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ARTICOLI DI APPROFONDIMENTO

CHE COSA E’ LA SOLITUDINE?

Linda's Stories - 13 novembre 2019

di ©Linda Foglieni

La benzina finisce sempre quando sei di fretta e hai un appuntamento a cui è importante arrivare in orario .
È scientificamente provato.
Mi è successo un paio di mattine fa. È tardissimo, esco di casa con il cappotto sul braccio e senza mascara che "lo metto dopo in macchina", chiudo la porta con la chiave blu a forma di chitarra elettrica, entro in macchina correndo; come accade due volte su tre, gratto il fondo della portiera sul gradino accanto allo scivolo, maledizione... accendo e... la benzina! L'icona del serbatoio lampeggia e domani c'è pure sciopero dei benzinai. Devo fermarmi assolutamente.
Arrivo davanti al benzinaio, apro l'antellino, prendo la pompa e mi ricordo persino di digitare il pulsante 20 euro sul display. Sono velocissima! Richiudo tutto e mi avvio in cassa a pagare, noto un po' di trambusto e uno sguardo spiritato da parte del ragazzo davanti a me che sventola una banconota da 10 euro alla cassiera senza essere preso in considerazione. Succede che la cassiera e la ragazza che si occupa di fare i caffè stanno litigando. Urlano.

"TI HO DETTO CHE IO ALLA TUA ETÀ LA PENSAVO COME TE MA POI HO CAMBIATO IDEA."
"IO NON POTREI MAI RINUNCIARE A ME STESSA E ALLA MIA DIGNITÀ PER UN UOMO."
"ALLA TUA ETÀ LA PENSAVO COME TE. MA POI LE COSE CAMBIANO"

Urlano sempre più forte, si avvicinano, la tensione è davvero alle stelle.
La cassiera inizia a urlare che dalla morte di sua madre non può tollerare chi se la prende per futilità come l'amore, piange, la barista non molla. È ferita.
Gli avventori sono increduli, il tizio davanti a me continua a sventolare la banconota da 10 euro. Io medito di fuggire senza pagare: sono in un ritardo stratosferico. Finalmente il signor benzinaio con la tuta d'ordinanza mette fine al delirio e posso andarmene dopo che la cassiera con lo sguardo torvo e ancora singhiozzante mi ha concesso di saldare il mio debito.
Esco.
Ma non riesco a smettere di ripensare alla scena.
Quello che mi ha colpito non sono state le parole: ormai i litigi hanno tutti la stessa patina dei talk show che ci hanno insegnato ad urlarci addosso. Mi hanno colpito le voci, le facce vicinissime tra loro, la sofferenza. Ho pensato che queste due ragazze si stessero urlando addosso tutta la propria solitudine. Loro inanellavano parole su parole e tutto quello che riuscivo a sentire era SONO SOLA.
CAZZO SONO SOLA ANCHE IO.

È la grande paura, il cancro insidioso del nostro tempo. La solitudine. Siamo bombardati da modelli perfetti a cui dovremmo aspirare e che prevedono la solitudine solo nel caso in cui tu sia un single in carriera con un lavoro da 80 zilioni di dollari. La famiglia felice, la coppia innamorata. Perfino la pubblicità non vende più prodotti ma status sociali inarrivabili.
Concetti.
Siamo così bombardati da questo modo in cui dovremmo essere che quando la nostra vita non somiglia a uno spot pubblicitario ci sentiamo soli.
L'altra sera mi sono fatta un minestrone surgelato a casa da sola e devo dire che ero piuttosto soddisfatta, finché non ho avuto la sensazione di essere in uno di quei film che vedi nei festival cinematografici in cui un tizio polacco si mangia una minestrina e l'inquadratura si stringe su di lui: gli guardi le rughe accanto agli occhi, il cucchiaio che si avvicina alla bocca e fa un rumore fastidiosissimo, pensi a quanto cazzo è solo e ti sembra anche un po' patetico.
Eppure non è giusto. Non è quella la solitudine reale.
La solitudine, quella vera, credo di averla capita. È l'incapacità di stare bene con sé stessi, la ricerca spasmodica di compagnia anche quando non ne hai davvero bisogno, solo per zittire quella voce che ti dice che no, c'è qualcosa che ti manca.
E invece quella voce la dobbiamo ascoltare, dobbiamo smettere di soffocarla con tutto quello che ci capita a tiro: realtà virtuale, surrogati di amore che di amore non hanno nulla, false amicizie, lavoro senza sosta. Perché ascoltare quella voce che cerchiamo continuamente di zittire significa imparare a soddisfare i nostri bisogni. Cosa ti manca? Un amico, chiamalo! Cosa ti manca? La felicità, lavora per ottenerla.
Ascoltarci significa darci la possibilità di curarci, di amarci, di perfezionarci. Di regalare a noi stessi la migliore compagnia di cui abbiamo bisogno: la nostra.

Linda's Stories


editing della foto di Chiara Resenterra

SIAMO ANIME GEMELLE?

SmaniaMusings by Vale  - 11 novembre 2019

di ©Valentina Finocchiaro

Due metà della mela.
Il completamento l’uno dell’altra.
E viceversa.
Se fossimo continenti, non potremmo essere ai poli più opposti della Terra.

Tento affannosamente di mantenere un po’ di ordine in casa.
Arriva alle 17, molla tutto in giro, fa saltare i cuscini fuori dal letto “faccio una partitina!” e chi lo vede più fino a ora di cena.
Lo aspetto tutto il giorno per cenare insieme.
“Stasera mi fermo al pub, c’è la partita. Torno tardi”.
Cambiamo casa! Un numero infinitamente alto di annunci di immobiliari online e due anni per trovarla.
Altri sei mesi per entrare.
Dobbiamo comprare il tavolo nuovo. Nulla: finché non ha girato un’intera lista di negozi di mobili e chiesto preventivi in tutto il circondario di tre regioni italiane, per farsi odiare da mille commessi diversi.
Chissà perché si ricordano tutti di lui quando torna.
C’è il ponte: weekend fuori!
Nei ponti c’è traffico, stiamo a casa.
Vorrei prendere il cane.
Per prendere il cane dobbiamo avere il giardino.
Ho aspettato sei anni, forse di più.
L’abbiamo preso ma è sfortunatamente pazzoide.
Me lo rinfaccia da sei mesi. Come finirà?
Sabato andiamo da qualche parte?
C’è il battesimo di nostro nipote.
Vero. Quello successivo?
E’ il compleanno di mio papà.
Ok. Quello ancora dopo?
Ma poi mio padre parte, dobbiamo salutarlo.
E poi?
Mia mamma è da sola, andiamo a pranzo da lei!
Per proseguire, rivedere tre domande sopra e ripetere la lettura daccapo.

E poi ci sono io. La sua lista sarebbe altrettanto lunga, ne sono sicura – sorrido-.

E poi ci sono gli altri.
“Altri” importanti, che non puoi ignorare.
Venite a fare colazione? Venite a pranzo?
Venite a cena?
Venite in vacanza con noi?
Non ci vediamo mai!
Quando sistemate il giardino?
Quando ti danno l’indeterminato?
Quando fate addestrare questo cane?
QUANDO FATE UN NIPOTINO???

Insomma, anni e anni di un marasma incredibile.

Poi ti guardo di nascosto, fai le solite cose da una vita.
Dici persino le solite cose.
Canti le stesse canzoni con le stesse parole sbagliate.
“Con la mia palla lanciata un po’ più in su…” e via al Principe di Bel Air.
“Mi dispiace devo andareeeeeee”, ogni volta che esci di casa.
Io rido ogni volta. Mi vedi ridere e ridi anche tu.
Potrei finire le tue frasi, come so quando non pensi a nulla e mi dici “Penso ai piccioni!”.
Sei arrivato, in ritardo, un pomeriggio di marzo “perché stavo vincendo un torneo alla Play” –certe cose davvero non cambiano mai!- e sono passati 14 anni così.
In un soffio.
Più della metà della mia vita l’ho passata con te e come fosse prima, ora non lo ricordo più.

Non so se rispecchiamo semplicemente un cliché.
Un amore stereotipato alla “Sandra e Raimondo”, per capirci.
Magari è il presupposto ad essere sbagliato.
Abbiamo un’idea dell’amore che ricalca quella dei film, o meglio, quella delle favole poi riproposta identica in moltissimi film: lui incontra lei, si innamorano e vissero tutti felici e contenti.
In realtà non siamo la metà di nulla, se non la metà di un caos, che spesso fatica a trovare un centro.
Però siamo noi. E siamo così.
Ci affanniamo a cercare qualcuno che ci completi ma forse abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci accompagni.
Un compagno, o una compagna, per tutta la vita. O magari solo per una parte.
Ma che sia disposto, scendendo almeno un milione di scale ad arrivare fino in fondo con noi.

Chi è il vostro compagno di vita?

un frame del film "ombra e il Poeta"


editing della foto di Chiara Resenterra

COME COMBATTEVI LA NOIA MENTRE I PROF SPIEGAVANO A SCUOLA?

Linda's Stories  - 8 novembre 2019

di ©Linda Foglieni

Sono trentun anni che ogni giorno della mia vita, fatta eccezione per le vacanze e le feste comandate, la mattina mi sveglio, preparo tutte le mie cosine e vado a scuola.
sono stata da studente: tutto il pacchetto completo, elementari, medie, superiori e università.
Ci sono stata da educatrice a supporto delle autonomie di ragazzi con disabilità e ho seguito le lezioni dei docenti delle loro classi, più o meno su tutto lo scibile umano: italiano, storia, latino, matematica, scienze, inglese, francese, spagnolo, tecnologie meccaniche, economia aziendale, disegno tecnico... perché l’assistente educatore tutto sa, e quello che non sa...tocca studiarlo.

Da tre anni, poi, sono passata dall’altra parte della barricata, quella a cui tocca il privilegio della prospettiva migliore sulle ugole scoperte degli sbadigli sgraziati, quando tu, la prof. ,ti dilunghi su quel particolare di cui ti sei innamorata e la tua banda di “desperados” sta bramando semplicemente il suono della campana per accaparrarsi un pezzo di pizza. Che se tu decidessi di mangiare a quell’ora del mattino, come minimo ti ritroveresti con il peso di un tir a schiacciarti l’esofago per le due settimane successive.
Della noia di quando l’ugola sgraziata era la mia, custodisco però dei ricordi meravigliosi, perché è lì che il vero genio emerge, nel tentativo di sganciarti dal controllo dell’adulto che cerca di insinuare la cultura nel tuo cervellino refrattario.
Che poi, ricordo anche lezioni di docenti meravigliosi, sono certa di essermi persa dissertazioni più che affascinanti, ma la noia è a prescindere, si acquatta nei luoghi più inaspettati e l’impazienza di sfuggirle ti conduce in universi paralleli inimmaginati.
Ho stretto le mie amicizie migliori durante i momenti di noia a scuola e collezionato i rimproveri più esilaranti.
Uno su tutti durante un’infinita lezione di Francese sui paradigmi dei verbi.

Prima fila della classe di un istituto scolastico della bergamasca- interno giorno.
“FOGLIENI METTI VIA QUEL DIARIO” - per inciso, ho prodotto delle Smemoranda che meriterebbero il fregio di una personale in un museo di arte contemporanea -.
“OK PROF.“
“FOGLIENI SMETTILA DI FARE RUMORE E METTI VIA QUELL’ASTUCCIO.”
“OK PROF.”
Serie di rimproveri similari. Banco ormai vuoto. Sgranchisco le gambe e mi accorgo che con la lunghezza mediocre dei miei arti inferiori posso, senza troppa fatica, stenderli sulla parte anteriore della cattedra. Ci provo. Urto inavvertitamente gli arti inferiori del docente che assume un’aria paonazza.
“FOGLIENI, NON È POSSIBILE, PORTAMI QUEL DIARIO!
LO PRENDO PROF. È CHE L’AVEVO APPENA MESSO VIA, MA ARRIVO.”

E poi le produzioni meravigliose di quegli anni, con la mia amica Marta costruimmo una casa delle bambole fatta interamente di fogli di bloc-notes assemblati con la colla PRIT, era una meraviglia di architettura dettagliatissima che comprendeva persino sanitari e mini-rotoli di carta igienica.
Giuro.
E le conversazioni tramite “pizzini” mica le ha inventate Provenzano, io e la mia amica Ramona eravamo maestre di comunicazione, all’epoca li conservavo tutti, sai mai che un giorno divento famosa e li pubblicano in un volume unico di scambi epistolari, come le lettere della Sibilla Aleramo con Dino Campana.
E la musica ascoltata di nascosto, i testi ricopiati con la precisione certosina degli amanuensi, i libri letti di nascosto, le lettere d’amore, gli scarabocchi a margine del manuale di Italiano...

Che Dio la benedica la noia a scuola, che in quello spazio da cui pensavo di fuggire è finita che sono inciampata dentro di me.

un frame del film "ombra e il Poeta"


editing della foto di Chiara Resenterra

HALLOWEEN CON MORALE
NON TUTTI I CAPPELLI A CONO SONO DA STREGA.
LA VERA STORIA DIETRO LA FOTO “WITCHES TEA PARTY”

SmaniaTea by Jurga - 31 ottobre 2019

di ©Jurga Po - blog primainfusione

Trick or treat, or… tea?
Una domanda che nella testa di una tea lover sorge spontanea con l’avvicinarsi della festa più macabra dell’anno. Ma mentre penso alle miscele più indicate per un Vamp Tea Cocktail da accompagnare il party della notte del 31 ottobre, mi balza alla memoria un’immagine, quella delle otto anziane vestite di nero con lunghi cappelli a cono, sedute ad un tavolo all’aperto a prendere il tè.

Ce l’avete presente?
Su Google è conosciutissima: è il primo risultato che restituisce digitando “Witches Tea Party”.

Ma sono streghe?
Beh, ovvio. Vecchie, avvolte nei mantelli neri e con in testa quei cappelli a cono, chi altro possono essere? Gli occhi di tutte, tranne una che fissa dritto l’obbiettivo, sono puntati su quella che sta seduta a capotavola (a destra) e che dà l’aria di essere più ricca, più a suo agio, rispetto alle socie. La tradisce anche la sua scarpa, lucida e appuntita, che spunta da sotto il tavolo, quasi fosse un essere autonomo. Ricoperto di broccato pesante, il tavolo invece è spoglio di ogni elemento must dei tea time all’inglese: non ci sono teiere né zuccheriere e non c’è una traccia di biscotti o scones.
Solo due libri – uno aperto, l’altro chiuso – poggiati sui lati del tavolo.
Dettagli sufficienti per innescare la nostra immaginazione che ci porta a vedere una congrega delle streghe!
C’è un ma, però. Ed è racchiuso nel titolo originale della fotografia (datata anni ’20) che recita:
“Not a modern witches’ council but members of the Holy and Undivided Trinity of Castle Rising, Norfolk, England”. (Non un consiglio delle streghe moderne ma membre della Santa e Indivisa Trinità di Castle Rising, un villaggio della contea del Norfolk, Inghilterra.)
Dalle streghe alle… beneficiarie di carità.
Il titolo rivela quindi un contesto diametralmente opposto. Altro che streghe e la magia nera!
Le vecchiette erano beneficiarie della carità dell’Ordine della Santa e Indivisa Trinità, fondato dalla Chiesa Cattolica nel 1610 con lo scopo di aiutare donne anziane in povertà.
Che tipo di aiuto? Cibo, alloggio e un nuovo completo di vestiti. Quel loro outfit nero – che in realtà era rosso ma la fotografia a colori negli anni Venti era ancora un divenire – fungeva da divisa e facilitava la loro identificazione come beneficiarie di carità. I mantelli e i cappelli lunghi erano pratici, relativamente economici – vista l’età delle vecchiette, spesso venivano indossati per un anno o massimo due e poi passavano alle new old entry – e in linea con l’abbigliamento delle donne nel ‘600. E così di generazione in generazione, fino a giungere al 1920…
A proposito del Vamp Tea Cocktail
Se proprio volete cimentarvi nella preparazione di un tea cocktail un po’ spooky, vi lascio un paio di link:
• Twilight Tea Cocktail di Gordon Ramsay (a base di Lapsang Souchong, vodka e puree di zucca) (https://www.gordonramsayrestaurants.com/…/twilight-tea-coc…/)
• The Vampire’s Dinner (a base di Rooibos, rum e arance rosse), The Goblin’s Lunch (Earl Grey e Vodka) e The Ghost’s Breakfast (a base di Chai, whiskey e latte) di Numitea (https://blog.numitea.com/tea-infused-halloween-cocktails/)
Buon Halloween!

un frame del film "ombra e il Poeta"


editing della foto di Chiara Resenterra

ANCHE TU HAI AVUTO (E HAI) UNA MADRE CON L’”ANSIA DA CONTROLLO”?

Linda's Stories - 29 ottobre 2019

di ©Linda Foglieni

Da prof. di madri ne vedo praticamente ogni giorno. Ho una collezione Panini delle tipologie più assurde, che per anni hanno rifornito costantemente il repertorio di aneddoti da sfoderare nel momento in cui la conversazione langue e hai bisogno del racconto brillante da buttar lì sul tavolo come il tre di briscola. 10 punti secchi e un paio d'ore di conversazione garantita. Perché, quando si tratta di genitori, ognuno ha il proprio personale ricordo esilarante da sfoderare prontamente dalla tasca del cappotto.
Le riserve migliori però le prendo dalla pregiata cantina delle mie personali memorie adolescenziali.
A giustificare le trovate ingegnose della mia genitrice c'è il fatto che la sottoscritta non è che fosse proprio una figlia modello. Diciamo che nell'arazzo degli episodi più divertenti, il filo l'ho generalmente fornito io. Ero il tipo di giovane donna che durante la tardoadolescenza si nutriva di cassette punk e sfoderava un abbigliamento degno del genere.
Mia madre, con grande scaltrezza e abilità sartoriali, cercava di controllare la faccenda intervenendo sui miei abiti durante la notte. Capitava di ritirare i miei jeans preferiti dallo stendibiancheria e di ritrovarli irrimediabilmente mutati: da lunghissimi, sfilacciati e calpestati come piacevano me, al momento di indossarli me li ritrovavo di dieci centimetri più corti, di gran moda oggi, passibili di denuncia da parte di tutte le tue compagne di classe all'epoca: CAZZO C'HAI, L'ACQUA IN CASA?
L'apice è stato raggiunto il giorno in cui ritirando la mia maglietta preferita fresca di bucato, quella con le maniche lunghe lunghe e un buco in cui infilavo i pollici, mi sono ritrovata con un inserto in jeans (giuro) che trasformava la mia meravigliosa maglia un po' grunge in un'esemplare hippie con le estremità A ZAMPA.
Pazienza.
Ero anche quel tipo di adolescente che piuttosto che andare a scuola si intratteneva in lunghe conversazioni culturali, politiche e pseudofilosofiche nei bar del centro, che ospitavano esemplari suoi simili. Per stanarmi mia madre era solita rovistare nelle tasche dei jeans come una novella Perry Mason e additare l'orario incriminato. DOV'ERI? MERCOLEDÌ ALLE 9.45?
A scuola?
E ALLORA PERCHÉ HAI UNO SCONTRINO CHE DICE CHE ERI IN UN BAR IN CENTRO?
Seguono scontri poco divertenti.
L'episodio più eclatante risale però all' occupazione della scuola. Al Secco Suardo le aspiranti maestre non è che fossero proprio delle impegnate attiviste. Ma quel 1998 avevano deciso di occupare finalmente l'istituto per lamentare qualcosa che non ricordo più, facendosi aiutare dai più impegnati vicini del Lussana. Pur non essendo tra gli organizzatori, ero ancora quindicenne e con scarsissima attitudine al comando, mi era arrivata voce dell'azione e mi trovavo in prima linea la mattina dell'occupazione.
Il bidello aveva ceduto le chiavi. L'azione aveva lasciato fuori tutti i docenti, mentre svelte ci apprestavamo a ricoprire le vetrate dell'entrata con la carta dei giornali. Un ragazzo alla porta vietava l'accesso agli adulti e lasciava passare gli studenti.
Ce l'avevamo fatta. Il mondo era fuori e noi avevamo il controllo.
Una mano mi bussa alla spalla sinistra e mi chiama per nome.
Mi volto.
ERA MIA MADRE.
Mamma. Cosa ci fai qua dentro? NIENTE, SONO QUI PER IL COLLOQUIO CON I PROFESSORI.
Ancora non so come fosse riuscita ad entrare. Quello che ricordo è mia madre che nell'atrio della scuola parla con la mia prof di matematica dei due 4 presi nelle verifiche precedenti.
Quel momento lì, in cui ho sentito le sue dita bussare alla mia spalla destra è esattamente quello in cui ho capito che non c'è niente da fare. Puoi diventare anche l'amministratore delegato di una multinazionale dell'Indocina, ma di una madre non ti liberi.
MAI.

un frame del film "ombra e il Poeta"


editing della foto di Chiara Resenterra

QUAL E’ LA VOSTRA “MASCHERA” MIGLIORE?

SmaniaTales by Gianni - 25 ottobre 2019

di ©Gianni Caminiti


La mia prima regista in uno spettacolo teatrale amatoriale fu Marzia. Ero talmente piccolo che non mi ricordo più il suo cognome.
Ci convinse che mettere in scena “il Piccolo Principe” fosse una cosa non solo possibile. Ci disse che era giusto farlo alla nostra età.
Fummo entusiasti dell'idea, ma la metà di noi alla fin fine non sapeva perchè aveva accettato e l'altra metà era lì nella speranza di essere notato dalla ragazza di turno. Ah sì, a quel giro eravamo tutti maschi.
“Che ci vorrà mai? Basta dire le battute”.
Effettivamente la maggior parte di noi pensava che recitare fosse imparare a memoria le battute e ripeterle. Più o meno tutte declamate con lo steso tono. Sia che si parlasse di una gioiosa giornata all'aria aperta o del funerale dello zio Arturo.
Un po' come quelli che quando vogliono imparare a ballare ti chiedono solo la sequenza e la direzione dei passi.
Anche quelli, ora che ricordo bene, eravamo noi.
Noi che eravamo stati educati con testa e corpo ben separati.
Noi che eravamo stati spesso derisi dai nostri stessi familiari sulle nostre goffaggini senza sapere, vista la zero cultura psicopedagogica, che ci avrebbero rovinati pressoché a vita.
Noi che il sesso era tabù e non se ne poteva parlare in casa.
Noi che eravamo legati. Negati. Intimoriti e mai incoraggiati.

Dovete provare “non a dire” quelle parole, ma ad “esprimere” quello che quelle parole hanno dentro.
Ok, riproviamo. Uguale a prima. Nessun cambiamento nel tono della voce o nella postura.
Sembravamo tutti impalati e trapanati sul palco.
Avevamo sì voglia ma anche terrore.

Una sera Marzia, credo ormai al colmo della disperazione del tipo “mannaggia a me e a quando ho pensato di far fare teatro a questi pali del telegrafo”, provò a fare qualcosa di diverso.
Prima della prova che si concentrava sul finale della storia, quando il Piccolo Principe sta per lasciare la terra, morendo e tutto sommato “risorgendo”, mi invitò a prendere la chitarra e a sedermi sul palco.
Mi chiese di arpeggiare un brano molto triste per alcuni minuti. Poi disse qualcosa sulle emozioni e la tristezza di quella scena e mi chiese di suonare ancora qualche minuto sempre lo stesso brano straziante.
I due personaggi dopo quell'ascolto recitarono in modo diverso. Anzi a dire il vero recitarono, credo, per la prima volta.
La musica era penetrata dentro di loro toccando corde intime che immediatamente trapelarono nel tono di voce, nella postura, nei movimenti.
Fu la prima volta che ebbi la netta percezione che la musica nel teatro e soprattutto nel cinema fosse talmente importante da essere la metà di quella emozione. Avevo da poco visto Jesus Christ Superstar al cinema e mi ero ripromesso che avrei scritto qualcosa di simile, tutto cantato e suonato.
Ma questa è un'altra storia.

Dopo quella prima esperienza di cose ne ho imparate.
Soprattutto che se vuoi interpretare una parte non devi imitare.
Devi viverla.
C'è sempre una emozione dentro di noi legata ad un ricordo che può tirare fuori una configurazione simile a quella richiesta da una scena.
Fare teatro è anche una potente terapia che ti permette di entrare in contatto con alcuni vissuti della tua vita e prestarli ad una storia.

In quel momento, con la chitarra classica in mano, intuii per la prima volta che per indossare la maschera giusta non la devi prendere da fuori ma da dentro.
Da ciò che hai realmente vissuto.

un frame del film "ombra e il Poeta"


editing della foto di Chiara Resenterra

GLI AMICI A VOLTE LI PERDI

di ©Gianni Caminiti - 20 ottobre 2017

prefazione al libro "Istantanee"
di Mario Biancardi - cineSmania Edizioni


GLI AMICI A VOLTE LI PERDI

Conosco Mario dai tempi del liceo.
Entrambi affamati di vita. Entrambi con sogni in testa e dubbi sul come realizzarli.
Io volevo essere con tutto me stesso un musicista. Lui un fotoreporter.
Entrambi avevamo le idee chiare ma chiare erano anche le paure.
Ogni giorno ci martellavano da più parti. “Fai un lavoro sicuro. Dalle 8 alle 17. Fino alla pensione.”
Oggi dopo tanti anni posso guardare indietro sorridendo ma a quei tempi, invece, la paura più grande era che gli altri avessero ragione. Una paura che nascondevamo a tutti. Anche a noi stessi. Ci dimostravamo sicuri quando in fondo non lo eravamo affatto.
Le paure degli altri ci avevano comunque contagiato.
Poi la vita ci ha diviso a lungo. Ognuno ha saputo sprazzi della vita dell'altro di rimbalzo. Senza più entrare a contatto. Per un'eternità. Più un giorno.
Ogni tanto quando arrivava qualche notizia dai Balcani, non c'era ancora la rete cellulare o internet, pensavo a lui. Sapevo che era fotografo in quelle zone, zone di guerra vera, con elmetto, piastrine e giubbotto antiproiettile.
Me lo immaginavo in pericolo. Temevo che lo avrei rivisto solo coi piedi in avanti. Con gli occhi chiusi. Quegli occhi.
I suoi occhi di ghiaccio mi avevano sempre incuriosito, atterrito, intenerito.
Uno sguardo sgranato sul mondo. Spalancava i suoi grandi occhi bambini e ritraeva quello che solo lui sapeva vedere.
Se non hai prima di tutto quella curiosità negli occhi non puoi scattare delle foto di vera intensità.
Io da giovane mi ero seriamente interessato di fotografia, certamente mai ai suoi livelli. Mi aveva passato alcuni suoi segreti. Mi piaceva quel suo modo di stanare lo scatto. Lo scatto perfetto.
Molti oggi pensano che se hai una bella macchina scatterai belle foto.
Un vero fotografo è altro. La foto la annusa, la evoca, la scopre; la inventa. Ce l'ha dentro spesso prima di appoggiare l'indice sul pulsante di scatto. Altre volte invece il fiuto lo porta altrove. A ghermire l'attimo fuggente. Tutti guardano verso un punto. Lui invece ne ha scrutato un altro. Quel punto da cui saprà ritrarre ciò che gli altri non potrebbero vedere.
Questo era Mario. Già tanti anni fa.


GLI AMICI A VOLTE LI RITROVI

La mia vita mi aveva portato altrove.
Ero diventato un musicista professionista, come avevo sempre sognato, ma anche uno psicologo.
La vita ordinaria aveva rischiato di inghiottirmi più e più volte ma sempre ero riuscito a divincolarmi dalla presa mortale e a tornare ai miei sogni.
Anzi bisogni.
L'arte. La musica. La poesia. La scrittura.
E in ultimo è arrivato il cinema.
Quando decisi di affrontare la mia prima opera cinematografica, un'opera rock in film, iniziai a ricercarlo attivamente.
I social Network di oggi permettono questa meraviglia che è il ritrovarsi mentre troppi oggi li utilizzano per perdersi. E a noi avvenne la prima cosa.
Lo ritrovai. E lo chiamai.
Gli dissi che volevo i suoi occhi sul film. Volevo soprattutto lui per avere quel duplice sguardo di cui avevo un desiderio enorme. Lo sguardo nitido del Poeta e lo sguardo contorto di Ombra. Due in uno. Però in quegli occhi di ghiaccio volevo ritrovare prima l'amico del fotografo. E ho ritrovato entrambi.
Io avevo bisogno anche della sua follia.
Tutti mi dicevano che ero matto a tentare un'opera rock in film.
Una sola altra volta era successo in Italia, quasi mezzo secolo fa, che un'opera rock diventasse un film. Quindi ero un matto che per realizzare un sogno aveva bisogno di altri matti. E Mario, almeno quel Mario che avevo perso per tanti anni, ricordavo che lo fosse abbastanza.
In un momento in cui tutti si lanciavano, in pieno Yuppismo, a cercare nell'edonismo sfrenato la risposta alla propria vita, lui se ne andava con 3 reflex al collo, obiettivi e pellicole per un mondo da cui gli stessi suoi amici fuggivano. Se vai oggi in Croazia ci vai per startene sdraiato a pancia in su, in spiaggia. Negli stessi luoghi tanti anni fa anch'egli era sdraiato a terra, ma pancia sotto. Accanto a soldati col mitra e fucile puntato in avanti, nella stessa posizione lui aveva ben altro archibugio in mano. Una macchina fotografica. Per ritrarre la follia della guerra attraverso occhi altrettanto folli. Però di passione.
Questo è il lavoro duro che aveva scelto. Ritrarre Si la morte ma con la passione che al contrario ha il sapore della vita.
Era lui che speravo di ritrovare. Ed è lui che ho ritrovato.
Venne a trovarmi in studio dopo il mio invito.
Gli anni ci avevano invecchiato, ingrassati e provati.
La vita però non ci aveva inghiottiti. Mai del tutto.
Speravo rivedendolo dopo tanto tempo che gli occhi fossero gli stessi di un tempo.
Lo erano.
Dopo pochi tentennamenti il suo sguardo gelido si trasformò in quell'altro. Rividi quel bambino curioso.
Decise che avrebbe seguito il film dal primo all'ultimo giorno di set.
Anzi fin dai sopralluoghi.


OCCHI DENTRO GLI OCCHI

Altri avrebbero potuto ritrarre questo film. Certamente. Tecnicamente si. Ma io non volevo altri che lui.
Quel mio film che avevo sognato da sempre, l'opera rock, aveva bisogno dei suoi occhi. Solo dei suoi occhi. Anzi, anche dei suoi. Dei nostri quatto occhi. Gli occhi di quell'amico e i miei occhi.
La terribile storia che stavamo per raccontare insieme, dietro obiettivi e sensori diversi, quello della cinepresa e della macchina fotografica, doveva essere raccontata da chi conosce il dolore, perchè descrivere e raccontare il dolore è per chi il dolore l'ha vissuto in prima persona e lo ha scavato nel profondo dell'anima.
La vita ci aveva toccato e segnato. Entrambi.
E per raccontare la vita del Poeta Icaro, travolto dai suoi desideri non realizzati, eravamo forse quelli giusti.
Devi aver rischiato di perderti per capire il valore del ritrovarti. E a noi era successo più e più volte.
I nostri sogni ci avevano abbandonato ed eravamo andati più volte a riprenderli. Rincorrendoli. Rincorrendoci.
A ritrarre questo nostro nuovo incontro, in una scena intensissima del film, ho voluto che i nostri sguardi si incrociassero intensamente, che ci specchiassimo l'uno nell'altro, ad esplorarci dentro; sguardi fatti di luce ed ombra.
Sguardi di Paura e di follia.
Questo libro nasce così. Da queste antitesi.
Da Luce. Da Ombra. Il bianco e nero era quindi perfetto. Una scelta pressoché obbligata.
Credo troverete senza difficoltà quello sguardo, giocoso e bambino, triste e centenario, sano e illuminato, folle e oscuro in questi scatti che abbiamo scelto insieme per raccontarvi il lato nascosto della vita del nostro set.

un frame del film "ombra e il Poeta"


nella foto: un frame del film "Ombra e il Poeta"

IL SIGNORE DELLE POIANE

di ©Gianni Caminiti -  6 gennaio 2017

articolo scritto per il libro "L'uomo che vola con i falchi"
di Elvio Bernardi e Cesare De Agostini - ed. Negri

Sample title

"Quando due esseri volanti si incontrano è bene che si studino prima di avvicinarsi. Soprattutto quando sono entrambi piuttosto selvaggi.
Poi vinta la resistenza le due creature alate possono arrivare addirittura ad intimità.


Elvio e Gianni sono due rapaci, uno col piumaggio in livrea invernale, l'altro in estiva.

Quale miglior luogo possono scegliere due esseri piumati per incontrarsi che una montagna incantata, di quelle che si incontrano in alta Valle Poesia? "



Foto di Mario Biancardi - ©2014 Mario Biancardi/cineSmania™



Queste le poche righe che scrissi la prima volta che incontrai fisicamente Elvio.
Lui Emiliano, io Milanese della provincia, conobbi Elvio, come molti, attraverso il telegiornale. Una fortunata casualità visto che non posseggo la televisione da anni. Ma come molte notizie curiose anche questa è rimbalzata sulla rete fino ad arrivare a me.
In quei giorni stavo girando il mio film “Ombra e il Poeta”, di prossima uscita, di cui dirò due parole dopo solo per spiegare il perché inizialmente mi interessai ad Elvio. Fu solo un inizio perché poi l'amicizia è sbocciata e proseguita ben oltre i confini del set.
Nel mio film erano previste molte ali di piume e molte ali tecnologiche. Quando vidi Elvio con le sue poiane in quel servizio del TG era proprio il momento giusto. Una casualità che sapeva di destino. Ali di piume e tecnologiche insieme.
La mattina successiva avevo una riunione al Cineporto di Cologno Monzese con il mio staff.
Dissi loro: “ho visto un servizio al TG, non ho fatto in tempo a capire il nome ma.... c'è un uomo che vola col parapendio e tre poiane. Per favore trovatemelo”. Dieci minuti dopo i miei ragazzi mi avrebbero dato il suo nome. Elvio Bernardi. Ancora qualche minuto ed ecco il suo profilo su un social network. Immediatamente ne chiesi l'amicizia e lui quasi subito accettò. Quella sera stessa, senza ulteriori preliminari, ci conoscemmo via videoconferenza. E dopo pochi istanti di studio reciproco, fu amore. Amore a prima vista.
Lo ricordo coi capelli sciolti davanti alla webcam. Di fronte aveva un'altra persona coi capelli sciolti. “Entrambi piuttosto selvaggi”. Entrambi coi capelli sciolti. Solo di colori diversi. Due rapaci con livree in abito estivo ed invernale.
Due sognatori arsi dal desiderio di volare, sia pur in modi diversi.
Elvio è un entusiasta di natura.
Si fece raccontare il progetto del film e immediatamente si decise per un incontro fisico. Tre giorni dopo salimmo insieme in Valtaleggio, la location principale del film, per un sopralluogo e fummo ospitati nella baita di Davide Arrigoni, prima di tutto un buon amico e poi anche sponsor del film.
Davide poco dopo sarebbe volato via da questa terra senza preavviso, lasciandoci tutti sgomenti.
La baita di Davide sorge in un luogo particolare. Sotto di lei si ammira la vetta dello Zucco, una montagna tra i protagonisti importanti del film.
Questa montagna, dalla valle, dal versante di Taleggio, pare una pinna di squalo. Una montagna inquietante e magnetica allo stesso tempo. Dall'alto della baita di Davide lo squalo faceva meno timore. Ma le correnti di quella montagna e le sue pareti scoscese non ne fanno un posto sicuro per un parapendio.
Elvio esplorò il versante a valle, verso Pizzino, un canalone con correnti imprevedibili.
Come un esperto predatore Elvio si mise al vento come per saggiarne la qualità, lui che col vento ci convive. Con le mani disegnava traiettorie possibili ma il suo volto scavato raccontava della preoccupazione per quel volo.
Come ogni grande dell'avventura Elvio sa quando è il caso di tentare e quando non lo è.
Immediatamente iniziò a pensare alla soluzione alternativa adatta alla difficile scena che gli prospettavo. E la trovò.
Quella montagna sarebbe stata più tardi sorvolata a volo d'ala da un altro amico, Stefano Venturi, da Elvio convocato per una manovra, quella richiesta dalla sceneggiatura del film, eseguibile in sicurezza solo col parapendio a motore.
Quella immagine, di Mario Biancardi, fotografo di cineSmania e mio amico di lunga data, quella foto testa a testa, fieri e sorridenti, ritrae bene quella giornata del nostro primo incontro.
Passarono soli altre tre giorni e questa volta fu il turno del rapace in livrea estiva di recarsi nei luoghi del rapace in livrea invernale. Una magnifica giornata sui rilievi romagnoli cari ad Elvio e alle sue ali di piume e tessuto tecnico.
Andammo ad Onferno, la palestra preferita da Elvio.
Lì ci presentò le sue amiche poiane, Luna, Jimmy e Jenny. Dico per il momento la parola amiche perché è davvero arduo tentare di descrivere il rapporto che Elvio ha con loro. Con quelli che sbrigativamente qualcuno potrebbe definire solo “animali”. Ma ci proverò ugualmente facendo riferimento a quello che ho visto e vissuto in prima persona.
Soprattutto con Luna, una magnifica ed imponente femmina di Poiana di Harris, apparsa più volte nel film, Elvio ha instaurato un rapporto di puro amore. Luna ha eletto Elvio a suo partner. E non lo dico per fare il romantico tout court. Luna per gelosia è arrivata persino ad uccidere altre poiane di Elvio. Vuole un rapporto esclusivo, non tollera altri pretendenti. Quando Elvio si avvicina lei si mette in posizione di accoppiamento. Fedele gli vola accanto e sopra la testa ogni volta che Elvio si stacca dal suolo. Gli si appoggia sul casco e sulla spalla mentre sono a cento metri sopra la terra percorrendo insieme, sulla stessa ala, a volo planato lunghi tratti, seduti l'uno accanto all'altra. Quell'ala diventa così una romantica suite matrimoniale volante.
Una inquadratura del film ritrae l'istante in cui le poiane si appoggiano in volo su Elvio.
Devo dire che a volte sono stato io geloso della sua compagna alata. Del rapporto intenso che hanno instaurato. Geloso del suo volo nuziale.
Da quel secondo appuntamento ho incontrato più volte Luna. Ogni volta che Elvio è venuto a trovarmi in “Valle Poesia” lo ha fatto sempre con lei. Una inseparabile compagna. E Luna, Luna-shin il suo nome completo, ha condiviso gli spazi della casa con noi. Dormendo con noi. Ho avuto il privilegio di poterla frequentare direttamente e siccome Elvio era calmo e contento lo era anche lei. E allora Luna diventava docile anche con me e si lasciava prendere, accarezzare e volava appoggiandosi su di me obbedendo a comandi mai impartiti. Guardavo la spalla sinistra e lei magicamente si appoggiava proprio lì. Porgevo un braccio e lei vi saliva.
Ho i segni dei suoi artigli sulle spalle e sulla testa, come graffi impressi da una appassionata amante, perché nonostante sia lieve e attenta, ha artigli affilati come bisturi e basta che ti sfiori perché ti laceri la pelle. Graffi che ho vissuto come un regalo.
Ogni cicatrice che porto addosso parla di momenti importanti della mia vita. Parla di avventure vissute intensamente e talvolta pericolosamente. L'incontro con questa coppia di esseri alati è uno dei regali ricevuti in questa mia vita.
Il sogno del volo ha sempre affascinato l'uomo. Il rapporto di qualche essere umano con un rapace, che del volo rappresenta certamente la forma più sublime, riesce per qualche istante a lenire l'insoddisfazione per la nostra condizione terrena. Anche la mia condizione terrena.
Io ho affidato alla mia penna, alla musica e alle parole il compito di farmi volare. Un volo fatto quasi sempre ad occhi chiusi. Sulle ali della poesia e della musica. Quando chiudo gli occhi inizio a volare tra parole e note e quando li riapro le riverso su carta e sulla tastiera del pianoforte. Così è nato il mio film. Un film completamente musicale, un'opera rock, tutta cantata dall'inizio alla fine. Un film che parla di desideri. Desideri da cui non si può fuggire. Un thriller drammatico che narra del desiderio di volare e di scrivere poesia.
In una storia così Elvio non poteva non esserci. Lui che la poesia e la musica la scrive col vento. Se lo avessi conosciuto dopo aver chiuso il film mi sarei dispiaciuto insopportabilmente.
Elvio ha sconfitto la limitazione della condizione terrena.
Direte probabilmente che non è l'unico. È vero molti volano. Molti si staccano da terra. Alcune forme del volo umano più di altre, il deltaplano prima, le tute alate poi, per la posizione dell'umano simile a quella di un rapace, hanno fatto somigliare l'uomo agli uccelli. Ma sono tuttavia uomini che volano come uccelli negli spazi destinati a loro, i cieli.
Non è così per lui.
Elvio ha vinto ancor più questa limitazione. Lui non imita i rapaci con cui vola. È un rapace anch'esso. Un capo stormo.
Seguito e riconosciuto come leader dai suoi rapaci.
Quando ti capitasse di incontrarli, osservali volare insieme. Se vuoi un consiglio, non guardarli attraverso il display dello smartphone, con cui catturi qualche istantanea da mostrare agli amici. Mettiti in ascolto. Quando sentirai il suono del vento e i richiami che emettono ti renderai conto di essere di fronte a qualcosa di inusitato.
Vedrai un uomo che non vola semplicemente coi suoi rapaci. Egli di loro ha perso ogni invidia. È il sogno del volo incarnato. Un conto è volare “come un rapace”, un conto è essere rapace tra i rapaci.
Ricordo quel suono ad Onferno la prima volta. Ho visto tantissimi rapaci nella mia vita e non solo in falconerie. In montagna soprattutto ho osservato innumerevoli volte maestose aquile volare sopra di me e talvolta sotto di me, fortunato, quando ero in vetta. Sensazioni certamente magnifiche. Ma non paragonabili a quello che ho visto e vissuto con Elvio.
Ho conosciuto molti falconieri che amano e conoscono profondamente i loro rapaci. Ci convivono e affidano alle loro ali i loro desideri. I cacciatori con enormi aquile in Mongolia ne sfruttano le doti di caccia e dei loro uccelli hanno una sorta di venerazione divina. E come potenti Dei affidano alle loro ali intime preghiere. Ma tutte queste cose ed altre ancora che ho visto e conosciuto nella mia vita sono molto diverse da quello che ho sperimentato con Elvio.
Diverso, prima di tutto, perché lui ci convive, come fratelli o amanti.
E le sue ali enormi, quando si leva con loro in volo, devono apparire a Luna e alle altre poiane di Elvio come quelle di un gigantesco pterodattilo sopravvissuto miracolosamente all'estinzione.
Si ha l'impressione di assistere all'incontro tra esseri normali e una divinità.
Le poiane di Elvio riconoscono in lui una sorta di Dio del volo e ad esso si consegnano con fiducia smisurata. Fino a desiderarne la possessione carnale.
In un brano del film, Selene, la moglie del poeta canta al suo amore, il poeta Icaro, queste parole:
“Io vorrei come te avere grandi ali, per volare in altri mondi come fai tu”
Le parole rivolte da Selene al poeta alato, ben si adattano ad Elvio. Anzi sembrano scritte apposta per lui.
Ogni volta che nella mia vita ho incrociato i miei passi con qualcuno che mi ha toccato profondamente il cuore ho scritto parole; che fosse un lui o una lei. Ho sempre considerato un privilegio lo scrivere in sé. Ancora più alto è il privilegio quando scrivo pensando a qualcuno o per qualcuno che reputo degno delle più alte note.
Ho conosciuto quest'uomo. Ho conosciuto le sue ali. Gli ho chiesto di partecipare al mio film perché era la persona giusta ma non sapevo che avrei trovato in lui un amico. È stato un privilegio averlo con me, con noi, a condividere la poesia del volo e il volo nella poesia.
E dopo aver ricevuto questo dono mi è stato fatto questo altro regalo. Di poter scrivere qualche riga sul libro che di lui racconta. Un privilegio così è davvero per pochi. E spero di essere riuscito almeno in parte a cogliere e a comunicarvi la sua essenza con le mie parole.
Non posso che concludere questo breve racconto delle emozioni ricavate dall'incontro con Elvio che con alcune delle parole del film che sembrano quasi scritte di suo pugno..



Ho sempre saputo fin da bambino di essere un falco.
Volare in alto dove nessuno possa trovarmi.
E poi lanciarmi giù, per poi librarmi.
E così di lassù io vedrò Dio.
Se davvero esiste non mi odierà.
Volo Io
Io, sono Dio.



Chissà, forse Dio, innamoratosi anch'egli di Elvio, pur avendo egli avuto più volte l'ardire di avvicinarsi a lui, non lo trafigge come fece invece con l'angelo Lucifero perché, credo, che in fin dei conti gli sia simpatico.
Io me lo immagino seduto su una nuvoletta che, dall'alto del cielo, gli urla con inconfondibile accento romagnolo:
“Elvio! Brisa schertzar, a t' ha tólt sù adiritira al dio! A t'l' ho dit dan far brisa al pataca.”*

* '“Deh Elvio non scherziamo. Addirittura Dio? Addirittura me? Te l'ho detto di non fare mica il patacca”.

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