breve racconto delle emozioni ricavate dall'incontro con Elvio che con alcune delle parole del film che sembrano quasi scritte di suo pugno..



Ho sempre saputo fin da bambino di essere un falco.
Volare in alto dove nessuno possa trovarmi.
E poi lanciarmi giù, per poi librarmi.
E così di lassù io vedrò Dio.
Se davvero esiste non mi odierà.
Volo Io
Io, sono Dio.



Chissà, forse Dio, innamoratosi anch'egli di Elvio, pur avendo egli avuto più volte l'ardire di avvicinarsi a lui, non lo trafigge come fece invece con l'angelo Lucifero perché, credo, che in fin dei conti gli sia simpatico.
Io me lo immagino seduto su una nuvoletta che, dall'alto del cielo, gli urla con inconfondibile accento romagnolo:
“Elvio! Brisa schertzar, a t' ha tólt sù adiritira al dio! A t'l' ho dit dan far brisa al pataca.”*

* '“Deh Elvio non scherziamo. Addirittura Dio? Addirittura me? Te l'ho detto di non fare mica il patacca”.

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